Nord e Sud

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 16/06/1900

Nord e Sud

«La Stampa», 16 e 23[1] giugno 1900

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 191-200

 

 

I

 

È il titolo di un libro pubblicato di questi giorni da Francesco S. Nitti e scritto con grande desiderio di verità, per un grande scopo di bene[2].

 

 

Il libro è destinato ad avere grande fortuna e ad essere largamente discusso non solo per la forma attraente e la sostanza pensata delle cose dette, ma anche perché corrisponde ad un bisogno critico dell’anima italiana nel presente momento.

 

 

Accade nelle nazioni come negli individui: alle epoche di entusiasmo irrefrenato seguono le epoche di critica e di riflessione, durante le quali le opere del passato vengono sottoposte allo scalpello notomizzatore della critica indagatrice.

 

 

Tutti gli stati sono passati attraverso a queste due epoche diverse, eccetto alcuni che per speciali circostanze storiche seppero costituirsi in guisa durevolmente accetta a tutte le parti del territorio nazionale.

 

 

Quando una nazione si costituisce ad unità ed a parecchi piccoli stati sorge il nuovo grande stato, gli animi degli statisti e dei combattenti sono così pervasi dal fuoco sacro dell’amor patrio che sdegnano occuparsi delle conseguenze finanziarie dell’unione celebrata in mezzo all’ebbrezza universale. Sembra allora vil cosa l’occuparsi a formare il bilancio del dare e dell’avere delle varie parti, prima disunite, del territorio nazionale; ed appare volgare l’indagine se una delle parti subisca qualche perdita finanziaria dall’unione.

 

 

È bene che così accada in quelle epoche eroiche in cui si formano le grandi nazioni, perché altrimenti nulla di grande si sarebbe mai potuto fare e non sarebbero sorti gli stati moderni e l’Italia sarebbe ancora divisa in piccoli stati e sottoposta al giogo straniero.

 

 

Ma è altresì umano che dopo, quando l’unità nazionale è stata cementata dal sangue dei martiri, vengano gli indagatori a vagliare sottilmente le ragioni del dare e dell’avere fra le varie province unite.

 

 

Né si può dire che la loro opera sia funesta al sentimento unitario ed all’avvenire della patria una. Nel mondo moderno le cagioni di dissidio non cessano di esistere soltanto perché sono tenute nascoste. Il male anzi sembra più grande allora di quanto in realtà non sia perché se ne ignorano la natura e la estensione vere e non si conoscono i mezzi atti a curarlo. Se invece le ragioni di malcontento di una regione verso l’altra sono messe in chiara luce, è possibile toglierle, cementando in tal modo ancora più l’unità nazionale, che potrebbe correre pericolo se il male covasse a lungo sotto le ceneri, per divampare d’un tratto in un incendio devastatore.

 

 

Il problema della equa ripartizione delle entrate e delle spese dello stato, se altrove è stato a lungo pubblicamente discusso, in Italia ha formato soltanto oggetto di conversazioni private, fatte nel tono in che si parla delle cose da tutti risapute e che nessuno vuol dire, quasi si trattasse di cose vergognose.

 

 

Nel nord molti sono persuasi che il sud abbia sfruttato l’Italia nuova e che il bilancio italiano sia stato gravato a torto per costruire ferrovie inutili nel mezzogiorno e per mantenere un organismo complicato di governo in un paese di gran lunga inferiore in civiltà al settentrione.

 

 

Nel sud si ha l’opinione opposta, credendosi dai più che i danni economici

della unione superino i benefizi.

 

 

L’opera del Nitti giunge in buon punto per sostituire alle private mormorazioni la pubblica discussione, alle dicerie vaghe le dimostrazioni a base di statistiche precise.

 

 

Nord e sud è stato scritto da un meridionale; ma siccome si tratta di uno scienziato il quale ha studiato a lungo e serenamente ed ha scritto per fine di bene e per dire il vero, noi settentrionali abbiamo il dovere di ascoltare la sua parola.

 

 

Dopo la discuteremo perché dal dibattito sprizzi fuori la verità che deve essere feconda di bene all’Italia nostra.

