Non crearli

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 24/03/1961

Non crearli

«Corriere della Sera», 24 marzo 1961

 

 

 

La lotta contro i monopoli ha in Italia una storia non priva d’interesse. Uomini politici, partiti, studiosi paiono d’accordo; ma intanto i disegni di legge marcano il passo. Siccome su queste stesse colonne ed altrove ho preso parte anch’io, da poco meno di sessanta anni in qua, alla campagna, ho finito per concludere che qualche errore di tattica può avere contribuito allo scarso avanzamento della legislazione italiana in materia.

 

 

Se il problema fosse stato affrontato non nel suo insieme, ma nei suoi vari aspetti, ad uno ad uno, forse qualche risultato parziale bensì, ma non inutile, si sarebbe oggi ottenuto; e un passo dopo l’altro, si potrebbe camminare innanzi più speditamente alla meta. Forse, l’errore non c’è stato; e forse soltanto l’attacco frontale, pieno nel quale siano impegnate tutte le forze vive del paese, può riuscire. Val la pena, tuttavia, visto che niente si è fatto, né a pezzi e bocconi né tutto in una volta, dire quali sarebbero, a parer mio, le prime tappe della legislazione sui monopoli.

 

 

Pareva a me, e parrebbe tuttora a lume di buon senso, che la primissima cosa da fare sarebbe che, volendosi regolare, frenare, impedire monopoli, si cominciasse a «non crearli ad opera dello stato»: Vana speranza: tuttodì il legislatore crea, inventa monopoli nuovi.

 

 

Gli antichi, divenuti venerandi, nessuno pensa a metterli in forse. Chi si ricorda che, quando furono creati, per lo più nel seicento, i monopoli del lotto, e del tabacco, a tacere quello del sale, esistente ad immemorabile, i principi fondatori li avevano giustificati con motivazioni non meno pretestuose di quelle addotte in difesa delle proposte odierne?

 

 

Gli editti i quali cominciano: «considerata la necessità di salvaguardare i nostri fedeli sudditi dalle astuzie di chi tiene i banchi detti del lotto e ne trae indebiti lucri a danno dei partecipanti a siffatti giochi di sorte, decidiamo, vogliamo, ordiniamo e decretiamo che nessuno possa d’or innanzi, fuor di noi, esercitare ufficio siffatto….»; ovvero :«considerando che l’usanza recentemente introdotta del fumare foglie di estrazione forestiera, sia macinate come intiere, ha dato luogo a malattie diverse e nuovissime e persino ad avvelenamenti, decidiamo a tutela della pubblica sanità e nell’intento di alleviare il dispendio degli addetti a siffatte pratiche nocive, di assumere noi la privativa della foglia detta del tabacco ecc. ecc.»; e la conseguenza fu che il principe, non soggetto a concorrenza, finì di vendere le speranze di vincite al lotto con lucri i quali vanno sino al 90 e più per cento del valore teorico ossia del prezzo che sarebbe dovuto al vincitore, se l’industria fosse esercitata in condizioni di libera concorrenza perfetta; ed il tabacco finì, a tacere della qualità, per essere venduto ad un prezzo che in Italia in media è cinque volte almeno quello di costo.

Nessuno discute più, per rispetto alla tradizione secolare, se quello del monopolio sia il metodo di riscossione dell’imposta che è ottima, più redditizia per l’erario o se per avventura quello dell’imposta esatta a carico dei produttori di tabacchi lavorati, usato con successo altrove, non abbia il vantaggio, fra l’altro, di consentire all’imprenditore di acquistare la materia prima dove è migliore ed a più buon mercato, regola osservata anche in Italia fino al principio del secolo ed abbandonata per le pressioni che sullo stato sono esercitate dagli agricoltori desiderosi di coltivare e vendere la foglia di tabacco a prezzi particolarmente remunerativi.

 

 

Ancora al principio del secolo, si crea il monopolio dello zolfo per lottare, dicevasi, con successo contro la concorrenza nord – americana; ed oggi l’industria è serbata in vita a spese dei contribuenti. Preso con l’acqua alla gola, nell’imminenza della scadenza delle convenzioni, che il parlamento non osa o non sa rinnovare convenientemente, lo stato assume nel 1905 l’esercizio delle ferrovie illudendosi che queste, trasformate da privato in pubblico monopolio, continuino a dare un tal quale reddito; ed invece leggemmo per anni sui giornali la rubrica quotidiana del «disservizio» ferroviario; ed oggi il disavanzo ammonta ad un numero imprecisato di miliardi, crescente per la pressione di un esercito di agenti e di pensionati che supera il numero imponente dei trecentomila; e crescente altresì per la concorrenza di trasporti su strada, che ha fatto venir meno il privilegio del monopolio del sale.

