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Economia

Ordinamento corporativo e proprietà privata

«Economia», 2 febbraio 1935

 

 

 

1)    L’ordinamento corporativo sia definito quello per cui la proprietà privata è strumento inteso a rendere massimo il reddito del lavoro.

 

2)    La definizione è e non può non essere frammentaria, avendo tratto soltanto al problema posto dal questionario della rivista e considerando esclusivamente lo «strumento economico» per mezzo di cui i lavoratori possono procacciarsi i beni veri della vita. Le illazioni conseguenti hanno dunque del pari valore esclusivamente economico.

 

3)    Se la proprietà privata è strumento inteso a rendere massimo il reddito del lavoro essa necessariamente deve essere strumento volto ad aumentare il saggio del salario dei lavoratori al disopra ed a diminuire il saggio di interesse del capitale al disotto di quelli rispettivamente esistenti nel momento iniziale in cui teoricamente si suppone instaurato l’ordinamento corporativo. E poiché questo ha altresì per iscopo di raggiungere un massimo di ricchezza collettiva, esso considera altresì essere la proprietà privata strumento volto a crescere il prodotto sociale totale, di cui il salario dei lavoratori e l’interesse del capitale sono parte. Deve crescere, per definizione, altresì la residua parte, quella occorrente a provvedere ai servigi pubblici, fra i quali è posto il mantenimento dei lavoratori non validi.

 

4)    Essendo l’ozio colpito da riprovazione morale e richiedendo il possesso della ricchezza assiduo lavoro per la sua conservazione ed incremento, si deve supporre che tutti gli uomini validi lavorino e ricevano salario. Facendo astrazione dalla quota rivolta al soddisfacimento dei servizi pubblici, la quale non potrà, del resto, non trarre giovamento dall’incremento del prodotto sociale totale, è evidente non esistere categorie diverse da quelle dei lavoratori – manuali ed intellettuali, operai e imprenditori, artigiani e professionisti – e dei possessori di capitali. Non si parla di «classi» sociali; ma di «categorie» di compiti, essendoché, nell’ipotesi fatta, quasi tutti i capitalisti sono anche lavoratori e molti lavoratori sono capitalisti.

 

5)    Pare assiomatico asseverare che il saggio del salario, e quindi il reddito dei lavoratori, tenderà tanto più agevolmente dal livello attuale verso un massimo, quanto più: – il prodotto totale tenderà verso un massimo; – il saggio dell’interesse tenderà verso un minimo.

 

6)    Posta la meta, taluni mezzi sono evidentemente inidonei a farla toccare. È, fra le altre, inidonea una organizzazione comunistica, la quale abolisca la proprietà e quindi riduca a zero l’interesse al capitale. Poiché 140 è maggiore di 100, importa al lavoratore di ottenere il 70 per 100 di 200 (proprietà privata), piuttostoché il 100 per 100 di 100 (società comunistica). L’esperienza del passato, confermata dal pochissimo risaputo della esperienza russa attuale, prova che il prodotto totale di una società comunistica è inferiore al prodotto totale di una società a tipo di proprietà privata. L’esperienza medesima sembra provare altresì che, innanzi giunga al lavoratore, quel meno (ad esempio 100 invece di 200) è soggetto a prelievi, forniti di nome diverso da quello di interesse del capitale, ma dotati per altro di dimensioni più imponenti (mantenimento di burocrazie inutili, di organi copiosi di costrizione e di controllo, piani quinquennali per costruzione di beni strumentali di dubbia durata e produttività ecc. ecc.).

 

7)    A far crescere il prodotto totale al massimo sono mezzi idonei il progresso delle invenzioni tecniche ed il perfezionamento morale, intellettuale e fisico dei lavoratori, sicché ogni uomo sia, in ogni successivo momento, capace di una produzione migliore e maggiore di quella del momento antecedente.

 

8)    A far scemare la quota spettante al capitale al minimo importa che esso diventi sul mercato una merce sempre più relativamente abbondante rispetto al lavoro; sicché crescendo, ad ipotesi, i lavoratori in numero da 1 a 2 ed ognuno di essi valendo per capacità il doppio di prima, il capitale non cresca soltanto da 1 a 4, sibbene nel rapporto da 1 a 5 a 6 o ad 8.

