Note alla seduta. Le quattro proposte

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 02/04/1909

Note alla seduta. Le quattro proposte

«Corriere della sera», 2 aprile 1909

 

 

 

Roma, 1 aprile, notte.

 

 

Altra volta fu proposta o la riduzione o l’abolizione del dazio sul grano; ma la proposta non ebbe fortuna. Oggi e domani la Camera ha discusso e discuterà l’argomento; ma può ritenersi fin da ora sicuramente che la tesi del Governo – contraria all’abolizione e alla riduzione – avrà la prevalenza.

 

 

Prevarrà, nonostante che molti amici del Ministero si siano dichiarati favorevoli o all’abolizione provvisoria del dazio fino al nuovo raccolto, ovvero alla sua provvisoria diminuzione. Prevarrà per le considerazioni che riassumeremo di qui a poco.

 

 

Notiamo intanto che neppure l’opposizione è del tutto concorde: qualcuno tra i maggiori suoi uomini – citiamo l’on. Salandra – è contrario a qualsiasi abolizione o diminuzione; altri sono molto dubbiosi e forse si asterranno dal voto.

 

 

Le proposte in discussione sono quattro: abolizione totale e permanente del dazio; diminuzione permanente; totale abolizione provvisoria; diminuzione provvisoria. L’abolizione totale e permanente è sostenuta da deputati di Estrema Sinistra socialisti; la diminuzione permanente da deputati cattolici; la diminuzione provvisoria dagli agrari di varie parti della Camera; l’abolizione provvisoria da deputati repubblicani.

 

 

Le ragioni di coloro che vorrebbero l’abolizione totale e definitiva si possono riassumere così: il dazio non giova effettivamente all’agricoltura nazionale, la quale potrebbe resistere alla concorrenza estera se migliorasse i propri metodi di coltura, nuoce alla povera gente, che è la maggiore consumatrice di pane e che deve acquistarlo a un prezzo troppo elevato.

 

 

Le ragioni di coloro che sostengono la diminuzione permanente si fondano sopra una duplice considerazione: ottenere il ribasso del prezzo del pane, ma non portare nocumento troppo forte al bilancio dello Stato.

 

 

Coloro che sostengono poi o l’abolizione provvisoria o la provvisoria diminuzione vogliono in diversa misura nel tempo stesso portare un rimedio all’eccesso cui è salito e può ancora salire l’attuale prezzo del pane, ma non abbandonare la maggiore o minore protezione alla granicoltura nazionale.

 

 

Gli obiettivi – come si vede – sono diversissimi; ma nel prossimo voto, per ragioni di opportunità, si troveranno riuniti i liberisti e una parte dei protezionisti. Dall’altra parte staranno coloro che ritengono debba mantenersi intatto lo stato attuale del dazio.

 

 

Questi dicono: L’abolizione totale e permanente non è possibile, perché la granicoltura nazionale riceverebbe un colpo a cui non potrebbe resistere; l’effetto sicuro sarebbe un aggravamento della crisi agricola: il Mezzogiorno specialmente, che trae le sue principali risorse dall’agricoltura, sarebbe rovinato, poiché alla crisi del vino si aggiungerebbe la crisi del grano. Inoltre il bilancio dello Stato sarebbe sconvolto. Infatti il fabbisogno di grano estero – calcolato sulla media dei cinque esercizi finanziari dal 1902-903 al 1906-907, trascurando cioè l’esercizio 1907-908, di scarsa importazione in conseguenza dei due consecutivi abbondanti raccolti del 1906 e del 1907 – si può stabilire nella cifra tonda di un milione di tonnellate, al quale corrisponde un reddito di 75 milioni di lire. Abolendo il dazio totalmente, in qualmaniera il bilancio potrebbe rifarsi dei 75 milioni? Dovrebbe ricorrere a nuove imposte, la cui ripercussione si farebbe sentire in una maniera più o meno gravosa, in modo diretto o indiretto su tutti.

 

 

Se poi il dazio si riducesse da lire 75 per tonnellata a lire 50, la perdita sarebbe di 25 milioni; se a lire 35, sarebbe di 40 milioni e se a lire 25 sarebbe di 50 milioni.

 

 

In che maniera rifarsene? è evidente che la riduzione del dazio non può costituire un provvedimento separato da ogni altro, ma deve essere invece connesso con una riforma finanziaria che dia all’erario i milioni che gli verrebbero sottratti. Ora – soggiungono essi – è possibile improvvisamente una riforma che compensi immediatamente l’erario del danno immediato? E se non è possibile, come si provvede? è vero che l’erario ha quasi introitato fino a questo momento la somma prevista per l’attuale esercizio; ma è anche vero che i milioni che dovrà introitare nei prossimi tre mesi, se il dazio è diminuito, andranno perduti in proporzione della riduzione; ed è su tali milioni che si conta invece per far fronte a spese urgenti che non si possono rinviare.

 

 

E soggiungono ancora: la riduzione permanente del dazio, se non è fatta su larga misura, non si traduce in effetti apprezzabili sul prezzo del pane; poiché il vantaggio si perde in non piccola parte per via. Si avrebbe quindi una perdita certa per l’erario, e non un utile proporzionato per il consumatore. E ancora: la diminuzione del dazio non avrebbe ripercussioni immediate: dunque il consumatore sarebbe illuso di ottenere oggi un utile che in realtà gli sfuggirebbe. Infine l’abolizione totale ma provvisoria fino al nuovo raccolto importerebbe, oltre la perdita finanziaria della somma derivante dal dazio sulla quantità di grano estero, richiesta dal bisogno reale del consumo nel prossimo periodo di tempo, anche la perdita di altra somma derivante dall’importazione in questo periodo di una quantità di grano superiore al fabbisogno, la quale, posta nei magazzini, sarebbe rimessa in consumo soltanto all’atto del ripristinamento del dazio, quando cioè avrebbe dovuto pagare l’intero dazio in luogo di entrare in esenzione. E si aggiunge: di fronte a questa perdita certa, l’utile del consumatore sarebbe proporzionato? ovvero andrebbe in gran parte agli incettatori, ai molinatori, ecc.?

