Nuove riflessioni in disordine sulla crisi. Della fantasia economica e della mutazione nella domanda di beni conseguente alla guerra

Tratto da:

Saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/11/1931

Nuove riflessioni in disordine sulla crisi. Della fantasia economica e della mutazione nella domanda di beni conseguente alla guerra

«La Riforma Sociale», novembre-dicembre 1931, pp. 563-577

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte II,pp. 361-378

 

 

 

 

1. – La crisi continua; e possono perciò avere un seguito le riflessioni in disordine che stampai in questa rivista nel primo fascicolo dell’anno. Non ho bisogno di chiedere scusa per sbagli di previsione; poiché noialtri, cultori di economia, seguiamo da gran tempo la saggia usanza di non prevedere nulla e di parlare sempre sub species aeternitatis, in termini di se: se si suppone a, avrà luogo b; e si suppone invece c, avrà luogo d; e quindi se invece dei supposti a e c, si verifica e, avrà luogo qualcos’altro. Perciò siamo in una botte di ferro; e nessuno ci può cogliere in fallo nei nostri ragionamenti ipotetici. Sappiamo bene di procacciarci, così pensando e scrivendo, le contumelie dei “pratici”; i quali vorrebbero sapere da noi tante cose che noi non sappiamo dire: quali saranno i prezzi del domani, quali industrie conviene intraprendere od abbandonare, quali titoli vendere o comprare. Pretese e contumelie fuor di luogo; ché, se noi sapessimo rispondere, non faremmo il mestiere assai magro dell’economista, ossia dell’uomo filosofante sugli accadimenti economici umani; ma ci convertiremmo anche noi in “pratici” e, forniti come saremmo di qualità divinatorie, guadagneremmo un mucchio di quattrini, diventeremmo amministratori e consulenti di banche e di società industriali; ed invece di essere derisi, saremmo uomini riveriti e potenti. Poiché quattrini, onori e potenza attraggono anche i filosofi, i pratici possono star sicuri che se noi non facciamo previsioni non è per mancanza di buona volontà, ma perché davvero non è ufficio nostro.

 

 

2. – Seguitando dunque, dirò che l’esperienza di un anno mi ha confermato nell’opinione che nella crisi presente l’oro c’entra. Il fatto più clamoroso verificatosi durante l’anno è indubbiamente l’abbandono del tradizionale rapporto della sterlina coll’oro. Se si pensa che quel rapporto fu fissato tra il XVII e il XVIII secolo da grandi uomini come John Locke ed Isacco Newton, nel 1717 capo della zecca di Londra, e che ad un rapporto, reso sacrosanto dal rispetto che gli inglesi professano per le istituzioni antiche, con grande probabilità non si ritornerà più mai, si deve rimaner persuasi che, se l’Inghilterra se ne dovette distaccare, la parte dell’oro nella crisi presente non può essere stata irrilevante. Parte forse passiva, la colpa maggiore che si può fare all’oro essendo appunto quella di essere stato inerte, quando tutto si moveva. Se non si fosse prodotto troppo di certe cose e troppo poco di certe altre, se si fosse risparmiato di più, se non si fossero commessi errori, la crisi non sarebbe certamente stata. Ma se l’oro si fosse mosso anch’esso in un certo senso, anche la crisi avrebbe avuto un andamento diverso da quello che ebbe.

 

 

3. – Un altro punto fermo nell’analisi della crisi pare questo: come può immaginarsi che il meccanismo economico non strida, non sobbalzi e si rovesci, se, mentre prezzi, fitti, dividendi, profitti, salari, valori capitali di terreni, di case e di titoli ballano una ridda infernale e vanno a precipizio – qualunque sia la ragione del rotolio – vi sono alcuni fattori i quali rimangono imperturbabili; e massimamente gli interessi dei debiti pubblici e privati, e taluni imponenti gruppi di salari? L’esempio dell’Inghilterra è di nuovo calzante. La sterlina crollò perché i contribuenti non resistevano più al peso del servizio di un enorme debito pubblico contratto in gran parte in moneta svalutata e servito con moneta cara; perché gli industriali trascinavano da anni il peso di gravosi interessi sui conti correnti passivi verso le banche, interessi che mal potevano soddisfare in tempo di prezzi calanti per le merci vendute; perché i medesimi industriali non riuscivano a pagare i salari mantenuti fermi dalle leghe operaie ed i contribuenti piegavano sotto il peso dei sussidi agli operai che gli industriali forzatamente licenziavano.

 

 

4. – Lo sforzo sostenuto tra il 1925 e il settembre 1931 dall’Inghilterra fu magnanimo ed ammirevole. Fu in primo luogo una lotta quotidiana per mantenere fede alla parola data di pagare i debiti in sterline aventi un dato peso d’oro fino. Non la sola City di Londra combatteva, come fu scritto, per conservare salda la supremazia sul mercato monetario mondiale e con questa i vantaggi economici ottenuti e meritati per secoli. Tutta l’Inghilterra stava dietro la City di Londra, ben sapendo che l’onestà è, alla lunga, la politica più conveniente per individui e per nazioni. Sulla misura dell’onestà non si sofisticava. L’onestà “ragionata” suggeriva che una lira sterlina ricevuta a prestito quando ognuna di esse equivaleva a 3,89 dollari (6,39 grammi) poteva onestamente restituirsi nella medesima equivalenza e peso; e che il più rigido moralista non vi avrebbe trovato nulla a ridire; ma l’onestà istintiva e più vera comandava di pagare in sterline vere, aventi il peso tradizionale di 7,988 grammi e l’equivalenza con 4,86 dollari. Si sapeva di pagare in questo modo i debiti al 125% ma si pensava che, riuscendo, il credito dello stato e dei privati debitori si sarebbe rafforzato nell’opinione universale e che alla lunga se ne sarebbe tratto il meritato guiderdone di conversioni, liberamente chieste e consentite, di debiti pubblici e privati a più mite saggio di interesse, di incremento del risparmio, di produzione meno costosa.

