Ora o non più

Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Data di pubblicazione: 27/05/1944

Ora o non più

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 27 maggio 1944

 

 

 

Poiché lettori ed amici pongono il quesito: sta bene rinunciare ai privilegi, ai monopoli, ai dazi protettori, alle proibizioni, ai contingenti ai veicoli, ma potremo rinunciare subito, intieramente?

 

 

Dopo un lungo periodo di incoraggiamenti e di costrizione, che ci hanno fatto adottare metodi autarchici, potremo d’un tratto, senza pericolo, vivere di nuovo in un clima di libertà economica? Come reggeremo alla improvvisa concorrenza del frumento che inonderà a bassissimi prezzi il nostro mercato? Come potremo cambiare culture e quali culture adotteremo nel mondo scompigliato del dopo guerra?

 

 

Non sarà necessario – ecco il succo sostanziale delle domande che giungono ai nostri orecchi – un periodo intermedio di transizione, durante il quale ci possiamo abituare gradatamente al passaggio dalla temperatura tiepida della serra protezionistica all’aria eccitante ma aspra della libertà economica? Per fare un esempio, se il dazio di piena protezione per il frumento fosse calcolato in quello antico di lire ante – 1914 (cosiddette lire oro) 7.50 per quintale, non converrebbe, invece di abolirlo del tutto subito, scemarlo dapprima a 3 lire e poi a 2.50 e solo dopo dieci o cinque anni ridurlo a zero?

 

 

La risposta è in due tempi o modi. La prima riguarda quel che si deve fare e l’altra quel che si può fare. Non vi è dubbio che i liberali non debbono accodarsi a coloro, se pur qualcuno apertamente spera seguire tale via, i quali lodando il principio teorico della libertà, riterranno prematuro di applicarlo in pratica e, tergiversando, finiranno col mantenere tale e quale il sistema protezionista e restrizionista tanto aggravato durante il ventennio scorso.

 

 

Se gli agricoltori, proprietari e fittabili, se gli industriali vorranno salvare se stessi e il paese dalla marea di malcontento, la quale finirebbe per sommergerli del tutto, essi devono essere pronti a rendere solo servizi al paese; devono essere pronti a rinunciare a qualsiasi privilegio, che significhi un prelievo a danno altrui; essi debbono essere pronti a vendere i loro prodotti ad un prezzo che non contenga nessun elemento, il quale non possa essere spiegato in confronto al prezzo a cui altri sarebbe disposto a vendere la medesima merce.

 

 

Se sarà vero che nel porto di Genova o di Napoli il frumento nord americano od argentino potrà essere scaricato al prezzo di lire ante 1914 (oro) 12 o 15 al quintale, ebbene noi dobbiamo esser pronti a vendere il nostro grano nazionale alle stesse 12 o 15 lire per quintale. Il di più che noi pretendessimo oltre le lire 12, non illudiamoci: cento, mille voci direbbero che è un furto a danno della grande massa dei lavoratori, della totalità dei consumatori.

 

E poiché nessun argomento serio potrebbe essere opposto a queste voci accusatrici, non illudiamoci ancora: gli agricoltori, i cerealicultori italiani non potrebbero resistere all’accusa giusta e sarebbero travolti: e con essi sarebbero travolti le centinaia di migliaia, i milioni di agricoltori (proprietari grossi medi e piccoli, fittabili, mezzadri, ecc.) che oggi non vendono grano, ma tutt’al più consumano in casa il grano prodotto: e vendono invece altri prodotti agricoli non bisognosi di protezione.

 

 

Dinanzi all’inevitabile, bisogna che gli agricoltori protetti si rassegnino. Né gioverà che essi dicano: lasciateci prendere fiato, lasciateci il tempo di adattarci all’aria libera. Fra cinque anni, cominciando subito a rinunciare ad una parte, avremo rinunciato a tutto, ma saremo ancora vivi e rinnovati. Facile è la replica.

 

 

Se si lascia prendere fiato alla protezione, ai vincoli, alle dande intese a tenere su i bambini mentre muovono i primi passi, i dazi e le proibizioni e gli aiuti non cesseranno mai più. Gli interessi costituiti si consolidano e troveranno mille pretesti per chiedere ed ottenere la continuazione del regime protettore.

 

 

La esperienza del passato in tutti i tempi e in tutti i paesi dimostra non essere mai accaduto che una protezione temporanea provvisoria, gradualmente decrescente, sia rimasta tale. Essa si è sempre trasformata in protezione permanente e crescente. L’appetito viene mangiando; e quella protezione per il frumento, la quale era cominciata con 3 lire al quintale, crebbe poi a 5, a 7 e finalmente a 7,50 lire ante 1914: per essere durante il regime fascista, innanzi che venissero gli ammassi ed i prezzi di impero, portata a 75 lire il quintale, che quando furono decretate, corrispondevano a circa 15 lire ante 1914. O si fa piazza pulita subito o non si fa più.

