Otto mesi di entrate pubbliche. Una sola cifra inquietante

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 25/03/1923

Otto mesi di entrate pubbliche. Una sola cifra inquietante

«Corriere della Sera», 25 marzo 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 163-165

 

 

 

La ragioneria del ministero delle finanze pubblica con sollecitudine degna di lode il rendiconto delle entrate «principali» dello stato negli otto mesi dell’esercizio in corso. Riassumo le risultanze del conto, mutando leggermente, per semplicità, il raggruppamento delle cifre (in milioni di lire):

 

 

Dal I° luglio 1921 al 28 febbraio 1922

 

Dal I° luglio 1922 al 28 febbraio 1923

 

 

Differenza

Imposte dirette sui redditi e sui capitali 

3.130,6

2.851,3

– 279,3

Imposte di successione e sui trasferimenti (bollo, registro e surrog.) 

1.645,2

1.618,9

– 26,3

Imposte indirette suiConsumi

 

1.563,2

1.778,4

+ 215,2

Monopoli tabacchi, sale, lotto, fiammiferi 

2.107,2

2.195,7

+ 88,5

 

8.446,2

8.444,3

– 1,9

 

 

Notisi, di passata, essere oramai definita la prevalenza delle imposte sui redditi e sui capitali e loro trasferimenti (in tutto nell’esercizio in corso 4.470,2 milioni) sulle imposte sui consumi e di monopolio (3.974,1 milioni). Il confronto, per molte circostanze, non è esatto; bisognerebbe, ad esempio, dedurre dalla seconda cifra il costo dei tabacchi, del sale, ecc. che non è imposta, ma compenso per una merce effettivamente fornita al compratore.

 

 

Il rilievo più importante da farsi alla tabellina, è, a primo aspetto, sconfortante. Il complesso delle entrate dello stato ha una leggera tendenza alla diminuzione. Sembra che, nonostante i giri di vite tributari, non si riesca ad ottenere quel gettito crescente, il quale sarebbe necessario per colmare il disavanzo del bilancio. A primo tratto si sarebbe tentati di vedere in questa diminuzione la conseguenza della crisi economica del dopo guerra e dell’iniziale sgonfiamento dei prezzi. E si sarebbe tentati di segnalare nuovamente i pericoli che, dal ritorno, anche timidissimo, della lira verso l’antica parità e dalla conseguente riduzione dei prezzi, deriverebbero allo stato, premuto da un lato da spese fisse e dall’altro dal ridursi della materia imponibile.

 

 

Senonché la conclusione è prematura. Lette più attentamente, le cifre non sono pessimiste. Il gettito delle imposte sui consumi si mantiene crescente. I contribuenti non consumano di meno e non si rifiutano di pagare imposte fortissime sui loro consumi. Di fronte a questa constatazione, appare per lo meno improbabile che ci sia stata una «reale» contrazione nel gettito delle imposte sui redditi e sui capitali. Infatti non ci fu. La diminuzione di 279,3 milioni nelle imposte dirette è il risultato di un movimento inverso nelle imposte temporanee ed in quelle permanenti. Diminuiscono di 560,9 milioni le imposte (avocazione) sui sovraprofitti di guerra e seguiteranno a diminuire, fino a zero, perché trattasi di un tributo sui guadagni del passato, chiusi col 30 giugno 1920. Diminuisce di 105 milioni l’imposta straordinaria sul patrimonio per il cessare del raddoppiamento portato dalla legge sul pane. Avrebbe dovuto scemare di più; ma i migliori accertamenti hanno già fornito un compenso, che diverrà più vistoso in avvenire. Le imposte permanenti gittano di più. Basti citare la meravigliosa imposta di ricchezza mobile che da sola gitta 1.162,8 milioni contro 846,7 dell’esercizio precedente, anche la diminuzione di 26,3 milioni nel gruppo delle imposte di successione e sui trasferimenti nasconde movimenti per se stessi non preoccupanti. Le imposte successorie, quelle di registro e ipotecarie hanno gittato 86,4 milioni di più; e 41,4 milioni in più diede il bollo.

 

 

In questo gruppo, la diminuzione netta che si legge nel totale è dovuta a parecchi aumenti confortanti, come quelli suindicati, e ad una grossa diminuzione: 151,7 milioni per minor tassa di circolazione sui biglietti di banca. In parte, purtroppo piccola parte, questo minor gettito è il benvenuto: significa che la circolazione cartacea si è di qualche po’ ridotta in confronto alle cifre toccate nel 1921-1922, quando si erano fatte grosse emissioni per sormontare il panico della Banca di sconto. Tuttavia, per la maggior parte, questi 151,7 milioni in meno danno da pensare. Sono l’unica cifra inquietante del prospetto. In parole semplici, essa raffigura la perdita che lo stato sopporta per gli interventi bancari ed i salvataggi industriali deliberati alla fine del 1921. Siccome non era giusto che la Banca d’Italia ed i Banchi di Napoli e di Sicilia pagassero essi le spese delle cattive speculazioni delle banche moratoriate o pericolanti e delle imprese industriali finanziate da queste, il governo del tempo dovette consentire a ridurre praticamente l’ammontare della tassa di circolazione sui biglietti di banca sino a copertura delle perdite sofferte. I risultati dei salvataggi si vedono ora nei 151 milioni incassati in meno negli ultimi otto mesi. Giova sperare che i contribuenti italiani non siano più chiamati a pagare lo scotto di nessun altro salvataggio. Il disavanzo dovuto a cause pubbliche è già troppo forte per crescerlo ulteriormente con sovvenzioni dirette od indirette a chi non ha saputo far bene gli affari privati proprii.

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