 

 

5. – Il tentativo mirabile non riuscì, per molte cause, di cui l’una fu la troppo grande fiducia che siffatta eroica condotta inspirò ai risparmiatori dei diversi paesi del mondo travagliati dai postumi dell’irrequietudine bellica, inducendoli ad affidare i loro risparmi temporanei alle banche inglesi. Chi non aveva fiducia in se stesso, nella solvibilità del proprio paese ne ebbe nella sterlina, così come ne ebbe nel franco svizzero e nel fiorino olandese, intendendo per sterlina, franco e fiorino l’insieme di quei fattori che inspirano fiducia nella solidità economica, sociale e politica di un paese. Si può far colpa ai banchieri londinesi se impiegarono a scadenza relativamente lunga i depositi ricevuti a vista; e se i tedeschi, massimi debitori ad un certo momento non pagarono più? Scagli la prima pietra colui il quale innanzi alla guerra non ammirò la potenza organizzatrice militare germanica e non additò l’esempio tedesco all’imitazione dei corrotti decadenti popoli latini; e chi dopo la guerra, tra il 1923 ed il 1929, non ritornò ad ammirare una Germania vinta, che si dedicava con ardore alle opere di pace, che “razionalizzava” le industrie, riduceva i costi, e si apprestava a conquistare nuovamente il mondo. Ben pochi rimasero scettici, in quegli anni, dinnanzi allo spettacolo della ripresa di un paese, a cui mancava solo la liberazione dalla schiavitù delle riparazioni per ridiventare primo nella concorrenza economica internazionale. Quando i francesi chiudevano i cordoni della borsa e facevano pronostici pessimisti su d’un paese i cui industriali, a loro detta, si erano messo in testa programmi troppo grandiosi, ed i cui stati e città andavano a gara nel fare spese di abbellimento, sventramento e lavori pubblici, i più li tacciavano di invidia e di paura per il riprendersi del nemico tradizionale. Adesso si tocca con mano che intorno alle riparazioni i tedeschi menarono e menano assai più grande baccano che la faccenda pur grave, non meriti; non potendosi sostener sul serio che un paese vada alla rovina solo perché deve pagare agli Stati Uniti in primo luogo ed alla Francia secondariamente (attraverso l’Inghilterra, la Francia e l’Italia ed ora anzi attraverso la Banca dei regolamenti internazionali) una somma annua che, a dir grosso, non arriva al 10% della pubblica spesa e al 3 o 4 per cento del reddito nazionale. Adesso si tocca con mano che non si può muovere alcun appunto ai risparmiatori francesi (nel linguaggio comune si dice “Francia” e “banca francese”, ma sono tropi poetici, ché il risparmio non si è mai visto fosse dato a mutuo da governi e la banca agisce come pura longa manus dei depositanti e deve preoccuparsi “esclusivamente” della sicurezza dell’impiego delle somme amministrate verso coloro di cui essa è fiduciaria) se, memori delle perdite grandiose subite in Russia e in tanti altri paesi semi falliti, pretesero e pretendono di dare i propri risparmi, accumulati con rinuncia di anni, solo a debitori i quali diano affidamento di utilizzarli bene, di pagare puntualmente gli interessi, e di restituire la sorte capitale alla scadenza. Questa è il minimo delle pretese che un capitalista, il quale ha ancora la disponibilità dei propri denari, può mettere innanzi; ed ora si vede che i francesi hanno avuto ragione di non dare un soldo a stati, enti pubblici e privati tedeschi, i quali si erano, tra il 1923 e il 1929, persuasi che abbellimenti, sventramenti, scuole, palestre, giardini pubblici, teatri, cantieri navali, imprese industriali concepite grandiosamente potessero pagare interessi ed ammortamenti. Tutto ciò è redditizio a condizione che sia fatto con i propri denari; perché questi si spendono avaramente; laddove i denari accattati a prestito si spendono allegramente e quando arriva il momento di rimborsare, si chiede il concordato al 40% e la gente intorno compassiona il povero debitore e fa la faccia arcigna al creditore il quale resiste.

 

 

Il torto dei banchieri inglesi fu di aver creduto, molto misuratamente, in ciò in cui tutti credevano; ossia nella invincibilità economica della Germania. Per loro disgrazia, quel “molto misuratamente” era una cifra grossa in assoluto; sicché quando gli americani, pieni di guai in casa propria, ebbero bisogno di riavere i proprî e quando il mondo intiero cominciò a persuadersi che in Germania, e nelle satelliti Austria ed Ungheria, si erano commessi molti spropositi sicché i debitori di quei paesi potevano considerarsi decotti, il mondo cominciò a ritirar depositi dalla piazza di Londra, la quale aveva, con soddisfazione generale, assunto lo star del credere. E successe quel che è sempre accaduto in tutti i tempi e in tutti i luoghi quando i depositanti sono presi dal panico. Le banche di Londra pagarono a pronti contanti somme fantastiche e, per seguitare a pagare, chiesero ed ottennero in agosto 130 milioni di sterline di fido dalle consorelle americane e francesi. Ad un certo momento, banche e governo dovettero riconoscere che avrebbero seguitato a pagare sì, ma non in quel rapporto tradizionale tra sterlina e oro (7,988 grammi oro per ogni sterlina) che eroicamente nel 1925 avevano rifatto proprio.

