Non cantabit

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 09/12/1947

Non cantabit

«Corriere della Sera», 9 dicembre 1947

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 350-354

 

 

 

 

Cantabit vacuus coram latrone viator. Ride cantando o canta ridendo il viandante sorpreso senza un soldo sulla strada maestra dal malandrino. Quando non si ha in tasca nemmeno l’orologio, e gli abiti non val la pena di portarli via, viandante e brigante possono darsi la mano ed andar ciascuno con Dio. Dionigi il Vecchio, tiranno di Siracusa, ad ogni stringimento di vite delle imposte mandava gli informatori per i crocicchi e per le piazze e finché le spie gli riferirono che i siracusani camminavano mesti ed irosi gli uni contro gli altri, seguitò a crescere i giri della vite. Solo quando, dopo il bando di nuovo feroce balzello, gli informatori gli raccontarono, stupefatti, di aver visto i cittadini incontrarsi ed abbracciarsi con ilare viso, pronunciò: «Ora basta! È chiaro che oramai nulla resta, per i miei esattori, da portar via ai cittadini».

 

 

Si può, oggi, prestare fede alla sapienza dei broccardi venerandi ed a quella dei racconti di Plutarco? Ahimè no, od almeno non gli può prestar fede il personaggio più nudo fra quanti viandanti errano, coperti di pochi drappi, per le vie della terra. Quel personaggio, si chiami, a seconda dei paesi e dei tempi, ministro delle finanze o del tesoro o del bilancio, se ne va oggi, un po’ dappertutto, povero e nudo e dovrebbe reputare di essere al sicuro dalle domande timide o minacciose dei suoi simili; chi nulla ha, che cosa può dare? A chi può unicamente rammostrare i 300 miliardi di disavanzo del bilancio pubblico che cosa si può chiedere? A chi possiede soltanto ricchezze o quantità che in aritmetica si dicono negative, od allinea costantemente da qualche mese nei saldi della sua contabilità cifre rosse; a chi sta cioè sotto zero, c’è qualcuno il quale osi chiedere, nonché miliardi, centinaia o migliaia di lire?

 

 

Eppure no. Quel che al misero uomo privato nessuno chiede, tutti chiedono al misero uomo pubblico. Accade per i denari quel che per i posti. Invano ti sforzi a spiegare al postulante che quell’istituto, che quella banca, che quell’ufficio non ha posti vacanti, che anzi vi sono più impiegati di quel che vi siano sedie disponibili, che v’è ingombro e sarebbe necessario licenziare gente per non perdere o per non fare acrobazie allo scopo di dimostrare di non perdere; che, a continuar su questa china, ben presto non si potranno più pagare stipendi e salari perché in cassa non ci sarà più un soldo, né si potrà più accattare una lira a prestito; tempo perso. Il postulante strizza l’occhio e replica: se lei vuole, può; a me basta un posto solo, un piccolo impiego, che basti a campare; siamo in tanti in casa ed il guadagno del padre non basta a sfamar tutti; un impiego di più non manda in rovina una casa così grossa, su cui vivono tante migliaia di impiegati. Viene in mente la favola dell’asino di cui la soma è caricata di un granello solo per volta. E così piccola cosa un chicco di grano! Eppure alla fine l’asino paziente stramazza a terra, per non alzarsi più.

 

 

Così è del bilancio dello stato. Non giova rammostrare i 300 miliardi di disavanzo, ricordare quel che dovrebbe essere evidente per tutti, non essere cioè un buco, un vuoto, una quantità negativa, un meno che zero materia interessante per nessuno. Acqua fresca che passa e non lascia traccia. I più benevoli strizzano l’occhio e: milione più milione meno, scusate l’errore: miliardo più miliardo meno non conta; potete aggiungere senza timore una unità al buco dei 300. I più impazienti inviano telegrammi furibondi, minacciosi di rappresaglie immediate se subito non si ubbidisce al comando di allargare il buco.

 

 

Se Tizio viene richiesto dall’amico di trarre a favor suo un assegno sul proprio conto corrente che ha già il saldo scritto in rosso, Tizio agevolmente si difende osservando di non volere, traendo un assegno a vuoto, andare in galera al solo scopo di usare compiacenza. Ma tuttodì siffatte richieste di trarre assegni a vuoto sono fatte ai tesorieri dello stato. Capitò in un solo giorno ad uno di costoro di vedersi presentare domanda di assegni a vuoto per 52 miliardi. Pochi, gli osservò un collega. Se si addizionano le cifre di parecchi giorni, si arrivi a montanti ben più grossi.

