Nuovi vagabondaggi intorno alla crisi

Tratto da:

Nuovi saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/07/1933

Nuovi vagabondaggi intorno alla crisi

«La Riforma Sociale», luglio-agosto 1933, pp. 431-449

Nuovi saggi, Einaudi, Torino, 1937, pp. 15-33

 

 

 

1. – È finita o non è finita? S’intende la crisi. Che è quella tal cosa della quale nessuno vorrebbe più sentir parlare, per attendere esclusivamente a fare oneste accoglienze alla “prosperità”, la quale alla sua volta è quella tal signora che gli americani ad ogni mattino vorrebbero, usciti di casa, incontrare allo svolto del cantone. Per conto mio, quando voglio farmi un’idea un po’ meno imbrogliata di come vanno le cose del mondo, faccio come usava un tempo l’on. Giolitti. Innocente, come era, di teorie economiche e poco incline a lasciarsi confondere la testa dai periti, l’on. Giolitti semplificava, giudicando il mondo attraverso la provincia di Cuneo. Il metodo era leggermente esagerato; ma non tanto quanto può sembrare a prima vista. Tutto il mondo è paese; e non si vede perché, in fondo in fondo, l’operatore di borsa di Nuova York debba ragionare diversamente dal contadino della provincia che è anche la mia. Il punto del decidere non sta nell’essere l’uno un signore abituato a leggere in un ufficio i nastri della macchinetta registratrice delle quotazioni di borsa di Nuova York o di Chicago e l’altro uno zotico dalle scarpe grosse, il quale spinge i vitelli sulla strada, che va al mercato di Fossano od a quelli di Carrù o di Cuneo. Non lo stile smart dell’abito o le scarpe grosse; ma il cervello più o meno fino rendono l’uno dall’altro diversi, ed a volta a volta l’uno all’altro superiori, speculatori e contadini.

 

 

2. – Sta di fatto che il contadino della mia provincia brontola ancora, come è suo costume da tempo immemorabile, ma non ha l’aria di sentirsi tremar più la terra di sotto i piedi. Perché? perché il paio di buoi o la vacca con vitello, i manzi che ruminano nella stalla od i maiali che grufolano nel truogolo, sono suoi e non assunti a soccida;

 

  • perché sono suoi i carri, gli aratri, le seminatrici e le falciatrici che stanno sotto il portico;

 

  • perché, se mezzadro od affittuario, non ha debiti verso il padrone; se proprietario, la terra è sua, ben finita di pagare. Negli anni scorsi, anche costoro si lamentavano, chiedendosi al mercato: quando finire di andar male? Facevano la faccia scura, perché era fallita od in moratoria od in liquidazione la banca o banchetta o ditta in cui avevano depositati i risparmi all’interesse del 5 per cento, ed avevano dovuto dare l’addio ai denari con cui si ripromettevano di fare qualche buon acquisto di terra. Adesso, se mettono da parte qualche soldo, lo portano alla cassa di risparmio od alla posta, riflettendo che, se si fossero contentati anche prima del 3%, sarebbe stato meglio. Quanto ai terreni, la furia di comperarli, coprendoli di marenghi d’oro, è passata. Soprattutto, hanno imparato che è meglio non comprare piuttosto che lasciare una parte anche piccola da pagare. Si parla, sul mercato, di quei tre fratelli, gran lavoratori, se mai ve ne furono, al cospetto di Dio, i quali lavoravano dall’alba alla sera, sul terreno proprio e sull’altrui e guadagnavano giornate grosse, fin di 30 e 35 lire. Volle la mala sorte che il diavolo li consigliasse a vendere il piccolo podere di casa, mal comodo, perché ficcato tra vicini e ad acquistare, aggiungendo al ricavo i risparmi, un fondo più ampio, indipendente, sul quale tutti potevano lavorare. Ma non poterono ritirare tutto dalla banca innanzi che questa calasse gli sportelli; ma rimase un saldo che si sperava pagare in alcuni anni. Intanto i prezzi del vino e delle bestie cominciarono ad andar giù, mentre gli interessi scadevano e si cumulavano. Nella casa, un tempo modello di unione e di pace, entrò, coi debiti, la discordia; specialmente le cognate inviperirono, rendendo la vita in comune infelice agli uomini. Nonostante la buona volontà dei creditori, la rovina non fu potuta evitare; ed ora la famiglia è dispersa e miserabile.

 

 

Non faceva piacere, neanche a coloro i quali non avevano debiti, entrare nella stalla a rigovernare i buoi ed i vitelli. Più mangiavano pietanza, quegli ingordi, e più ribassavano di prezzo. Bella soddisfazione comprare a cinque mila lire un paio di buoi magri scannati, mantenerli a far niente nell’inverno e poi rivenderli ingrassati a quattro mila lire! E l’anno dopo, ripetere la stessa storia comprando a quattro mila lire e rivendendo a tre! Manco a farlo apposta, la roba magra la si dovea comprare cara e quella grassa rivenderla a buon mercato. Così il capitale sfumava; e chi aveva una stalla da 50 mila lire se la vedeva a poco a poco rimpicciolire, colle stesse bestie, a 40, a 30 ed a 20 mila lire. Valeva la pena comprare lattonzoli grossi come il pugno a 70-80 lire l’uno, per vendere il maiale grasso a così poche centinaia di lire da non ricuperare neppure i quattrini della crusca e dei mangimi che si era stati costretti a vedergli divorare? La rabbia era tanta da far persino dimenticare al contadino di dare i pasti alle ore giuste. La malinconia trapassava anche nelle bestie; sicché un passante fu avvertito di stare alla larga dal porcile, ché l’animale era “arrabbiato”. Cosa mai più vista, salvo che in tempo di crisi. Non faceva neppure piacere un bel parto; e la carne tenera di sanato non fu mai tanto a buon mercato come negli anni recenti quando al contadino tardava di vendere il vitellino quasi appena nato per la paura di dovergli mettere in bocca qualcosa.

 

 

Tutto ciò sta rapidamente diventando ricordo del passato. Fa di nuovo piacere entrare nella stalla. Quel bel paio di buoi, comprato magro a 20 lire il miriagrammo quando pesava 100 mg., non fa paura. Il contadino è rassegnato a venderlo, grasso, un paio di mesi dopo la campagna dei lavori estivi od autunnali, a 18 lire; ma poiché il peso sarà di 130 mg., qualcosa di profitto rimarrà… Quel bel vitello della coscia, naturalmente, farà un po’ svalutare la madre, e mangerà fino al giorno di essere venduto; ma, ai prezzi odierni delle vacche, del latte, delle pietanze, il contadino, il quale non ha spese generali e le cui donne accudiscono le bestie piccole, se non c’è da farsi ricchi, può tirare innanzi. I porci, quei mangia crusca a tradimento, che due anni fa ed ancora l’anno scorso erano oggetto del disprezzo generale, sono cresciuti assai nella pubblica stima. I contadini, i quali hanno continuato o ricominciato ad allevarli, sono tenuti in conto di oracoli e la gente pensa: come hanno fatto a sapere che sarebbero riaumentati di prezzo? La spiegazione è semplice; ma nessuno vuole sentirsela dire: che i porci, come i bachi da seta, bisogna allevarli quando nessuno ne vuol sentir parlare. L’anno venturo, gran quantità di allievi avremo nei porcili della mia provincia; e si tornerà a vendere la foglia di gelso, la quale per due anni è rimasta sulla pianta. Per la vigna, la faccenda andrà un po’ più per le lunghe; ché tanti hanno dovuto vendere l’acquetta della malora della vendemmia piovosa del 1932 a 10-20 lire la brenta (da 50 litri) da non sentirsi incoraggiati a curare con l’antico amore i filari. Eppure, c’è qualcuno il quale, negli stessi luoghi, vende lo stesso vino, della stessa campagna, senza alcun taglio di mosti forestieri, a 50 e 60 lire, soltanto perché usa metodi perfezionati di vinificazione e sa conservare il vino serbevole anche attraverso le calure estive! Il vino soffre ancora di un guaio non patito dai buoi, dai vitelli, dai porci e dai bozzoli; poiché se questi si vendono sempre a contanti, immediato pagamento in marenghi (di conto) sul luogo del mercato; il vino è comprato a contanti solo quand’è roba ordinaria, da battaglia, nella mia provincia da negozianti chiamati per antonomasia narzolini dal nome di un paese, dove di padre in figlio tutti fanno i negozianti di vini. La merce fina è invece venduta direttamente alla clientela di albergatori, osti e privati, i quali hanno preso la mala abitudine, un tempo ignota, di pagare a sei mesi, un anno e qualche volta, finora di rado, di non pagare affatto. Se solo ritornasse in favore quella che Luigi Luzzatti chiamava la religione della scadenza, i produttori di vino ben fatto comincerebbero a rivedere giorni migliori.

