Ottobre: massimo costo della vita dopo il 1 agosto 1914

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 13/11/1924

Ottobre: massimo costo della vita dopo il 1 agosto 1914

«Corriere della Sera», 13 novembre 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 871-875

 

 

 

Il bollettino dell’ufficio del lavoro del comune di Torino, che, insieme con quello del comune e della camera di commercio di Milano e pochi altri delle grandi città italiane, è uno dei più utili strumenti di lavoro di chi voglia seguire le pulsazioni della vita economica italiana, reca questa volta una notizia degna di nota: il numero indice del costo della vita del mese di ottobre 1924 è il più alto che si sia toccato dall’1 luglio 1920 in qua. La data del 1 luglio 1920 non ha importanza storica, sebbene ne abbia una convenzionalmente notevole dal punto di vista statistico. Da quella data infatti i principali uffici statistici municipali d’Italia convennero di introdurre un nuovo metodo uniforme e preciso di calcolare il costo della vita. possiamo aggiungere che, essendo il costo della vita rimasto dopo l’1 luglio 1920 sempre superiore a quello degli anni precedenti, l’indice dell’ottobre 1924 è il massimo raggiunto dopo l’1 agosto 1914.

 

 

Gioverà indicare, anno per anno, i massimi ed i minimi segnati dopo l’1 luglio 1920, sempre supponendo che nel primo semestre 1914 il costo della vita si eguagliasse a 100, punto di partenza o numero indice base.

 

 

 

Minimi

Massimi

 

1920

luglio 384,4

dicembre 465,6

1921

luglio 404,7

marzo 472,2

1922

aprile 424,5

gennaio 465,6

1923

marzo 435,8

dicembre 466,7

1924

giugno 462,1

ottobre 492,9

 

 

Non essendo l’anno 1924 ancora compiuto, può darsi che il massimo salga anche oltre il limite di 493, il che vuol dire cinque volte tanto l’ante-guerra. Osservo che il moltiplico 5 può non corrispondere alle singole esperienze individuali. Avendo avuto occasione di usare altre volte gli stessi dati, ricevetti lettere di protesta da parte di chi soffriva un rincaro maggiore. Le lettere erano ragionate. Ma, nelle discussioni pubbliche non si può far appello ai casi singoli, occorrendo fondarsi su medie e su dati raccolti con criteri prestabiliti, su vasta scala, con ogni accuratezza e vagliati con diligenza. Il che, dopo inchiesta personale, posso affermare accade per i dati torinesi. Quali ragioni spiegano l’aumento nel costo della vita? Una si deve ricordare subito ed è l’aumento nel costo dell’abitazione; che, se era calcolata a 100 nel primo semestre 1914, e rimase a tal livello per molti anni, fu portato a 110 nel novembre 1920, a 120 nel luglio 1921, a 200 nel luglio 1923 ed a 250 nel luglio 1924. Anche qui, molti inquilini esclameranno che essi soffrirono aumenti maggiori; ma vuolsi notare che il costo della vita, a cui si riferiscono gli uffici statistici italiani è quello della famiglia operaia media e che gli uffici non possono non tener conto dei decreti di vincolo e di arbitrato che sinora hanno limitato i fitti operai in misura maggiore dei fitti delle classi socialmente più elevate.

 

 

Tutto sommato, però, l’aumento dei fitti ha influito poco sull’aumento del costo totale della vita per la famiglia operaia. Dal giugno al luglio 1924 l’indice del fitto cresce da 200 a 250; ed invece l’indice del costo totale della vita sale appena da 462,1 a 465,9, sebbene non si fossero verificate diminuzioni apprezzabili negli altri capitoli di spesa. Egli è che la famiglia operaia spende relativamente poco per la casa e l’aumento del fitto influisce quindi lievemente sul costo totale della vita.

 

 

Per avere un’idea meno grossolana delle ragioni dell’aumento nel costo della vita, confrontiamo il punto di partenza (luglio 1920) delle odierne statistiche, che è anche il punto di minima, con il punto d’arrivo (ottobre 1924) che è il punto di massima.