 

 

6. – Giova riconoscere che ad intensificare le richieste di rimborso da parte dei depositanti esteri concorse la sfiducia a poco a poco insinuatasi nella solidità del bilancio statale inglese e nella capacità degli inglesi di porvi riparo. La pubblicazione del rapporto May, il quale rivelava un disavanzo sui 120 milioni di lire sterline all’anno (alla pari dei cambi circa 11 miliardi di lire nostre) fece traboccare la bilancia e fu un “si salvi chi può”.

 

 

Taluno, anche in Inghilterra, si adirò contro il comitato presieduto dal May, il quale avrebbe commesso l’imprudenza di spiattellare brutalmente come stavano le cose. Io dico che quelle verità furono assai utilmente dichiarate; ché ai disavanzi non si rimedia se non confessandoli e facendo economie sul serio. A camminare in punta di piedi, ad ovattare la verità, il male diventa incurabile. Col metterlo in chiaro si ottenne il grande vantaggio di aver dato la forza a Mac Donald ed a Snowden di far approvare un nuovo bilancio, che rimarrà, memorando per contrastatissime economie e per dure imposte.

 

 

7. – Oggi che la oscillazione del pendolo elettorale ha decimato le falangi laburiste, ed ha ridotto il partito liberale ai membri di una famiglia (i liberali dei gruppi Simon e Samuel avendo accettato in parte o non essendosi impegnati a combattere a fondo il protezionismo doganale non si possono praticamente distinguere dai conservatori), è doveroso constatare che laburisti e liberali avevano cercato di attuare un alto ideale sociale, che i conservatori furono in passato e saranno in avvenire costretti a far proprio. Fu un errore il tentativo di mantenere i salari al livello toccato nel 1925, al momento del ritorno all’oro; e l’errore partorì la disoccupazione di tutti quegli operai che l’industria non poteva senza perdita impiegare a quel livello, e produsse necessariamente l’effetto ulteriore di un gravissimo e crescente onere di sussidi ai disoccupati. Errore certissimo; ma non dissimile dall’altro di voler fare il servizio dei debiti pubblici e privati in sterline del peso unitario di grammi 7,888 d’oro fino, quando i debitori avevano ricevuto sterline di un peso variabile da grammi 6 a 7.

 

 

La vecchia Inghilterra si era illusa di poter attuare quei due nobili ideali, ma il crollo della sterlina dimostrò che non era possibile pagare i debiti al cento per cento ideale e tenere i salari ad un livello che in mancanza di un vocabolo migliore diremo pure ideale.

 

 

8. – Il problema, schematicamente, si potrebbe porre così: al 21 settembre 1931, il meccanismo dell’economia e della finanza inglesi era certamente squilibrato. Ad un livello di prezzi 100, gli imprenditori avrebbero potuto pagare imposte al livello 100, salari a 100 (e così riassorbire 1 milione e mezzo sui 2 milioni e mezzo di disoccupati; il restante milione essendo di disoccupati stagionali, o licenziati da industrie in decadenza irrimediabile, ecc. ecc.), interessi dei debiti allo stesso livello 100, materie prime, ed ammortamenti al livello 100, ecc., ecc. Il meccanismo era invece squilibrato perché era stato deliberato di tenere gli interessi dei debiti e buona parte dei salari al livello 125, e massimamente per questa ragione anche le imposte (in cui erano compresi interessi di debiti pubblici e sussidi di disoccupati) erano state fermate al livello 125. Poiché nell’equilibrio economico i prezzi sono un elemento mobile, il quale non può essere domato dalla legislazione interna di ogni singolo paese, è chiaro che gli imprenditori non potevano passivamente durare a ricevere 100 ed a pagare, per taluni elementi di costo, 125. Alcuni tentarono di tenere i prezzi alti, ad un livello tra 100 e 125, e vi riuscirono se godevano di un qualche privilegio o monopolio sul mercato interno. Ma così facendo scaricarono un peso ancor maggiore sulle industrie non privilegiate, unsheltered; e queste cominciarono a declinare rapidamente. Deriva di qui la decadenza delle industrie esportatrici e fra le altre di quelle del cotone, della lana, del carbone. L’abbandono del tipo aureo e la svalutazione, che ne è derivata, della sterlina di un 20-30 per cento, ha risoluto automaticamente il problema; poiché i costi dei debiti e dei salari sono ridotti senz’altro nello stesso rapporto ed in un certo lasso di tempo si ridurranno ugualmente i costi delle imposte. Con un tocco della bacchetta magica monetaria, l’equilibrio economico è stato ristabilito; e già se ne vedono i segni nella ripresa delle esportazioni, nella diminuzione della disoccupazione, nel miglioramento dei corsi delle azioni industriali. Se i nodi economici potessero tutti essere sbrogliati in tal maniera, perché non adottare sempre lo stesso metodo? Un giro alla vite monetaria ed il gioco è fatto.

 

 

9. – Non val la pena di ridire le molte e gravissime ragioni le quali sconsigliano quasi sempre dal ricorrere al facile rimedio. È noto che sulla china della svalutazione monetaria non si sa dove si va a finire. Forse l’Inghilterra riuscirà a fermare la sterlina ad un punto del 20% o del 30% più basso dell’antico e non più; ma la riuscita non è certa e tanto meno lo è per gli altri paesi che ne imitarono l’esempio. Il rivolgimento elettorale verificatosi in quel paese è soprattutto l’indice della paura di vedere la sterlina far la fine del marco e di un diffuso sentimento della necessità di stringersi attorno ad uomini i quali dessero affidamento di sapere fermare la moneta al punto più conveniente per il ristabilimento di un equilibrio stabile.

 

 

10. – Qui intendo invece porre un quesito: non era possibile superare la posizione di squilibrio: prezzi a 100 ed interessi di debiti, salari ed imposte a 125, senza toccare la sterlina? Indicando a quali condizioni il problema, ora posto, poteva essere risoluto, saranno dette le ragioni, a parer mio fondamentali, le quali impedirono che si giungesse al risultato.

