Oscurità e incerti propositi

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 13/07/1922

Oscurità e incerti propositi

«Corriere della Sera», 13 luglio 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 748-751

 

 

 

Non so chi abbia scritto il primo modello delle esposizioni finanziarie dei ministri del tesoro italiani. Certo è che, dopo di lui, tutti gli altri vi si sono attenuti fedelmente. Oramai ne sappiamo a memoria l’orditura: esercizio conchiuso, esercizio in corso, esercizio futuro, tesoro e tasse, debito pubblico, circolazione, istituti di emissione, bilancia commerciale, ecc. ecc. Diverse sono le cifre, ma la trama è sempre quella.

 

 

Non è fare una critica al modello affermare che oggi il pubblico si attenderebbe qualcosa d’altro. Quell’orditura può andar bene per i tempi di calma in cui tutti gli esercizi si rassomigliano; non per questi momenti strabilianti, in cui ogni anno è diverso da quello precedente e da quello susseguente. Ciò di cui il pubblico ha desiderio ansioso è di poter fissare lo sguardo nel futuro per intravvedere l’alba del desideratissimo pareggio.

 

 

Certo, per conoscere bene l’avvenire, sarebbe necessario cominciare a conoscere bene il passato. Alcuni indizi farebbero credere che ciò non accade e che il ministro del tesoro non sia in grado di dirci precisamente quale è oggi, o se non proprio oggi, quale era al 30 giugno, data di chiusura dell’esercizio finanziario, la situazione finanziaria dello stato. La cassa, ad esempio, l’on. Peano la conosce alla data del 21 maggio scorso, ossia ad una data anteriore di cinquantatre giorni a quella in cui l’on. Peano pronunziava la sua esposizione finanziaria. Egli sa dirci che fino a quella data sono stati incassati 16.917 milioni di lire e sono stati pagati 16.247 milioni, compresi negli incassi 5.202 milioni di accensioni di debiti e nei pagamenti 674 milioni per rimborsi di debiti. Che cosa sia accaduto dopo, il ministro del tesoro non lo sa; come pare non sappia quanti erano i debiti dello stato al 30 giugno. Le sue notizie si fermano al 21 maggio. Questo è uno scandalo contabile, non meno grande, sebbene più spettacoloso, di quei piccoli scandali che sono i ritardi sistematici nella pubblicazione dei conti del tesoro, delle situazioni degli istituti di emissione e simili. Puntuale è solo la ragioneria del ministero delle finanze, la quale una settimana dopo la chiusura dell’esercizio ci dava la statistica delle entrate principali al 30 giugno 1922. Per tutto il resto, tenebre profonde. Il 20 giugno ultimo si pubblicava la situazione del tesoro al 31 gennaio, con un ritardo di quattro mesi e venti giorni!

 

 

Con tanta scarsità di notizie fresche per il passato, non è meraviglia che l’avvenire sia misterioso. Sappiamo che il disavanzo del 1921-22 è ormai accertato in 6.500 milioni, e quello del 1922-23 è presunto in 4 miliardi. Ma perché e per quali capitoli diminuisca e quali pronostici si possano fare per l’avvenire, nell’esposizione non è detto. Qua e là ne esce fuori un razzo illuminante: ma è troppo poco in confronto ai desideri. È detto che il traffico marittimo costò dal 1916-17 al 1921-22 la spettacolosa somma di 7.700 milioni; che esso nel 1922-23 costerà meno dei 608 milioni preventivati, e che nel 1923-24 rimarranno in bilancio le sole spese normali. Ma quanto siano per essere queste ultime non è indicato, né il ministro del tesoro si indugia a dimostrarci come sia distribuita nel tempo la cifra di 12.350 milioni preventivata per risarcimenti per i danni di guerra; e neppure quale sia la natura della curva necessariamente discendente, a partire da un certo punto, dei 1.162 milioni annui liquidati per le pensioni di guerra.

 

 

Eppure, noi abbiamo sete appunto di siffatti calcoli e di siffatte precisazioni. Un disavanzo di 6,5 o di 4 miliardi può essere disperante se non se ne vede la ragione ed il termine, e produrre scoraggiamento e depressione; mentre può efficacemente essere di sprone alle economie ed alla rigida esazione delle imposte, se della severa condotta finanziaria si vede la meta. Vicina o lontana, importa molto saperlo; ma importa assai più sapere che una meta c’è, ed è raggiungibile.