 

 

Ecco intanto riassunta per sommi capi la parola del Nitti:

 

 

Quando l’Italia si costituì le imposte erano gravissime nel settentrione ed un debito pubblico assai alto gravava sul Piemonte. Nel mezzogiorno invece le entrate erano poche e lievi e di facile riscossione; il debito pubblico tenue e la rendita da lunghi anni al disopra della pari.

 

 

È vero che il mezzogiorno difettava di strade, ferrovie, scuole, mentre il Piemonte aveva già percorso gran tratto sul cammino della civiltà moderna. Ma ciò avrebbe dovuto consigliare all’Italia nuova di rivolgere le sue cure sovratutto al mezzogiorno per alzarne il livello materiale ed intellettuale. Invece, in parte per necessità ed in parte per volontà, accadde l’opposto.

 

 

Il mezzogiorno ha sempre dato allo stato unitario più di quanto non abbia ricevuto. Ecco le spese dello stato per ogni 10 lire di imposte e tasse:

 

 

Piemonte 8,49 Umbria 5,97
Liguria 13,49 Abruzzi e Molise 4,82
Lombardia 8,32 Campania 8,78
Veneto 7,50 Puglie 4,35
Emilia e Romagna 6,48 Basilicata 4,72
Toscana 9,97 Calabria 6,07
Marche 7,57 Sicilia 8,00
Lazio 12,02 Sardegna 8,10

 

 

Nella Francia ed in molti degli stati più progrediti sono le regioni più povere quelle che ricevono più che non diano; in Italia sono le regioni più povere che danno assai più che non ricevano. È in questo fatto, dice il Nitti, la causa maggiore della depressione, che sembra aver colpito l’Italia meridionale.

 

 

Scendendo ai particolari, si osserva che il mezzogiorno prima dell’unità, aveva un esercito di centomila uomini, i quali vivevano e spendevano il loro soldo nel paese. Più che 30 mila soldati erano permanentemente nella città di Napoli e nei dintorni. Ora l’esercito è concentrato verso il nord, 121 mila uomini nel settentrione, 70 mila nel centro e 51 mila nel mezzogiorno. Si tratta di una necessità militare inevitabile, la quale non toglie che delle spese militari si giovino sovratutto il nord ed il centro. E quel che si dice dell’esercito, si può ripetere per le scuole militari, per la marina, concentrata tra Livorno, Spezia e Genova, gli arsenali, ecc.

 

 

Le 17 università di stato sono in numero di 4 nell’Italia settentrionale, di 7 nella centrale, di 1 nella meridionale, di 3 in Sicilia e di 2 in Sardegna. Per l’unica università del mezzogiorno si spende assai meno che per quella di Roma, la quale ha pure appena la terza parte degli studenti di Napoli.

 

 

Lo stesso si dica dei licei, ginnasi, istituti tecnici, scuole tecniche, biblioteche, musei, gallerie, sussidi alle scuole elementari povere, ecc. In tutti i casi lo stato spende più nel nord e nel centro che nel sud; ed i professori più scadenti sono mandati nel mezzogiorno, come anche i magistrati novellini.

 

 

Prima dell’unità i magistrati a Napoli erano pochi ed avevano stipendi elevati. Dopo si estese anche al mezzogiorno il sistema degli stipendi tenui, ma non si aumentò il numero delle preture, dei tribunali e delle corti al livello del settentrione. Le preture ed i tribunali che hanno minor giurisdizione ed emettono minor numero di sentenze sono tutti nel settentrione.

 

 

La relativa maggior difficoltà di istruirsi e di aver giustizia e una delle cause della arretrata civiltà meridionale.

 

 

I lavori pubblici (ferrovie, porti, ponti, fanali, strade, bonifiche) andarono in prevalenza a beneficio del settentrione e del centro. Dal 1862 al 1897 – 98 si spesero 1.965 milioni nell’Italia settentrionale (141 lire per abitante e 18.865 lire per chilometro quadrato), 793 milioni nell’Italia centrale (159 lire per abitante e 14.254 lire per chilometro quadrato), 919 milioni nella meridionale (109 per abitante e 11.947 per chilometro quadrato) e 545 milioni nella insulare (124 per abitante e 10.956 per chilometro quadrato).

