Tratto da:

Corriere della Sera

Nuova cospicua donazione all’Università Bocconi

«Corriere della sera», 23 febbraio 1913

 

 

 

L’Università Commerciale Luigi Bocconi comunica:

 

 

«Il Consiglio direttivo dell’Università Commerciale Luigi Bocconi plaudendo commosso al nuovo munifico atto dei signori Ettore e Ferdinando Bocconi i quali – col fare donazione all’Università del palazzo di sua sede – integrano splendidamente l’opera del padre e scrivono a lettere d’oro il nome della loro famiglia fra quelli dei maggiori benemeriti dell’alta cultura nazionale:

 

 

prega il presidente dott. Sabbatini, perfettamente designato, nella lettera di donazione, ideatore del nuovo programma degli studi, anima dell’Università, di segnalare l’atto nobilissimo alla riconoscenza del Paese e di dare comunicazione di questo ordine del giorno al Governo del Re».

 

 

La notizia, che qui sopra viene pubblicata, è degno coronamento dell’opera munifica che Ferdinando Bocconi aveva concepita nel marzo del 1898, nel secondo anniversario della battaglia di Adua onorare la memoria del figlio suo Luigi, smarritosi in quell’infausta giornata; ed aveva concretata nel marzo 1902 elevando ad un milione la cifra della sua donazione ed accogliendo il consiglio del dott. Leopoldo Sabbatini di creare un istituto di carattere scientifico, capace di imprimere un indirizzo veramente universitario agli studi commerciali, e di creare nel seno delle classi industriali e commerciali un ceto dirigente agguerrito alle competizioni internazionali dal possesso di un’alta cultura e di solide conoscenze applicate. Uomo provetto negli affari, Ferdinando Bocconi dovette concepire la sua fondazione come una intrapresa scientifica bensì, ma destinata ad avere successo se iniziata con quell’ardimento con cui si lanciano le grandi intraprese economiche. Epperciò volle divisa la sua dotazione di un milione in tre parti: l’una capitale intangibile di 400.000 lire, l’altra, di 300.000 in denaro, da consumarsi in annualità decrescenti a fondo perduto nei primi dieci anni, e la terza, pure di 300.000 lire, consistente nell’uso gratuito per un decennio del palazzo appositamente costruito, nell’impianto della biblioteca e nell’arredamento scolastico. Voleva evidentemente il fondatore che il suo atto munifico giovasse a creare un istituto vivente di vita rigogliosa, e non ebbe timore di costringerlo a consumare nel primo decennio la maggior parte della dotazione; così come in un’azienda commerciale i primi anni sono intesi a quelle spese di avviamento che, se bene impiegate, sono destinate a fruttificare poi.

 

 

Che l’idea concepita dal Bocconi ed attuata dal Sabbatini abbia avuto grande successo fu constatato da due recenti deliberazioni; l’una del Consiglio direttivo dell’Università, il quale dichiarò che la fondazione aveva dimostrato nel primo decennio di avere raggiunte le proprie finalità e dovesse perciò diventare perpetua, e l’altra della Camera di commercio di Milano, che fece plauso al concetto di perpetuare la vita di una istituzione che reca lustro e vantaggio a Milano. Oggi, avuta comunicazione del voto del Consiglio direttivo, i signori dott. Ettore e Ferdinando Bocconi compiono l’opera del loro genitore donando all’Università quel palazzo di cui prima le era stato assegnato solo l’uso gratuito per un decennio. Cospicuo dono, che si aggiunge all’altro di 100.000 lire per la istituzione di borse di studio, elargito nel primo anniversario della morte del loro genitore. Non è per segnalare queste cifre di milioni elargite da una famiglia che qui si volle ritessere la storia della fondazione dell’Università Commerciale Bocconi, quanto per segnalare il fatto di una istituzione scientifica, la quale sorge, all’infuori del concorso dei contribuenti, per spontaneo impulso di coloro i quali ritengono che il possesso della ricchezza imponga dei grandi doveri verso il paese in cui quella ricchezza fu formata e al di fuori del quale forse non avrebbe potuto formarsi. Noi siamo abituati all’ammirazione verso i Carnegie, i Rockefeller, i Morgan e gli altri miliardari americani, i quali fondano città universitarie, biblioteche, musei, istituti di propaganda scientifica; e tutti abbiamo letto i libri e gli articoli in cui Andrea Carnegie bandisce il suo vangelo della formazione della ricchezza e del dovere di spogliarsene a beneficio della collettività. Sono idee che forse non potranno divulgarsi molto; ma rendono intanto testimonianza del diffondersi di una nuova coscienza civica nelle classi elevate, imprenditrici, commerciali, capitaliste. Solo dove siffatte idee sono diffuse e trovano sopra tutto chi applica, possiamo credere che esista una classe dirigente degna della ricchezza che possiede e dell’influenza sociale che si è saputa guadagnare. L’uomo economico moderno non è solo colui che sa procacciarsi ricchezza, ma colui sopra tutto che, dopo averla guadagnata, sa degnamente investirla in maniere feconde ed utili per le generazioni venture.

