Tratto da:

La Stampa

Non bis in idem

«La Stampa», 9 ottobre 1900

 

 

 

Da qualche tempo si agita novamente nella stampa italiana, e sembra abbia avuto una eco nell’ultimo Consiglio dei ministri, il problema del dissidio fra le esigenze dei pubblici servizi e le strettezze del bilancio, il quale si rifiuta a nuove spese.

 

 

Da quando le condizioni economiche del Paese cominciarono a migliorare vi è stato un rinnovarsi di tutti gli antichi appetiti e di tutti i desiderii che erano per tanto tempo rimasti insoddisfatti a cagione della crisi che travagliava la nazione e del disavanzo che corrodeva il bilancio dello Stato. Ricominciarono i singoli deputati a fare proposte, che importavano un accrescimento di spese; e si vollero costrurre nuove ferrovie, dotare meglio alcuni servizi, i quali si trovano realmente in stato miserando; rinnovare d’un tratto la marina da guerra, non limitandosi a rinsanguarla gradatamente, come richiede la ragione dei tempi; fomentare il lavoro nazionale con opere pubbliche di grande importanza, ecc., ecc.

 

 

Ora è chiaro che a soddisfare tutte queste esigenze un bilancio come il nostro è assolutamente inadeguato. Con la minaccia perenne del disavanzo, o con un avanzo soggetto a scomparire al minimo colpo di bufera, non si possono colle entrate normali soddisfare i desiderii, che diventano ogni giorno più grandi, di coloro che molto attendono dallo Stato italiano. Questa verità è tanto compresa dai sostenitori della finanza audace, che non dubitano doversi ricorrere ad entrate straordinarie, come all’accensione di nuovi debiti, ed almeno, siccome i debiti nuovi sono troppo antipatici alla generalità del pubblico, alla cessazione dell’ammortamento dei vecchi debiti. Si è scoperto che lo Stato italiano ogni anno ripaga, secondo i patti contrattuali, una quota di debiti redimibili e che alcuni debiti fra non molti anni saranno estinti; e subito si è proposto di sospendere questo ammortamento o di creare un nuovo debito con cui pagare i vecchi, mantenendo immutato l’onere del Tesoro.

 

 

A noi pare che questi sistemi di finanza siano molto pericolosi. Degli effetti della politica spensierata dei debiti noi subiamo tuttora le conseguenze; e non ci pare ragionevole di ritornare a cuor leggero a quella medesima politica che ci ha reso poveri, e che ha ridotto il bilancio nelle attuali condizioni stremate.

 

 

Noi comprendiamo che si possa ricorrere alla creazione di un debito in alcuni determinati casi. Quando sorgono circostanze eccezionali, come una guerra, è chiaro che un bilancio, per quanto saldo, non può colle sole sue risorse ordinarie far fronte alle spese, ed è necessario sopperirvi con un debito. Tutti gli Stati si attengono a tale sistema; ed ancora non è molto l’Inghilterra ha pagato le spese della guerra d’Africa in gran parte con l’emissione di nuovi Consolidati.

 

 

Del pari comprendiamo che per un’opera indiscutibilmente produttiva si possa creare un debito provvedendo al servizio degli interessi e dell’ammortamento con il reddito dell’opera medesima. Ad esempio, per l’ampliazione di un porto di importanza nazionale e di traffico intensamente produttivo come il porto di Genova è ridicolo e funesto tramandare indefinitamente i lavori col pretesto che non ci sono i quattrini e che il bilancio dei lavori pubblici non presenta un margine sufficiente per dedicare 100 milioni all’ampliazione delle calate, dei depositi ferroviari, alla compra di carri, ecc.