 

 

3. – Se l’on. Giolitti ragionava i problemi dell’Italia e del mondo attraverso la sua visione della provincia di Cuneo, perché la riteneva il prototipo della perfezione politica sociale ed economica, e se si deve ammettere che essa sia davvero un modello di sana struttura sociale; io mi sono però richiamato a ricordi paesani solo per trarne argomento qualche illazione inversa per i casi nei quali non sono prevalenti le caratteristiche economico sociali diffuse in quella provincia.

 

 

La crisi può ritenersi cioè finita in quei casi soli nei quali si è ristabilito l’equilibrio fra costi e prezzi. Se noi ci troviamo in presenza di:

 

 

  • produttori senza debiti;

 

  • i quali non facciano conti di inventario, per cui cioè la terra non ha un valore capitale, che occorra remunerare con interessi dati e con date quote di ammortamento (per il piccolo e medio proprietario la terra è uno strumento di lavoro, remunerabile congiuntamente colla fatica prestata e progressivamente perfezionato con migliorie operate col lavoro proprio e dei figli nei giorni liberi dai lavori ordinari);

 

  • i quali non abbiano da remunerare mano d’opera salariata perché il grosso dei lavori è fatto in casa, dal proprietario, dal mezzadro o dall’affittuario, e solo eccezionalmente si ricorre ad avventizi;

 

  • i quali siano amministrati da presidi di provincia o da podestà assennati, intenti a compiere egregie opere pubbliche colla massima economia ragionevole ed in cui perciò imposte e sovrimposte siano tenute, con bilanci in ordine, entro i limiti segnati dalle leggi;

 

 

la crisi può ritenersi finita, a condizione che ogni famiglia viva entro i limiti dei propri redditi; ossia consumi i prodotti dell’orto e del campo, beva il proprio vino e compri quel che fa difetto a prezzi non dissimili per altezza relativa dai prezzi di vendita dei bozzoli, del vino, del frumento, dei vitelli, dei porci, dei polli e delle uova portate al mercato. Anche se non c’è il perfettissimo equilibrio – quando mai, del resto, ci fu? – ce n’è abbastanza per permetterci di affermare che i dissesti sono oramai limitati a quelli i quali derivano dalle solite cause permanenti: incapacità tecnica, disgrazie di grandinate o di malattie, discordie famigliari, condotta morale disordinata e simili.

 

 

4. – Certamente i se premessi alla conclusione sono formidabili. Due specialmente mi paiono degni di attenzione: il primo dei quali è notissimo, e trovasi alla ribalta della pubblica discussione in tutti i paesi del mondo: essere senza debiti ed il secondo, sebbene meno comunemente avvertito, è forse più intricato: non avere obbligo di inventario. Si potrebbe quasi fare una scala dei paesi delle industrie delle imprese in ordine alla intensità con cui essi sentono la crisi, a seconda che essi si avvicinano più o meno all’ideale del contadino proprietario della mia provincia dell’essere senza debiti e senza obbligo di inventario.

 

 

5. – Il debito è il gran tormento della fase calante del ciclo economico. Il vignaiolo, il quale agli anni del 1923 al 1929 ha colle braccia sue e dei figli rinnovato su piede americano un ettaro di vecchio vigneto filosserato, ha bensì speso da 20 a 25 mila lire per scasso reale profondo un metro, acquisto di barbatelle, pali, filo di ferro, cure delicatissime ai nuovi impianti e rinuncia al raccolto per tre anni al minimo, e più probabilmente quattro se la terra rivoltata era vergine e cruda e richiese di essere frantumata dai geli e cotta al sole d’estate prima del piantamento, interessi decorsi nel frattempo ecc., ecc. Ma la spesa non fu in moneta, ma in sudor della fronte e tempo perduto. I pali forse li aveva nel suo ceduo; o se dovette acquistarli, il contadino andò a tagliarseli in persona e li trasportò sul luogo con mezzi suoi. Le barbatelle solo in parte furono comprate; spesso li produsse nel suo vivaio. A fare i conti bene, il vignaiolo dovrebbe addebitare al conto capitale dell’ettaro di vigna rinnovata su piede americano da 20 a 25 mila lire per spese di rinnovo, oltre le 10 mila lire, ad ipotesi, di valore del terreno nudo. In realtà egli spese in moneta solo cinque mila lire; ed il suo pensiero corre solo a questi se fa i conti del reddito della vigna. È vero che quando egli fece i lavori, l’uva si vendeva a 150 lire il quintale ed oggi a stento si fanno 50 lire. È vero che moltiplicando 150 lire per 80 quintali di prodotto medio, netto da grandini, geli tardivi, annate sfavorevoli, ecc., per vigne ben tenute il vignaiolo proprietario diretto coltivatore avrebbe ricavato un lordo di 12.000 lire per ettaro ed un netto (per lui) di 8.000 lire per ettaro: che egli avrebbe ritenuto buona remunerazione del capitale terra di 10 mila lire, delle spese vive di rinnovo di cinque mila lire e del suo lavoro di impianto e di coltivazione ordinaria. Oggi che il ricavo lordo è disceso a 4.000 lire e quello netto a 2.666, il reddito è certo minore, ma un interesse modesto sulle 10 + 5 mila lire di costo capitale e un compenso per il lavoro ancora si ottiene. Il contadino tira innanzi, sperando in tempi migliori.