 

9)    La condizione è tanto meglio soddisfatta quanto più:

 

 

Primo: cresca il numero degli uomini e degli enti, i quali siano provveduti di stimolo a produrre capitale (risparmiare) e ad offrirlo sul mercato (investimento). Giovano all’uopo le casse di risparmio le banche e le borse titoli; e giova soprattutto l’esistenza di un mercato di capitali, il che vuol dire di agevolezze giuridiche e tecniche per investire e disinvestire. Giovano gli incoraggiamenti alla formazione di riserve (cosidetto risparmio collettivo) da parte delle società, sovratutto quando l’incoraggiamento derivi dalla assenza di oneri differenziali gravanti sul risparmio (assenza della cosidetta doppia tassazione del risparmio in confronto al consumo). Nuocciono tutti gli impedimenti ad investire nei modi più proficui e sovratutto a disinvestire. Nessuno compra ciò che non si può vendere. Il risparmio non è fine a se stesso, sebbene atto preliminare ad acquisto di case, di terreni, di macchine. I vincoli alle case ai terreni alle industrie limitano gli investimenti e quindi la formazione del risparmio e quindi la discesa nel saggio dell’interesse.

 

 

Secondo: sia perfetta la fiducia del risparmiatore nel diritto a far proprii i frutti del suo risparmio. Se si minacciano e si tentano invasioni di case terreni e fabbriche, alto è il rischio di non godere il frutto del risparmio. Al saggio puro di interesse si aggiunge una forte quota di rischio, la quale è causa di perdita netta per la collettività dei capitalisti e dei lavoratori e di lucro ad avventurieri profittatori mezzani ed intriganti. Il risparmiatore è tratto a godere subito il reddito presente. Egli rinuncia a redditi futuri; ma più scema il reddito sociale totale, e dunque si riduce in misura ancor maggiore la quota del lavoratore. Il saggio di interesse tende al minimo quando è massima la sicurezza giuridica, ossia è massima la certezza che le condizioni di diritto esistenti nel momento presente non muteranno per quel, breve o lungo, lasso di tempo al quale l’uomo riferisce i varii suoi investimenti di risparmio.

 

 

Terzo: sia perfetta, altresì, la fiducia del risparmiatore di non essere frastornato da impedimenti giuridici od artificiali nella ricerca del massimo vantaggio per l’investimento del suo risparmio. Il risparmiatore deve essere sicuro che, se egli riesce a far fruttare il capitale suo il 100 per cento, nessuno limiterà il suo profitto, se non nella misura in cui le imposte gravano ugualmente tutti i redditi.

 

 

Quarto: sia piena, inversamente, la certezza del risparmiatore che nessuno lo aiuterà contro il rivale, il quale, essendo egli riuscito a guadagnare il 100, od il 20, od il 5 per cento sul capitale investito, offre i medesimi servizi a prezzo minore, epperciò si contenta del 3 o del 2 per cento. Anzi il risparmiatore sia certo che, se egli è riuscito a trincerarsi dentro fortilizi legali o di fatto, non solo ogni altro risparmiatore sarà pienamente libero di muovere all’assalto del suo privilegio; ma le corporazioni, rappresentanti dell’interesse collettivo, studieranno ed attueranno le provvidenze meglio e più rapidamente efficaci a distruggere il privilegio medesimo.

 

 

Quinto: nessuno speri di scaricare su altri le perdite derivanti dalla propria inesperienza avventatezza ed ingordigia. Gli avventurieri della banca e dell’industria non debbono poter presentare ad altri il conto delle perdite, tenendo per sé i guadagni delle imprese bene avventurate. L’aiuto dello stato deve essere limitato ai casi nei quali le perdite siano manifestamente dovute ad azioni compiute a pubblico vantaggio, coll’incoraggiamento preliminare dello stato medesimo.

 

 

Sesto: sia massima per il risparmiatore la gioia del possesso del risparmio. Il rosolare che gli indebitati signori feudali si compiacevano di fare di carne viva di ebrei prestatori di danaro era cagione potentissima di saggi altissimi di usura, di scarsa produzione ed ancor più scarso investimento di risparmio. Nei tempi nei quali i capitalisti spaventati dalle persecuzioni, dalle taglie, dalle limitazioni investono i risparmi in perle e brillanti e questi cuciono negli orli della zimarra sono funesti al reddito sociale totale, funestissimi ai lavoratori. Giova onorare, sia pure col solo fumo dell’incenso, il risparmiatore. Il contadino contento di investire denaro in terra al 2 per cento, il cittadino il quale, abitando nella casa propria, ne trae un fitto figurativo il quale, a paragone coi fitti correnti all’intorno, non tocca il 3 per cento del capitale investito, sono tipiche pietre miliari di un gran territorio inesplorato nel quale è possibile, crescendo la gioia e celebrando la perennità del possesso, indurre volontariamente e volonterosamente il risparmiatore a rinunciare alla sostanza del risparmio od almeno a ridurre la sostanza medesima ad un limite così basso, dicasi per ora tra l’1 ed il 2 per cento, da dover essere considerato quasi il compenso dovuto per l’opera, che in altro modo sarebbe malamente fornita.

