Non attendersi troppo

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 08/09/1943

Non attendersi troppo

«Corriere della Sera», 8 settembre 1943

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 306-310

 

 

 

 

Mi è accaduto di questi giorni di sentirmi dire, a voce e per iscritto: «I lettori aspettano da voialtri economisti… ». Che cosa si aspetta? Temo assai di più di quanto possiamo dare. Purtroppo, non possiamo fare previsioni sull’avvenire. Ci fu un tempo, prima della grande crisi del 1929-32, nel quale le previsioni economiche erano divenute di moda. Particolarmente negli Stati Uniti si erano impiantati laboratori, dove si manipolavano statistiche e si tracciavano curve rappresentative di quel che era accaduto in passato: curve di prezzi che prima andavano su e poi andavano giù e di nuovo su, con un certo andamento che, a guardarlo ed a calcolarlo, presentava qualche regolarità. Tutto ciò era assai bello ed istruttivo ed anche fecondo di deduzioni importanti, per il passato. Ma per l’avvenire? Quando gli statistici dei laboratori od osservatori economici si azzardarono ad allungare le curve dal passato certo nel futuro incerto, quando cioè osarono far previsioni, fu un clamoroso insuccesso. Anche se la mano che prolungava le curve era delicata e previdente, essa fatalmente trascurava un terribile “se”. Non è lecito dire: “poiché” in passato le cose dei prezzi, dei redditi, ecc. andarono così, seguiteranno ad andare nello stesso modo in avvenire. Bisogna invece dire: “se” in avvenire le circostanze le quali determineranno i prezzi, i redditi, ecc. saranno le stesse che furono in passato, è probabile che l’andamento dei prezzi e dei redditi sia lo stesso. Ma quel “se” non si verifica mai, qualcosa muta certo. Mutano i gusti degli uomini si fanno invenzioni di macchine nuove, di merci nuove, di procedimenti industriali ed agricoli, mutano i costi di produzione, i mezzi di comunicazione. Tutto muta continuamente, talvolta adagio e talvolta in fretta; nulla si riproduce nella stessa precisa maniera che in passato. Quindi le previsioni sono difficilissime ed azzardatissime; e un economista il quale usasse indulgere in previsioni, presto si squalificherebbe. Perciò è anche difficilissimo e sconsigliabile dar consigli particolari sul modo di comportarsi nelle faccende private: se convenga comprare o vendere, preferire un titolo ad altro, imprestare a breve o a lungo termine, investire in terreni o in case, od in azioni, od in buoni del tesoro. Si possono fare considerazioni generali utili, inspirate all’esperienza passata; ed era divenuto prima dell’altra guerra celebre un libro: Come impiegare la mia fortuna di Paolo Leroy Beaulieu; libro che aveva, come quelli di cucina, avuto imitazioni anche in Italia, e la migliore era stata tra noi quella del compianto amico Giuseppe Prato. In conclusione lo studioso deve starsene sulle generali, perché, a voler consigliare l’un titolo o l’altro, l’un podere o l’altro, bisognerebbe che lo studioso diventasse qualcos’altro: banchiere, agente di cambio, mediatore di terreni. Costoro consigliano, perché si suppone abbiano conoscenze specifiche, fanno quel mestiere da tempo, assumono la responsabilità, almeno morale, del consiglio dato, conoscono le circostanze particolari, personali, famigliari di chi chiede il consiglio e adattano questo a quelle.

 

 

Il compito vero dello studioso è un altro: aiutare il pubblico a comprendere i fatti che accadono, le idee o proposte che sono nell’aria o sono largamente discusse. Che cosa vuol dire “spazio vitale”? Che cosa sta sotto la parola “autarchia”? Che si intende per “indipendenza economica dallo straniero”? Che cosa significa il contrasto fra popoli ricchi e popoli poveri? Come si deve leggere un conto del tesoro? Che differenza v’ha fra entrate e spese effettive ed entrate e spese per movimenti di capitali nel medesimo conto? Qual è il contenuto vero della frase che l’economia deve essere subordinata alla politica? Perché i calmieri sui prezzi non hanno senso senza un tesseramento effettivo?