 

 

6. – Chi non tira innanzi è il proprietario non coltivatore diretto, il quale abbia dovuto assumere a mutuo anche solo metà della spesa di rinnovo. È quasi impossibile che egli paghi meno del 7% fra interessi e quota di ammortamento, 840 lire all’anno su 12.000 lire di mutuo. Coi prezzi a 150 lire per quintale, il suo conto dava all’attivo lo stesso lordo di 12.000 lire ma un netto sole di 4000 lire. Le spese per lui non sono soltanto come per il contadino, quelle da imposte, zolfo, solfato di rame, macchine e spese di avventizi; ma queste più tutte le ordinarie spese di lavorazione, che sono almeno altrettanto. A calcolare un netto uguale ad un terzo del lordo, probabilmente si esagera. Ad ogni modo, coi prezzi alti, deducendo 840 lire di interessi ed ammortamento del mutuo dal netto di 4.000 lire, rimaneva un resto di 3.160 lire, modesta remunerazione del capitale terra in 10.000 lire, interesse ed ammortamento delle rimanenti 12.000 lire investite di suo, oltre il ricavo del mutuo, nel rinnovo della vigna e compenso dell’opera di vigilanza, direzione e rischio. Non era una remunerazione straordinaria per chi rischia capitali ed impiega lavoro; ma i proprietari pregiano, oltre al denaro, la sicurezza, la stima sociale e quelle che si chiamano, e sono per chi le apprezza, le delizie agresti. Ma a prezzi bassi? Il lordo cala a 4.000 lire; e poiché parecchie spese: imposte e contributi diversi, salari, macchine ed arnesi, zolfo e solfato di rame, ecc., sono fisse o calano meno rapidamente dei ricavi, il netto non può più calcolarsi uguale al terzo. Gran mercé, se riuscirà a non scendere sotto il quinto, ossia ad 800 lire. Siamo sotto alle 840 lire di annualità del mutuo. Se il proprietario non ha altre fonti di reddito, se non ha impiego o professione, in pochi anni i debiti si cumulano e fa d’uopo vendere a prezzi rotti. Ogni tanto si sente parlare di fortune che ieri sembravano solidissime ed oggi sono distrutte. Famiglie sclassificate; vecchi, che hanno faticato tutta la vita a crear qualcosa ed oggi i debiti li buttano come stracci per le vie del mondo in cerca di un mezzo qualunque per vivere.

 

 

Fino all’anno scorso, non c’era scampo neppure morale per coloro che erano stati sorpresi indebitati dalla raffica dei prezzi. Dovevano vendere senza avere la soddisfazione di andarsene dalle loro terre senza strascico di debiti. Qualunque offerta di terre cadeva nel vuoto; i compratori a stento si facevano innanzi a prezzi inferiori, lira nuova per lira vecchia, a quelli dell’anteguerra. Oggi, probabilmente per effetto dell’equilibrio ristabilito nel bilancio dei proprietari coltivatori diretti, esiste di nuovo un mercato delle terre. Forse il proprietario indebitato, a cui l’ettaro di vigna costa 10.000 lire per valore del terreno nudo e 20-25 mila per spese di rinnovo, riesce a vendere, se i contadini diretti coltivatori si decidono a fare acquisti, a 10-12 mila lire. Rimborsa il mutuo e se ne va a fronte alta. Non è ancora la salvezza economica; è già quella morale, sempre foriera della prima.

 

 

7. – Il problema dei debiti è un problema grosso in Italia? Sarebbe una evidente esagerazione dire di no; ma sarebbe ugualmente esagerato dire che esso sia talmente grosso da richiedere provvedimenti di carattere sismico, come quelli a cui va facendoci assistere per gli Stati Uniti il signor Roosevelt. In fondo, la ragione ultima del voluto crollo del dollaro è stata la pressione dei debitori, specialmente dei debitori agricoltori, i quali non potevano, coi prezzi del frumento, del cotone e dei porci (granoturco) ribassati alla metà od al terzo pagare le annualità dei debiti. Perciò Roosevelt ricorse al rimedio eroico dell’abbandono della base aurea, affinché, svalutandosi il dollaro carta, i prezzi in carta salissero ed i produttori indebitati potessero far fronte ai loro impegni.

 

 

In Italia, la situazione parmi profondamente diversa.

 

 

I milioni di piccoli e medi proprietari di terreni e di case hanno sempre avuto un sacro orrore del debito, delle ipoteche e delle cambiali. Nessun miglior pagatore del contadino: ben lo sanno i notai, i geometri, i bottegai di campagna. Il contadino, salvo le gloriose eccezioni dei soliti piantachiodi, deve andar soggetto a particolari sofferenze, da cui l’umanità civile si è oramai liberata, quando sa di dover denaro a qualcuno.

 

 

Né parmi oberata eccessivamente la classe degli artigiani, dei piccoli e medi industriali e dei commercianti. Qui è maggiore la percentuale di gente leggera, a cui l’aver concesso credito fu soprattutto colpa del creditore; e qui si diffuse un po’ troppo l’abitudine, presto fatta contagiosa, di ritardare a pagare, anche quando pagare si potrebbe. Ma neppure qui la malattia del debito ha aspetti allarmanti.

 

 

Dimensioni degne di rilievo si hanno solo nelle situazioni debitorie di una parte dei proprietari maggiori i quali compierono, coll’aiuto del credito, opere di miglioria o di bonifica o si ostinarono o furono consigliati ad andare contro vento (tipici i risicultori del vercellese e del novarese). Qua e là si sente dire anche di piccoli proprietari, gravati da contributi fortissimi a nuovi consorzi di irrigazione. Aggrovigliata è la posizione debitoria di una minoranza di società anonime industriali; specie di talune tra le più grosse, le quali hanno compiuto grossi impianti ricorrendo ad aperture di credito bancario od hanno reso ossequio all’idolo delle catene, spinte dalla smania di dominare vasti rami dell’industria. Non mancano tuttavia, nel campo medesimo della grande industria, oltreché in quella della media industria, casi numerosi di industriali i quali sono creditori in banca; i quali prudentemente hanno tirato i remi in barca e, potendo acquistare materie prime a prezzi calanti, si sono ricoperti per periodi sempre più brevi; ed hanno depositato in banca od acquistato buoni del tesoro od altri valori pubblici per le somme così liberate. Come si spiegherebbe, altrimenti, il favore crescente dei valori a reddito fisso?

 

 

8. – Tutto sommato, il problema dei debiti non è in Italia di gravità eccezionale. Ha qualche aspetto serio. L’intervento dei vari istituti di credito: fondiario, agrario, mobiliare, inteso a trasformare debiti brevi onerosi in debiti lunghi miti e ad evitare collassi debitori troppo estesi può essere vantaggioso ed appartenere a quel genere di salvataggi che furono così bene descritti dal Pantaleoni.[1] Provvedimenti radicali come quello Rooseveltiano negli Stati Uniti o la riduzione forzosa degli interessi decretata in Germania avvantaggerebbero tanto coloro i quali furono sopraffatti veramente da circostanze imprevedibili, quanto quelli i quali sventatamente si cacciarono in intraprese superiori alle loro forze e non misurarono le conseguenze dei propri atti e più gli altri i quali possono e devono pagare e male si gioverebbero di provvidenze generali. Bene perciò ha fatto e fa il governo italiano a resistere a richieste di interventi indiscriminati generali. La politica adottata da noi fu di fornire qualche concorso statale nei soli casi nei quali il debito sia stato assunto per compiere opera vantaggiosa, oltreché all’individuo, alla collettività e di favorire gli spontanei accordi fra debitori e creditori allo scopo di ridurre il peso gravante sui primi e meglio assicurare il rimborso del capitale ai secondi. A me pare che, così facendo, si operi bene; e che l’andar oltre questo segno non sia giustificato dall’esame dei dati di fatto quali oggi conosciamo.

