Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Nero sull’orizzonte economico?

«Corriere della Sera», 17 marzo 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 608-612

 

 

 

I discorsi dei primi ministri e dei deputati non possono far cessare una crisi economica o sociale la quale esista veramente e non possono neppure crearne una dove essa non c’è. Possono però, entro certi limiti, dare il tono all’opinione pubblica, dare la sensazione del momento ed influire in non piccolo grado sulle azioni degli uomini. Basta spesso una parola detta dagli uomini rappresentativi del paese per esaltare o deprimere, per giovare o per nuocere. In questo momento, la moda è al pessimismo. Nitti si compiace di ripetere, nel discorso di Melfi, il suo vecchio monito che «l’Italia corre pericolo di fame» e si rammarica che non gli si sia creduto. I critici non hanno compreso «che la fame per un paese è preceduta dalla caduta del credito, dalla incapacità di acquisto determinata dalla ascesa dei cambi, dalla chiusura delle fabbriche, dalla disoccupazione e dagli alti prezzi». Dopo la lugubre profezia, seguono le prove: bilancio in disavanzo di 5 miliardi; disavanzi proporzionatamente più forti nei bilanci delle ferrovie, delle poste, dei comuni, delle province; eccedenza di un miliardo al mese in oro dei consumi sulla produzione; la lira ridotta al quinto ed al quarto del suo antico valore; caduto uno dei maggiori istituti di credito d’Europa; 31 miliardi di buoni del tesoro in circolazione, indice patologico di sfiducia dei risparmiatori nelle industrie e stimolo pericoloso allo spreco del denaro pubblico; perseguitato il capitale con confische, con minacce di nominatività, ecc. ecc. Nero, nero, nero.

 

 

Né il governo vede roseo: l’on. Facta ha avuto, quasi per debito di ufficio, qualche accenno alle «energie più sane e possenti del paese che si riaffacciano e germogliano con intensa aspirazione, anche attraverso ad una rude crisi a tutti palese»; ma quegli accenni ha subito repressi, affermando non solo che «oggi siamo di fronte ad un difficile momento della economia nazionale dovuto a cause d’indole generale», ma che questo momento difficile «si è manifestato più violentemente sul nostro organismo»; – più violentemente, s’intende, che in altri paesi. È il leit motiv di Nitti: noi stiamo peggio della Francia, la quale ha ferro, ha carbone, basta a sé pel grano; stiamo peggio della Germania, che ha segala e carbone e lignite, ecc. ecc.; peggio dell’Inghilterra, la quale ha cotoni, ha carbone, ha il mare libero.

 

 

Orbene, sia lecito esporre una opinione diversa. Ho sempre creduto quella delle materie prime una grossa frottola; ho scritto su queste colonne, nell’estate del 1919, un articolo per dichiarare comico lo spavento da cui eravamo rimasti presi allora di mancare di materie prime. I fatti mi hanno dato ragione: le materie prime sono ora preoccupanti non per noi che le consumiamo ma per i paesi produttori, che non trovano a venderle. È una grossa esagerazione quella di Nitti che noi consumiamo un miliardo di lire-oro di più di quello che noi produciamo; quando il nostro sbilancio commerciale è di poche centinaia di milioni di lire-carta. Nel febbraio del 1921 ho detto che le agitazioni sociali da cui l’Europa e l’Italia erano scosse erano la prova della vitalità e della energia del nostro organismo. Oggi fa mestieri dire e ripetere ben alto: che le crisi bancarie, che i fallimenti, che i rumorosi accidenti da cui sembra ad ogni istante minacciata la nostra macchina economica sono gli indizi certi, irrefragabili della rinascita. Perché dimenticare il vecchio proverbio: che quando va peggio, va meglio? Il mondo economico va a cicli; a periodi di rialzo, di allegria, di ottimismo seguono periodi di ribasso, di fallimenti, di pessimismo. È sempre stato così, da migliaia d’anni, fin dall’epoca delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre di Giuseppe l’Ebreo in Egitto. Oggi, noi stiamo traversando il momento più nero del ciclo: a distanza di un anno, si riproduce da noi il momento del collasso che caratterizzò gli Stati uniti l’anno scorso e poco più tardi l’Inghilterra. Bisognava passare traverso a questo brutto momento. Non si poteva mantenere in piedi il castello di carta dei prezzi alti, degli investimenti febbrili nelle industrie, degli accaparramenti di merci, dei fidi larghi concessi dalle banche. Se avessimo continuato a sovrapporre altre carte sulle carte già esitanti del mirabile castello costruito in passato, allora sì, sarebbe venuta la rovina irrimediabile od almeno lunghissima. Ed invece si liquida. Ossia si ritorna alla sanità mentale; si guarda con occhi chiari all’avvenire; si discerne il grano dal loglio; ci si arresta sulla china sdrucciolevole degli investimenti malsani. Liquidare vuol dire chiudere stabilimenti che producevano merci a costi troppo alti. Non è questa l’arra sicura che il risparmio nuovo non si investirà più in imprese che poi sfumeranno come bolle di sapone, non contribuirà a mettere mattoni su mattoni e macchine su macchine in stabilimenti di cui nessuno vuole poi sapere? Capitale salvato dal cattivo investimento non è forse capitale messo in serbo per imprese buone, quando il momento di costituirle sia venuto?

