Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

Neutralità

«Corriere della Sera», 7 settembre 1920

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 471-476

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 838-8[1]

 

 

 

 

Nell’attuale conflitto metallurgico importa seguire le trasformazioni delle idee fondamentali, sulla base delle quali si giudicano gli avvenimenti e si prende posizione pro o contro l’uno o l’altro dei contendenti. Fra queste idee – madri spicca quella della “neutralità”. I terzi ed il governo debbono, era un tempo usato dire, mantenersi “neutrali”. Non parteggiando né per l’una né per l’altra parte, pronti sempre a prestare i propri buoni uffici, era sperabile poter risolvere più sollecitamente la controversia.

 

 

A fior di labbra, si ripetono ancora i medesimi concetti. Il ministro Labriola sembra abbia osservato «che nella controversia il governo ha cercato sempre di mantenere una posizione di perfetta neutralità ed ha fatto e farà tutto il possibile per vedere di ricondurre la lotta sul terreno della legalità, mediante la ripresa delle trattative; ma tutte le volte che vi sieno tentativi, da una parte o dall’altra, di attuare mezzi arbitrari o violenti, si vedrà costretto a fare intervenire la forza pubblica in difesa del diritto privato e dell’ordine giuridico minacciato».

 

 

Le parole del ministro rispecchiano abbastanza bene il concetto della neutralità dello stato giuridico, il quale fa rispettare l’ordine ed il diritto vigenti e procura di creare l’ambiente di accordo fra le parti contendenti. Ma i fatti che cosa ci dicono? Che la forza pubblica assiste impassibile all’invasione degli stabilimenti; all’organizzarsi di una nuova polizia, la quale difende il possesso degli stabilimenti da parte degli invasori con scolte, sentinelle, sequestro di persone; costruisce reticolati percorsi da forti correnti elettriche per impedire l’accesso agli stabilimenti ai vecchi proprietari ed alla pubblica forza. Che più! si collocano mitragliatrici all’entrata e sui tetti degli stabilimenti; e la pubblica forza, mandata in spedizione notturna per cercare di sottrarre agli invasori un numero non piccolo di mitragliatrici ed un certo quantitativo di munizioni, è costretta a retrocedere dinanzi alle forze armate dell’esercito rosso, decise ad usare le armi, mentre evidentemente ai difensori dell’ordine vigente era stato vietato di farne uso.

 

 

Questi sono i fatti. Se l’invasione della roba altrui, il sequestro di persone, la costituzione di una forza armata, l’impiego di mezzi bellici usati nella guerra da trincee e da campo non costituisce «attuazione di mezzi arbitrari e violenti», davvero non si sa più che cosa siano la violenza e l’offesa all’ordine giuridico vigente. È questa la neutralità proclamata dal governo?

 

 

Se il governo compie sostanzialmente, sebbene ancora non li elevi a teoria, atti contrari alla neutralità intesa nel suo senso tradizionale e logico, altri già sta costruendo una nuova teoria della neutralità. Ecco l’associazione generale dei tecnici delle industrie metallurgiche ed affini, la quale denuncia la diffida ricevuta dagli industriali di non entrare negli stabilimenti e di non prestare opera a pro del nuovo regime comunista instauratosi violentemente nelle fabbriche, come «una precisa manovra intesa a far uscire i tecnici dalla loro linea neutrale di condotta, per farsene un’arma contro gli operai» e riafferma il proprio «preciso intento di continuare a prestare la propria opera in officina a garanzia della conservazione dei mezzi di produzione», opera necessaria in un momento in cui «gli industriali mostrano di disinteressarsi completamente delle sorti del prezioso patrimonio collettivo di macchine ed attrezzature costituito dalle officine invase».

 

 

Dunque, secondo i tecnici, quando tra industriali ed operai scoppia un dissenso, i “tecnici” ossia i sovrastanti e capi – reparto, i quali stanno di mezzo tra ingegneri dirigenti ed operai, si credono in diritto di affermare che:

 

 

le macchine ed attrezzature e le officine invase sono un prezioso patrimonio “collettivo”;

 

 

che detto patrimonio essendo di proprietà della collettività e non più degli industriali deve essere conservato;

 

 

che esso ha bisogno di essere conservato non a favore degli industriali cacciati di casa propria, ma della collettività, evidentemente rappresentata dagli invasori;

 

 

che, se essi non continuassero a lavorare d’accordo cogli invasori, dimostrerebbero di non volere tutelare gli interessi collettivi e quindi di abbandonare la loro linea neutrale di condotta, diventando strumento degli industriali invasi contro gli operai invasori.

 

 

Il qual concetto è stato illustrato meglio dall’on. D’Aragona quando al ministro, affermante principi ragionevoli, sebbene contrastanti colla condotta faziosamente assente del governo, replicava che «l’occupazione degli stabilimenti, attuata da parte degli operai in forma tranquilla e senza atti di sabotaggio, né violenze private, non costituisce un atto di violazione del diritto. Il lavoro ripreso regolarmente dimostrerebbe anzi il fermo proposito delle masse di non recare alcun danno all’economia nazionale, mediante una diminuzione della produzione».