 

 

9. – Nelle cose economiche, si osservi, è necessario guardare più all’avvenire che al passato. In qualunque decisione importa più guardare all’influenza che essa eserciterà sulle azioni future degli uomini che a quelle che essa può avere a correggere decisioni passate. Chi ha contratto un debito oneroso per capitale o per interessi è certamente avvantaggiato se gli interessi vengono ridotti o se gli è concessa una mora più lunga al rimborso del capitale. Ma se l’alleggerimento è operato con danno altrui, come accade attraverso la svalutazione del dollaro negli Stati Uniti, il vantaggio dei debitori non è ottenuto a troppo caro prezzo? Quale effetto avrà in avvenire sull’animo dei risparmiatori il timore che, lamentandosi di nuovo i debitori, il dollaro venga di nuovo svalutato? Pessimo senza dubbio e di danno superiore al vantaggio. Parimenti, quale si può prevedere sia l’effetto della riduzione forzosa degli interessi decretata in Germania? Che i risparmiatori tenderanno in avvenire a premunirsi contro nuovo consimile rischio, assicurandosi, in guisa diretta od indiretta, un aumento preventivo nel saggio di interesse; sicché i danneggiati ultimi saranno i debitori medesimi. Di nuovo, i soli mezzi con i quali si possa recare qualche sollievo ai debitori senza recar danno alla produzione futura del risparmio sono i concorsi statali nei casi di fini di pubblica utilità e l’incoraggiamento ad accordi volontari privati fra le parti. Se la parte creditrice è un ente il quale raccoglie depositi, l’accordo, più facile per quanto tocca l’animo degli amministratori dell’istituto della cassa o della banca, è reso più arduo dalla necessità di non toccare i depositanti, i quali da una riduzione forzosa di interessi o da un consolidamento del loro credito trarrebbero motivo di allarme. Se la situazione dei debitori appare veramente grave, l’unica via di uscita, appare dunque l’intervento dello stato, il quale, a spese dei contribuenti, assuma l’onere di cui i debitori sono alleggeriti. Ma anche l’intervento dello stato incontra il limite della necessità di non incoraggiare, coll’esempio odierno, in futuro i debitori (agricoltori e industriali) a far debiti alla leggera, fiduciosi che, se essi non potranno pagare, lo stato pagherà per essi. Perciò l’aiuto dello stato deve essere parziale, sicché l’onere di scontare il grosso degli errori commessi rimanga sui debitori e deve essere limitato a quei casi nei quali si possa sicuramente affermare che la causa dell’errore commesso nell’indebitarsi oltre misura sta in circostanze, storicamente conclamate ed imprevedibili, di forza maggiore o di incoraggiamenti governativi medesimi, alle quali sarebbe stato ultra vires sottrarsi.

 

 

10. – Appunto perché nelle decisioni economiche bisogna badare all’avvenire e ricordarsi del passato solo a guisa di ammaestramento per il futuro, la importanza dell’essere senza debiti è di gran lunga minore, rispetto alla domanda siamo usciti dalla crisi?, del non avere obblighi di inventario. Ritorno, per spiegare il concetto, al mio proprietario indebitato. Il quale sta per andare colle gambe all’aria perché, possessore di un capitale terra che gli costò 10.000 lire, di migliorie che gli costarono 95.000 lire, ha debiti per 19.000 lire, su cui deve pagare un annualità di 840 lire. Poiché il netto reddito dell’ettaro è di 800 lire, la sua sorte, salvo miracoli, è segnata. Salterà. Dal punto di vista collettivo il male non pare grande. L’ettaro, posto all’incanto, è venduto per 15.000 lire; con le quali si rimborsa il debito, si pagano le semestralità arretrate, le spese d’asta, ecc. Il vecchio proprietario, il quale aveva commesso l’imprudenza di fare debiti fondati sull’ipotesi di prezzi alti, è eliminato. Al posto suo sottentra un nuovo proprietario, il quale ha acquistato terre e migliorie per 15.000 lire; e dal netto di 800 lire ricava il reddito per lui soddisfacente del 5,33 per cento. La procedura della vendita ai pubblici incanti assolve nell’agricoltura al compito che nel campo delle società per azioni è proprio delle “svalutazioni” di capitale. Con essa l’impresa è risanata. Il nuovo proprietario, partendo dalla sua propria base di costo di 15.000 lire l’ettaro, può guardare nuovamente con fiducia all’avvenire. La vigna, che al vecchio proprietario costava 35 mila lire (10 terreno e 25 migliorie), costa a lui 15 mila lire, e cioè precisamente la somma che occorrerebbe spendere per impiantarla ai costi ridotti attuali.

 

 

Il calcolo è esatto? La vigna gli frutta un lordo di 4.000 lire; e dedotta le imposte e spese, un netto di 800 lire. Un reddito di 800 lire su un capitale di 15.000 lire è, sì, contabilmente, anche tenendo conto del lavoro di direzione e del rischio, un ragionevole frutto: il 5,33 per cento. Ma il nuovo proprietario ha dimenticato che l’impianto dell’ettaro di vigna gli costerebbe pur sempre 15.000 lire e che la vigna su piede americano ha una durata assai minore di quella su ceppo nostrano. Al 5%, l’accantonamento annuo necessario per ricostituire dopo 30 anni l’impianto al costo di ricostituzione attuale (il ferrariano costo di riproduzione, che sempre ritorna) è di lire 215. Poiché nei vigneti su piede americano è esclusa la propagginazione, e la sostituzione delle viti morte con viti nuove, nove volte su dieci non riesce, sarebbe imprudente far calcoli su una durata redditizia superiore ai 30 anni. Ad un certo momento, le spese vive non sarebbero più coperte. Il vero reddito netto non è perciò di 500 lire, ma di 800 – 215 = 585 lire, ossia del 3,90 per cento. La permanenza della impresa è assicurata a condizione che il proprietario accantoni regolarmente, con i propri interessi composti al 5%, le 915 lire per avere, dopo 30 anni, pronte le 15.000 lire necessarie a ricostruire il vigneto; che egli si contenti di un frutto del 3,90% sul capitale impiegato; che egli, ciononostante, continui ad impiegare cure continue nella buona amministrazione e conservazione del podere.

 

 