 

 

Settimo: essendo dunque assiomatico che a ridurre la proprietà privata a minima porzione congrua di frutto nulla giova più del renderle omaggio di ampie onoranze di diritto, purché sia diritto ugualmente aperto a tutti e non garantito contro nessuno, resta dimostrato altresì non essere vantaggioso scemare alee ed assicurare frutti. Mala operazione è, dal punto di vista dell’interesse collettivo, espropriare l’imprenditore di terre di case o di industrie, dandogli in cambio, a titolo di indennizzo di espropriazione, obbligazioni fruttanti il 3 per cento. L’operazione può, forse, aver apparente non mai sostanziale successo, se invece di espropriazione a prezzo equo, si tratti di confisca a prezzo minore del vero. Normalmente, non giova, a scemare il saggio dell’interesse, incoraggiare gli investimenti in titoli a reddito fisso, il che significa incoraggiare la separazione del capitalista dalla sua impresa. In media, ove si guardi, come si deve, al tempo lungo, i servigi del capitale si pagano a prezzo più alto, quando il risparmiatore, disinteressandosi delle sorti dell’impresa, fornisca il capitale a prestito a stati, comuni, società ed enti ad interesse fisso, che non quando egli sia anche in parte imprenditore ed aspiri al dividendo, al profitto, alla partecipazione agli utili. Contrariamente all’opinione volgare, l’azionista costa di meno dell’obbligazionista, il proprietario conduttore diretto o conduttore a mezzadria costa di meno del proprietario, il quale loca il fondo a canone fisso di fitto. Le eccezioni, come quella della pianura padana, confermano la regola. Se non fosse impossibile, converrebbe persino che l’interesse sui titoli di debito pubblico diventasse una funzione variabile della prosperità statale.

 

 

Ottavo: sia massima la gioia del disporre del risparmio costituito. Se giova a ridurre il saggio dell’interesse la contemplazione dell’investimento che se ne potrà fare, giova ancor più la sicurezza di poterne disporre a proprio talento a pro di figli e di nepoti, di opere benefiche od educative.

 

 

Nono: i lavoratori si guardino dall’interessarsi delle faccende proprie dei risparmiatori-imprenditori. Ufficio proprio delle associazioni di lavoratori è di richiedere le condizioni ottime di salario e di lavoro, compatibili colla condizione che tutti i lavoratori abili e volonterosi siano occupati. Ma l’ottimo salario sia pagato da tutti gli imprenditori, anche da coloro i quali perciò sono costretti a fallire. Non è interesse dei lavoratori e neppure della collettività sorreggere gli imprenditori incapaci a conseguire il prodotto massimo ed a pagare il salario ottimo. L’associazione dei lavoratori tanto meglio consegue l’intento di ridurre la proprietà privata all’onorato compito di fornitrice di risparmio a prezzo minimo quanto più si astiene dall’insegnare e perciò dal garantire ai risparmiatori il mestiere del produrre e gestire risparmi. Compito dell’associazione lavoratrice è di perfezionare e di governare il lavoro sì da conseguire per esso il massimo prezzo. Ove sia soddisfatta la condizione che tutti i lavoratori siano occupati, quel prezzo non è di monopolio, cresce il prodotto totale e perciò giova alla collettività.

 

 