 

 

Facendo astrazione dal carattere tranquillo dell’occupazione, il succo del problema pare dunque sia questo: che organizzatori e tecnici ritengono che già siasi operato il trapasso della proprietà degli stabilimenti dagli industriali singoli alla collettività. Siccome però, in questo primo tumultuoso periodo rivoluzionario, la “collettività” non possiede ancora organi propri adatti a regolare la produzione, gli operai, considerando se stessi quali gestori d’affari della collettività stessa, conservano, come dicono i tecnici, macchine ed attrezzature e continuano la produzione, in attesa che…

 

 

In attesa di che cosa? Qui la logica si smarrisce, perché le conseguenze non sono dedotte dirittamente dalle premesse. Se è vero che gli opifici, con le macchine e le attrezzature, sono già diventati un «prezioso patrimonio collettivo», gli industriali non ci hanno nulla più a che vedere. La contesa con essi è già finita. Essi tutt’al più avranno diritto a chiedere al legislatore un’indennità per la cosa espropriata; ma non v’è ragione che essi discutano con gli operai intorno ad una vertenza inesistente. Ovvero, da parte operaia, malgrado l’occupazione “pacifica”, si insiste nel volere trattare con gli industriali ed in tal caso apertamente si riconosce che macchine, attrezzi, opifici non sono ancora patrimonio collettivo, bensì privato; e che, per necessaria illazione, l’occupazione fu atto antigiuridico che il governo avrebbe dovuto reprimere.

 

 

Operai, organizzatori, tecnici si erigono a conservatori delle fabbriche, a vindici e prosecutori della produzione abbandonata dagli industriali. Questo è un trucco, già usato nell’agricoltura e che occorre mettere in chiara luce. Nel Vercellese, nell’Emilia ed in altre plaghe ad agricoltura intensiva, gloria e vanto dell’Italia, testimonianza irrefragabile che il nostro paese in parecchie sue regioni è alla testa dell’agricoltura mondiale, la scervellata politica seguita dai ministri d’agricoltura negli ultimi anni, ha condotto a questa conseguenza: che dovunque un gruppo di facinorosi organizzati in lega aspira a rubare altrui una terra fecondissima e magnificamente coltivata – i rapinatori disprezzano le terre veramente sterili ed incolte – basta instaurare uno sciopero su basi assurde, costringere gli argomenti alla resistenza, per aver ragione di proclamare che quella è terra incolta e chiederne la devoluzione in base ai decreti Visocchi, Falcioni, ecc. Ed il governo attuale, a dimostrare la sua neutralità non trova nulla di meglio da fare che presentare un disegno di legge per la coltivazione obbligatoria dei cereali, il cui unico effetto, a detta di tutti i tecnici, sarà di far produrre meno frumento di prima e nel tempo stesso rendere possibile l’occupazione violenta e senza indennizzo delle terre buone e ben coltivate da parte di false cooperative di poltroni desiderosi di appropriarsi della roba altrui senza fatica e senza spesa. Adesso, questo terribile precedente lo si vuole estendere all’industria. Prima si disorganizza la produzione se ne aumenta il costo, se ne rende malcerto il ciclo, fino a rendere gli industriali disperati e disposti a concedere qualunque aumento di salario, pur di riottenere un po’ di disciplina e d’ordine e di continuità di lavoro. E poi, si occupano gli stabilimenti e si spargono lacrime da coccodrillo sulla continuità della produzione e sulla necessità di tutelare i macchinari contro il disinteresse degli industriali, quasiché il primissimo interesse di questi non fosse la buona conservazione del proprio patrimonio.

 

 

Nell’assistere a tali fatti e nel leggere tali altisonanti sofismi, nell’osservare la debolezza degli organi tutori del diritto dinanzi al disfrenarsi di innumeri e conclamate violazioni del diritto stesso, salgono le fiamme della vergogna al volto e vien fatto di chiedersi se non avesse per avventura ragione quella commissione americana di studiosi che, avendo da poco terminato un proprio viaggio di studi sociali in Europa, prognosticava che l’Italia era il paese più prossimo all’anarchia bolscevica, alla distruzione dei beni della civiltà, alla miseria ed alla disorganizzazione sociale, perché in nessun altro paese pochi uomini imbevuti dell’antico spirito mafioso e camorristico ereditato dai vecchi regimi borbonici e stranieri potevano tanto facilmente imporsi nelle industrie ai dirigenti ed intimidire le masse ed il governo con la violenza dei fatti e delle parole.

 

 

Altri paesi, come l’Inghilterra, traversarono verso il 1840 momenti simiglianti a questo nostro. Ma v’erano alcune differenze fondamentali: le masse operaie erano in realtà al margine della destituzione, della fame e della disoccupazione cronica; e contro di esse campeggiava una borghesia, ossia una classe dirigente aperta a tutti, conscia del proprio valore, decisa a far tutto il possibile per sollevare le sorti delle masse, ma nel tempo stesso a salvare la civiltà. E ci riuscì; sicché oggi, nonostante tanto imperversare, anche in Inghilterra, di idee bolsceviche, ossia confuse e pazze e distruttrici, si assiste in quel paese allo spettacolo di milioni di minatori i quali decidono, a suffragio segreto, se debba o non debba essere proclamato lo sciopero; e, decisolo, danno regolare diffida di venti giorni agli imprenditori, al termine dei quali soltanto si abbandonerà il lavoro. Così si combattono le lotte del lavoro nel paese nel quale sul serio si cerca di tutelare, attraverso alle competizioni di interessi, l’interesse collettivo. Questa nostra non è più una guerra fra eserciti che si rispettano e rispettano le norme fondamentali della vita civile. È guerra di partigiani; e lo scatenamento dell’anarchia, mentre il governo, tutore dell’ordine, si assenta e lascia le bande armate padrone della strada. Che salari! Che produzione! Soffia un vento di follia e si vuol distruggere la macchina sociale, senza aver nulla in pronto per sostituirla e dopo aver toccato con mano, in recente pellegrinaggio, che sforzi cosidetti erculei di intellettuali dottrinari non valgono a creare neppure una particella di quell’organismo produttivo che solo può essere costruito dall’opera lenta dei secoli e dalla collaborazione di milioni di uomini pazienti, previdenti, geniali e lavoratori.



[1] Con l’aggiunta del sottotitolo Vecchie e nuove teorie sulla neutralità nei conflitti sociali [ndr].

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