 

 

Economicamente discorrendo, il problema dell’imprenditore il quale riceve il prezzo dei suoi prodotti al tipo 100 e paga taluni capitoli di spesa al tipo 125 può essere paragonato al problema della copertura di un ammontare, entro certi limiti irriducibile, di spese generali. Se l’imprenditore produce poco, se i suoi costi variabili specifici sono alti, non esiste fra costo unitario specifico – materia prima, combustibili, usura del macchinario, ecc. – e prezzo un margine sufficiente per coprire le spese generali. Se l’imprenditore produce di più, se i metodi di lavorazione sono perfezionati, il margine cresce e le spese generali sono coperte. Notissimi gli esempi degli agricoltori italiani i quali ritennero verso il 1880 di essere condotti alla rovina quando le prime leghe contadine spinsero i salari da 1 lira a 2 e 3 lire al giorno; e poscia prosperarono mercé l’introduzione di macchine agricole e di metodi culturali perfezionati. Altrettanto noto l’esempio, pure italiano, dell’imposta fondiaria a tipo catastale, la quale grava con un ammontare invariabile sulla terra; e sotto il suo peso soccombono gli incapaci ma i volonterosi ne traggono ad aumentare la produzione ed a creare così un margine libero da imposta.

 

 

Pagare interessi di debiti, salari ed imposte al 125 per cento è, cioè, tutt’altro che impossibile se l’impresa riesce ad organizzare la produzione in modo da ottenere un margine libero uguale all’onere di questo 25 per cento. Ma la creazione del margine è subordinata a talune condizioni.

 

 

11. – Lo stato deve innanzitutto garantire che il peso delle imposte sarà, per un periodo di tempo sufficientemente lungo, alto bensì, ma fisso. Il contribuente deve sapere, per dichiarazioni esplicite del legislatore e per esperienza di fatti accaduti conformemente a quelle dichiarazioni, che le imposte non si ridurranno forse da 125 a 100, ma neppure cresceranno oltre 125. Ad un onere alto, squilibrato con i propri redditi, i contribuenti si possono adattare, purché sappiano che esso non crescerà ancora. Con economie all’osso nel bilancio privato, con energici sforzi di migliore organizzazione dell’impresa, si può riuscire a pagare l’imposta alta. Nessuno riesce a pagare l’imposta incerta ed arbitraria. Non pare che lo stato avesse dato in Inghilterra agli imprenditori l’affidamento morale – quello legale non è ragionevolmente chiesto da nessuno – di una remora alle spese pubbliche e quindi al crescere delle imposte. I bilanci Churchill del 1929 e quelli Snowden del 1930 e del 1931 erano stati bilanci di fortuna. Con espedienti abili di tesoreria – tipico l’ultimo di cumulare, per alcune categorie di contribuenti, in una rata sola il pagamento dell’imposta sul reddito, in modo che l’esercizio 1931-1932 godesse in gennaio 1932 ossia prima che in aprile cominciasse il nuovo esercizio, dell’intiera imposta 1932, espediente che non si può evidentemente ripetere – i due cancellieri dello scacchiere erano riusciti a procrastinare il momento dell’operazione chirurgica di un aumento di imposte. Ma gli espedienti non illudevano nessuno e, l’incertezza in cui tenevano gli imprenditori, tarpava loro le ali.

 

 

12. – Osservata la prima condizione, stato ed imprenditori, e per imprenditori intendo i capi delle imprese industriali, commerciali, agricole, bancarie, debbono dimostrare di possedere la facoltà divinatoria necessaria a creare quello che sopra ho chiamato il margine libero di reddito necessario a pagare interessi di debiti e salari a tipo monetario alto.

 

 

Se lo stato, nella sua veste di tassatore, deve saper mantenere il peso dei tributi entro i limiti iniziali, esso deve anche sapere utilizzare sempre più perfettamente quell’ammontare fisso di entrate pubbliche. Saper trovare il come è la prova del fuoco delle attitudini di certi uomini a governare. Sarebbe esagerato dire che gli uomini di stato inglesi siano riusciti, dal 1925 in poi, a dare questa dimostrazione. Se Mac Donald ed Henderson indubbiamente seppero trasformare in amichevoli i rapporti dell’Inghilterra con gli Stati Uniti, i quali durante i precedenti governi conservatori erano divenuti alquanto acidi; se posero ogni sforzo nell’avvalorare la Società delle nazioni e le iniziative per il disarmo bellico ed economico, da cui nascerebbe la possibilità di grosse economie nei bilanci pubblici: d’altro canto essi ed i loro colleghi avevano imbrogliato, con concessioni pericolose, la matassa dei sussidi ai disoccupati, dei condoni di imposte ai contribuenti locali, dei sussidi alle scuole mantenute da enti pubblici autonomi; né sufficientemente avevano sbrogliata quella dei premi e delle protezioni doganali agli zuccherieri, ai fabbricanti di automobili e ad alcuni gruppi importanti di industriali. Non cattiva gestione; ma alquanto rilassata nei rispetti delle classi lavoratrici ed imprenditrici e mancante di quelle qualità innovatrici che in tempi difficili si richiederebbero. Non apparve cioè nell’Inghilterra l’uomo di stato capace di dire la parola nuova che in questo momento si impone, l’uomo atto a conservare od a ridare al cosidetto impero britannico l’iniziativa che esso ebbe in taluni momenti storici. Se il tipo di organizzazione politica od il sistema dei partiti o lo sfavorevole ambiente sociale od il puro caso abbia negato a quel grande paese l’uomo o gli uomini di stato di cui esso aveva bisogno, è problema complicatissimo e forse insolubile. Contentiamoci di constatare il fatto.

