Ninfa pericolosa

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 19/02/1901

Ninfa pericolosa

«La Stampa», 19 febbraio 1901

 

 

 

Abbiamo già riprodotto ieri alcuni più salienti brani di un articolo dell’on. Filippo Turati sulla Fase Nuova. Ma l’importanza della questione posta nel periodico socialista ci induce a trarre dall’articolo argomento a qualche considerazione.

 

 

Ricordiamo in breve il pensiero dell’onorevole Turati, informatore dell’articolo. Il quale non è certo un pensiero mesto. Quando si pensa, esclama egli, che noi siamo oggi ad un Ministero che per governare ha bisogno dell’Estrema Sinistra, non è certo l’elegia che ci può fiorire sulla penna. Ma ciò non toglie che l’Estrema Sinistra non abbia dinanzi a sé un compito altrettanto delicato quanto difficile. Essa dovrà spingere, occorrendo, il Governo – della cui vita rimane arbitra – a cercarsi in futuri, non lontani Comizi elettorali quella maggioranza che la Camera gli rifiutasse.

 

 

Che per ora l’Estrema non partecipi direttamente al Governo è un bene. Per essa non è giunta ancora la pienezza dei tempi. Risoluta la questione di libertà, avviata a soluzione la questione militare e con essa la riforma tributaria, un terzo campo d’azione non tarderà ad affacciarsi – la legislazione sociale, – nel quale la parte radicale – sorretta, in una Camera nuova, da un’Estrema Sinistra ancor ringagliardita – dovrà fare le migliori sue prove. Questi in succo i propositi dell’Estrema Sinistra rispetto all’opera futura del Governo.

 

 

Ora una cosa di qui appare chiarissima: che l’Estrema Sinistra assume la parte di inspiratrice del Governo; e questo, non potendo far a meno dei cento voti di cui i partiti estremi dispongono, deve accettare l’inspirazione e proporre quelle riforme che sono volute dell’Estrema. Ora, questa necessità in cui il Governo si trova di seguire l’inspirazione dell’Estrema Sinistra, può condurre a conseguenze tali che meritano di essere attentamente esaminate.

 

 

Due ipotesi si possano presentare. Le riforme tributarie compiute nel senso di sgravare i contribuenti più umili e di dare impulso all’economia nazionale, possono essere tali da togliere una delle cagioni principali di diffusione delle dottrine socialistiche. Il popolo, non più malcontento, non sarebbe più spinto a protestare contro l’ordine di cose esistenti e non darebbe più il suo voto nei prossimi Comizi ai partiti extralegali. Ma questa ipotesi non è la sola che possa essere pensata. È possibile altresì che le masse elettorali, vedendo che tutte le riforme tributarie, da tanto tempo aspettate, furono finalmente compiute sotto l’inspirazione e la pressione dell’Estrema Sinistra, ritengano questa come la loro salvatrice e le diano maggiore forza parlamentare.

 

 

Se si pensa quanto grande sia la capacità di propaganda dell’Estrema Sinistra ora che la sua funzione si risolve essenzialmente nella critica delle cose esistenti, si può immaginare che non meno vivace sarà la campagna fatta per arrogare a sé il vanto delle riforme fatte e per agitare lo spauracchio che le riforme vengano di nuovo messe nel nulla, ove l’Estrema non venisse ancora ringagliardita ed accresciuta di numero. Qualunque sia l’ipotesi che si voglia accettare, sia che l’Estrema riesca diminuita o rafforzata dalle riforme compiute col suo concorso e sotto il suo impulso, sempre si palesa il danno per il partito costituzionale di rimanere disunito e di lasciare prendere ad altri l’iniziativa in un’opera di bene a favore di tutte le classi sociali.

 

 

Ove, col cessare del malcontento, la forza elettorale dei partiti estremi venisse a scemare, si correrebbe il pericolo che le classi dirigenti, non avendo esse il merito della diminuzione di forza dei nemici dell’ordine costituito, non si sentirebbero abbastanza stimolate a mantenere ed accrescere le conquiste già fatte.

 

 

Non avendo esse concordemente voluto le riforme collo scopo umanitario di fare il bene delle masse e collo scopo politico di togliere forza ai loro avversari, ma avendo subito quasi quelle riforme, non ne apprezzerebbero abbastanza l’efficacia benefica; e potrebbero, in date circostanze, lasciarsi di nuovo trascinare sulla via dei debiti, delle imposte e dar novamente stimolo al nascere del malcontento ed al rinnovato fiorire dei partiti extra-legali.

 

 

Se invece, a norma della seconda ipotesi, la politica riformatrice fatta col favore dell’Estrema dovesse servire ad affrettare quella che Turati chiama la pienezza dei tempi, ossia ad accrescere l’influenza politica dei partiti estremi, tanto maggiore ci sembrerebbe allora il pericolo di compiere delle riforme, di cui tutti sentono la necessità, in modo da lasciar credere ai più che l’unica degna di lode sia l’Estrema.

 

 

Ciò non può portare se non alla disorganizzazione dello stato presente di cose ed all’avvenuto di Governi che è dovere dei costituzionali di combattere.

 

 

Ciò porterebbe inoltre alla conseguenza gravissima che, caduto il Governo in mano degli estremi, verrebbero iniziate altre riforme non più soltanto di giustizia tributaria, ma addirittura socialistiche, che arresterebbero di un tratto il progressivo accrescimento della ricchezza nazionale. La conclusione di quanto diciamo non è che le riforme non si debbano fare. Sarebbe questa una politica cieca che condurrebbe rapidamente alla miseria ed alla rivolta.

 

 

Le riforme si debbono invece fare – ed audacemente -; ma i partiti costituzionali ne debbono essi pigliare l’iniziativa in guisa concorde ed ordinata.

 

 

Numerosi sarebbero i vantaggi di questa politica di unione di tutto il partito costituzionale – esclusi soltanto quegli uomini che per interessi o per insipienza sono contrari alle riforme.

 

 

In primo luogo non si lascierebbe credere all’opinione pubblica che il merito di quel che di buono si fa spetti all’Estrema Sinistra, e si toglierebbe così a questa gran parte della sua forza elettorale. Inoltre, avendo preso l’iniziativa delle riforme, si sarebbe corazzati contro ogni lusinga di spese larghe e di imprese costose che potrebbero mettere in forse i risultati dell’opera compiuta; mentre, come più su spiegammo, a quelle lusinghe sarebbe più facile cedere qualora le riforme si fossero fatte non per volontà propria ma per iniziativa altrui.

 

 

Finalmente sarebbe agevole arrestarsi nell’opera riformatrice quando l’andar più oltre fosse pernicioso. Adesso i socialisti vogliono le economie e le riduzioni di tributi perché così portano le circostanze del momento. Ma in realtà la loro dottrina conduce ad un accrescimento indefinito delle funzioni e delle spese dello Stato. Se il Governo si troverà prigioniero di un’Estrema accresciuta di forze, sarà d’uopo compiere riforme cattive dopo aver compiuto le buone. Mentre se il Governo sarà in mano di un partito costituzionale omogeneo, sarà sempre possibile l’arrestarsi a quel punto oltre il quale il camminare significherebbe regredire.

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