10) Le classi dirigenti spesso, e ad esempio dopo il 1876 in Italia, apertamente violarono le condizioni ora dette, le quali già si trovavano dichiarate o implicite negli insegnamenti della scienza economica classica. Non furono aboliti o crebbero gli impedimenti ad investire o disinvestire il risparmio (violazione della prima condizione); e questo fu minacciato di confisca, come in Italia tra il 1919 ed il 1921 (violazione della seconda). Si guardarono con sospetto e si tassarono coloro i quali spingendo al massimo il reddito percentuale del capitale investito dimostrarono di saper rendere servigio a buon mercato agli altri uomini, ben più di coloro i quali poco profittano, perché incapaci di ridurre i costi (violazione della terza). Si moltiplicarono con i dazi doganali, con proibizioni, con limitazioni legali le barriere opposte a chi poteva muovere all’assalto dei privilegi altrui (violazione della quarta). Furono aiutati, anche quando nessun vero interesse pubblico era in giuoco, coloro i quali meritavano di fallire (violazione della quinta). Fu incoraggiata, con il crescere del debito pubblico, con le statizzazioni e le municipalizzazioni, e con le tassazioni differenziali sui dividendi e con le limitazioni a questi, la funesta tendenza all’espandersi dei redditi «fissi» ed alla separazione fra il risparmiatore e la gestione del suo risparmio (violazione della sesta e della settima). Si moltiplicarono le costrizioni legali alla carità, abolendo ogni stimolo a farla e crescendo il numero dei disoccupati artificiali (violazione dell’ottava).

 

11) Immaginarono finalmente i predicatori del socialismo che giovasse, a rendere massimo il reddito dei lavoratori, mettere questi al posto dei cosidetti capitalisti, affermando che l’interesse è frutto di usurpazione sul salario. L’opera compiuta durante il secolo scorso, e che tuttodì continua, dai lavoratori ad innalzare e migliorare se stessi, col pretendere ed ottenere leggi tutrici dell’infanzia e della maternità, risarcitrici dei danni delle malattie degli infortuni e della vecchiaia fu potentissimo stimolo all’elevamento della produzione e quindi all’aumento dei salari. Il movimento di associazione dei lavoratori in sindacati, che in Italia oggi hanno acquistato carattere pubblico, diede ai lavoratori dignità pari a quella di ogni altro uomo e tolse agli imprenditori ogni privilegio nel contrattare le condizioni del lavoro. Ma errarono i lavoratori quando anch’essi pretesero di costituire a se medesimi un privilegio, limitando ai gruppi associati il diritto al lavoro e negandolo perciò agli esclusi; e quando supposero che il salario aumentasse col ridurre direttamente, mercè semplice traslazione a se stessi, l’interesse del capitale. Laddove in tal modo, crescendo il rischio, cresce, senza vantaggio per il capitale, la quota attribuita all’interesse e scema il salario. Non videro così che unico mezzo efficace a ridurre a vile meta il prezzo del capitale è la abbondanza del capitale, alla quale consegue come per ogni altra merce, bassa estimazione per essa da parte degli uomini. Epperciò, tra il 1919 e il 1921, volgeva a rovina l’economia italiana.

 

12) I brevi fugaci tempi, durante i quali nel secolo passato si toccarono per gli investimenti limiti del 3 e del 2 e mezzo per cento nel saggio di frutto, dimostrano quali stupendi risultati di incremento del reddito sociale totale a massimi mai veduti e di diminuzione della quota del capitale a minimi incredibili siano possibili quando una adatta politica promuova in modo acconcio la formazione di abbondante nuovo risparmio. Non di troppo, ma di troppo scarso risparmio soffre oggi il mondo. Il risparmio non è, come l’uomo, una creazione spirituale. È materia bruta, la quale però non si forma, se si spezzano, come la predicazione livellatrice e confiscatrice insegnò e come volle la legislazione piccolo-bottegaia volta a sovratassare i sovraprofitti in difesa degli imbecilli, le molle intime che spingono gli uomini a fabbricarla. Materia bruta sì, ma non perenne ed autoctona, come immaginano i semplici di mente e gli amatori della roba altrui. In ogni momento il capitale già esistente tende ad annullarsi, ed in breve ora – dieci o vent’anni, attimo inafferrabile nella vita dell’umanità – sparirebbe, se ad ogni ora l’uomo non lo conservasse e ricreasse.

 

13) Compito massimo delle rinate corporazioni, ove esse vogliano, come debbono, promuovere l’incremento del reddito sociale totale al massimo, la diminuzione al minimo della quota di esso spettante al capitale e la elevazione al massimo della quota spettante al lavoro, è dunque la ricerca dei mezzi meglio atti a rendere vieppiù abbondante la produzione e la offerta del risparmio; sicché tanta sia la gioia di produrlo, di possederlo e di disporne e tanto ridotti i privilegi del risparmio investito nel profittare ad esclusione del profitto altrui, che il prezzo del risparmio medesimo, perché e purché a quella meta non sia spinto dalla forza, tenda, senza tuttavia mai giungervi, a zero. Opera faticosa e gloriosa che basterebbe da sola a giustificare il novello istituto.

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