 

 

Sì, è vero, ci sono 500.000 disoccupati. Proporzionatamente, sono assai meno che in Inghilterra e negli Stati uniti. E bisognerebbe anche sapere quanti siano disoccupati volontari, desiderosi di godere i sussidi di disoccupazione o repugnanti a tornare nelle campagne, desiderosissime in molte plaghe di mano d’opera irreperibile. Ed occorrerebbe anche sapere se, nonostante i 500.000 disoccupati, oggi non vi siano più occupati che nel 1914. Chi ha fatto il conto delle donne, dei giovani, degli anziani, dei borghesi medi che nel 1914 non facevano nulla ed oggi lavorano? La lira vale un quarto del suo valore nominale in oro; ma valeva un sesto or non è gran tempo; e dopo tutto sarebbe per fermo per ora assai più importante vederla stabilizzarsi sul quarto o sul terzo, che non correre pazzamente all’insù ed all’ingiù.

 

 

No: i fallimenti ed i disastri non sono mai stati i segni forieri della fame e della rovina. Se gli uomini deliberatamente non vogliono il proprio male, se i governi altrettanto deliberatamente non vogliono la rovina; l’acme della crisi è anche il segno della riscossa. Non avremo una ripresa immediata; e l’avremo anzi tanto più sicura quanto più sarà lenta e prudente. Le ascensioni si preparano nel silenzio; ed il silenzio e l’apparente ristagno sono sempre stati per le industrie i periodi di preparazione della prosperità. Nei paesi industriali anglosassoni la ripresa è già in vista. Chi legge le riviste economiche ne ha la sensazione precisa: negli Stati uniti il traffico ferroviario è in sensibile ripresa; in Inghilterra la bilancia commerciale sta assestandosi egregiamente; ed in certe settimane si toccarono di nuovo i massimi più brillanti dell’anteguerra nella produzione del carbone. Gli industriali seguitano a lamentarsi di crisi. Lasciamoli lamentarsi. Ad essi pare di essere rovinati perché il profitto unitario è diminuito ed in certe branche torna ad essere quello dei centesimi dell’anteguerra. Lì sta invece la loro salute. Quando dappertutto saremo ritornati al centesimo; quando alle lire si saranno sostituiti i centesimi anche nel commercio grosso e minuto ed i commercianti strilleranno come aquile spennate di dover chiudere bottega, allora saremo sicuri invece di essere nel pieno della prosperità. Ciò che consola e conforta è appunto il gran gridare che si sente di non poter più lavorare, di dover perdere, di dover adattarsi – per gli operai – a ribassi di salari. Nella mente degli uomini il fatto del minor guadagno si confonde volontieri con l’idea di una perdita effettiva. Non guadagnare 100.000 lire in un anno ma solo 20.000 per un commerciante significa perdere. A noi corre obbligo di non far eco alle loro querimonie e rimaner saldi nella credenza che lavorare all’osso non è solo una cruda necessità ma una condizione ed una guarentigia di vittoria.

 

 

Il pessimismo di Nitti è ragionevole e fondato e moralmente sano per lo stato: troppi denari ha lo stato; troppo facilmente trova sottoscrittori ai suoi buoni del tesoro. Qui è la cancrena della nostra economia. Bisognerà presto cominciare una campagna contro il credito fatto largamente allo stato. Metterlo a secco bisogna: limitare strettamente la potestà del governo di far debiti. Sorvegliare rigidamente che nessun titolo nuovo si emetta senza che uno vecchio si bruci. E lo si bruci pubblicamente, in piazza, con metodi teatrali. Altrettanto inutile ed irreale ed ingiusto è il pessimismo generico di Nitti sulle condizioni disastrose dell’economia italiana, altrettanto santa è la sua predicazione contro gli sperperi governativi. Insista su questo punto.

 

 

Il pericolo che l’azione sperperatrice del governo metta nel nulla la salutare azione liquidatrice, la quale va fortunatamente verificandosi anche da noi nell’economia privata, è un pericolo reale. È il solo serio pericolo che noi corriamo. Emissioni di biglietti per salvataggio di questa o quella banca; debiti a miliardi per ricostruzioni; interventi ed empiastri governativi: ecco ciò che soltanto ci deve mettere di umor nero. Confessiamo però che il nero è di nostra esclusiva e volontaria fattura. Se andremo in rovina, la colpa sarà tutta del piccolo mondo della gente la quale si agita ed agita altrui col pretesto di salvare, attraverso lo stato sperperatore, il paese lavoratore.

 

 

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