Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Niente aumenti e rinvio alla commissione

«Corriere della Sera», 27 maggio 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 258-259

 

 

 

Sulla questione doganale la camera ha preso una deliberazione inspirata a buon senso ed il governo ha manifestato, per bocca del ministro delle finanze, un proposito preciso.

 

 

Già, prima, il ministro dell’industria aveva dichiarato che non si sarebbe valso della facoltà di «aumentare», ma solo di quella di «diminuire» i coefficienti di maggiorazione. Sarebbe bene che questi non fossero semplici impegni, ma norme legislative. Anche all’epoca del gabinetto Giolitti il governo aveva preso impegno di far discutere dal parlamento la nuova tariffa doganale; e poi, pretestando urgenza, la promulgò con decreto reale. Carta canta, mentre le parole volano, specie perché possono mutare i ministri che le hanno pronunciate.

 

 

Il ministro delle finanze ha dichiarato che avrebbe accettato solo le 700 diminuzioni di tariffa respingendo i 150 aumenti proposti dalla commissione. È un criterio ottimo, per cominciare; e dimostra che il governo si è persuaso della necessità di puntare i piedi contro le manifestazioni scandalose di appetiti che da ogni parte andavano sorgendo. Un deputato social riformista ha dato un esempio calzante della pericolosità, di questa condotta, scagliandosi contro i ribassi di dazi od i non aumenti per gli oli di seme di cotone. La coltura dell’olivo è in grave crisi: malattie delle piante ed imposta sui redditi agrari la minano alla base; epperciò è scandaloso che gli importatori di semi di cotone, i quali arricchiscono, si ribellino ad un modesto coefficiente di maggiorazione. Lasciamo stare le argomentazioni secondarie. La malattia delle piante e le imposte sui redditi agrari sono malanni che affliggono tutti i rami dell’agricoltura e non la sola olivicoltura. Né le tariffe doganali hanno per iscopo di correggere le eventuali ingiuste distribuzioni delle fortune tra i cittadini dello stato. Sarebbe una faccenda grossa e finirebbe con lo sbranamento reciproco degli italiani.

 

 

Il punto essenziale l’ha implicitamente fatto rilevare lo stesso deputato che si lamentava dei bassi dazi sull’olio di seme di cotone nord americano. Gli americani, egli osservò, per concedere nel futuro trattato riduzioni di dazi alle merci italiane vogliono che il loro olio di seme di cotone possa essere importato in Italia con un dazio mite. Qui sta il vero punto. Ogni aumento dei dazi italiani contro le merci estere vuol dire aumento dei dazi stranieri contro le merci italiane. Quando i libero scambisti protestano contro i dazi alti, non lo fanno per amore degli stranieri. Protestano, poggiandosi, oltrecché su ragionamenti esatti, che qui non si ricordano per non complicare, sulla osservazione di buon senso che, se si vuole commerciare, bisogna essere in due; e che se noi escludiamo l’olio di seme americano, gli americani escluderanno le seterie o i marmi o altre merci italiane. Perciò, il governo, opponendosi ad ogni domanda di aumento di dazi, si oppone a una richiesta, che sarebbe la rovina delle nostre industrie esportatrici; e che toglierebbe lavoro a molta più gente di quella a cui coi dazi si immagina di dar da lavorare. Perciò, accettando le diminuzioni proposte dalla commissione e, io mi auguro, procedendo innanzi energicamente sulla via di esse, esso non è animato da nessun amore verso gli stranieri. Difende, per ora in modo assai blando, puramente e semplicemente alcune industrie italiane contro la sopraffazione di altre. Ecco tutto.

 

 

A meglio raggiungere lo scopo, gioverà la sospensione odierna, durante la quale commissione e governo studieranno insieme tecnicamente gli emendamenti proposti. Questioni minute, che toccano numerose voci e i loro reciproci rapporti male si discutono in un’assemblea numerosa. Il parlamento sarà, poi, chiamato a deliberare sugli accordi intervenuti fra commissione e governo. E la norma tradizionale e logica in affari di così gran momento e di così grande complicazione.

 

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