 

 

Queste le principali ragioni di coloro che dicono: non toccate il dazio; cioè non lo diminuite, né lo abolite, né in modo provvisorio, né in modo permanente. Ma a queste ragioni, i sostenitori dell’abolizione e della diminuzione provvisoria, ossia quelli che non vogliono compromesso il principio, ma si preoccupano del caso attuale, rispondono: il disagio per il prezzo del pane è evidente, innegabile; un provvedimento si impone; non è possibile che il Governo se ne disinteressi. Ora se un provvedimento è necessario, è preferibile che l’erario faccia in tempo un sacrificio piuttosto che aspettare l’aggravamento della crisi e un eventuale turbamento dell’ordine pubblico.

 

 

E i sostenitori della diminuzione permanente del dazio osservano dal canto loro: se il dazio è diminuito da oggi, il Governo si troverà nella necessità di proporre prestissimo una riforma dei tributi. Così otterremo un effetto immediato forse mediocre per il consumatore, ma un effetto senza dubbio buono per l’avvenire.

 

 

Le ragioni favorevoli e contrarie allo statu quo hanno ciascuna il loro valore; di qui lo stato di dubbiezza di parecchi parlamentari i quali considerano che la questione è difficile a risolversi senza pericolo e senza danno sia in un verso sia in un altro. Il nostro corrispondente ha esposto sommariamente le ragioni addotte dai vari sostenitori dell’abolizione e della riduzione temporanea e permanente del dazio sul grano. I pareri sono divisi e il voto scinderà certamente ministeriali da ministeriali e oppositori da oppositori. Noi non siamo fautori entusiasti di una riduzione puramente temporanea del dazio; e già abbiamo esposto ampiamente le nostre opinioni su questo argomento alcuni giorni or sono. Ma tutte le critiche che si possono rivolgere contro una riduzione temporanea si spuntano, a nostro avviso, contro la proposta di una riduzione pronta la quale sia destinata ad essere permanente.

 

 

Qui è il nodo della questione; e c’è il pericolo che il Governo, mostrandosi pertinacemente contrario alla riduzione del dazio sul grano, voglia preparare tristi giorni di agitazione al nostro paese. Se l’aumento fortissimo di questi mesi fosse puramente eccezionale, le preoccupazioni potrebbero anche non essere soverchie; ma fu già dimostrato come la tendenza dei prezzi del grano all’aumento non sia recente e trovi le sue remote cagioni nella necessità di scendere a culture sempre più costose in terreni poco fertili e lontanissimi dai mercati che comprano. Sapienza e preveggenza di Governo illuminato impongono di impedire per tempo agitazioni dolorose.

 

 

Rimane la questione finanziaria. Il Tesoro, si afferma, non può rinunciare alla cospicua entrata che annualmente gitta il dazio sul grano. Cospicua bensì, ma anche capricciosa, aggiungiamo noi. Nel 1897-98 il dazio sul grano rese invero 33.4 milioni, nel 1899-900 il reddito salì a 40.5 milioni per saltare a 74.3 nel 1900-901, discendere a 69.7 nel 1901-902, balzare a 94 milioni nel 1902-903, precipitare a 59.7 nel 1903-904, risalire a 64.7 nel 1904-905, toccare il culmine di 92.7 e 85 milioni nel 1905-6 e 1906-7, sino a scendere al minimo di 34.3 milioni nel 1907-908. Nell’esercizio corrente il provento torna di nuovo ad aumentare e di parecchio. La instabilità di questo provento porta alcune conseguenze perniciose. Il Tesoro dello Stato tanto più si arricchisce quanto più il raccolto italiano è stato scarso; e le finanze pubbliche paiono prospere quando misere volgono le sorti dell’agricoltura nazionale. I distacchi di 30 milioni ed anche di 60 milioni fra i minimi ed i massimi rendimenti fanno si che i ministri del Tesoro prudenti non possano fare affidamento se non sui redditi minimi, cosicché prudentemente i preventivi delle spese possono calcolarsi solo sulla base di quei redditi minimi. Tanto il dippiù è un dono della fortuna o della sfortuna che permette al bilancio italiano di presentare talvolta cospicui avanzi.

 

 

In passato codesti avanzi straordinari andarono a diminuire i debiti fluttuanti del Tesoro. Ma oggi, che la situazione del Tesoro italiano è fortissima ed invidiata, non è consigliabile di fare a meno degli avanzi provenienti dai dazi sul grano? Noi non siamo degli innovatori ad ogni costo, e ci contenteremo, per cominciare, di una riduzione da L. 7.50 a L. 5 per quintale con conseguente rimaneggiamento del dazio sulle farine: purché questa riduzione fosse permanente e servisse di monito agli agricoltori. Essa li dovrebbe ammonire ad intensificare le culture, a renderle meno dipendenti dalle vicende atmosferiche, così come si fece in Francia. Noi riteniamo che il Tesoro dello Stato ne trarrebbe un vantaggio grande; i suoi redditi sarebbero forse meno cospicui negli anni eccezionali, ma più costanti, e più atti a permettere previsioni sicure. Anche il problema finanziario ci par dunque meno grave di quanto si suppone nelle sfere governative: e poiché la riduzione si impone, sarebbe stato bene affrontarla presto e recisamente.

 

 

Torna su