11. – È quasi impossibile che le cose procedano in siffatto ottimo modo. Per vivere sul fondo tutto l’anno, molti sarebbero gli ettari occorrenti e pochi li posseggono; epperciò il proprietario eserciterà una professione, forse dimorerà in città. L’amministrazione, affidata ad altri, decurterà il reddito. La tentazione di consumare tutto il reddito del fondo sarà grande. Probabilmente il frutto netto dell’ettaro non è uguale ad un importo costante: ad es., 800 lire; ma ad un importo, decrescente nel trentennio da 1.500 a zero, forte nei primi anni quando il vigneto è florido, e via via declinante a mano a mano che le viti deperiscono e, morendo, lasciano dei vuoti, male coperti dalla più rigogliosa vegetazione di quelle vicine, anch’esse invecchiate. Il proprietario avrebbe dovuto accantonare fin dai primi anni tutto il supero oltre le 585 lire, per possedere non solo alla fine del trentennio le 15 mila lire necessarie alla ricostruzione, ma per colmare la differenza nella seconda parte del trentennio fra il reddito effettivo decrescente e le 585 lire necessarie a remunerare al 3,90% il capitale. Chi fa questi calcoli ed accantonamenti? Se il proprietario ha acquistato a scopo di impiego di capitale, alla stessa guisa con cui si acquisterebbero casa in città o cartelle di consolidato, ad un certo momento, egli si troverà col vigneto improduttivo e senza i capitali necessari alla ricostruzione. Se egli ha acquistato a 30 anni ed a 60 è ancora vivo e vegeto si troverà dinanzi al quesito: che cosa fare del vigneto vecchio? Egli, allora, dovrà rendersi conto del fatto che l’ettaro non valeva 15.000 lire, bensì, ad es., 6.000 lire come terreno nudo, più il valore del vigneto; ossia che l’ettaro ha parecchi usi alternativi, di cui il migliore non è evidentemente quello della coltivazione a vigna. Adesso fa i conti, che si era dimenticato di fare trent’anni prima quando aveva fatto l’acquisto. Allora si era illuso di avere investito 15.000 al 5,33% per averne un frutto annuo di 800 lire; e supponiamo non si fosse illuso di più scambiando per costante nella cifra iniziale un’annualità di reddito decrescente da 1.500 lire a zero! Adesso vede che l’ettaro di terreno valeva bensì 15.000 lire; ma che il totale si componeva di due addendi: il primo dei quali è il valore in 6.000 lire dell’ettaro nudo, pronto ad essere destinato a diverse colture, unico valore resistente; ed il secondo era il valore in 9.000 lire del vigneto, valore instabile, perché inferiore al costo di ricostruzione del vigneto, che era di 15.000 lire. A vivere sugli spilli, con i prontuari in mano, e contentandosi, in compenso dell’onore di essere proprietario, del 3,90%, l’impresa avrebbe potuto durare. Ma poiché la condotta perfetta non è di questo mondo, il proprietario si trova, dopo 30 anni, a possedere un ettaro il quale vale, in qualità di terreno nudo indifferenziato, 6.000 lire. L’alternativa è chiara: a) od egli ricostruisce il vigneto, spendendo di suo 15.000 lire ed ottiene un ettaro il quale vale le 15.000 lire spese; ed ha perso il valore delle 6.000 lire del terreno nudo. L’ettaro dovrebbe valere 6.000 + 15.000 = 21.000 lire; ed invece ne vale 15.000, perché rende 800 lire, meno 215 quota di ricostruzione ossia 585 lire; b) od egli si contenta di coltivare il terreno a cereali ed a foraggere le quali non richiedono anticipazioni rilevanti in conto capitale. È la scelta migliore, perché egli non perde nuovi denari freschi, oltre quelli che aveva perso prima. Ma anche in questo caso egli ha perso la differenza fra le 15.000 lire spese in origine e le 6.000 lire che gli rimangono; e le ha perse perché ha immaginato di poter godere di un reddito del 5,33%, laddove il vero reddito era solo del 3,90%.[2] Se poi egli ha provveduto alle quote di ricostruzione, ciò vuol dire che egli nel comprar la vigna sapeva perfettamente di compiere un’operazione economica sbagliata. Ché l’investire al 3,90 od anche al 4,47% un capitale, lo spendere tempo e fatica ed ingegno senza compenso, laddove avrebbe potuto investire, senza uso di lavoro personale, lo stesso capitale al 5 od al 6%, è operazione non economica.

 

 

12. – La quale di solito è compiuta da un proprietario entusiasta, innamorato della terra, a cui non occorre insegnare la regola delle quote di ricostruzione, perché egli reinveste nel terreno tutto il reddito, pago di vivere altrimenti, col frutto del suo lavoro. Finché il valore del fondo è tenuto su in virtù dell’entusiasmo, non occorre fare ragionamenti economici. Cessato l’entusiasmo, scomparsa la generazione creatrice, ecco manifestarsi imperiosa la necessità degli inventari, l’urgenza di non spendere al di là di quanto gli inventari insegnano essere disponibile, dopo soddisfatta la condizione di accantonare quote sufficienti a ricostruire vigneti, case, strade, canali ai costi correnti. Appunto quando sarebbero più urgenti, gli inventari non si fanno. Nove volte su dieci le vecchie famiglie scompaiono dalla scena agricola, perché non hanno pensato a compilare inventari ed a regolare la spesa su quelli. Fare inventari vuol dire considerare come reddito disponibile in ogni anno, non le 4.000 lire degli anni buoni dei prezzi di inflazione monetaria o le 800 lire degli anni normali di moneta sana o le 900 lire degli anni francamente cattivi di prezzi rotti o di avversità atmosferiche, ma queste somme meno l’annualità di ricostituzione degli impianti deperibili (vigneti, frutteti, strade, mantenimento della terra in condizioni buone di aratura profonda, di immunità da male erbe, ecc.), ai costi di ricostruzione di anno in anno variabili secondo i prezzi correnti. Perché la generazione, la quale non ha assistito consapevolmente alla creazione dei valori fondiari, dovrebbe preoccuparsi oltremisura di ricostruire? È meglio mungere la vacca, che darle da mangiare. Il vigneto è prospero; nel frutteto ai peri a cordone verticale morti dopo dieci anni si sono sostituiti i peri ed i meli a mezzo fusto; la conclusione ordinaria è regolare. Perché pensare a ricostituire? Ad un certo momento, dopo 30 anni, è il crollo. Non si sa come, il vigneto è invecchiato insieme con la nuova generazione. I figli od i nipoti del fondatore, se non posseggono capitali da reinvestire d’un colpo, se non possono aspettare, devono andarsene. Non sono stati estromessi dei debiti, ma dal non avere rigorosamente soddisfatto all’obbligo che ognuno ha di compilare a fin d’anno inventari per sapere se si sia in guadagno o in perdita. Non hanno guardato all’avvenire, per sapere se e quanto potevano spendere oggi. Si sono fidati del passato, e lo hanno extrapolato nel futuro cogli occhi bendati.

 

 

13. – Se i miei amici vignaioli commettono non di rado errori per non saper far di conti, altri ne commette di ben più grossi, perché immagina di saperli fare perfettamente. Oggi è di moda svalutare i capitali delle società anonime, per risanarle. Una società ha sui libri, all’attivo, terreni per 10 milioni di lire, fabbricati per 90 milioni, impianti industriali per 60 milioni e scorte per 10 milioni, totale 100; ed al passivo 50 milioni di capitale azioni e 50 milioni di debiti. Il conto profitti e perdite dichiara una situazione insostenibile, perché il saldo utili, prima degli ammortamenti, giunge appena a 3 milioni di lire. Supponendo di non ammortizzare terreni e scorte, e di dovere ricostituire in 30 anni i 90 milioni di valore dei fabbricati (quota di accantonamento, al 6%, lire 238.660) ed in 15 anni i 60 milioni di impianti industriali (quota di accantonamento, al 6%, lire 2.432.100) rimarrebbero appena 329.200 lire nette disponibili, assolutamente insufficienti a coprire il costo di interessi e provvigioni dei 50 milioni di debiti. Anche a voler immaginare una banca misericordiosamente pronta a contentarsi del 7%, dove si pigliano i tre milioni e mezzo all’uopo necessari? A questo punto arriva il ragioniere col suo bel piano di risanamento. Svaluta i terreni a 5 milioni di lire, i fabbricati ad altrettanto; dà un gran taglio agli impianti industriali fino a 10 milioni e lascia le scorte a 10 milioni, perché questo è il valore attuale di realizzo. Totale attivo: 30 milioni. Al passivo, si fa un bel discorsetto conciliativo ad azionisti e creditori: i primi vedono ridotto il nominale delle loro azioni al 10%, ossia da 50 a 5 milioni in azioni ordinarie; i secondi trasformano i loro crediti di 50 milioni in 25 milioni di lire in azioni privilegiate fino al 6% di interesse. Totale passivo: 30 milioni. Il conto torna.