 

 

13. – Forse il male sarebbe stato riparabile, se di fantasia divinatoria fossero stati forniti i capi delle imprese industriali, commerciali, agricole e bancarie. Sebbene la parola sia grossa, la sostanza di quello che dico “fantasia divinatoria” è relativamente modesta. La possedeva quel contadino delle mie colline, il quale, stanco di vendere le uve a prezzi sotto costo e di comprare i vitelli a 50 lire il miriagramma e di vendere i buoi a 20 lire, sprecando tempo, fieno e mangimi, si guardò attorno e si persuase che piantare noccioli era un vivere più tranquillo; sicché piantò qualche ettaro in quel modo e da parecchi anni egli fa, come dicono da noi, il “signore” con poca fatica. Possedevano altresì quella facoltà quegli altri contadini nel Pinerolese, di cui mi narrava l’amico Giretti, i quali, stufi di stare attorno ai gelsi ed ai bachi da seta, si accorsero che i virgulti dei salici si vendevano bene, e, informatisi con rustico fiuto, seppero che quei virgulti servivano a intrecciare canestri di cui in Liguria si faceva gran consumo per esportar fiori freschi. Perciò, qua e là si videro piantar salici, con vantaggio non ancora scomparso per quei contadini. Quanti di questi uomini modesti forniti di buon fiuto vivono senza rumore e prosperano finché troppi altri non li imitino! Ho l’impressione che se l’Italia tira innanzi in questi anni duri, il merito sia in parte non piccola di queste alcune centinaia di migliaia di modesta gente, la quale non fabbrica le solite derrate e merci, di cui nessuno più vuole e vanno a prezzi rotti, ma qualcos’altro che non tutti fabbricano o non tutti fabbricano di quella qualità e da cui ancora si ricavano le spese e il guadagno ordinario. Che cosa c’è al mondo di più sciagurato delle pesche, mele e pere che nascono in stagione ordinaria, che cadono a terra anzitempo ed hanno il verme o la macchia rivelatrice di un difetto? Quale prodotto più melanconico del vino comune, che a maggio prende lo spunto ed il fiorume o non sopporta i viaggi? Perciò gli agricoltori dicono che non val la pena di coltivare peschi o peri, meli o vigna e vorrebbero spiantar tutto. Così non la pensano gli agricoltori di Canale D’Alba, i quali al posto di vigneti in perdita piantarono stupendi pescheti e li circondano di cure infinite, invernali ed estive, e ne traggono pesche stupende che spediscono in Italia e fuori. I prezzi sono caduti assai; ma la merce scelta e buona si vende ancora in modo da rendere tollerabile l’aspettazione di tempi migliori. Né così la pensano i produttori di vini serbevoli e fini, di qualità impeccabile e di origine sicura, i quali sono in questi anni costretti a passar la spugna sul reddito domenicale della terra, ma non perdono sulle spese vive e traggono un salario ridotto ma non nullo dalle loro fatiche personali.

 

 

Cito esempi nostrani e paesani invece di quelli inglesi, perché aborro dal parlar di fatti lontani che non conosco se non per lettura di giornali o libri. Sicuramente esistono in Inghilterra imprenditori forniti di facoltà divinatorie. Il fiorire nuovissimo e magnifico di una Oxford industriale accanto alla vecchia Oxford universitaria, tale da far correre le autorità accademiche alla difesa delle bellezze tradizionali delle strade, delle piante, dei giardini, del paesaggio di quella stupenda città, è prova che esistono ancora creatori in Inghilterra. Ad Oxford gli Austin ed i Morris creano una città automobilistica, come trentacinque anni fa Agnelli creava una Torino automobilistica; e nel sud dell’Inghilterra, prima addormentata in uno scenario di parchi e di prati, è tutto un rigoglio di iniziative industriali. Ma che i creditori siano una minoranza troppo piccola, per ora incapace di agire fortemente sul paese, arguirei dall’entusiasmo con il quale il grosso dell’esercito industriale britannico si è gettato dietro alla bandiera protezionistica. Dopo quella di Birmingham, la camera di commercio di Manchester, cittadella antica del libero scambio, chiede dazi protettori e premi e si rallieta se la sterlina viene giù. Invocazioni che qui non discuto dal punto di vista economico. È immutata la mia posizione in questa disputa.[1] Teoricamente si posson costruire casi in cui dalla protezione si può trarre un vantaggio economico. In concreto, quando si giunge all’applicazione, quei casi non reggono alla prova. Di fatto, chi chiede aiuto di dazi di premi di sussidi pubblici, di privilegi in forniture statali è un debole, non un divinatore. Si chiedono aiuti per le produzioni vecchie, non per le iniziative nuove. Se queste sono davvero promettenti e feconde, l’iniziatore non si impaccia di aiuti altrui e cerca di utilizzare la sua idea presto, prima che diventi troppo divulgata e perciò stesso sterile. Il nuovo favore dell’opinione pubblica inglese per i dazi protettivi è indice dello stato d’animo di chi non fida in se stesso e brancica invocando l’aiuto altrui. Può darsi sia uno stato d’animo temporaneo e che la ripresa sia vicina; ma non si può astrarre dalla situazione presente.

