Ostruzionismo burocratico

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 21/04/1922

Ostruzionismo burocratico

«Corriere della Sera», 21 aprile 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 666-668

 

 

 

Signor direttore,

 

 

leggo nel n. 87 del suo autorevole giornale un articolo dell’on. prof. Luigi Einaudi dal titolo «Ostruzionismo burocratico» che personalmente mi riguarda e poiché le deduzioni che l’autorevole articolista ne deduce sono basate su un equivoco in cui egli è caduto, per le quali mi fa apparire come un insipiente burocratico e un dilapidatore del pubblico erario, le sarà veramente grato se, per doverosa rettifica, vorrà compiacersi leggere e pubblicare quanto segue.

 

 

Premetto che l’ufficio citato nell’articolo del prof. Einaudi ha parecchi funzionari che, per il compito affidato all’ufficio stesso, sono inviati in missione per raccogliere presso i vari uffici del catasto del regno, gli elementi necessari alla compilazione dei progetti economici delle bonifiche.

 

Quasi tutti i detti funzionari verso la fine del mese si restituiscono alla sede dell’ufficio, che è a Roma (e bisogna por mente bene a ciò) per riscuotere il loro stipendio e le altre indennità cui hanno diritto e specialmente per conferire col dirigente dell’ufficio e trattenersi diversi giorni per sviluppare nell’ufficio stesso una parte del lavoro in base agli elementi raccolti. Ciò è norma costante di tutti gli uffici tecnici dipendenti dal ministero dei lavori pubblici, ed ha sovratutto lo scopo di far svolgere il lavoro sotto la direzione di chi ne è responsabile e di non permettere che si faccia stando in missione,cioè in trasferta, una parte del lavoro che può essere fatta nella sede dell’ufficio.

 

 

Due, soltanto, degli impiegati del mio ufficio inviati in missione altrove e cioè uno a Salerno (7 o 8 ore di diretto da Roma) ed un altro a Sessa Aurunca (4 o 5 ore di diretto da Roma) avevano dimostrato che mal volentieri, per ragioni od interessi personali, si restituivano alla sede, per cui prendendo pretesto dalla revoca della franchigia per le raccomandate, a mezzo delle quali ricevevano lo stipendio, scrissi loro una modesta lettera d’ufficio (inviata pure ad un altro impiegato per semplice conoscenza) ed assurta invece all’importanza di circolare, con la quale li invitavo a recarsi alla fine del mese in residenza per riscuotere lo stipendio. Si comprende che, dato il fine che mi proponevo, avrei trovato il modo dopo la riscossione dello stipendio di trattenerli almeno una diecina di giorni in ufficio per esaminare il lavoro fatto e farlo sviluppare in residenza senza stare in trasferta.

 

 

E qui comincia appunto l’equivoco in cui è caduto il prof. Einaudi, perché ciò facendo invece di fare spendere all’amministrazione dello stato come egli crede varie centinaia di lire (in quanto l’articolista ha supposto che intrattenendosi l’impiegato a Roma percepisca l’indennità di missione variabile da lire 27 a 54 al giorno) io ne faccio risparmiare altrettante, se non di più, perché tranne la sola spesa per il biglietto di seconda classe a tariffa ridotta (che data la brevità del percorso si aggira fra le 40 e 50 lire) e relativi due decimi, spesa più che giustificata per conferire con un impiegato che è stato lontano dalla sede, l’amministrazione non spende altro, giacché l’impiegato cessa automaticamente dalla missione appena fuori dalla stazione mette il piede sul suolo di Roma,cioè rientra nella sua residenza. Anzi, come dicevo, l’economia che realizza l’amministrazione è tanto più notevole quanto più l’impiegato prolunga la sua permanenza in ufficio sviluppando ivi il lavoro che altrimenti avrebbe fatto continuando a stare in missione.

 

 

Quindi, nessuna intenzione di burlarsi delle vigenti disposizioni in materia di franchigia postale, volute per ragioni sacrosante di economia, ma il proposito fermo di contribuire a dare incremento a tali economie ha ispirato il mio operato, ricorrendo ad uno espediente, per ricordare a due miei dipendenti che lo stare in missione non è lo stato permanente dell’impiegato, ma quello temporaneo.

 

 

Dev.mo Ing. A. Buongiorno

 

 

Dalle ragioni addotte dall’ing. Buongiorno per spiegare il motivo nascosto della sua lettera o circolare, è solo giudice il ministro, il quale deve invece averne riconosciuto il danno o la inopportunità, se ha ordinato di ritirarla e si è riservato di prendere i necessari provvedimenti in merito. Io certo non potevo indovinare che il motivo della circolare era tutto diverso da quello che nella circolare era scritto: né le cose dette dall’ing. Buongiorno scemano l’impressione di disordine e di indisciplina che il provvedimento biasimato aveva fatto nascere. Anzi il contrario. Risulterebbe ora che, per un certo tempo passato, vi furono impiegati ribelli agli ordini del loro superiore, i quali se ne stavano fuori di loro residenza, perché ciò faceva loro comodo e per mangiare a ufo le indennità di missione all’erario. Ed i superiori non osavano o non riuscivano a farsi ubbidire: sicché dovettero ricorrere ad un pretesto per ottenere il ritorno. Ed il pretesto era peggiore del malanno; perché si additava al disprezzo degli inferiori una legge dello stato, facendo ad essi credere che li si dovevano richiamare in sede, non perché ciò fosse reclamato dalle esigenze del servizio – le esigenze del servizio compaiono ora, ma nella circolare erano accuratamente taciute – ma perché una inconsulta novità voluta dal governo impediva di spedire lo stipendio in provincia! L’ing. Buongiorno potrà essere stato animato dalle migliori intenzioni; ed è scusabile se prepotenze politiche locali gli impedivano davvero di farsi ubbidire. Certo è però che l’amministrazione con simili metodi va in malora e il pareggio del bilancio con essa.

 

 

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