 

 

Quando l’Italia si formò, le due Sicilie possedevano 443 milioni di monete metalliche, il 65,7% del totale, in molta parte tesaurizzato. Questi denari ed altri risparmi servirono a pagare i beni demaniali ed ecclesiastici messi in vendita dal nuovo governo e di cui la massima parte si trovava nel mezzogiorno. Furono centinaia di milioni che il mezzogiorno pagò per comprare terre sue e che lo stato spese in massima parte nella valle del Po per mantenervi un grosso esercito sul piede di guerra.

 

 

L’unione dei debiti pubblici ereditati dagli antichi stati riuscì favorevole agli abitanti del Piemonte che pagavano 14 lire ciascuno e dannosa ai meridionali che pagavano 3,58 lire d’interesse annuo. Coll’unione i piemontesi ed anche i romani vennero sgravati a danno dei meridionali.

 

 

E la lista potrebbe continuare.

 

 

La rendita pubblica fu comprata a vil prezzo dal settentrione e rivenduta a prezzo maggiore al mezzogiorno durante l’epoca di floridezza che questo attraversò; anche ora i pagamenti del tesoro sono maggiori nel nord che nel sud.

 

 

Nel nord vive la maggior parte dei pensionati di stato e sono settentrionali i più fra gli impiegati. È una diceria smentita dalle cifre la pretesa invadenza dei meridionali nei pubblici impieghi. Il mezzogiorno è la regione dove la pressione delle imposte è più grave, dove gli aggi son più alti e le espropriazioni per mancato pagamento di imposta più numerose. Le città settentrionali sono cresciute in numero e ricchezza ben più rapidamente che nel mezzogiorno. L’imposta sui fabbricati grava meno nel nord e nel centro dove le abitazioni rurali sono esenti, che non nel sud dove gli abitanti sono agglomerati in grossi borghi tassati. Il mezzogiorno agricolo non può sottrarre all’imposta la sua ricchezza tangibile e reale, mentre il nord commerciante e manifatturiero occulta molta parte dei suoi redditi mobiliari.

 

 

Il sud agricolo in virtù della politica doganale protezionista italiana non può vendere all’estero i suoi vini, olii, agrumi e deve comprare a caro prezzo i manufatti del nord.

 

 

La lista continua, documentata di fatti e da cifre, nel libro del Nitti. Noi facciamo punto, lieti per ora se avremo invogliato i lettori alla lettura di un libro che solleva e tratta senza reticenze una questione di interesse tanto alto per l’avvenire d’Italia.

 

 

II

 

La discussione del libro del Nitti richiederebbe un esame lungo e minuto delle varie argomentazioni contenute in Nord e sud; esame poco adatto ad un giornale quotidiano.

 

 

Amo meglio esporre quale è la mia impressione di settentrionale di fronte al libro scritto da un meridionale, nel convincimento che la esposizione del vero giovi alla causa della unità italiana.

 

 

Ecco pressapoco quanto potrebbe dire un settentrionale, immune da pregiudizi regionali e desideroso soltanto che la luce proveniente dall’esperienza del passato ci serva di guida per l’avvenire:

 

 

«Sì, è vero che noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno ed abbiamo profittato di più delle spese fatte dallo stato italiano dopo la conquista dell’unità e dell’indipendenza nazionale.

 

 

«Ma se talvolta errammo per egoismo, in massima parte traemmo profitto da una serie di circostanze geografiche, storiche e sociali contro di cui sarebbe stato non solo vana ma dannosa per tutta l’Italia la resistenza.

 

 

«Peccammo, è vero, di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio nazionale e ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale. Noi riuscimmo così a fare affluire dal sud al nord una notevole quantità di ricchezza, nel momento appunto in cui la chiusura dei mercati esteri, conseguenza della nostra politica protezionista, impoveriva l’agricoltura, unica e progrediente industria del sud. Ma è giusto ricordare che noi settentrionali non saremmo riusciti a consumare il nostro peccato di egoismo protezionista se non fossimo stati aiutati dai grandi proprietari di terre a grano del mezzogiorno, i quali permisero agli industriali del nord di sfruttare i loro corregionali a patto di acquistare anch’essi il diritto di far loro pagare il pane un po’ più caro del normale.

