Non bisogna curarsi del disavanzo?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 29/01/1920

Non bisogna curarsi del disavanzo?

«Corriere della Sera», 29 gennaio 1920

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, 574-577

 

 

 

Il bilancio delle poste e telegrafi è in sbilancio di 300 milioni e quello delle ferrovie di 800 milioni di lire all’anno? L’accoglimento delle domande degli agenti porterebbe il disavanzo sino a 1 miliardo e 600 milioni e probabilmente a 2 miliardi di lire? A queste domande, che alla comune dei mortali sembrano degne almeno di attenta considerazione e di risposta ponderata, alcuni dei ferrovieri e dei postelegrafonici non danno alcun peso. Rispondono: «Forseché si guarda a quanto fruttano l’esercito, la marina, la polizia, la magistratura, per misurare, in relazione al reddito del servizio, lo stipendio degli ufficiali e funzionari? Niente affatto. Quei servizi non fruttano nulla; e tuttavia coloro che li fanno andare sono pagati. Tutto il loro stipendio è un deficit per il bilancio dello stato; né per questo motivo qualcuno chiede che esso sia ridotto o soppresso. Altrettanto deve dirsi di noi. Le ferrovie, le poste, i telegrafi, i telefoni non debbono essere considerati come imprese economiche produttive; ma come servizi pubblici da esercitarsi nell’interesse generale. Lo scopo dell’azienda non deve essere il reddito netto, ma il vantaggio generale, anche se questo deve essere ottenuto con un costo per la collettività, chiamata a colmare con imposte il disavanzo dell’azienda».

 

 

Queste le due tesi le quali si possono chiamare l’una del servizio che paga se stesso e l’altra del servizio pagato con i fondi generali delle imposte. Se si considera il problema oggettivamente, nessuna delle due tesi può pretendere di essere vera in tutti i casi.

 

 

Vi sono servizi, per cui la tesi del «servizio che paga se stesso» è manifestamente assurda. Che cosa può fruttare in moneta l’esercito, o la polizia o la giustizia? Nulla. Questi non sono servizi economicamente produttivi. Per essere tale, un servizio deve fornire qualche merce o qualche vantaggio che sia desiderato individualmente e per cui i consumatori si dispongono volontariamente a pagare un prezzo. Si desidera spedire una lettera o fare un viaggio? Il desiderio è individuale, personale. Il singolo che ha il desiderio ha interesse a pagare un prezzo se vuole ottenere il servizio. Ma il desiderio di essere difeso dall’esercito o tutelato dalla pubblica sicurezza o difeso dalla giustizia è un desiderio non del singolo come tale, ma della collettività. Questa vuole difeso il territorio nazionale, tutelata la sicurezza, restaurata la giustizia. Epperciò la collettività , ossia tutti gli individui insieme, esige che questi bisogni siano senz’altro soddisfatti, prima che il nemico invada il territorio nazionale, che i ladri e gli assassini infestino le strade, che tutti si facciano giustizia da sé. Quindi il singolo non ha interesse a pagare nulla spontaneamente, perché il suo bisogno è già soddisfatto. Epperciò occorre fargli pagare obbligatoriamente le imposte necessarie e far procedere i servizi.

 

 

Questi servizi debbono essere necessariamente improduttivi; tutto il loro costo deve essere un deficit e deve essere coperto colle imposte. Se così non si facesse, i servizi pubblici destinati alla collettività e non ai singoli non potrebbero funzionare, sebbene la loro necessità sia evidente.

 

 

Vi sono invece altri servizi pubblici i quali debbono essere geriti con criteri differenti. Le poste e le ferrovie debbono essere pagate da chi se ne serve. Chi spedisce una lettera od un telegramma deve pagarne il prezzo; e chi non sente il bisogno di tenere corrispondenze non paga nulla. Che giustizia vi sarebbe a far pagare il prezzo del biglietto di ferrovia anche a chi sta a casa? Paghi chi viaggia o chi spedisce merci, non colui il quale non sente il bisogno di ricorrere alla ferrovia. Questo è un principio di verità intuitiva, evidente. Sarebbe una stravaganza pensare il contrario. Il principio rimane vero anche se le poste e le ferrovie sono esercitate dallo stato come servizi pubblici. Lo stato avrà assunto questi servigi per ragioni diverse, per migliorarne il funzionamento, per impedire a privati esercenti di esigere prezzi di monopolio ecc. ecc. Non può, non deve il fatto dell’assunzione da parte dello stato condurre alla conseguenza, che sarebbe somma ingiustizia, di far pagare le poste e le ferrovie a chi non spedisce lettere o merci o non viaggia.