 

 

Ora vi sono ottime ragioni per ritenere che la transizione dalla serra calda all’aria libera si possa fare – e questo è il secondo punto dell’argomentazione presente – assai meglio subito piuttosto che dopo. Innanzi tutto gli agricoltori, ed anche gl’industriali, ma forse più i primi dei secondi, sono abituati da venti anni al terremoto quotidiano. Ammasso e non ammasso, blocco di prezzi, prezzi d’impero cervellotici, obblighi di fare questa o quella cosa sconveniente o impossibile, ogni giorno era una tegola nuova la quale capitava loro nella testa. Chi leggeva il giornale, la domenica mattina lo apriva con ansia per vedere quale diavoleria avesse combinato il governo nella seduta sulla mezzanotte del sabato.

 

 

Chi non leggeva giornali apprendeva dai manifesti podestarili che doveva consegnare pecore, maiali, buoi, vino, canapa, ecc., ecc., a prezzi ridicolmente diversi e minori di quelli correnti ed anche di quelli atti a coprire i costi; e ritornava a casa strologando tra sé a sé sul modo da tenere per parare il colpo e non ubbidire del tutto alla nuova ordinanza. Il brusco passaggio alla libertà di concorrenza sarà un piccolo movimento tellurico in confronto alle scosse dell’epoca ora scorsa. Cesserà sovratutto l’incertezza dell’avvenire, l’incertezza delle grandi riforme e delle definitive soluzioni, le quali non riformavano e non risolvevano nulla; ma impedivano ad ognuno di fare calcoli e convertivano ogni agricoltore ed ogni industriale in un giocatore d’azzardo, obbligato a puntare su quel che poteva domani saltare in capo ad una persona sola la quale decideva in base all’opinione dell’ultimo venuto.

 

 

In secondo luogo, l’immediato dopo guerra sarà un’epoca nella quale la transizione sarà favorita da alcuni fattori «naturali» protettivi, destinati a venir meno, ma frattanto operanti a favore dei produttori nazionali.

 

 

I trasporti per terra e per mare saranno per qualche tempo impegnati da priorità inevitabili: priorità per i grandi trasporti militari di merci e di persone derivanti dalla fine dello stato di guerra: priorità per i trasporti nel Pacifico dove le operazioni belliche continueranno, ancora dopo la fine della guerra in Europa: priorità per i trasporti delle derrate e delle merci le quali attendono di essere consegnate gratuitamente od a prestito lungo alle popolazioni liberate ed affamate e bisognose: ritorno, più o meno ordinato, di decine di milioni di prigionieri, deportati, operai e delle loro cose nella patria d’origine. Il costo dei trasporti rimarrà provvisoriamente elevato e costituirà una protezione naturale temporanea per i produttori nazionali, che li metterà in grado di adattarsi e prepararsi alle nuove diverse condizioni della mutata economia.

 

 

La monete rimarranno per qualche tempo sconquassate e disordinate. I prezzi espressi in lire rimarranno per un po’ necessariamente elevati. Tra le 240 lire del prezzo d’impero per il frumento dell’Alta Italia e le 900 lire per lo stesso frumento tenero a cui sembra che esso sia stato fissato nell’Italia meridionale, il mercato fisserà un prezzo, il quale non potrà per il momento essere molto favorevole ai consumatori.

 

 

Ai cambi di 100 lire per il dollaro e di 400 lire per la lira sterlina fissati dalle autorità occupanti per l’Italia del Sud, i prezzi delle cose non potranno essere molto bassi. In seguito,la moneta si assesterà ed i prezzi torneranno a porsi in equilibrio con quelli esteri: ma per qualche tempo i produttori troveranno in quei prezzi un aiuto opportuno a farli passare attraverso alla prova del ritorno alla libertà senza eccessivo rischio.

 

 

La domanda di derrate agricole e di prodotti industriali sarà, da parte di tanta gente affamata e denudata, vagante per il gran mondo, così viva, la necessità da parte dei governi di aiutare la ricostruzione del dopo guerra così sentita, il depauperamento delle scorte vive nelle stalle e la mancanza delle scorte necessarie a rifornire i depositi così grandi, che non è verosimile i prezzi abbiano improvvisamente a precipitare subito. Prima dell’assestamento, non è improbabile si debba anzi attraversare un periodo di fuochi di gioia nei prezzi, durante il quale la preoccupazione maggiore degli uomini di governo non sarà quella di frenare il tracollo, bensì piuttosto l’aumento dei prezzi.

 

 

Né, d’altro canto, sembra verosimile debba infierire la disoccupazione in un tempo in cui sarà affannosa la ricerca di mano d’opera per le urgenti necessità di ricostruzione delle città distrutte e degli impianti rovinati dalla guerra. Tutto sommato, il tempo dopo la guerra sarà un tempo di crisi. Ma pare probabile debba essere crisi di crescenza e non crisi di depressione.

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