 

 

«Le nostre città ed i nostri borghi traggono grande profitto dall’esistenza di forti guarnigioni; ma è questo un fatto strategico il quale deriva dalla conformazione geografica del nostro territorio e le cui cause debbono essere e sono infatti riconosciute giuste dagli stessi meridionali.

 

 

«Abbiamo avuto una percentuale di impiegati alti e bassi superiore al normale; ma, ciò nei primi tempi era necessario per cementare l’unità nazionale con una burocrazia imbevuta di spirito unitario e di devozione agli istituti esistenti; ed allora questa burocrazia non si poteva trovare altrove che in Piemonte. Ora la sperequazione fra le varie regioni d’Italia va scemando a questo riguardo, per quanto ciò non sia ancora molto visibile negli alti gradi della burocrazia.

 

 

«Abbiamo spostata molta ricchezza dal sud al nord colla vendita dell’asse ecclesiastico e dei beni demaniali e coi prestiti pubblici; ma come si poteva fare altrimenti negli anni tragici che corsero dal 1860 al 1870?

 

 

«Abbiamo ottenute più costruzioni di ferrovie, di porti e di altri lavori pubblici, di scuole e di istituti governativi; ma possiamo dire con fiducia che quei denari furono spesi nel nord con maggior profitto che se fossero stati spesi nel sud. Non si può negare che, trent’anni fa, il nord d’Italia rappresentava la parte del territorio più progredita. Dicendo questo noi non vogliamo muovere nessun rimprovero ai meridionali, quasi che essi fossero incapaci a raggiungere un grado di civiltà materiale e di progresso morale ed intellettuale simile al nostro. Soltanto una pseudo-sociologia ciarlatanesca può dilettarsi a distinguere due razze in Italia, l’una votata al progresso e l’altra destinata alla barbarie.

 

 

«Dicendo che il settentrione era più civile noi vogliamo dire soltanto che per una serie di circostanze storiche (governi migliori, vicinanza alle nazioni economicamente più progredite, maggior fiducia in noi stessi, posizione geografica atta ai rapidi e proficui scambi) noi ci trovavamo in una posizione in che la ricchezza poteva svolgersi più facilmente, si aveva maggior bisogno degli strumenti della civiltà moderna, come strade, ferrovie e si sentiva maggiore stimolo ad appropriarsi una cultura media sufficiente.

 

 

«Il fatto che qui dal Piemonte era partito l’impulso alla formazione dell’Italia nuova era causa per noi di un giustificato orgoglio e di ammirazione per i meridionali, i quali accorrevano ed accorrono ancora nel settentrione come alla sede di una civiltà più alta. Accadeva lo stesso nel mondo romano, ma in senso inverso, ed alcune fra le maggiori glorie latine venivano dai paesi del nord.

 

 

«A causa di circostanze, storiche e di fatto, la applicazione dei capitali anche pubblici è stata nell’ultimo quarantennio più proficua nel nord che nel sud. Conveniva di più serrare le maglie della rete ferroviaria settentrionale ad intenso traffico internazionale ed interno che non fare un tronco nuovo in un paese meridionale privo di comunicazioni. Era e sarebbe ancora più utile profondere milioni nel porto di Genova, che è opera nazionale, che non spendere le migliaia di lire in un porto della costa adriatica o calabra visitato da poche navi a vela. Era più utile spendere denari per istituti di istruzione media nell’Alta Italia a fine di non lasciar disperdere i frutti dell’istruzione elementare da lungo tempo iniziata che non impiegarli nell’Italia meridionale dove mancava ancora la materia atta ad essere educata e dove la gioventù, non trovando sbocco nei commerci e nelle industrie, avrebbe languito nella burocrazia e nelle professioni liberali.

 

 

«È noto altresì che le successive applicazioni di capitali non sono tutte egualmente produttive. Quando su un campo si sono già impiegati rilevanti capitali, torna più conveniente applicare i nuovi capitali non su di esso ma su nuovi campi, trascurati prima perché ritenuti troppo sterili.