 

 

In principio ed in generale, il disavanzo nelle poste e nelle ferrovie è una ingiustizia. Esso è inammissibile. Quanto più esso ingrossa, tanto più è evidente che si commette e si ingigantisce una ingiustizia grave a favore di chi gode e a danno di chi non gode del pubblico servizio.

 

 

Naturalmente, quel principio deve essere applicato entro i limiti entro cui è valido. Se il servizio del trasporto della lettera vale realmente 25 centesimi si può far pagare altrettanto il francobollo. Ma se il servizio vale 25, non si può far pagare 30 o 40 o 50 centesimi, anche se il servizio costa 30 o 40 o 50 centesimi. Si può far pagare un viaggio 100 lire, se vale tanto. Ma se vale 100 e costa allo stato 200, il prezzo non può salire oltre 100.

 

 

Ora ci possono essere motivi buoni e motivi cattivi per cui il servizio ferroviario o postale costa di più di quel che vale; e quindi ci possono essere motivi buoni e motivi cattivi di un disavanzo nei bilanci delle due aziende.

 

 

Tra i motivi buoni si può ricordare: il fatto che poste e ferrovie servono a scopi strategici, militari o sono anche esercitate in regioni arretrate allo scopo di promuovere in avvenire uno sviluppo economico che adesso non esiste. Se, per questi motivi, esiste un disavanzo nei due bilanci, esso è giustificato e giustamente i contribuenti dovranno essere chiamati a saldare il conto con imposte. Essi godono i benefici militari o politici o economici del servizio e giustamente debbono sopportarne il costo. Sarebbe preferibile, per la sincerità dei bilanci, che i contribuenti fossero chiamati a pagare la somma a titolo di maggior stanziamento del bilancio della guerra, piuttostoché di disavanzo nel bilancio ferroviario; ma non v’è dubbio che l’onere cade su di essi.

 

 

Tra i motivi cattivi si possono ricordare: l’essere una ferrovia dovuta a motivi elettorali, essere il servizio male organizzato, essere gli stipendi del personale superiori a quelli correnti per lavori similari, essere il personale esuberante. In tal caso il disavanzo è biasimevole ed i contribuenti hanno ragione di ribellarsi a pagarne il saldo; e nel tempo stesso sarebbe assurdo aumentare le tariffe a carico degli utenti, quando l’utilità del servizio per essi non è cresciuta. Bisogna a volta a volta cercare la causa del disavanzo ed attaccarla di fronte: ridurre al minimo le corse sulle ferrovie elettorali, riorganizzare il servizio, ridurre il personale, pagarlo alla stregua degli altri lavoratori.

 

 

I ferrovieri hanno diritto ad avere salari e stipendi economici, ossia uguali, tenendo conto dei compensi accessori, delle pensioni, della continuità, ecc. ecc., a quelli correnti per gli altri lavoratori della stessa natura. Se, per causa di questi salari, il disavanzo cresce, esso deve essere coperto con aumento di tariffe o con una migliore organizzazione del servizio o riversandolo sulle imposte, in quanto i ferrovieri rendono servizi utili alla collettività intiera. Ma i ferrovieri, i quali chiedono un aumento di salari, hanno l’obbligo di dimostrare o che i loro salari attuali sono inferiori, tutto compreso, ai salari correnti per lavori simili o che i salari chiesti, sebbene superiori ai normali, possono ottenersi, senza crescere il disavanzo, con una migliore organizzazione del servizio. Il «meglio» non deve essere una vaga affermazione, ma un dato concreto confortato da dimostrazioni precise. Nessuno deve dire con leggerezza che il disavanzo nei servizi pubblici è un fatto naturale e giusto. Il disavanzo deve rimanere una eccezione, perché in principio è una ingiustizia. Esso può essere tollerato solo quando risponde a vantaggi concreti, precisi della collettività. Il servizio, anche pubblico, in generale deve bastare a se stesso. L’eventuale disavanzo deve essere giustificato con buone, solide ragioni. Bisogna indicare, almeno approssimativamente, quali sono e quanto valgono, in lire e milioni di lire, i benefici singoli e concreti che la collettività ricava dal disavanzo. Se questo non si sa fare, vuol dire che il disavanzo è una iniquità intollerabile.

Torna su