 

 

Quanto al conto profitti e perdite, il saldo utili non varia: 3 milioni di lire. Variano le quote di ricostituzione. Poiché i fabbricati ora sono inventariati per 5 milioni invece che per 20 milioni, anche l’accantonamento si riduce ad un quarto: 59.666 lire; e poiché il macchinario da 60 si è ridotto a 10 milioni, l’accantonamento può limitarsi ad un sesto di quello precedente: 405.350 lire; in tutto 465.016 lire. Rimangono 2.534.984 lire, bastevoli per pagare in 1.500.000 lire annue il dividendo al 6% sui 25 milioni di azioni privilegiate, ed un 10% (500.000 lire) agli azionisti ordinari. Avanzano ancora 534.984 lire per propine e partecipazioni utili agli amministratori e dirigenti, assegni a fondi di riserva, opere sociali, casse di previdenza impiegati ed operai, ecc., ecc.

 

 

14. – Non va bene? No. Così, in quasi tutti i casi, si rinvia e si aggrava la crisi della società; non la si risolve. Il problema è ancora e sempre quello dell’ottemperare all’obbligo di inventario, tenendo fisso l’occhio all’avvenire, ossia al costo di riproduzione o ricostruzione dei fabbricati e degli impianti. Il risanamento è avvenuto sul serio nel solo caso in cui sia vero che oggi il costo “di ricostruzione” del fabbricato degli impianti industriali sia di 5 e di 10 milioni invece che, rispettivamente, di 20 e di 60 milioni. Se l’ipotesi è vera, il contabile ha avuto ragione. L’impresa è poggiata su basi solide e può andare innanzi permanentemente. Ma se l’ipotesi non è conforme a realtà, la cosiddetta operazione di risanamento è tutta un tessuto di assurdità. Supponiamo che nelle cifre di prima si contenesse un po’ d’acqua inflazionistica, e che oggi si possa ricostruire il fabbricato con 15 milioni invece che con 20 e gli impianti industriali con 40 invece che con 60 milioni. Sta di fatto che nell’impresa lavorano non 5 e 10 milioni di lire ma 15 e 40; e che questi ultimi e non i primi devono essere ricostituiti. Col metodo di moda dei grandi tagli all’attivo ed al passivo, si aggiustano i conti sulla carta; non nella realtà. Accantonando ogni anno 59.666 lire per ricostruire il fabbricato, noi avremo acquisito dopo 30 anni un fondo di 5 milioni di lire. Ma con 5 milioni non si ricostruirà un fabbricato che ne costerà invece 15. Ecco essersi gli azionisti ordinari e privilegiati mangiato 10 milioni del loro capitale pur svalutato. Del pari, accantonando 405.350 lire ogni anno per ricostruire gli impianti, noi avremo acquisito dopo 15 anni un fondo di 10 milioni di lire. Ma con 10 milioni non si fanno impianti del costo di 40. Ecco altri 30 milioni di lire andati in fumo. Forse, il consiglio di amministrazione per un po’ d’anni non si sarà accorto di nulla, ed avrà provveduto alle rinnovazioni necessarie a furia di nuovi aumenti di capitali e di nuovi debiti. Alla fine, la realtà salterà fuori: nuovi ragionieri, nuovi tagli, nuove riduzioni di capitale.

 

 

Il solo criterio per riconoscere se la situazione sia sana è di constatare quale sia l’effettivo costo di riproduzione o ricostruzione dei fattori produttivi. È vano svalutare contabilmente. Se l’area occupata, quell’area, vale sul mercato oggi, netta dalle spese di demolizione e sgombro del fabbricato, 10 milioni di lire, è inutile volerla svalutare a 5 milioni. Essa deve guadagnare interessi su 10 e non su 5. A contentarsi di remunerare 5 milioni, si commette un errore economico, sopportabile in dati e se ne val la pena; ma purché sia ben chiaro agli amministratori trattarsi di un errore. Niente vieta all’azionista di rinunciare al reddito su una parte del suo capitale esistente, purché sappia di rinunciarvi. Se il fabbricato ha oggi un costo di ricostruzione di 15 milioni, l’impresa deve guadagnare la somma necessaria per accantonare in 30 anni il fondo di ricostruzione in 15 milioni, ossia, al 6%, 178.997 lire all’anno. Se l’impresa non sa o non può guadagnare questa somma, sia ben chiaro che essa, per la differenza, mangerà capitale. Se gli impianti industriali hanno oggi un costo di ricostruzione di 40 milioni di lire, l’impresa deve guadagnare l’occorrente per accantonare in 15 anni 40 milioni, ossia al 6% 1.621.402 lire. Se ne accantona solo 10, perderà 30 milioni di lire in 15 anni.

 

 

15. – Quindi sarà corretto svalutare l’attivo ed il passivo del bilancio sociale nella seguente maniera (tipo C) e non più:

 

 

 

Attivo

 

Passivo

 

Importi originari

Importi erroneamente

Svalutati correttamente

Importi originari

Importi erroneamente

Svalutati correttamente

A

B

C

A

B

C

Area

10

5

10

Debiti

50

Fabbricati

20

5

15

Capitale sociale privilegiato

25

50

Impianti

60

10

40

Id. ordinario

50

5

25

Scorte

10

10

10

100

30

75

100

30

75

 

 

Tutti i tre tipi di bilancio hanno un significato. Sappiamo già quale sia il significato dei tipi A e B. Quale è invece il significato del tipo C? Anch’esso riflette una realtà, la realtà di quel che costerebbero i fattori produttivi se la impresa dovesse essere oggi iniziata. Non è però certo che quella realtà sia “economicamente” attuabile. L’impresa costruita sulla base del bilancio C deve detrarre dal solito saldo utili di tre milioni di lire una quota di ricostituzione fabbricati di L. 178.997 ed una quota ricostruzione impianti di L. 1.621.402, in tutto Lire 1.800.399; risultando l’utile ripartibile in Lire 1.199.601. Evidentemente il conto non torna. Supponendo che gli assegni agli amministratori, alla riserva legale e ad altri impegni statutari assorbano 199.601 lire, resta appena un milione di lire, con cui si può assegnare il 2% agli azionisti privilegiati, lasciando gli azionisti ordinari a bocca asciutta. L’impresa non è stabile. Non è supponibile che gli ex creditori, i quali potevano liquidare le attività sociali, vendere l’area al prezzo di 10 milioni di lire, le scorte per altrettanta e realizzare alla meglio gli impianti industriali, non l’abbiano fatta. Val meglio possedere 90 milioni liquidi, più anche solo il valor di rottame del macchinario (qualcosa di più vale certo, essendosi supposto che fosse mantenuto, con le quote di ricostruzione, in efficienza), supponiamo in tutto 25 milioni liquidi, piuttostoché un’impresa che costerebbe, sì, 75 milioni ad essere ricostruita, ma non rende, al netto, più di un milione di lire. Alea per alea, val meglio correre alea nuova; ed, alla peggio, comprare 25 milioni di lire di buoni di stato che renderebbero un milione e mezzo di lire.

 

 

Io non dico che il bilancio C sia il solo “vero”. Dopo le indagini di Pantaleoni[3] si sa essere inutile accanirsi intorno alla ricerca dell’unico bilancio “vero”. Esso è però il solo il quale ci dia un utile ammaestramento. La impostazione originaria (A) è irreale. Né i fabbricati né gli impianti valgono 20 e 60 milioni di lire; chiunque potendo ricostruirli a 15 e 40 milioni. Essi non possono rimunerare se stessi, perché altri, contentandosi di remunerare 15 e 40, li forza a ridurre i prezzi di vendita.

 

 

La impostazione B è irreale del pari, perché le quote di ricostruzione, calcolate su 5 e su 10, sono impotenti a mantenere in efficienza fabbricati ed impianti quali sono e nel modo con cui lavorano. Se si vuole farli lavorare, bisogna ricostruirli sulla base 15 e 40; ossia il bilancio è in disavanzo. L’impresa vive solo perché e finché i dirigenti investono nuove somme, e, invece di imputarle al conto esercizio (quote di ricostruzione) le imputano ad un conto capitale, privo di senso, perché non remunerabile.