 

 

Anche la banca inglese non pare abbia saputo trovare nuove vie per impiegare i risparmi che le affluivano in deposito. Il signor Kreuger, competente uomo per la capacità dimostrata nel creare una delle maggiori imprese industriali e finanziarie del mondo, accusa la banca in genere e non quella britannica in particolare, di essersi troppo ingrossata ed intorpidita; di dar denari soprattutto e soltanto alle imprese importanti, già arrivate, già accreditate; laddove ufficio del banchiere, assolto meglio al tempo delle case bancarie private, è quello di scoprire le iniziative nuove, delle quali si possono sperare profitti crescenti; mentre le vecchie, solide, note industrie, probabilmente sono già o presto arriveranno alla fase decrescente della parabola della loro vita.[2]

 

 

14. – Il Loveday, il quale ha scritto un assai suggestivo libro sulla crisi (recensito in questa rivista nel fascicolo di settembre-ottobre scorso, da pag. 523 a 527) osserva, lui inglese, che in Inghilterra, più che in altri paesi, mancano lo spirito scientifico, il gusto del sapere tecnico, l’adattamento ai nuovi bisogni, senza di cui un paese industriale moderno non regge alla concorrenza di quelli più ardimentosi ed innovatori. Troppo di prodotti ordinari, fondamentali, standardizzati si produce dalla grande industria, attrezzata scientificamente a lavorare in serie, con un decrescente numero di operai. Per sopravvivere, bisogna saper produrre i prodotti fini, mutevoli, capricciosi che gli uomini chiedono in aggiunta ai beni fondamentali necessari. L’Inghilterra è restata indietro agli Stati Uniti ed alla Germania nella produzione dei beni, che noi economisti chiamiamo di secondo e terzo ordine perché soddisfano bisogni più raffinati di quelli semplici richiesti dalla comune vita materiale. Non ha saputo adattarsi; i suoi capi studiano poco e gli operai hanno poca volontà di lavorare e di perfezionarsi.

 

 

15. – L’esperienza più recente fa dubitare se i paesi i quali fino a due anni fa parevano avere “divinato” meglio dell’Inghilterra le esigenze della domanda di “nuovi” beni, abbiano in verità risoluto il problema. La “divinazione” negli Stati Uniti si era concretata in un ardito piano di “imposizione” dei nuovi gusti. Partendo dalla premessa che gli uomini sono pappagalli, che l’un uomo fa quel che gli altri fanno, che le classi medie scimmiottano le classi superiori e le classi operaie le classi medie, la grande industria, con una bene organizzata propaganda, si illuse di trovare uno spaccio indefinito alle proprie vetture automobili, ai propri apparati telefonici, grammofonici, radiofonici; di vendere un numero illimitato di casette e di villette tutte uguali, con le travature, le porte, i chiassili delle finestre, i pavimenti, le scale, gli armadi fabbricati a serie in stabilimenti industriali appositi, da sistemare e inchiavardare sul luogo in un minimo lasso di tempo. La banca a sua volta inventò e perfezionò il metodo della vendita a rate di villette, casette, radio apparati, grammofoni, vetture automobili, cosicché l’acquisto di beni a consumo durevole potesse farsi nello stesso modo dell’acquisito del pane, della carne e delle verdure, con pagamenti giornalieri e settimanali. Si indovinò la “nuova” domanda, tentando di trasformarla in una domanda ordinaria, simile alla vecchia, costante nel tempo e generalizzata nello spazio. Come gli uomini consumano tutti pane, così avrebbero tutti dovuto consumare vetture automobili e villette a serie.

 

 

L’ideale di vita del paese il quale dicevasi più individualista del mondo si avvicinava così a quello del paese (la Russia) dove i governanti, forzati dalla loro dottrina comunista, debbono obbligare operai e contadini ed impiegati a comprare soltanto le merci e derrate provvedute dalle imprese statali, nella quantità e qualità disponibile. Main Street e Babbit di Sinclair echeggiano la rivolta dello spirito americano di indipendenza e di non conformismo contro la tendenza insita nella grande industria moderna a tipicizzare bisogni e beni. Finché non accada una nuova rivoluzione, impiegati, operai e contadini russi sono costretti a comperare soltanto i beni economici che piace allo stato di produrre. La miseria dei più impedisce del resto ai russi di deviare dalla retta via bolscevica ed un’abilissima propaganda li persuade che gli ideali di vita così imposti sono i più alti e belli che al mondo si conoscano. Epperciò, concettualmente, non può esistere stacco fra domanda ed offerta; sicché, coincidendo forzatamente le due, non è concepibile crisi. Il problema economico diventa puramente contabile; con una sufficiente provvista di dati (da quel che pare economisti e statistici russi hanno a loro disposizione una massa così grande ed aggiornata e compiuta di dati quale in altri paesi neppure si immagina) si possono attuare piani di ogni fatta: piani di consumo, di produzione, di risparmio, di distribuzione fra beni presenti e beni futuri, fra beni primari e secondari, fra beni godibili individualmente e beni godibili in comune. Tutto è noto e pesato: le calorie fornite ai consumatori, i metri quadrati di stanza agli inquilini, i metri di film offerti in divertimento durante il riposo dal lavoro quotidiano. Eppure, nonostante che il problema economico sia così agevolmente risolubile come quello di un convitto, di un monastero o di una casa di pena, ogni tanto qualche anello si rompe; qualche parte del meccanismo stride. E gli stridori si chiamano processi contro i sabotatori del primo quinquennale, fucilazioni di contadini e popolamento della Siberia. Come al buon tempo antico degli Czar.

 

 

La grande industria moderna non dispone della forza per ridurre all’ubbidienza i consumatori ricalcitranti. Epperciò costoro, quando ne hanno abbastanza, non comprano più vetture automobili, casette e villette, grammofoni e simili novità. Questa è “una” delle cause della crisi.

