Nuove tasse «simpatiche»: la tassa di bollo per i titoli esteri

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 14/08/1909

Nuove tasse «simpatiche»: la tassa di bollo per i titoli esteri

«Corriere della Sera», 14 agosto 1909

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 756-761

 

 

Quando corsero, di recente, voci di studi in corso al ministero delle finanze per l’applicazione di nuove tasse atte a far fronte alle crescenti spese dello stato e ad impedire il ritorno del disavanzo, quelle voci furono autorevolmente smentite; poiché, si osservò, il bilancio italiano non è in disavanzo e l’incremento delle spese pubbliche sarà contenuto con parsimoniosa cura entro i limiti segnati dall’incremento naturale delle entrate. Consolanti smentite per il contribuente, che già prevedeva un novello salasso alla borsa, ed ottimi propositi, che è da augurarsi siano seguiti dai fatti. Purtroppo però l’esperienza prova che i parlamenti sono inetti a costruire validi argini contro la marea crescente delle spese pubbliche: gli armamenti cresciuti, gli organici ampliati dei funzionari, il miglioramento dei loro stipendi, le assicurazioni e le elemosine sociali, ecc. ecc., cospirano perennemente contro la quiete del contribuente. In Francia, in Germania, in Inghilterra i ministri del tesoro hanno dovuto chiedere al paese ingenti sacrifici di nuove imposte per sopperire ai carichi dei bilanci della difesa territoriale e della pace sociale. La lotta per la integrità e la espansione della patria e la lotta contro la miseria costano assai; e sarebbe stranissimo che soltanto l’Italia avesse a sottrarsi all’universale tendenza di tutti i popoli ad aumentare le imposte.

 

 

Tanto meno facilmente vi si sottrarrà ove si pensi che i finanzieri hanno escogitato la formula nuovissima che si può chiamare delle «tasse simpatiche», riuscendo così a superare quella repugnanza naturale che nei tempi trascorsi la comune degli uomini sentiva per le gravezze fiscali. Una volta, quando i governi assoluti tentavano di imporre qualche nuovo balzello, erano rivolte od almeno fierissime opposizioni che finivano magari nella concessione di franchigie, di statuti, di carte costituzionali in cambio del consenso strappato alle nuove imposizioni. Adesso, non si è visto forse costituirsi in Inghilterra una potente lega allo scopo di patrocinare in comizi giganteschi l’attuazione dei non pochi né lievi tributi proposti nel bilancio del cancelliere dello scacchiere, Lloyd George? Egli è che le tasse nuove sono «simpatiche» ai più che non le pagano e si illudono di non avere a subire alcun danno dalla loro esistenza. Nelle democrazie moderne, un governo il quale abbia bisogno, per una buona o per una cattiva causa, di entrate cresciute è certissimo di procacciarsi plauso proponendo imposte le quali colpiscano, in realtà od in apparenza, la minoranza degli elettori, ossia l’alta banca, la borsa, il grande commercio, i trusts di produttori, i proprietari di case. Simpaticissime sono poi quelle imposte che colpiscono il capitale straniero o quello nazionale il quale cerchi impiego all’estero; poiché non solo esse procacciano il plauso delle masse, ma eziandio quello dei capitalisti nazionali, i quali temono la concorrenza del capitale straniero o desiderano ottenere a prestito quel capitale nazionale che si ostina a cercar miglior fortuna all’estero.

 

 

Si spiega in tal modo come da noi non abbia destato alcun fervore di contrasto nel pubblico l’approvazione, silenziosamente avvenuta nelle ultime tornate di luglio, di un progetto di legge sulle «tasse di bollo da applicarsi ai valori o titoli stranieri», primo e timido saggio di quelle tasse «simpatiche» che il ministero delle finanze, malgrado ogni smentita, cercherà negli anni venturi di inserire, gemme preziose, nella raccolta delle leggi fiscali italiane.