 

 

La impostazione C è virtualmente reale. Per quanto tocca l’attivo, essa ci dice quanto costerebbero le diverse partite dell’attivo se oggi si volessero ricostruire. Per quanto tocca il passivo, essa ci dice quanto capitale dovrebbe essere remunerato se l’impresa fosse vitale. Il conto profitti e perdite dovrebbe saldarsi con il seguente utile:

 

 

Quota di ricostruzione fabbricati ed impianti …………………………………………

L. 1.800.399

Dividendo 6% sul capitale privilegiato di 50 milioni di lire ……………………….

L. 3.000.000

Dividendo medio 6% sul capitale ordinario …………………………………………..

L. 1.500.000

A riserva statutaria, compensi ad amministratori, ecc. …………………………..

L. 199.601

TOTALE L. 6.500.000

 

 

Siffatta cifra di utile previsto dovrebbe essere un minimo; non essendo presumibile normalmente che le industrie possano rifornirsi regolarmente di capitale, quando a questo sia offerta la speranza di un utile non superiore a quello che si può ottenere dall’impiego in titoli di stato ed inferiore a quello sperabile dalla proprietà di case.

 

 

16. – Se l’utile probabile è invece di soli tre milioni, come nell’esempio fatto, la logica conclusione è che l’impresa non è autonoma. Per vivere, ha d’uopo che qualcuno le faccia elemosina o le dia un sussidio. Può darsi che vi sia un interesse pubblico, il quale comandi che l’impresa viva e che esso possa essere valutato uguale alla differenza fra il reddito minimo necessario (L. 6.500.000) e il reddito probabile (L. 3.000.000). In tal caso l’impresa vivrà. Ma occorre che sia ben chiaramente esposto che l’impresa in se stessa non è vitale; che essa richiede un sussidio “permanente” annuo di tre milioni e mezzo di lire e che il sussidio è giustificato da un interesse pubblico di ugual valore.

 

 

Se si vuole ottenere il medesimo risultato (sussidio) in forma velata (conferimenti successivi in conto capitale, destinati ad essere ad ogni 10 o 15 anni svalutati), e se si tenta di ottenere il risultato mediante la impostazione di bilancio B, è legittima la conclusione che un interesse pubblico effettivo non esista. Se esistesse, sarebbe possibile metterne in luce il valore e dimostrarlo almeno uguale al costo.

 

 

Le impostazioni B e C possono essere paragonate rispettivamente ai metodi della protezione doganale e dei premi di produzione, i quali si disputano il campo ogni qualvolta un’industria reclama sussidio dallo stato. Il metodo della protezione doganale maschera il necessario sacrificio, lo fa apparire anzi sotto le spoglie di un vantaggio; non ne determina l’ammontare e la durata; non crea nello stato la consapevolezza del costo fatto sopportare ai contribuenti. Il metodo del premio è leale e chiaro; dà al sacrificio il suo proprio nome; fa si che lo stato deliberi con piena consapevolezza del costo necessario per ottenere lo scopo. Perciò è preferibile.

 

 

Se, a ragion veduta, lo stato non riconosce l’esistenza dell’interesse pubblico, il bilancio tipo C constata che la realtà “virtuale” non può tradursi in “effettiva”; e che conviene smantellare il fabbricato, vendere l’area per uso di costruzioni civili e realizzare macchinari e scorte. I fattori produttivi inanimati e quelli umani troveranno destinazione migliore di quella consistente nel produrre a perdita qualcosa, la cui produzione può essere più convenientemente condotta altrove.

 

 

17. – L’errore inerente alla base sulla quale devono essere conteggiate le quote di ricostruzione talora assume forme più sottili, le quali non sempre furono vedute da amministratori, anche prudenti, di società per azioni.

 

 

Suppongasi che, ad un momento dato, il bilancio di una società per azioni sia rappresentata, semplificando per ridurre il ragionamento al minimo, all’attivo da fabbricati ed impianti per il valore di 100 milioni di lire vecchie e al passivo da 100 milioni di lire vecchie di capitale azionario.

 

 

18. – Dopo x anni, e dopo essere passata attraverso ai guadagni, all’avocazione ed alle altre vicende del tempo di guerra, il bilancio si chiude così:

 

 

Attivo

 

Passivo

Impianti (L. v.) ………………..

100

[300]

Capitale (L. v.)……….

100

[300]

Altri impianti costruiti con riserve non palesi (L. n.)…… 

[300]

[300]

Riserve non palesi (L. n.)……………………

[300]

[300]

[600]

[600]

 

 

La società, prudentemente, aveva conservato invariato il valore degli impianti in 100 milioni di lire vecchie, senza aumentare il capitale nominale e senza emettere azioni gratuite. Aveva, altresì, ritenuto di far cosa prudente costruendo, cogli utili non assorbiti dall’imposta avocatrice, 300 milioni di impianti, iscrivendo la spesa relativa in conto esercizio, così da creare al passivo una riserva prudenziale nascosta di uguale ammontare.

 

 

Il bilancio pubblico si presenta perciò ancora con le antiche cifre di 100 contro 100 milioni di lire vecchie, ma il bilancio “riservato” denuncia invece (cifre tra parentesi quadre) impianti antichi conservati in efficienza, del valore di 100 milioni di lire vecchie, equivalenti perlomeno a 300 milioni di lire nuove, ed impianti nuovi, costruiti con utili mandati a riserva, del valore di altri 300 milioni. Totale 600 milioni. Poiché la società non ha debiti, od i pochi esistenti e, per semplicità, non registrati qui sopra, sono coperti da crediti e da scorte, la situazione appare meravigliosa: un attivo reale libero di 600 milioni di lire nuove, contro un capitale nominale di 100 milioni. Il mercato, a ragione entusiasta, quota in borsa le azioni di 100 lire nominali al prezzo di 600 lire.

 

 

19. – Passano, dopo gli x del tempo di guerra, altri y anni, misti di vacche grasse e di vacche magre. Per parecchio tempo, le relazioni del consiglio sono rosee; più rosee dapprima meno rosee in fine. Un bel giorno è la catastrofe. Le azioni vanno a zero o quasi; il vecchio consiglio si dimette, ed il nuovo presidente, incaricato di vederci chiaro, presenta un bilancio così compilato:

 

 

Attivo

 

Passivo

Impianti costruiti con lire vecchie ……………………………

Capitale (L. v.) ………………..

[100]

Impianti costruiti con le relative quote di ricostruzione in lire nuove ……………………..

100

 

Riserve nascoste (L. n.) ……

[300]

 

Impianti costruiti con le riserve nascoste ……………….

Debiti verso terzi (L. n.) ……

300

Impianti costruiti con debiti, in lire nuove ……………………..

300

300

400

Svalutazioni per effetto della crisi …………………………………

100

300

 

 

Che cosa è accaduto? Nulla che faccia disonore all’onestà dei vecchi amministratori; parecchio che non depone a favore della loro attitudine a muoversi in mezzo ad un mondo travagliato da variazioni mai viste nei prezzi e nei tipi monetari.

