Necessità, non ideale

Tratto da:

Risorgimento liberale

Data di pubblicazione: 23/12/1945

Necessità, non ideale

«Risorgimento liberale», 23 dicembre 1945

 

 

 

Non so se in Italia si sia posto abbastanza attenzione alle parole pronunciate dal sig. Bevin nell’ultimo suo discorso di politica estera alla Camera dei Comuni. Siccome non credo alla possibilità di riassumere il pensiero altrui, riprodurrò testualmente alcuni brani del discorso:

 

 

«La legge deve trarre il suo potere da una determinata fonte; ma quale legge sarà osservata se vi si può giungere solo attraverso trattati, promesse e decisioni, che tanto spesso si infrangono? In altre parole potrà il popolo aver fiducia in una legge derivata ed applicata con gli antichi sistemi, sia della Lega delle Nazioni che dal concerto europeo, o da qualche altra istituzione del genere? Si è fatto l’esempio della costituzione britannica, che richiese molti anni per stabilirsi. Dove sta ora il potere di far leggi? Non in questa camera; non nel gabinetto; solo i voti del popolo hanno autorità sovrana. È interessante in proposito la storia della formazione degli Stati Uniti d’America. In origine gli stati si unirono come governi separati; ma presto si accorsero di non aver la forza di applicare le decisioni prese. Fu perciò che essi decisero di creare, per gli affari esteri, le finanze, il commercio e quanto riguardasse la Confederazione, una assemblea federale con rappresentanti diretti del popolo, ossia un parlamento federale. Fin dal principio la federazione ricevette direttamente dal popolo il diritto di far leggi. Nel sudafrica vi è pure un parlamento federale, delle cui decisioni, basate sui voti del popolo, già due volte (nelle ultime guerre) abbiamo tratto beneficio. Lo stesso è avvenuto in Australia. Sono stato invitato a studiare nuovamente San Francisco. L’ho fatto e dubito che abbiamo realmente trovato la soluzione migliore. Non vi era conflitto fra noi. Ciò che preoccupava me, il signor Eden ed altri, in commissione e nel gabinetto, attraverso meticolosa documentazione, era se il popolo non sarebbe stato ancora una volta deluso. Nel 1940 Churchill offerse alla Francia l’unione statale. Spesso, in seguito, cercai di studiare come l’avremmo attuata e mi sembrava che l’unione avrebbe richiesto un unico parlamento, un’unica responsabilità; essa avrebbe implicato l’accettazione di alcuni limitati scopi per i quali l’unione potesse avere il potere di far leggi ed applicarle. Io penso che noi ci troviamo ora spinti su questa via: la necessità di creare una assemblea mondiale eletta direttamente dal popolo di tutto il mondo sotto la responsabilità dei rispettivi governi, un’assemblea che possa fare leggi mondiali che i popoli dovranno e vorranno accettare ed applicare. Dai loro voti deriverà il potere di far leggi e imporre tributi ed i loro diretti rappresentanti dovranno curarne l’applicazione. Nessuna guerra mai vi fu che non avrebbe potuto venire impedita sottoponendo con calma i fatti al popolo. L’uomo comune, io penso, è la maggior protezione contro la guerra. Il supremo atto di governo è, dopo tutto, l’orribile dovere di decidere su cose che influiscono sulla vita e sulla morte dei cittadini. Per noi inglesi, esso spetta a questa camera. Io vorrei fondere questo potere in quello più grande di una assemblea mondiale eletta direttamente».

 

 

Il discorso del signor Bevin è uno dei momenti capitali nella storia della traduzione in realtà della idea federalistica. Purtroppo, trattasi di una storia tormentata. Talvolta, agli spettatori, sembra che la meta sia vicina, ed allora moltissimi sperano ed i più applaudono. I miei ricordi personali risalgono prima alla istituzione della Corte dell’Aja, poi alla fondazione della Società delle nazioni ed oggi alla costituzione della Organizzazione delle nazioni unite (O.N.U.). Non rammento quel che pensassi della corte dell’Aja; so che in età più matura, nel 1918 e nel 1919, quando si discuteva della fondazione delle società delle nazioni ed un giornalista, che poi contribuì ad abbatterla, si faceva a Milano promotore di un’associazione italiana in difesa dell’idea di una società delle nazioni, cercai di dimostrare che quella era un’idea infeconda, la quale poteva anche diventar genitrice di discordia.

 

 

Oggi nuovamente, le speranze degli uomini desiderosi di pace risorgono; ma il verde di quella speranza è tenue e tira sull’antico. L’inchiostro non è ancora asciutto sulle carte di San Francisco e già si dilungano le trattative sospettose tra le grandi potenze le quali dovrebbero essere le custodi della nuova organizzazione mondiale.