 

 

Chiarendo e spiegando, l’economista compie un ufficio al quale talvolta gli uomini non si attendevano: fa vedere che spesso le idee proposte, le quali sono messe innanzi da politici, da riformatori, da filantropi con le migliori intenzioni, raggiungono risultati opposti a quelli che i proponenti si ripromettevano. Nella scienza economica è vero oggi, come cent’anni fa, che quel che “non si vede” è molto più importante di quel che “si vede”; verità che aveva fornito il titolo ad un opuscolo, pubblicato giusto cent’anni fa e divulgatissimo allora, di Federico Bastiat.

 

 

Chiarendo e spiegando, gli economisti danno il vero contributo, che è in loro potere, alla cosa pubblica, perché segnalano ai politici i limiti di quel che essi possono fare con vantaggio generale; indicano le condizioni vantaggiose a porsi con leggi entro le quali gli uomini possono svolgere liberamente la loro attività senza danni altrui.

 

 

Ad esempio, gli economisti sono favorevoli ai sindacati operai che non siano monopolistici, alle assicurazioni vecchiaia, invalidità, infortuni, maternità legittima, perché se ne ripromettono elevazione materiale e morale degli uomini; e si ripromettono tale effetto, perché l’esperienza del passato sembra essere in proposito probante. Sono incerti rispetto all’assicurazione malattie, l’esperienza essendo in materia contrastante, a seconda degli scopi e dei limiti qua e là accolti. Sono incertissimi rispetto all’assicurazione disoccupazione, essendo troppo preoccupanti i dati e le prove intorno al pericolo di generare tanta più disoccupazione quanto più la si vuol evitare.

 

 

Se, quando scoppia una crisi, gli economisti non invocano per lo più dai governi di correre al salvataggio delle banche e degli industriali pericolanti, anzi, salvo casi ben definiti, affermano il dovere dei governi di lasciare fallire chi deve, ciò non fanno per durezza di cuore; ma perché, analizzando i fatti, studiando le esperienze passate, essi si sono convinti che in generale vale più prevenire che reprimere, val più evitare per tempo che troppi industriali prima perdano la testa immaginando guadagni fantastici e se la rompano poi quando, trovandosi in troppi a fabbricar la stessa merce, la devono svendere a prezzi di fallimento. Né gli economisti perciò consigliano ai governi di scegliere essi, tra i tanti aspiranti industriali, quei pochi che meritano di diventare produttori effettivi. Non consigliano ciò, perché temono l’arbitrio e dubitano forte che in tal modo si scelgano i migliori. Sono invece abbastanza d’accordo nel ritenere debba essere consentito alle banche di emissione di far per tempo il loro mestiere, quello dimostrato efficace da una esperienza secolare: restringere gli sconti, rendere caro il denaro a coloro i quali, quando tutti si montano la testa, corrono con leggerezza a chiedere a prestito il denaro altrui, rarefare i capitali privati disponibili sul mercato, assorbendoli con la vendita di titoli pubblici ecc. ecc. Non consigli dunque, ma dimostrazioni del modo come da una data causa nascono gli inevitabili effetti, e chi non vuole gli effetti non deve volere la causa; non previsioni, ma ricordo di quanto si fece od accadde in passato, affinché gli uomini, dall’esperienza fatti guardinghi, evitino di ricadere negli errori che li condussero dianzi a mali passi. Non gli economisti debbono fabbricar panni di lana artificiale, non essi debbono scegliere fra il coltivar grano o pomodori, sibbene gli industriali e gli agricoltori. Compito degli economisti è di segnalare (ai politici spetta toglierli di mezzo) gli ostacoli artificiali, i quali fanno si che industriali ed agricoltori siano indotti a fare la mala scelta, a produrre la merce costosa piuttosto che quella a basso costo, la cattiva invece di quella buona. Non condurre gli uomini al guinzaglio o porre ad essi le dande come ai bambini, ma sgrombrare [sic] la via dagli sterpi e dalle pietre e poi dire a chi lavora e produce: va e per te ti nutri. Ecco quel che all’incirca, molto all’incirca, possono rispondere gli economisti alle ansiose domande di ammaestramenti e di consigli che ad essi sono rivolte.

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