 

 

È questa una tassa la quale – spiegava candidamente il relatore on. Falletti alla camera dei deputati – ha per iscopo di «impedire che parte della ricchezza mobiliare nel nostro paese sfugga a qualsiasi imposta e che sia menomato il principio sancito dall’articolo 25 dello statuto, secondo il quale tutti i regnicoli contribuiscono indistintamente, nella proporzione dei loro averi, ai carichi dello stato, di eliminare una facilitazione fiscale, non giustificata, che rende più agevole al capitale italiano di emigrare all’estero, di attuare quindi per i titoli esteri di stato, di enti locali o di società civili e commerciali, nel regno, per quanto si riferisce alle tasse, un trattamento analogo a quello in vigore per i nostri titoli all’estero». O non è forse vero che in Francia i titoli di rendita, prestiti od altri effetti pubblici stranieri assolvono una tassa di 2 lire per ogni 100 lire di valore nominale? E se questo è vero e se negli stati più ricchi i titoli stranieri sono universalmente colpiti con non esigue tasse di bollo, perché nella sola Italia i titoli stranieri potranno liberamente essere negoziati senza assolvere quelle tasse a cui sono soggetti i titoli nazionali? Grave è il pericolo dell’esportazione di capitali dall’Italia in cerca di investimenti stranieri e non dubbio è il danno, già una volta verificatosi, per la stabilità del cambio. Di qui l’opportunità, anzi l’urgenza – così afferma ancora il relatore della camera – di non perdere tempo e di colpire subito con una tassa di bollo di una lira per ogni 100 lire di valore nominale i titoli di rendita, le obbligazioni e gli altri effetti pubblici emessi da stati esteri, ad eccezione dei buoni del tesoro emessi da stati esteri con scadenza inferiore ad anni cinque; e di due lire per ogni 100 lire di valore le azioni, le obbligazioni, i titoli di prestiti di qualsiasi specie emessi da comuni o provincie di stati esteri o da società commerciali o da corporazioni o da qualsiasi istituto straniero.

 

 

Ad impedire le frodi, è detto che i titoli esteri non regolarmente bollati non possono essere esposti in vendita, ceduti, dati in deposito o a titolo di pegno, né formare oggetto di qualsiasi operazione, tanto nelle borse di commercio, che presso le stanze di compensazione, banche, istituti e privati. È pure vietata l’enunciazione dei titoli suddetti, che non abbiano scontato la tassa di bollo, in atti e scritti pubblici e privati, eccettuati gli inventari. Ogni contravvenzione alle disposizioni della legge sarà punita con la pena pecuniaria di venti volte la tassa non pagata, a carico dei possessori e di ciascuna delle persone che hanno preso parte, anche come semplici intermediari, ad un’operazione qualsiasi sopra titoli esteri non bollati, ancorché si tratti di semplice servizio di cassa per rimborsi o pagamento di interessi. La pena pecuniaria non sarà mai minore di lire trenta.

 

 

Eguale pena sarà applicabile a coloro che espongono in vendita, o enunciano in atti o scritti, titoli esteri non bollati, ai notai ed agenti di cambio, agli ufficiali e funzionari pubblici, ai giudici, cancellieri ed ufficiali giudiziari per ciascuna contravvenzione cui abbiano preso parte.

 

 

È forse necessario di dire che questa grida contro i valori stranieri, per quanto accolta con compiacimento dalla maggior parte della stampa finanziaria, è destinata a rimanere lettera morta e dimostra soltanto la scarsa valutazione della convenienza degli investimenti in titoli stranieri? L’Italia non è, come la Francia o l’Inghilterra, un paese dove sia oramai antica la consuetudine di investire capitali all’estero; e dove quindi una tassa nuova sui titoli stranieri possa essere accolta senza perturbare il mercato dei titoli stessi. In Francia, è interesse degli stati e degli enti stranieri far bollare parte dei titoli, che essi emettono, allo scopo di poter sfruttare il larghissimo mercato francese. Di solito i prestiti stranieri vengono anzi emessi in serie separate, una da collocarsi in Francia, l’altra in Inghilterra, la terza in Svizzera, la quarta in Germania, ecc. Ogni serie è sottoposta al bollo dello stato in cui viene emessa ed in cui soltanto circola in via normale. Siffatta pratica è possibile perché gli stati e gli enti emittenti godono già in Francia, in Inghilterra un largo credito, hanno il seguito di una fidata clientela e sono sicuri che quella tal massa di titoli rimarrà nel paese di emissione, e non dovrà pagare, ad ogni stormir di foglie, un nuovo diritto di bollo per essere venduta a capitalisti di un paese diverso da quello dove fu originariamente bollata.

 

 

Qual è, ora, quello stato o quell’ente straniero che vorrà venire a fare una emissione di suoi titoli in Italia? Probabilmente le camere di commercio e il governo rifiuterebbero persino di concedere la quotazione del titolo nelle nostre borse; e se pur la concedessero, il mercato offerto dal risparmio italiano è così esiguo che a quegli stati od enti non converrebbe sicuramente di pagar la tassa di bollo nell’incertezza di trovare una clientela nostrana costante.

