Nel paese dei debiti

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 21/12/1899

Nel paese dei debiti

«La Stampa», 21 dicembre 1899

 

 

 

Le pubblicazioni ufficiali governative in Italia di rado presentano un interesse straordinario, specialmente dopo che la Direzione generale di statistica, avendo visto diminuire i fondi messi a sua disposizione, non ha potuto conservare quella eminente situazione che essa avea saputo conquistare fra tutti gli altri uffici statistici europei. Malgrado ciò, talvolta accade d’imbattersi in documenti governativi bene compilati e ricolmi di notizie interessanti. Fra questi si deve annoverare un Sommario storico-amministrativo dei debiti consolidati, redimibili e perpetui amministrati dalla Direzione generale del Debito pubblico. (Roma, 1899).

 

 

Il titolo è lungo e la materia apparentemente arida; ma pure, cosa strana, il volume si legge con interesse. è un interesse di genere tutto speciale, costituito in parte da un sentimento di dolore nel vedere l’Italia nostra sovraccarica di debiti ed in parte da un sentimento di compiacenza nello scorgere come l’ingegno italico, anche nel far debiti, abbia saputo ricorrere agli accorgimenti più svariati e si sia giovato, pur di raggiungere il suo scopo, delle forme più diverse e strane di indebitamento.

 

 

Perché le forme del debito pubblico in Italia non si possono, come in altri paesi e come forse si immaginano, ridurre a poche. Purtroppo invece il numero dei debiti italiani giunge nientemeno che a 35: una vera legione. La legione è capitanata dal Consolidato 5 per cento. 400 milioni ed 853 mila lire di interessi annui, ed 8 miliardi e 17 milioni di debito capitale: ecco la consistenza (come si dice nel linguaggio burocratico del volume che stiamo esaminando) del padre e duce dei debiti pubblici italiani. Come nacquero questi 400 milioni di gravame annuo sulle nostre finanze? I Governi soppressi ci lasciarono in eredità 113 milioni ed 854 mila lire di annuo debito. Noi ne creammo altri 322 milioni per guerre, opere pubbliche, disavanzi di bilancio. Il resto (35 milioni) provenne dalla conversione in 5 per cento di altri debiti redimibili o consolidati. La cifra di 400 milioni sembra grossa; eppure la consistenza complessiva degli altri debiti nostri tende ad avvicinarsi, pure essendone ancora distante, a quella grossa cifra.

 

 

Vengono prima i debiti il cui valore capitale supera il miliardo di lire. Il Consolidato 4,50 per cento netto, di recente creazione (1894) ammonta già a 57 milioni e 286 mila lire di interessi annui, a cui corrisponde un capitale nominale di 1 miliardo e 273 milioni di lire. Questo debito in parte è creazione nuova, per le spese d’Africa, ed in parte è il risultato della conversione di antiche rendite 5 per cento e redimibili delle Opere pie, di varie Casse e di privati. L’essere cresciuto così in fretta è l’augurio di una vita prospera e feconda al nuovo debito. Crebbero anche in fretta, oltre il valore capitale di un miliardo, le obbligazioni ferroviarie 3 per cento, emesse per raccogliere il capitale necessario alla costruzione delle nuove linee ferroviarie ed alle Casse degli aumenti patrimoniali.

 

 

Di queste obbligazioni se ne sono già emesse 2,455,700 da 500 lire l’una, portanti un gravame annuo per interessi di 36 milioni, 835 mila lire, pari ad un capitale nominale di 1 miliardo e 227 milioni di lire. Gli altri debiti sono tutti inferiori al miliardo. Ricorderemo il Consolidato 3 per cento per 160 milioni di capitale, il Consolidato 4 per cento netto, di recente creazione, poco bene accolto dal pubblico che lo chiese in cambio del 5 per cento lordo solo per 190 milioni di capitale. Numerosissimi i debiti ferroviari: 5 per cento per la strada ferrata maremmana, 5 per cento per la ferrovia di Novara, 5 e 3 per cento della ferrovia di Cuneo, 3 per cento della ferrovia Vittorio Emanuele, 3 per cento della ferrovia Torino-Savona-Acqui, 5 per cento della ferrovia da Genova a Voltri, 5 per cento della ferrovia Udine-Pontebba, 3 per cento delle ferrovie livornesi, da Lucca a Pistoia, ferrovia Centrale toscana, ferrovie romane.

 

 

 

Vi si aggiungano le azioni privilegiate della ferrovia Cavallermaggiore-Bra, le obbligazioni 3 per cento della ferrovia Cavallermaggiore-Alessandria, le azioni comuni della ferrovia Bra-Cantalupo-Castagnole-Mortara e le obbligazioni 5 per cento delle strade ferrate del Tirreno, e si avrà un’idea della complicazione di debiti che lo Stato si è assunto per costruire le ferrovie, il cui reddito netto è di gran lunga inferiore all’interesse dovuto sul capitale di costruzione.

 

 

Altri debiti sono dovuti ad opere pubbliche, come le obbligazioni dei canali Cavour, quelle pei lavori di sistemazione del Tevere urbano, pei lavori edilizi di Roma, pei lavori di risanamento della città di Napoli. Vi sono poi le eredità dei regimi passati, dalle grosse alle piccole; dai 3 milioni e 225 mila lire che si dovrebbero ogni anno pagare alla Santa Sede alle 14,025 lire e 43 centesimi che sono pagabili ogni anno agli eredi delle famiglie nobili del già ducato di Modena, le quali, durante la tormenta napoleonica, erano state private dei loro beni feudali.

 

 

Accanto ai grossi debiti cattolici e Blount 5 per cento, vi sono i piccoli assegni di 1420 lire e 85 centesimi all’anno alle comunità di Reggio e Modena in compenso delle somministrazioni fatte dalle Comunità medesime negli anni 1809 e 1813 in letti ed altri oggetti di casermaggio per servizio degli approvvigionamenti occorsi per la piazza forte di Mantova. Storie vecchie, come si vede; ed è una storia vecchia anche quella dei creditori del regno delle Due Sicilie, i quali, prima del 1806, non avendo fiducia nel Governo, amministravano essi stessi le dogane regie e si pagavano sul provento di queste.

 

 

Qualcosa di simile a quello che ora accade per la Turchia, la Grecia e la Cina. Agli eredi di questi creditori il Governo paga ancora ogni anno 107,339 lire.

 

 

Più fortunato il Governo nostro, ha ereditato dai Governi passati 133,887 lire di debito capitale su cui non si deve pagare interesse. Finora i creditori non si sono ancora presentati a reclamare il capitale. Piccola consolazione, invero, se si riflette ai numerosi debiti si cui si devono pagare gli interessi. Ne abbiamo annoverati 35; ma a questi si devono poi aggiungere i buoni settennali, biennali, annuali, ecc., amministrati separatamente dalla Direzione generale del Tesoro. In tutto i debiti italiani sono circa una quarantina per una somma capitale di 15 miliardi di lire. Possiamo dire davvero di essere nel paese dei debiti.

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