Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Nota

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 647-652

 

 

 

Per non ingrossare troppo la prefazione, si aggiungono qui alcuni appunti riguardanti la composizione del volume.

 

 

La materia del quale non è distribuita nell’ordine cronologico, né nell’insieme del volume, né in ognuno dei nove libri in cui essa è stata divisa.

 

 

L’ordinamento sistematico per grandi gruppi di argomento parve invero potesse agevolare la lettura ed i riferimenti. Ovviamente, la classificazione dovette tener conto di ciò che tali e non altri furono i problemi di fatto esaminati.

 

 

Tutte le scritture incluse nel volume sono opera personale esclusiva dell’autore.

 

 

Le sole eccezioni sono le seguenti:

 

 

1)    le poche cose altrui, espressamente inserite come tali, a scopo di commento;

 

2)    il testo dei tre primi messaggi al Parlamento (pp. 205-11), per la stesura dei quali mi furono forniti gli opportuni appunti dal segretario generale alla presidenza della Repubblica avv. Ferdinando Carbone. La stesura del quarto messaggio sui casuali è invece esclusivamente mia. A mia volta, ho fornito all’avv. Carbone gli appunti utili alla compilazione da parte sua della relazione al decreto presidenziale per l’innalzamento dai sessantacinque ai settanta anni dei limiti di età dei dipendenti della presidenza della Repubblica (pp. 400-4).

 

 

Avendo ricordato uno dei miei due principali collaboratori durante il settennato, ritengo doveroso ringraziare lui ed insieme con lui il suo successore, avv. Nicola Picella, per la assidua devota e leale collaborazione da essi prestata durante questi anni, preziosa sotto tutti i rispetti e particolarmente per il sicuro consiglio giuridico fornito ogni qualvolta poteva sorgere qualche dubbio di interpretazione dei provvedimenti inviati alla firma presidenziale. Chieggo ad essi, e agli altri miei collaboratori più diretti, dal consigliere militare generale Mario Marazzani, al consigliere diplomatico ministro Bernardo Mosca, al prefetto Epifanio Chiaramonte ispettore generale di pubblica sicurezza del Quirinale ed al segretario privato dott. Antonio D’Aroma, venia se non ho dato loro notizia e perciò non ho chiesto ad essi consiglio intorno alla presente pubblicazione. Trattandosi invero di mera riproduzione testuale di riflessioni mie passate, alla quale nessuna variante poteva essere apportata, ho voluto riservare egoisticamente a me, il piacere, che credo proprio di tutti coloro i quali hanno l’abitudine di scrivere, di almanaccare partizioni, correggere evidenti lapsus linguae, rivedere bozze, compilare indici e simiglianti delizie.

 

 

Il canone del ne varietur consentì tuttavia alcune necessarie eccezioni. Data la limitazione del tempo dovuta all’ufficio coperto, spesso dettai alla stenografa – e ringrazio qui la signora Elena Coen e la signorina Carolina Benedetti per la tolleranza verso l’abitudine del dettare forse troppo frettoloso -; e poi corressi sulla prima e talvolta sulle successive stesure. Poiché l’invio delle annotazioni a chi di ragione poté aver luogo successivamente a mezzo di stesure successive, ho dovuto ricordare oggi, se non era espressamente indicato, quale fosse probabilmente l’ultima stesura e quella scegliere. E poiché anche, come suppongo accada a tutti coloro i quali sono costretti a dettare, saltano fuori, per colpa esclusiva di chi detta, periodi incerti e forse anche talvolta sgangherati, punteggiature accidentali, aggettivazioni multiple, che quando si rileggono fanno esclamare: «Perché tanti aggettivi, quando forse uno solo è di troppo e basta, largamente, il sostantivo?», nel mandare alle stampe, ho procurato di togliere qualcuna di tali brutture; ma toglierle tutte era chiaramente impossibile. Parimenti, procurai di evitare taluna delle innumerevoli ripetizioni delle medesime riflessioni che furono inevitabili nel commentare, a distanza di tempo, problemi e provvedimenti poco variati e l’uno all’altro somiglianti; ma, nonostante ogni buona volontà, molte ripetizioni rimangono e probabilmente, a vedersele vicine, il lettore dirà: «Perché ripetere sempre gli stessi concetti, con le stesse parole?». Alle quali giuste rimostranze non risponderò che repetita juvant; ma osservando che si sarebbero potute cancellare, sì, le troppe ripetizioni rimaste, ma si sarebbero dovuti obbligare i lettori, con opportuni riferimenti, ad interrompere la lettura per correre, sfogliando, a guardare quella pagina nella quale, pure, «una tantum» si sarebbe dovuta conservare la riflessione che altrove non si fosse voluta ripetere. Che sarebbe stata diversa non minore noia, fastidiosa più del rassegnarsi alla ripetizione.

 

 

La estemporaneità del dettare e del correggere ed aggiungere sulle minute, a scopo di pronto invio, mi farà anche dar venia per le eventuali inesattezze nelle quali fossi incorso nei riferimenti storici di accadimenti, di uomini e di date. Non ho fatto alcun tentativo per ringiovanire, perfezionare, correggere punti che fossero di sostanza. Le annotazioni sono quelle che vennero fatte alla data indicata, in seguito alle impressioni in quel momento ricevute. Peggio per me, se il lettore dirà: «Il prognostico non si è avverato!, la conclusione non fu suffragata dall’accaduto!». Poiché quella e non altra era la impressione del fatto o del provvedimento, non giova manipolare a posteriori. Chi, al pari dello scrivente, non tiene diari, e non si fida della memoria, può scrivere «ricordanze del passato» entro confini assai ristretti e generici e per il resto deve limitarsi a rendere noti i suoi pensamenti, quali risultano da superstiti documenti sicuri con data certa.

 

 

Tutto sommato, non sono malcontento dell’esperienza compiuta in virtù dell’obbligo di dettare e correggere minute. In passato e di nuovo oggi, scrivo esclusivamente colla penna, a mano, senza ausilio di stenografi e macchine da scrivere, le quali ultime, al par di tutti i congegni meccanici in genere, considero strumenti misteriosi posti al di là della mia attitudine a far mio pro di assai agevolezze pratiche. Debbo confessare tuttavia, che il «dettato», sia pure diverso ed a parer mio inferiore allo «scritto» con la mano propria, ha qualche suo vantaggio non ispregevole. Par di parlare; ed a me, che, posto di fronte ad un interlocutore sicuro di quel che dice, cado quasi sempre in stato di ammirazione e resto senza parola pensando: «Come parla bene costui!» ed ammiro anche quando mentalmente aggiungo: «Costui parla prima di pensare e, se pensasse, parlerebbe peggio»; posto dinnanzi alla stenografa, spifferavo tutto quello che mi veniva in mente, sicuro di non essere interrotto. Spero che i lettori, fatti indulgenti alla improntitudine nel dettare, passeranno sopra alle ripetizioni, alle virgolature e punteggiature non perfette, allo stile scarsamente aulico ed ufficiale ed al numero strabocchevole delle pagine del volume.

 

 

Si rassicurino però: è tutto qui. Come dissi sopra, non tenni diari e non dettai, salvo cose irrilevanti, che non saprei io stesso dove rintracciare, altre pagine.

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