 

 

Si tratta qui di un caso in cui una qualsiasi impresa privata non esiterebbe un minuto a contrarre un debito, perché sarebbe sicura di venire ripagata lautamente e rapidamente dall’accresciuto traffico di merci e di persone. Lo Stato deve aver l’energia di seguire lo stesso sistema, o, se non l’ha, deve abbandonare l’amministrazione del porto ad un Corpo autonomo, il quale sarà interessato, magari col concorso di privati, a compiere con denari presi a mutuo le opere rese urgenti dall’incremento del traffico. Ma all’infuori di questi casi, è evidente il pericolo grave di contrarre dei debiti. Se si pensa che circa una metà delle risorse del nostro bilancio è destinata al pagamento degli interessi del Debito pubblico e che appunto a causa del gravame pesantissimo di questi interessi le imposte sono così vessatorie e la elasticità del bilancio è così scarsa, diventa chiara la temerità di coloro i quali vorrebbero continuare a contrarre debiti.

 

 

Tanto più è d’uopo limitarci a far debiti nei casi di grandi necessità nazionali e di opere indiscutibilmente produttive, quando si pone mente alle numerose economie che si possono ancora fare nel bilancio italiano senza alcun danno della ricchezza nazionale e con grandissimo vantaggio dei servizi pubblici realmente utili, i quali ora rimangono anemici per mancanza di fondi.

 

 

È certo che per fare delle economie bisogna avere del coraggio. Solo un Governo vigoroso e cosciente dei propri doveri potrà resistere ai clamori degli interessati, offesi dalle riduzioni. Ma fra un Governo siffatto ed un governo il quale, per compiacere tutti, promette ogni sorta di nuove spese, e per non fare strillare i contribuenti con imposte nuove accresce i debiti e compromette il futuro del Paese, la scelta non può essere dubbia. Il Paese seguirà con entusiasmo quel governo il quale abbia il coraggio di abolire le Sotto-Prefetture per avere i fondi con cui rinsanguare l’Amministrazione dell’interno e migliorare la Polizia; di ridurre le magistrature collegiali per poter pagar meglio i giudici unici e renderli così veramente indipendenti; abolire le Università e le scuole inutili, trasformandoli in Istituti di istruzione adatta ai bisogni locali; togliere via le superfetazioni stravaganti di Commissioni numerose nelle scuole superiori e medie, laddove basterebbe un esaminatore solo, meglio pagato e non costretto ad attendere ad altre occupazioni, ecc., ecc.

 

 

Prima di far dei debiti è necessario avere il coraggio di fare le economie, di togliere via tutti i parassiti, i quali si annidano sul bilancio dello Stato col pretesto di fomentare la vita della Nazione. Ad esempio, quale ragione vi è di continuare a buttar via i denari dei contribuenti pagando decine di milioni di premi alla marina mercantile, premi i quali non sono altro che un tributo – ed un ingiusto tributo – che una classe di cittadini è obbligata a pagare ad un’altra? Aboliamo i premi, e coll’economia fatta provvediamo al rinnovamento della marina da guerra, che ora i competenti dicono ridotta in miserando stato; oppure anche pensiamo a spingere innanzi i lavori del porto di Genova, i quali ridonderanno ad immenso e reale vantaggio del commercio e dell’industria.

 

 

La via che noi dobbiamo percorrere è dunque tale da richiedere coraggio ed abnegazione, ma non è possibile affermare che in fondo ad essa stia la rinuncia dello Stato ai proprii doveri. è una dolorosa verità che molti servizi governativi sono in stato di anemia e non procedono bene per mancanza di fondi: che ai Gabinetti scientifici delle Università viene lesinato il centesimo in modo indecoroso; che ai magistrati non è fatta quella posizione onorevole ed indipendente che ad essi compete, che nella Polizia si verificano per il suo pessimo reclutamento dei brutti fatti. Ma il rimedio a questi innegabili mali non sta nella politica allegra di fare dei debiti senza pensare al domani.

 

 

È dovere stretto dei governanti di provvedere ai bisogni dei servizi pubblici risecando coraggiosamente in quelle spese inutili e perniciose le quali abbondano nel nostro bilancio. Solo quando noi avremo adempiuto a tale dovere, e si presenterà un’emergenza straordinaria nella vita pubblica o sarà evidente l’opportunità di fare subito una grossa spesa produttiva, che non ammetta dilazione senza scapito, solo allora sarà lecito far un debito o tramandare il pattuito rimborso dei debiti antichi.

Torna su