 

 

È significativo il fatto che a Milano, nel maggior centro industriale e commerciale di Italia, si siano primamente trovati concordi tanti privati ed istituti nell’assicurare la vita di un istituto scientifico la cui utilità è sopra tutto rivolta a beneficio delle giovani generazioni: dal sig. Arsace Bolgé, che dona 50 mila lire per onorare la memoria del padre suo, che ai traffici aveva dedicato la vita, alla famiglia Castiglioni che destina 10.000 lire alla creazione di una borsa di studio a ricordo del comm. Carlo Castiglioni, alla Cassa di Risparmio che dona 100.000 lire, alla Camera di Commercio che contribuisce con 4000 lire all’anno a mantenere borse di studio; via via si passa ai privati, alle banche, alle associazioni che contribuiscono con somme minori per promuovere il concorso di giovani da tutte le parti d’Italia a questo centro di studi. Leggendo l’elenco dei donatori si leggono alcuni tra i più bei nomi di Milano industriale e commerciale: Hoepli, Mangili, Mariani, Miliani, Pisa, Vanzetti, Wurster, Greco, Cuzzeri, Banca Commerciale, Credito Italiano, Società Bancaria italiana, Banca Popolare, Banca Zaccaria Pisa, Società Edison, Unione Lombarda negozianti in vini, Dell’Acqua, Collegio dei ragionieri, ecc., ecc..

 

 

Le classi industriali e commerciali hanno del resto ragione di considerare con orgoglio questa istituzione di alta cultura sorta per iniziativa individuale in Milano. Libera dai troppo ristretti vincoli che inceppano l’azione degli istituti scientifici che dipendono esclusivamente dalle direttive ministeriali e da regolamenti uniformi per tutta Italia, l’Università milanese seppe dare agli studi commerciali tale ricchezza di contenuto scientifico e di applicazioni pratiche che difficilmente è uguagliata dalle migliori istituzioni estere congeneri. Il presidente Sabbatini, che si dimostrò ottimo organizzatore, inaugurò il sistema di chiamare a raccolta a dar lezioni regolari, corsi speciali, serie di conferenze, professori delle Università più vicine, studiosi insigni viventi nella metropoli lombarda, uomini vissuti nelle banche, nelle ferrovie, nei commerci, nelle assicurazioni, nelle amministrazioni finanziarie governative, così che i giovani fossero insieme a contatto con la scienza e con la realtà viva. I quali metodi non si sarebbero potuti seguire se l’Università fosse stata impastoiata da leggi e regolamenti.

 

 

Qual è quel valente capo di un importante ufficio di una grande banca che consentirebbe a sottoporsi alle esigenze di concorsi, di deliberazioni collegiali per andare ad insegnare ciò che egli sa per virtù del proprio ingegno e dell’ufficio coperto?

 

 

Dell’opera compiuta ora si veggono i frutti: in dieci anni 818 iscritti, tutti provenienti dai licei od istituti tecnici, pel 30 per cento lombardi e per il resto italiani provenienti da tutte le provincie, con un forte contingente dalle provincie meridionali; 24 gli stranieri. I laureati, col titolo legalmente riconosciuto di dottori in scienze economiche e commerciali, furono sinora 265. Tutti seppero conquistarsi un onorevole posto nel mondo, per lo più occupati nelle più note aziende industriali e commerciali d’Italia e anche dell’estero. Sebbene i più anziani di carriera non abbiano varcati i trent’anni di età, già molti sono investiti delle funzioni di procuratori di importanti case o società anonime, non pochi assunti a funzioni di direzione, oltre quelli che dirigono aziende proprie.

 

 

Una trentina sono stati assunti da alcuni dei nostri principali istituti di credito; e non pochi fra questi sono direttori di filiali degli istituti stessi. Altrettanti esercitano con successo la libera professione od hanno case proprie di rappresentanze. Una decina fanno parte di Istituti di assicurazione. Altrettanti occupano cariche ragguardevoli tra il personale delle Camere di Commercio del regno o dell’estero. Pochissimi sono entrati nella burocrazia, nessuno si è dato alla vita contemplativa dello scienziato. Il che è appunto ciò che era sommamente desiderabile. Di burocratici ve ne sono fin troppi e gli studiosi puri preferiscono la quiete delle città raccolte e tranquille. Da una Milano pulsante di vita operosa e fervida debbono uscire giovani a cui la scienza serva come guida luminosa all’azione concreta.

 

 

Torna su