 

 

Se è improbabile che la tassa di bollo abbia ad essere pagata in occasione di emissioni di nuovi titoli stranieri, spera forse il fisco italiano di colpire quei titoli stranieri che tuttodì sono privatamente acquistati dai capitalisti nostrani? La grida è invero solenne e terribile: multa di venti volte la tassa per ogni contravvenzione, solidarietà dei venditori, acquirenti, banche, agenti di cambio, notai, ufficiali e funzionari pubblici che siano intervenuti comunque nei negozi riflettenti i titoli stranieri non bollati: divieto di enunciazione, di vendita, di deposito, di pegno per questi titoli e via dicendo. Parole grosse, che non condurranno a nessun risultato. O meglio, condurranno a questo solo risultato: che i titoli stranieri non potranno essere negoziati pubblicamente, che gli istituti di credito non potranno farne pubblica propaganda presso la clientela minuta, specie della provincia, che non sarà possibile ottenere su quei titoli anticipazioni dalle banche italiane nelle forme volute dalla legge. E con ciò? Si sarà impedito ai piccoli capitalisti, sempre diffidenti e paurosi, l’acquisto di qualche lotto di rendita forestiera, e non si potrà formare in Italia quel largo mercato in titoli esteri, che è la condizione necessaria affinché una tassa sia produttiva e sia pagata. Ma non si impedirà menomamente ai grossi capitalisti i quali finora sono i soli che abbiano l’abitudine di comprare titoli stranieri di seguitare a comprare ed a tenere, nulla pagando, quanti titoli stranieri vorranno. I grandi istituti di credito si rifiuteranno agli acquisti? Ci sono moltissimi banchi privati che ben volentieri si incaricheranno della bisogna. Nessun banchiere od agente di cambio italiano oserà, per ipotesi inverosimile, farla al fisco, per quanto si tratti di cosa facilissima? Niente vieta al capitalista di rivolgersi al corrispondente straniero di quel medesimo banchiere o ad una delle tante solidissime banche francesi e svizzere che si occupano di collocare titoli. Non sarà possibile ottenere anticipazioni in Italia sui titoli non bollati? E i titoli si daranno a riporto a Parigi, magari ad un interesse più mite.

 

 

A pensarci bene, la nuova tassa sui titoli stranieri, la quale avrebbe potuto essere istituita con successo fra venti anni, quando l’Italia fosse divenuta una nazione creditrice, è destinata ora a convertirsi in una multa che colpirà alla cieca quei disgraziati che per una qualunque ragione non saranno riusciti a sfuggire al fisco. Se le tasse debbano essere imposte non perché siano pagate in via normale, ma perché siano esclusivamente assolte nei casi di infortunio fiscale, lascio giudicare agli uomini di buon senso. Che, economicamente, sia opportuna una legislazione la quale vieta alle piccole borse investimenti che possono essere altamente proficui al paese ed agli investitori, la quale soffoca sull’inizio la formazione di quel largo mercato dei titoli stranieri che è il presupposto primo ed indispensabile di una tassazione fiscalmente feconda; e riserva gli acquisti di titoli stranieri precisamente a quei grossi capitalisti che si vorrebbero colpire; che, ripeto, una legislazione siffatta sia economicamente ragionevole, parmi assurdo sostenere.

 

 

Un augurio perciò vogliamo fare: che negli studi di rimaneggiamenti fiscali alacremente condotti innanzi dal ministero delle finanze si tenga di mira questo punto essenziale: che è opportuno rendere le tasse (qui si parla del gruppo delle tasse sugli affari, ma il ragionamento potrebbe essere esteso anche alle imposte sui redditi e sui consumi) meglio perequate in guisa da togliere il gravame eccessivo ora esistente per le piccole contrattazioni; ma questo fine ragionevole deve essere subordinato ad una condizione essenziale: che la ricchezza non sia soffocata in sul nascere, che la tassa non distrugga la materia stessa imponibile. Alla fine del 1907, sotto il pungolo della crisi economica, il legislatore italiano si inoltrò con coraggio sulla giusta via, riducendo alla metà e più le tasse sulle cambiali e sulle anticipazioni; e dell’audace e benefica riforma già si vedono i frutti nel crescere della materia imponibile. Perché ora, con la tassa di bollo sui titoli stranieri, si è battuta una via radicalmente contraria, e, volendosi colpire con una tassa gravosa i titoli stranieri che finora da noi esistono solo sporadicamente, si vuol vietare che essi siano importati in abbondanza, in modo che valga poscia la pena di colpirli?

 

 

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