 

 

 

Via via, passano gli anni ed ogni regime politico dona allo stato qualche nuovo monopolio; prima il tentativo su queste colonne vivamente combattuto, del monopolio delle assicurazioni sulla vita; e poi, sotto la spinta di vicende accidentali, le nazionalizzazioni delle banche, della navigazione sovvenzionata di linea, della siderurgia; e quindi del metano nella intera valle del Po; e Dio ce la mandi buona e conservi per decenni allo stato il provento netto delle parecchie decine di miliardi che il monopolio di quel gas naturale «dovrebbe» dare all’erario!

 

 

Questi sono tuttavia solo i monopoli volutamente od accidentalmente creati dal legislatore. Assai più numerosi sono i monopoli o pseudo – o simil – o quasi – monopoli privati favoriti o promossi o voluti dallo stato. Sempre su queste colonne, polemizzai a lungo avverso gli industriali dello zucchero, della siderurgia, dei tessili non perché godevano di protezione, ma perché la protezione che in principio poteva essere giustificata pro – tempore, era oramai durata troppo a lungo. Il dazio doganale di dieci lire, ad esempio, per unità di misura fu legittimato quali difesa delle industrie giovani bisognose di essere, quando muovono i primi passi, protette contro i concorrenti stranieri antichi, agguerriti, forniti di impianti ammortizzati, provveduti di credito a buon mercato, ricchi di esperienza tecnica e commerciale ed aiutati da una maestranza peritissima? Il principio, della protezione alle industrie giovani, detto di Giovanni Stuart Mill dal nome del suo più celebre espositore ed in realtà dichiarato da assai più tempo, fin dal sei e dal settecento, diceva: diamo alle industrie giovani, alle industrie nuove una protezione temporanea di dieci, di vent’anni; vietiamo per un tempo, lungo per la vita umana e breve per le vicende umane, alla merce straniera di entrare nello stato.

 

 

La industria nazionale nascerà, si agguerrirà anch’essa, conquisterà prima il mercato nazionale e poi quello estero, addestrerà dirigenti, tecnici, operai sinché, chiuso il tempo della prova, le barriere daziarie possano essere abbattute e

l’industria nazionale possa far godere ai consumatori i vantaggi di una produzione nostrana, migliore di quella forestiera, a prezzi non superiori a quelli internazionali.

 

 

Su questo fondamento, e solo su questo, si fonda l’edificio dei dazi doganali protettivi; ed esso poggia tutto sulla durata temporanea della protezione.

 

 

è inutile dire tutte le ragioni per le quali le industrie, invecchiando, non accadde mai divenissero adulte e non più bisognose delle dande protezionistiche: ma, di fatto, da giovani diventassero bambine od infanti; e sempre più bisognose di dazi e di protezioni. Dal 1810, se non erro, data dell’editto napoleonico di Milano, contro la concorrenza inglese, dura la protezione doganale alla industria dello zucchero; e la sua necessità, conclamata ad una voce da zuccherieri e da bieticultori, non è venuta apparentemente meno.

 

 

Se non fosse venuto il MEC o mercato comune, coadiuvato da altre parecchie lettere dell’alfabeto, sempre nuovi dazi doganali sarebbero creati ogni anno; ed i vecchi dazi sarebbero serbati religiosamente in vita, finché qualche inaspettata diavoleria, ovverosia convenzione internazionale, non costringa a diminuirli.

 

 

Dazi doganali, a cui in tempi recenti si sono affiancati contingenti, restrizioni valutarie, precauzioni sanitarie, ecc. ecc. vogliono dire monopoli. Dimostravo qui stesso, cinquant’anni addietro, che dazi doganali e monopoli o monopoloidi o quasi – monopoli sono zuppa e pan bagnato. Se le frontiere sono aperte od almeno non chiuse alla concorrenza estera, come è possibile il monopolio del produttore nazionale? Con le arie che tirano dappertutto, le intese tra produttori per tirar su i prezzi sono, sul mercato internazionale, estremamente difficili. All’interno, se le frontiere sono presidiate da dazi, contingenti ecc. ecc. non è invece disagevole mettersi d’accordo.

 

 

Non occorrono scritture formali, ché anche a voce ci si può intendere. è bastato si avvicinassero nel tempo le riduzioni di dazio, divenute obbligatorie in virtù delle già lodate lettere dell’alfabeto (MEC, GATT, ecc.), perché i listini dei prezzi delle automobili segnassero riduzioni, che paiono apprezzate dagli utenti.

 

 

Eppure sebbene l’efficacia del rimedio sia chiara di questo primo nell’ordine gerarchico dei rimedi possibili, strumento di lotta contro i monopoli non si sente parlare. Questo «primo» strumento di lotta non costa nulla, non uffici, non tribunali, non procedure faticose.

 

 

Basta abolire o ridurre gradatamente i dazi protettivi. L’erario non sacrifica nulla salvo certe miserevoli riscossioni fasulle, che costano assai più del rendimento. Basta una deliberazione del parlamento. Eppure se non fosse del GATT, del MEC e di altrettanti iniziali misteriose i monopoli rimarrebbero indisturbati all’ombra delle tariffe doganali.

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