 

 

In primo luogo, gli impianti antichi sono scomparsi. Naturalmente, perché il trascorrere del tempo e il succedersi delle invenzioni logora tutte le cose umane. Essi sono stati sostituiti con nuovi impianti; ma poiché le quote di ricostruzione continuarono, per inerzia, ad essere calcolate sui valori nominali a cui gli impianti vecchi ed il capitale azionario erano impostati in bilancio, accadde che, alla fine degli y anni, la società si trovò a possedere impianti del valore di 100 milioni di lire nuove. Ossia due terzi del capitale originario antico furono, senza che bene gli interessati se ne rendessero ragione, consumati dalla rivoluzione monetaria. O non aveva il legislatore del tempo di guerra considerato «profitti avocabili» le differenze fra i prezzi di acquisto dei macchinari e scorte in lire vecchie ed i prezzi di vendita in lire nuove?[4] Qual meraviglia che tanti amministratori reputassero utili distribuibili quella parte di siffatte differenze la quale era ad essi consentito di tenere per sé?

 

 

In secondo luogo, il trascorrere del tempo e le nuove invenzioni logorarono altresì e del pari naturalmente, riducendolo a zero, il valore degli impianti costruiti con le riserve nascoste. E questi non furono sostituiti. L’errore, essendo qui capzioso, fu commesso da non pochi tecnici eminenti, i quali ancora oggi non se ne sono persuasi.

 

 

«Innanzitutto, gli impianti costruiti con le riserve nascoste non figuravano in bilancio e non avevano alcuna contropartita al passivo. In base a quale criterio impostare nel conto esercizio quote di ricostruzione di impianti, i quali a suo tempo erano stati addebitati al conto esercizio? Perché ammortizzare o ricostruire riserve, ossia utili? Gli utili sono qualcosa che si può consumare; ed appare grottesco di trarre da utili passati motivo per iscrivere nel conto di esercizio una spesa (quota di ricostruzione), ossia argomentare da utili passati per diminuire gli utili futuri».

 

 

Frattanto con questi bei ragionamenti, gli impianti costruiti con utili non furono ricostruiti od almeno non furono ricostruiti con quote addebitate al conto esercizio. Epperciò, dopo y anni, essi valgono zero.

 

 

Tuttavia era necessario mantenere in efficienza l’impresa. Essa produceva tot merci perché e se esistevano dati impianti. Gli amministratori, i quali non si erano resi ragione della necessità di impostare quote di ricostruzione sufficienti a mantenere in essere, ai costi correnti, gli impianti esistenti, assumevano come indice di prosperità la esigenza tecnica di nuovi impianti per soddisfare alla richiesta dei prodotti dell’impresa; e vi soddisfacevano ricorrendo provvisoriamente al mutuo, in attesa di potere consolidare i debiti al momento opportuno con l’emissione di nuove azioni. Ed ecco sorgere all’attivo nuovi impianti per 300 milioni ed al passivo debiti verso terzi per altrettanto.

 

 

Sopravviene la crisi ed impedisce il consolidamento. Peggio, ribassa i prezzi, gli utili e con essi il valore degli impianti. Il presidente del nuovo consiglio di amministrazione rifà il bilancio, cancella ciò che non esiste più; e dichiara agli azionisti esterrefatti che il loro capitale è andato in fumo, e che i veri padroni della società sono i creditori, ove ad essi piaccia di trasformarsi in azionisti.

 

 

Colpa della crisi? Per la minor parte: 100 milioni sui 600 che erano nel momento x il valore effettivo del patrimonio netto sociale. Quando si perdono 600 lire, rincresce molto perdere le ultime 100, quelle del valor “nominale” dell’azione, ma non bisogna dimenticare che anche le altre 500 esistevano ed erano proprietà dell’azionista, né v’era alcuna ragione di rinunciarvi.

 

 

La colpa della perdita grossa fu il non avere ottemperato all’obbligo d’inventario il che vuol dire all’obbligo, legale per l’amministratore di roba altrui (di azionisti o di creditori), morale per l’amministratore della cosa propria, di assicurarsi, prima di distribuire o prelevare un centesimo dalla cassa, che al 31 dicembre esista un patrimonio netto avente un valore non inferiore al patrimonio netto esistente al 31 dicembre dell’anno precedente.

 

 

20. – Quando si dice «valore non inferiore» si sottintende «a parità di metro misuratore». Chi avesse negli Stati Uniti al 31 dicembre del 1932, riscontrato essere il patrimonio netto della società da lui amministrata di 100 milioni di dollari e lo riscontrasse di 110 milioni di dollari al 31 dicembre 1933, non dovrebbe concludere di potere distribuire 10 milioni di dollari di utili; ma, informatosi del corso del dollaro al 31 dicembre 1933 e riscontratolo uguale a 60 centesimi del dollaro vecchio, dovrebbe dichiarare che, essendo il patrimonio netto sociale al 31 dicembre 1933 uguale a 66 milioni di dollari vecchi, si è verificata una perdita di 31 milioni di dollari. Gli azionisti, se ne hanno volontà, mandino in rovina la società. Suo dovere è di consigliarli ad accantonare i cosidetti utili di esercizio sino al giorno in cui il patrimonio netto sociale sia ritornato ad essere di 100 milioni di dollari. In ogni caso, a guisa di minimissima esigenza, se gli azionisti non possono fare a meno, per vivere, di ripartirsi qualcosa degli apparenti utili di esercizio, invece di assegnare le quote di ricostruzione degli impianti nella consueta misura antica, ad esempio 6 milioni di dollari, assegnino quella maggiore quantità di dollari svalutati, 10 milioni, la quale corrisponda, come potenza ricostruttiva, all’antica assegnazione. Senza la rinuncia a questi quattro milioni, gli azionisti si troveranno a possedere un patrimonio notevolmente scemato di valore; e per mantenere gli impianti dovranno ricorrere al debito od emettere nuove azioni. Chi fra dieci o quindici anni, indagherà le ragioni della decadenza dell’impresa un tempo prospera, alla radice troverà un errore nel calcolo delle quote di ricostruzione.

 

 

21. – Senza avvedermene, sono passato davvero dal contadino, scarpe grosse e cervello fino, il quale punge i manzi sulla strada del mercato in provincia di Cuneo, all’executive della società per azioni di New York. Si vede che il mondo è piccolo; né è detto che i ragionamenti migliori li facciano i maneggiatori di milioni. Il contadino, il quale non ha debiti e, prima di spendere un soldo per sé, guarda che nella vigna non manchino i pali o nella stalla non ci sia un posto vuoto, ha forse qualcosa da insegnare a chi perde la retta via attraverso i misteri delle quote di ricostruzione e dei criteri informatori degli inventari in tempi di variazioni monetarie.

 



[1] Nella Teoria dei salvataggi, parte IV (qui citata altra volta, nel fascicolo maggio-giugno 1933, pag. 347) di La caduta della Società generale di credito mobiliare italiano (in Scritti vari di economia, serie terza, Roma, 1910).

[2] Od al massimo del 4,47% se si riflette che il proprietario, prevedendo che fra 30 anni il valore dell’ettaro si sarebbe ridotto da 15 a 6 mila lire, poteva proporsi non di ricostruire la vigna, ma solo da riavere le 9 mila lire destinate a scomparire. Al che sarebbe bastata una annualità di 129 lire. Deducendo 129 da 800 lire, il reddito netto veramente disponibile risulta di 671 lire, che è il 4,47% del capitale investito.

[3] In Alcune osservazioni sulle attribuzioni di valore in assenza di formazione di prezzi di mercato (in Scritti vari di economia, serie seconda, Palermo, 1909).

[4] Le vicende degli errori tributari del tempo di guerra sono narrate dallo scrivente in La guerra e il sistema tributario italiano (Bari, Laterza, 1927, specialmente nel cap. IV, paragrafi III, V, VI).

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