 

 

Ciò che l’opinione pubblica desidera e ciò che i ministri del tesoro si ostinano a non volerci dare, è uno sguardo d’insieme. Per scrupolo di legalità, essi non vogliono dipartirsi dalle norme contabili e legislative vigenti. Il loro è un ottimo documento, guardato dal punto di vista formale del ragioniere generale dello stato. Manca lo spirito ricostruttore dell’uomo di stato, il quale dovrebbe saperci dare il quadro delle entrate che egli prevede permanenti, distinto da quello delle entrate di carattere temporaneo. E ciò per le spese. Se tutte le spese durassero in perpetuo quali sono oggi, dovremmo darci alla disperazione. Per fortuna così non è; ma in qual misura non sia o come sia possibile prevedere il momento in cui entrata e uscita si bilancerebbero, se il parlamento non votasse nuove spese, non ce lo vogliono dire.

 

 

Il ministro può replicare che tutte queste curiosità sono soddisfattibili per chi legge i bilanci preventivi e studia le leggi e le deliberazioni in base a cui le singole appostazioni di bilancio sono fatte. Ma il lavoro richiederebbe mesi di tempo: né sarebbe definitivo, come invece può essere quello del ministro del tesoro, a cui tutte le notizie affluiscono corredate di spiegazioni e di commenti.

 

 

Dovendoci contentare di vivere nell’oscurità, prendiamo atto delle buone promesse, di cui due mi paiono concrete: la prima è l’«intendimento fermo del governo di non accogliere nessun invito ad eccedere il limite della spesa attuale consolidata», e la seconda è l’impegno a non fare uso in nessun caso di decreto legge, i quali «toccano le più gelose prerogative parlamentari, sottraendo al controllo del potere legislativo l’autorizzazione a disporre delle pubbliche risorse».

 

 

Se queste due promesse saranno mantenute, avremo fatto un po’ di cammino nella via del nostro risanamento. Bisognerà vedere con quale animo e con quali criteri concreti si attueranno altresì i propositi d’economie nei servizi pubblici delle ferrovie, delle poste e telegrafi e di quelle altre amministrazioni industriali ed economiche le quali sono il tarlo roditore del bilancio.

 

 

Non è possibile, di passata, commentare gli annunzi relativi al miglior rendimento delle imposte, di cui mi pare degno di lode, senza restrizioni, uno solo, e cioè il proposito di rivedere e perequare e perciò far rendere di più l’imposta di ricchezza mobile.

 

 

Vana mi sembra invece la speranza di recare un vero vantaggio al tesoro con l’attuazione dell’insano disegno di legge di ritenuta del 15% sui titoli di debito pubblico ai portatore. Quei 200 milioni, se li otterremo – quali falangi di impiegati dovremmo assoldare per incassarli! – saranno pagati ad usura dal tesoro a causa dell’offesa irrimediabile al suo credito. È vano invocare, come fa il ministro, il concorso del capitale straniero per aiutare lo svolgimento delle forze produttive del paese, con promesse di esenzioni da tributi, quando si diffonde l’impressione che lo stato italiano non fa onore ai suoi impegni. Alcuni disgraziatissimi incidenti hanno occasionato la violenta reazione da parte di creditori e capitalisti stranieri, i quali avevano investito i loro risparmi in Italia. La ritenuta del 15%, comunque spiegata con rigiri di parole e giochetti di formule legislative, sarebbe un nuovo colpo funesto al nostro credito. Siamo in tempo a ritirarci dal mal passo; ed è davvero necessario, anzi urgente, che sull’animo dei due ministri finanziari possa più l’amore al paese che l’ossequio portato alle parole del loro duce politico. Se non rimanesse la minaccia della ritenuta del 15% e se nell’opinione nazionale si radicasse il concetto che finalmente si è decisi a mettere un freno alle nuove spese, non vi sarebbe ragione perché i corsi del consolidato non migliorassero in Italia, così come rapidamente stanno migliorando nei paesi a finanze sane.

 

 

Qui è la via della salvezza, ben più che nei piccoli imbrogli del 15%; perché il miglioramento dei corsi vuol dire possibilità di conversione dei buoni del tesoro in rendita perpetua, possibilità di non mancata riduzione degli interessi dei buoni a limiti oggi insperati. Con 25 miliardi di buoni ordinari in circolazione, la riduzione dell’1% nel saggio dell’interesse vuol dire 250 milioni annui di sollievo al tesoro.

 

 

Cerchi l’on. Peano questi guadagni onesti e gloriosi e lasci stare i sotterfugi di dubbio carattere; e si meriterà, così operando, il plauso universale.

 

 

Torna su