 

 

Come accade che gente per bene, la quale guarderebbe con orrore alla mera supposizione di potere per errore mettere la firma sotto un assegno tirato sopra una banca, senza essere sicuri di possedere i fondi necessari ad onorare l’assegno, come accade che questi dabbenuomini non si facciano alcuno scrupolo di richiedere e poi insistere nel richiedere e quindi gridare e minacciare se il tesoriere dello stato non si arrende subito, con entusiasmo, all’invito di commettere quel che per l’individuo sarebbe sicuramente un reato? Come accade che tutti strizzino l’occhio, guardino senza commuoversi la filza dei saldi scritti in rosso e concludano unanimi: poiché si fece trenta, si faccia trentuno. Un piccolo miliardetto, una piccola decina di miliardi in più non fa né ficca. Dopo il trenta viene il trentuno; se si sono dati miliardi per il nord, se ne devono dare per il sud; se si sono dati per le meccaniche, bisogna darli per l’olio che non si vende neppure ai prezzi d’ammasso; per la seta che non si vende affatto e su cui i setaioli perdono 3000 lire al chilogrammo; per le piccole e medie aziende, le quali non sono pagate dalle grosse; per gli artigiani i quali veggono i clienti disertare i loro laboratori; per gli agricoltori posti di fronte al rovinio dei prezzi del bestiame che debbono mandare al macello, perché i fienili sono paurosamente scarsi di fieno e così via dicendo.

 

 

Come accada che nessuno abbia la minima esitazione nel chiedere ai tesorieri dello stato di trarre assegni a vuoto su un conto corrente con saldo in rosso, ossia negativo, è notissimo. Esiste invero una differenza fondamentale fra il privato e lo stato. Il privato non può obbligare nessuno a pigliar sul serio i suoi assegni a vuoto; anzi se tenta il colpo corre il rischio di essere acciuffato e condotto a guardare il sole a scacchi. Ma gli assegni sul disavanzo, emessi dal tesoriere dello stato, si chiamano biglietti della Banca d’Italia ed hanno il privilegio del corso forzoso. I cittadini, il signor pubblico, il signor tutto il mondo, sono obbligati ad accettare in pagamento dei loro crediti gli assegni tirati dallo stato sui torchi della Banca d’Italia. Eccetto brevi intervalli, noi viviamo in regime di corso forzoso dei biglietti di banca sino dal 1866; e si può riconoscere l’impossibilità di presto uscirne; anzi si può riconoscere che il regime possa funzionare abbastanza bene, risparmiando al paese la fatica occorrente per cambiar metodo e ritornare al regime aureo, ed ancora si può ammettere che entro limiti prudenziali, si possa e talvolta si debba nell’interesse pubblico procedere, con i biglietti, a salvataggi di questa o quella impresa industriale od agricola o bancaria. Tanti anni fa, Maffeo Pantaleoni, acutissimo analizzatore dei disastri economici, in uno stupendo saggio su La caduta del credito mobiliare scrisse la teoria dei salvataggi; ed a quel che egli disse nulla vi è da aggiungere. Salvataggi se ne possono e se ne debbono fare in ogni momento storico, quando sia in gioco l’interesse pubblico.

 

 

Ad una condizione: che coloro i quali chiedono e coloro i quali autorizzano i salvataggi sappiano di commettere un atto moralmente condannabile, socialmente iniquo ed economicamente pericoloso. Posti dinnanzi alla scelta fra il pericolo immediato per l’ordine pubblico ed il male, ci si può decidere per il male; purché chi chiede e chi concede sappiano di chiedere e concedere il male.

 

 

Aumentare consapevolmente e volutamente la circolazione dei biglietti allo scopo di correre al salvataggio di questa o quella impresa pericolante, la quale non può pagare l’indomani i salari e non li può pagare, – in parte quale parte? – a causa di quel divieto dei licenziamenti, che è oggi il massimo produttore in Italia di disoccupazione operaia, ed in parte a causa di errori commessi in passato dai dirigenti, può essere e, in determinati casi, è una necessità politica; ma coloro i quali si sottomettono alla necessità debbono aver ben chiaro in mente che essi commettono un atto:

 

 

  • moralmente condannabile, perché è male trarre assegni a vuoto ed il male morale non cessa di essere tale solo perché compiuto dall’uomo pubblico invece che dal privato;

 

  • socialmente iniquo, perché la svalutazione della moneta, conseguente all’aumento della circolazione a scopo di salvataggio, va massimamente a danno delle classi non organizzate, dei ceti medi dei risparmiatori e dei lavoratori indifesi e, tra i lavoratori, di quelli peggio pagati;

 

  • economicamente pericoloso, perché con le emissioni a vuoto di pezzi di carta si tamponano per il momento le falle più pericolose negli argini del fiume in piena; ma il livello della piena continua perciò a crescere ed il tamponamento degli argini diventa di giorno in giorno più difficile.

 

 

Giova compiere un atto, sapendo che esso è moralmente condannabile, socialmente iniquo, ed economicamente pericoloso? Non so se il quesito sia ben posto di fronte ad un atto, il quale politicamente sia ritenuto necessario per la salvaguardia dell’ordine pubblico, supremo compito dello stato, di qualunque stato. Mi pare certissimo però che giovi sapere, nel momento dell’inchinarsi alla necessità, di compiere un atto il quale ha i connotati morali, sociali ed economici sopra elencati. Giova in quel momento non illudersi sulla natura di ciò che si fa, non immaginare di fare invece cosa buona, socialmente giusta ed economicamente vantaggiosa. Chi chiede salvataggi, li presenta sempre con l’orpello di false virtù e trova sempre patroni disposti ad avallare con sofismi inverecondi la tesi contraria alla morale ed alla economia. La consapevolezza del male compiuto può dunque porre freni al male medesimo, conseguendo così quel migliore risultato a cui, nell’ordine delle cose possibili, è consentito ai miseri mortali di aspirare.

Torna su