 

 

16. – Non esiste una soluzione “economica” di quella parte della crisi la quale ha l’origine ora descritta. Che si conservi o si abbandoni il tipo oro, che la moneta sia regolata o lasciata andare per conto suo, che le industrie siano razionalizzate e concentrate ovvero frazionate, che i salari siano liberi o concordati, che lo stato, purché non comunista puro, intervenga o non nelle faccende private, c’è un punto al di là del quale la domanda dei consumatori non è coercibile, non è prevedibile, non può essere fatta servire alle necessità di produzione di una industria organizzata in imprese di dimensioni ognora crescenti. Quando l’uomo rientra in se stesso, quando egli si trincera nella sua casa e nella famiglia, e chiede a se stesso: perché vivo? In quel giorno la crisi è inevitabile per una organizzazione economica la quale vorrebbe che gli uomini vivessero secondo un tipo fabbricato a suo comodo.

 

 

17. – Dirò, senza affatto pretendere di segnalare “la” causa della crisi, ma solo uno dei tanti suoi aspetti, che la guerra e la susseguente inflazione monetaria hanno trasformato “temporaneamente” la domanda. Non solo perché l’incertezza del domani ha fatto preferire il consumo di beni presenti al risparmio per l’avvenire; non solo perché ha elevato le moltitudini ed ha cresciuta la quota del reddito sociale, spettante ai lavoratori a danno della quota spettante ai proprietari ed ai risparmiatori; non solo perché per altra via ha così scemato il risparmio (virtù soprattutto delle distrutte classi medie) a vantaggio del consumo ed, inaridendo per tanti anni il flusso dei risparmi investentisi in migliorìe, in macchine, in case, ha scemato oggi il flusso dei beni presenti[3]; non solo perché ha disordinato la vita di immense contrade come la Cina, l’India, il mondo mussulmano e quello russo, ed ha scemato la massa dei beni che quegli uomini producono e perciò quella che essi possono comperare; ma anche perché ha guastato gli ideali di vita delle masse che salivano e delle classi le quali discendevano.

 

 

18. – Forse è un altro modo soltanto, questo che ora propongo, di esporre concetti già contenuti nei “non solo” che precedono. Ma parmi utile esporli anche così. Una delle osservazioni caratteristiche del De Man, scrittore altamente suggestivo,[4] è che i socialisti della scuola marxista hanno sbagliato radicalmente l’analisi psicologica delle classi operaie quando misero a fondamento dei loro scopi la lotta di classe e il collettivismo. L’uomo non odia chi sta al disopra di lui; lo imita. Il manovale imita l’operaio; l’operaio comune quello qualificato; il qualificato il tecnico; il tecnico l’ingegnere; l’ingegnere vorrebbe essere a capo di un’impresa. Ogni ceto cerca di apparire quel che non è. Il suo ideale di vita è quello proprio del ceto immediatamente superiore. Talvolta all’imitazione si accoppia l’invidia; ma non sempre. Chi lavora, quando senta interesse per il lavoro compiuto, ne è orgoglioso. L’operaio ed il contadino non hanno spesso molta stima del lavoro intellettuale. Ad essi pare anzi che gli altri “non” lavorino, perché non faticano manualmente. L’idea istintiva non è quella di combattere e distruggere la classe la quale sta al disopra. Istintivo è il sentimento del discorso di Menenio Agrippa, secondo cui ognuno fa il suo mestiere, e debbono esistere mestieri diversi. Ognuno il quale ritiene il proprio mestiere uguale e più nobile dell’altrui, ambisce mettersi a pari degli altri anche dal punto di vista “sociale”. Li imita nei modi di vita, nei cibi, nei vestiti, nella casa, nei divertimenti. Dal punto di vista economico, le trasformazioni della domanda di beni sarebbero dunque determinate dalla estensione dei gusti delle classi alte alle classi medie e dei gusti di queste alle classi inferiori. L’industriale e il commerciante, affissandosi nelle classi superiori, potrebbero avere dinnanzi agli occhi il quadro della domanda delle classi medie e lavoratrici fra cinque, dieci o vent’anni.

 

 

19. – L’analisi, ora riassunta, per necessità di sintesi, alquanto di scorcio, avrebbe probabilmente riservato qualche disillusione agli industriali i quali innanzi alla guerra avessero fatto piani di impianti e di ingrandimenti prevedendo l’estensione dei gusti dall’alto al basso. I piani sapienti – e perciò pecca dalla base il cosidetto piano quinquennale russo – sono soggetti a frangersi contro l’impreveduto, contro il caso, il fato, la fortuna. Volle il fato che la guerra distruggesse i ceti medi e ne lasciasse i resti a combattere una mischia furibonda contro le masse operaie e contadine, dalla guerra abituate ad assaporare nuovi beni mai conosciuti prima. L’inflazione monetaria che seguì sconvolse ancor più la società, privando di grandigia le classi alte e facendo emergere i nuovi arricchiti. Quali i gusti che prevalsero? Nessuno di quelli prima dominanti nei vari ceti tradizionali; non quelli di fine signorilità delle classi alte; non le abitudini risparmiatrici, chiuse, della media borghesia professionale, burocratica ed intellettuale; non i gusti semplici locali, senza tendenza a mutare, dei ceti contadini. Prevalsero i gusti propri dei ceti in ascesa, gusti che quei ceti, non essendo prima riusciti a soddisfarli, attribuivano alle classi superiori.

 

 

20. – Molte volte, senza interrogarli, mi sono fatto confessare dai contadini quale è l’ideale di vita che nella loro mente suppongono sia quello del “signore”, del proprietario, del funzionario, di chi sta al disopra di loro per modo di vestire, di vivere, di comportarsi. Le confessioni più caratteristiche sono quelle negative, le quali indicano lo stupore provato dal contadino nel veder tenuta dal signore una condotta diversa da quella che essi suppongono sua propria. «Sono signori e lavorano». «Sono signori e continuano a studiare». «Sono signori e a tavola oltre la minestra e la frutta si fanno servire un solo piatto». «Sono signori e non hanno la macchina, ma vanno a piedi od in terza classe». «Sono signori e non vanno al cinematografo». «Sono signori e non hanno la radio».