 

 

«Sembra che qualcosa di simile accada già e debba accadere ancora maggiormente in avvenire riguardo alle spese di stato in Italia. Il libro del Nitti è forse l’indice che nella coscienza nazionale va maturando il convincimento che convenga rivolgere l’attenzione pubblica del settentrione al mezzogiorno. Non certo ce ne dorremo noi settentrionali. La nostra fortuna è unita con vincoli così stretti alla fortuna del mezzogiorno, che dobbiamo essere lieti che si cominci finalmente a diffondere un po’ di più il sentimento di giustizia e gli strumenti materiali ed ideali della civiltà presso i nostri fratelli del sud.

 

 

«Noi dobbiamo anzi unire i nostri sforzi agli sforzi dei meridionali per liberare l’intiero paese dalla cappa di piombo del fiscalismo e del protezionismo che, se è deleteria al mezzogiorno, è apportatrice altresì di gravi danni al settentrione.

 

 

«Anche i settentrionali cominciano a persuadersi che è durata troppo a lungo l’attuale politica doganale protezionista ed anelano al pane a buon mercato ed agli sbocchi per i loro prodotti agricoli ed industriali.

 

 

«Che i meridionali sappiano scuotere il giogo dei latifondisti avvantaggiati dal dazio sul grano o noi saremo con loro a combattere le battaglie della libertà!

 

 

«Anche i settentrionali, quando più la loro vita economica si svolge, sentono i danni dell’attuale fiscalismo tributario opprimente ed asfissiante e sono pronti a dare la mano ai meridionali perché ad essi le imposte sui fabbricati, sulla ricchezza mobile e sugli affari non portino via i frutti, già tassati e gravemente tassati, dell’agricoltura.

 

 

«Anche i settentrionali sono stanchi di vedere accrescersi senza fine il numero degli istituti di istruzione puramente classica e sarebbero lieti di cooperare coi meridionali alla creazione di tipi svariati di istituti scolastici, diversi da regione a regione a seconda dei bisogni locali e adatti a fornire i veri capi del movimento economico italiano.

 

 

«Né è difficile persuadere alle classi operaie del settentrione che esse hanno maggiore interesse ad avere il pane ed il vino a buon mercato che non pensioni pagate da uno stato col bilancio in disavanzo, ovvero clausole di salario minimo utili a pochi privilegiati; e che il loro più grande interesse sta nel favorire tutte quelle libertà economiche e tributarie che valgano a migliorare le sorti degli agricoltori meridionali ed a mettere in grado questi ultimi di consumare in maggior copia i prodotti delle industrie del nord».

 

 

Nella lettera dedicatoria al senatore Luigi Roux, il Nitti scrive:

 

 

«Tu sei nato nell’estremo nord della penisola ed io nell’estremo sud: poiché non sei sospetto, vuoi tu aiutarmi in un’opera di verità, che è diretta a mostrare un pericolo vero, ma anche a dimostrare che si deve aver fede nell’avvenire?»

 

 

Se sono riuscito in quest’articolo ad esprimere l’opinione dei settentrionali alieni da pregiudizi di regione, parmi poter conchiudere che l’invito del Nitti sarà ascoltato non solo dal direttore di questo giornale, ma da tutti i settentrionali, i quali abbiano la coscienza della necessità di mantenere l’unità nazionale diffondendo il bene con giustizia in tutte le parti del paese.

 



[1] Con il titolo La parola di un settentrionale. Ristampato nel 1954 in Il buongoverno, pp. 147-151 e in Il Nord nella storia d’Italia. Antologia dell’Italia industriale a cura di LUCIANO CAFAGNA, Bari, Laterza, 1962 («Collezione storica»), pp. 332-340.

[2] F. S. Nitti, Nord e Sud. Prime linee di una inchiesta sulla ripetizione territoriale delle entrate e delle spese in Italia. Con 37 incisioni (Roux e Viarengo editori, Torino 1900, lire 3). Il volume è la sintesi dell’opera: Il bilancio dello stato dal 1862 al 1896-97, pubblicato dal medesimo autore negli «Atti» del regio Istituto d’incoraggiamento di Napoli, dove le argomentazioni dell’autore sono largamente suffragate da numerosi dati statistici.

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