 

 

Il signor Bevin ha indicato nettamente il punto dolente del male. L’importanza eccezionale del suo discorso non sta tuttavia nella netta diagnosi del male e nella indicazione della cura, ma nel fatto che egli è il primo uomo di stato il quale, come tale e parlando nella qualità di ministro degli esteri di una delle grandi potenze ha discorso del parlamento «mondiale» non come di un «ideale» magnifico, ma come di una esigenza «necessaria» allo scopo della pace. Gli «ideali» magnifici fan parte del regno dei sogni e la loro attuazione si rimanda ad un avvenire, nel quale gli uomini saranno buoni od almeno diversi da quelli del mondo reale nel quale si vive. L’ideale che non si raggiunge mai, ha in sostanza dichiarato solennemente il signor Bevin, è l’accordo fra stati indipendenti e sovrani.

 

 

Era una società di nazioni indipendenti la Lega anfizionica. Ebbe qualche momento di splendore finché Atene dominò e «costrinse» le città alleate a versare denaro nel tesoro anfizionico ed a mandare soldati e navi contro il nemico comune. Ma si sfasciò non appena il contributo di denaro e di uomini fu deliberato dal libero voto delle città associate.

 

 

Era una società delle nazioni il Sacro romano impero di nazione germanica; ma, dopo i primi secoli di famiglie imperiali egemoniche, si mutò in un rito, di cui nei ricordi di Goethe si legge una pittoresca descrizione, testimonianza bellissima della impotenza di quel consesso di teste coronate ad impedir guerre.

 

 

Era una società delle nazioni la Santa Alleanza durata, tra sospetti reciproci, sinché la paura del ritorno dei giacobini e dei napoleonidi fu più forte della volontà di dominazione dei singoli imperi.

 

 

Era una società delle nazioni la Federazione del 1776 fra le antiche tredici colonie inglesi del nord America e stava per tramontare nella guerra fratricida se il genio dei Washington, dei Madison, dei Jay e degli Hamilton non avesse visto la necessità di sostituire ad una lega di stati un parlamento eletto dai cittadini degli stati.

 

 

Era una società delle nazioni la Lega elvetica, ma stava per naufragare nella lotta intestina fra cantoni, se i grandi cantoni protestanti non avessero colla forza imposto a tutti un parlamento federale direttamente eletto dal popolo.

 

 

Se oggi vivono e durano le Confederazioni svizzera e quella nord americana (U.S.A.) e le confederazioni canadese, australiana e sudamericana; se nessuno ivi pensa a guerre intestine, la ragione sola della realtà magnifica è il fatto che esse non sono leghe di stati, ma confederazioni di cittadini, i quali eleggono un parlamento comune, diverso dai parlamenti dei singoli cantoni e stati e fornito di poteri proprii, per scopi diversi da quelli perseguiti dagli stati confederati.

 

 

Questo è il segreto del successo dell’ideale di pace che brilla dinnanzi agli occhi di tutti gli uomini. Non si pensi che l’ideale sia irraggiungibile. In verità, gli uomini hanno compiuto sulla via della pace un cammino più lungo e più difficile di quel che resta da compiere. Oggi un po’ in tutti i paesi usciti dalla guerra facciamo una esperienza tragica della grandezza dell’opera compiuta in passato e della necessità assoluta di riconquistare in breve ora il terreno perduto. Non soltanto sui giornali italiani, ma anche in quelli inglesi ed americani si leggono notizie del ritorno del regno della giungla, quando ogni uomo si faceva re contro gli altri uomini, homo homini lupus, e, facendosi ognuno giustizia da sé, il più violento abbatteva i mansueti; Caino uccideva Abele, e il ladro riduceva alla disperazione il laborioso. Tutto ciò oggi ci fa orrore ed appare contrario alle leggi divine ed umane. Ma quante centinaia di migliaia d’anni dovettero passare innanzi a che si giungesse alla certezza che la polizia inglese spazzerà in pochi mesi il suolo britannico dai residuati criminali della psicosi bellica ed alla fondata speranza che, ricostituito lo stato, altrettanto accadrà anche in Italia! L’idea che l’uomo non potesse farsi giustizia da sé ma dovesse chiederla ad un organo creato dalla volontà comune si attuò lentissimamente; e dobbiamo meravigliarci che l’ultimo passo si presenti arduo agli occhi umani? Eppure è davvero solo un passo, non più arduo di quelli già compiuti. I litigi grossissimi danno oggi ancora origine a guerre; come i litigi ordinari davano un tempo luogo a duelli e partite di armi. Fu necessario, ad abolire duelli e tornei sanguinari, istituire giudici scelti da un’autorità superiore ai litiganti.

 

 

Ad abolire le guerre è necessario creare un’autorità la quale tragga forza non dagli stati capaci, perché sovrani, di muovere in guerra gli uni contro gli altri, ma da qualcosa che stia al disopra degli stati. Il signor Bevin ha solennemente affermato che la fonte del diritto mondiale sta nel popolo di tutto il mondo; che non c’è speranza di salvare l’umanità dalle guerre attraverso leghe o federazioni di stati, ma che unica speranza è il ricorso all’autorità di tutti gli uomini attuata mercé un parlamento mondiale. Ideale? Se lo reputiamo tale, esso è utopistico e tanto vale prepararsi alla distruzione ultima della umanità ad opera delle barbarie scientifiche. Se ci persuaderemo invece della sua necessità, la rinuncia al mito della sovranità assoluta dei singoli stati parrà meno dolorosa e l’umanità potrà sperare di salvarsi.

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