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La Stampa

Nuovi cavalieri

«La Stampa», 11 maggio 1901

 

 

 

Dunque, ogni anno – secondo quanto recitano gli statuti del nuovo Ordine del lavoro – ottanta egregie persone, che si saranno distinte nei più varii campi dell’industria, dei commerci e dell’agricoltura, acquisteranno il diritto di ornare il loro petto con la croce di cavalieri del lavoro. In siffatta guisa pensa certamente il Governo di contribuire all’incremento della ricchezza nazionale.

 

 

La speranza di essere annoverato nella breve schiera dei nuovi cavalieri stimolerà l’agricoltore ad innalzare con concimi chimici e con macchine potenti la fertilità della terra ad un limite ignoto adesso; aguzzerà l’ingegno dell’industriale nella ricerca di nuovi e più perfezionati congegni tecnici; farà drizzare la prora delle navi verso lidi dove la bandiera italiana non era sventolata mai, ed infonderà nel cuore degli operai il sentimento del dovere e li ornerà di una dignità nuova nelle trattative cogli imprenditori.

 

 

Ad ottenere questi o somiglianti effetti pensava il ministro che ebbe la idea di inaugurare l’opera sua di redenzione a favore dell’economia d’Italia, creando un nuovo ordine cavalleresco, quasi non bastassero gli antichi ordini a soddisfare le ambizioni legittime od illegittime dei postulanti di titoli, e quasi le onorificenze esistenti fossero destinate a premiare la virtù dell’ozio. Forse si sarà pensato che i titoli vecchi erano divenuti una merce troppo comune in Italia, che i cavalieri erano diventati numerosi come eserciti, che le denominazioni di cavaliere, ufficiale, di commendatore erano discesi alla condizione di richiamo alla clientela sulle quarte pagine dei giornali.

 

 

E fors’anco si sarà creduto che al lavoro veramente fecondo fosse necessario dare un premio che non si confondesse coi ciondoli regalati a coloro che han saputo lavorare al trionfo delle candidature governative in tempo di elezioni generali. A noi tutto ciò sembra alquanto strano e molto ingenuo. Non è con questi mezzi che si rigenera l’economia di un paese. Lasciateli respirare e vedrete i lavoratori e gli industriali d’Italia compiere opere grandiose, senza che faccia d’uopo attirarli con la prospettiva della novissima croce. I nuovi cavalieri andranno a crescere la schiera dei titolati che son divenuti una delle piaghe del nostro paese. Cavalieri del lavoro saranno ancora degli uomini politici, dei pseudo-industriali beniamini della burocrazia.

 

 

Coloro che sapranno farsi fare la reclame migliore diventeranno cavalieri; oppure forse quelli che avranno, con sapienti scritture, dimostrata l’utilità di una propria iniziativa poco feconda di utili pecuniari. Ma coloro che oscuramente lavorano, coloro che accrescono davvero la ricchezza nazionale, quelli non saranno crocifissi.

 

 

Non sarà gran male per essi, ma non è motivo di conforto per noi che si dia inizio alla tanto auspicata opera di rinnovamento accrescendo la copia dei favori e dei titoli che i politicanti possono distribuire alla gente desiderosa di crescere in dignità aggiungendo un suffisso al proprio nome.

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