Non più elezioni generali

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 22/08/1899

Non più elezioni generali

«La Stampa», 22 agosto 1899

 

 

 

Le ultime notizie venute da Roma danno per sicuro che le elezioni non si faranno.

 

 

Noi siamo profondamente lieti di questa resipiscenza del Governo, il quale ha dovuto battere in ritirata dinanzi alle critiche mosse da una gran parte della stampa italiana alla pericolosa idea di volere indire i comizi generali.

 

 

È inutile volere ritornare adesso sui motivi che abbiamo ripetutamente addotti per dimostrare che le elezioni generali non si dovevano fare. Il Governo, riconoscendo la inopportunità delle elezioni, ha dimostrato di avere riconosciuto la giustezza delle nostre affermazioni. Piuttosto vogliamo accennare ad alcuni avvenimenti recenti, i quali mettono in chiaro che le elezioni sarebbero nel momento presente riuscite più pericolose che mai.

 

 

La situazione internazionale non è fra le più tranquille. I torbidi francesi costituiscono un permanente pericolo per la vicina Repubblica. L’affare Dreyfus, colle sue continue sorprese, e con le intemperanze di cui danno prova i suoi ufficiali di stato maggiore, richiede l’attenzione insistente del nostro Governo affinché non sia lesa la onoratezza dei suoi rappresentanti all’estero.

 

 

La questione della Cina, che va risolvendosi nel ridicolo, richiede anch’essa che l’attenzione del Governo non venga tutta concentrata in problemi di indole interna, come forzatamente avverrebbe qualora si convocassero gli elettori.

 

 

Eppoi, francamente, nessuna grande questione esiste, oggi, in Italia che non sia stata discussa e ridiscussa le mille volte in modo tale da non avere alcun bisogno di passare novamente attraverso al vaglio della critica elettorale.

 

 

Del resto è vano sperare che gli elettori possano formarsi, di certe questioni complesse e difficili, un’idea sicura. Essi non si lasciano muovere da un programma largo ed organico di Governo, ma invece da pochi principii generali, di facile intelligenza, atti a fare impressioni sugli animi popolari. Questi pochi principii di solito devono fare appello al sentimento e non all’intelligenza.

 

 

Lo abbiamo veduto nelle ultime elezioni avvenute a Milano, a Forlì ed a Ravenna. Ivi si sono visti stretti in abbraccio fraterno partiti di indole diversissima: gli uni i quali vogliono distrutta l’attuale organizzazione sociale per sostituirvene un’altra poggiata sulla proprietà collettiva; gli altri, difensori della proprietà privata e di tutte le idee della cosidetta borghesia, più odiate dai primi.

 

 

Eppure, tutta questa gente così diversa si è insieme unita perché aveva dinanzi a sé uno di quegli scopi chiari, precisi e semplici che commovono profondamente il sentimento delle masse: la protesta contro taluni atti del Governo, ritenuti da tutte quelle masse e da tutti quei partiti come lesivi della libertà dei cittadini.

 

 

Ora non sarebbe improbabile che quel fenomeno di concentramento dei partiti popolari, che noi abbiamo predetto e che si è verificato nelle città suddette, risultando alla vittoria dei candidati socialisti e repubblicani, si avverasse di nuovo nelle elezioni generali, e mandasse al Parlamento una forte schiera dei rappresentanti dei partiti costituzionali. Il Governo ha capito il pericolo e ha ripiegato la bandiera anche per impedire, prima che si delineasse, un movimento che era stato a mala pena adombrato, e che per lui poteva avere un sapore di forte agrume ben più che non il concentramento dei partiti radico-socialisti-repubblicani: vogliamo accennare alla intesa temporanea allo scopo di difendere le pubbliche libertà minacciate fra tutte le frazioni delle parti più liberali della Camera fino alla Estrema Sinistra.

 

 

Il Governo, intimorito dal pericolo, ha fatto smentire le voci di elezioni generali ed ha detto di volersi consacrare allo studio dei problemi di indole finanziaria ed economica.

 

 

Veramente è gran tempo che si parla di riforme tributarie senza che si sia mai riescito a concludere nulla. Il Governo presente avrebbe, a questo riguardo, la opportunità di compiere riforme tributarie con una facilità maggiore dei Governi precedenti, che si dibattevano in mezzo a difficoltà economiche ed alla crisi gravissima attraversata dal Paese.

 

 

Ora che le cose si vanno rimettendo in bene e che una nuova ondata di prosperità sembra pervadere il Paese, il Governo potrebbe pigliare occasione per attuare le riforme sempre promesse e sempre invano. Gli studiosi della storia finanziaria dell’Inghilterra sanno che le riforme maggiori si iniziarono appunto agli inizi del periodo di prosperità. Così si dovrebbe fare anche da noi in modo graduale e saggio. Anche questo è un motivo grandissimo per non piombare il Governo in un’agitazione inconsulta a cagione delle elezioni generali.

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