 

 

Siccome “i signori” ossia il medio ceto possidente, professionale, impiegato, tradizionalmente ha sempre lavorato, studiato, mangiato moderatamente, odiato lo sfarzo ed i divertimenti volgari, così il giudizio dei contadini parmi provare che le classi inferiori non imitano le classi superiori in quel che sono le vere caratteristiche maniere di vita di queste, ma attribuiscono ad esse quei gusti che sono loro propri e che, potendo, soddisfano. Tutto ciò è profondamente umano. Il contadino o l’operaio, il quale per generazioni ha sofferto per scarsezza o grossolanità di cibo, che si è vestito e calzato male, che non ha mai avuto altro divertimento se non il letto e l’osteria, che ha faticato per poca mercede per lunghi anni, quando dal rivolgimento della fortuna venga innalzato improvvisamente ad un livello più alto di reddito, è istintivamente portato a supporre che il modo di vita dei “signori” sia quello di mangiar di più, di vestir più sfarzosamente, di andare al cinematografo o di fare scampagnate in “macchina”, volgarissima parola che, male pronunziata, tradisce l’origine umile. Così fu che nel dopoguerra i gusti volgari e sfarzosi si diffusero, scemò l’abitudine della vita raccolta e l’amore al risparmio, ossia alle rinunce. La crisi è “anche” una manifestazione della distruzione o della decadenza dei ceti storici medi e dell’ascesa improvvisa di nuovi ceti, non ancora dirozzati, i quali hanno dato alla domanda di beni le caratteristiche di grossolanità, di improntitudine, di volubilità, proprie, in ogni tempo, dei nuovi ricchi.

 

 

Il mio è, dunque, un parziale rovesciamento della teoria dell’imitazione del De Man. Le classi contadine ed operaie e piccolo borghesi non imitarono, nel loro tempo dell’inflazione, le classi superiori; esse imitarono, invece, una immagine di se stesse, attuarono tumultuariamente quelli che erano stati i propri ideali nel tempo in cui lo scarso reddito ne vietava ad esse il raggiungimento. Si assiste, per un momento alla espansione della domanda di beni grossolani e di servizi volgari. A poco a poco la domanda è soddisfatta, e il soddisfacimento è causa di insoddisfazione psichica e di inquietudine morale. La classe la quale sale si accorge di avere soltanto ingrossato i proprii vizi, senza avere acquistato le qualità caratteristiche della classe superiore. Perciò, mutata per numero e componenti, dopo assaporata l’inutilità dei beni per tanto tempo agognati, ritorna in se stessa e riprende il proprio lento cammino verso un’elevazione faticosa e conquistata. Questo è il momento della crisi, nel quale la “nuova” domanda di beni di godimento grossolano e vistoso si contrae; e l’”antica” domanda non si è ancora rinnovata ed adattata alle mutate condizioni tecniche e sociali.

 

 

21. – Epperciò la crisi via via si attenuerà a mano a mano che i nuovi ceti diventeranno vecchi e che il mare sociale in tempesta si acqueterà. Ogni classe ed ogni ceto ritornerà a poco a poco a pregiar se stesso, a vivere secondo i propri gusti fondamentali e tradizionali. Il contadino farà a meno di vestiti alla cittadina, la sua donna di calze di seta, di cappellini e di parasoli variopinti; e pregierà nuovamente le stoffe durature; migliorerà la stalla od arrederà una stanza da pranzo diversa dalla cucina. I nuovi agiati o nuovi ricchi, i ceti burocratici e quelli operai scelti daranno più importanza alla casa bella, ai mobili semplici e duraturi, ai conforti durevoli. Taluno comprerà libri non solo per sfoggio di legature dorate; ma, come si usava in tutte le case aristocratiche e professionali d’un tempo, per istruzione delle successive generazioni. Si compreranno ancora vetture automobili per comodo o per diporto, ma non per rompersi il collo in corse senza senso. La vita nuova sarà diversa dall’antica, non foss’altro per il gusto assai più diffuso dello sport, della vita sana all’aperto, delle fatiche di montagna; ma avranno minor voga le esibizioni di torsi e di braccia da parte di bruti gladiatori. L’industria potrà assai meglio prevedere la domanda di beni da parte di una società meno fluida, meno commossa da mutazioni e commistioni di ceti inetti a comprendersi a vicenda e furiosamente spinti ad imitare altri aspetti più appariscenti della vita di ognuno di essi. Visioni fallaci d’avvenire, forse, queste. Le ho volute esporre per accentuare, col contrasto, una delle cause della crisi economica presente. Causa attinente agli ideali di vita, alla condotta morale degli uomini; e perciò anteriore alla condotta economica e di questa determinatrice.

 



[1] La logica protezionistica, in «La Riforma Sociale», vol. XXIV, 1913, pag. 822-872.

[2]  Si legga nell’«Economist» dell’11 aprile 1931 (vol. CXII, n. 4572, pag. 801-804) il rapporto dell’Aktiebolaget Kreuger u. Toll, dove il concetto che io ho tradotto in una formula riassuntiva è affermato vigorosamente.

[3] Sull’importanza della diminuzione del risparmio a determinare la crisi presente, vedi soprattutto la risposta di P. Jannaccone all’inchiesta della rivista «Economia» intorno a La depressione economica mondiale fasc. del marzo 1931, pag. 287-366.

[4] Henri De Man, Il superamento del Marxismo e La gioia del lavoro, ambi tradotti a cura di Alessandro Schiavi (Bari, Laterza, 1929 e 1931).

Torna su