 

 

 

Luglio 1920

 

Ottobre 1914

Alimentazione

 

409,3

536,9

Vestiario

 

479,1

488,1

Abitazione

 

100

250

Calore e luce

 

415

435,4

Spese varie

 

455,9

578,1

Bilancio completo

 

384,4

492,9

 

 

Il grande aumento, all’infuori della casa, si è verificato sulle spese di alimentazione – le spese varie avendo una modesta importanza nel bilancio operaio – le quali assorbono, in cifre assolute, più di tre quinti della spesa totale: lire 149,21 per settimana nell’ottobre 1924 su una spesa totale di lire 233,88. La spesa dell’alimentazione già altra volta, nel marzo 1921, aveva toccato un livello simile all’attuale: lire 149,11 contro le 149,21 di oggi. Dopo, era diminuita ad un minimo di lire 124,02 nel luglio 1921, e di nuovo di lire 130,71 nell’aprile 1922. Nel 1923, il minimo era stato di lire 133,59 nel marzo; e nel 1924 di lire 139,77 nell’agosto. Pare che i minimi nel costo dell’alimentazione abbiano una tendenza a crescere dal 1921 al 1924.

 

 

Nelle recenti polemiche suscitate dall’aumento continuo nel prezzo del pane, fu spesso ricordata l’influenza che il cambio alto ha sul costo della vita. Non è facile riscontrare nei dati di fatto la riprova precisa dei rapporti che il ragionamento ha dimostrato probabili o certi. Ad esempio, il cambio che in media fu nel 1920 di 389,8 contro la parità di 100 tra la lira ed il dollaro – unica moneta uguale all’oro – si può ora ragguagliare a 445 circa, con un aumento del 15%. Ma abbiamo già veduto come invece la spesa per il vestiario crebbe solo da 479,1 a 488,1, con un aumento di circa il 2% ed il calore e luce crebbero da 415 a 435,4 con un aumento del 4%. Invece le spese per l’alimentazione crebbero da 409,3 a 536,8 con un aumento del 31%. Dovrebbesi concludere che il rialzo del cambio abbia agito sul grano e sulla carne e non sui vestiti, sul carbone e sul petrolio? Eppure, sono tutte merci o derrate, di cui è larga l’importazione dall’estero e per cui le variazioni dei cambi dovrebbero agire con uguale rapidità. L’influenza del cambio è per taluni gruppi di merci evidentemente oscurata da circostanze, le quali agiscono in senso contrario: ribasso di noli, diminuzioni di prezzi all’origine. Se queste circostanze non si fossero verificate, il rialzo del costo del vestiario e della luce avrebbe uguagliato il rialzo del corso dei cambi. Per l’alimentazione, due cause d’aumento si allearono recentemente: rialzo dei prezzi dei cereali all’origine e rialzo dei cambi all’entrata nello stato. Sui prezzi all’origine non possiamo agire; epperciò tutti i nostri sforzi debbono essere concentrati nell’impedire le punte dei cambi all’insù.

 

 

La buona situazione delle pubbliche finanze – ottenuta grazie alla sistemazione del regime tributario dopo il disordine del tempo di guerra ed alla azione delle amministrazioni fiscali, riaffermatasi fin dal 1919 nelle imposte dirette e ringagliardita più di recente anche in altri rami – avrebbe consentita non solo una diminuzione dello scarto tra i minimi ed i massimi, ma la regolazione consaputa del livello dei cambi. È arrivato cioè il tempo in cui il tesoro e gli istituti di emissione potrebbero affrontare il problema di tenere i cambi ad un livello costante, da variarsi, per volontà dei dirigenti, soltanto in relazione alla meta preannunciata che si vuole raggiungere in materia di rapporto definitivo tra la lira-oro e la lira-carta.

 

 

Fissare un programma in questa materia sarebbe necessario per diminuire i rischi dei commercianti e degli industriali importatori ed esportatori, rischi i quali si traducono in aumento del costo delle merci; sarebbe necessario per ridurre al minimo le altalene dei cambi, che si traducono in genere in tendenza del minuto commercio a rialzare volontieri rialzando i cambi, e a non ribassare, se non a stento e tardi, ribassando i cambi. Se l’affluenza copiosa delle entrate nel tesoro e la buona situazione delle finanze che ne risulta, nonostante gli assalti al bilancio, forse invano lamentati dal ministro delle finanze a Trieste, consentirebbero una politica consaputa dei cambi, perché questa non si inizia? Le cause possono essere molte; a due si può accennare con sicurezza. Una è economica e sta nella sovrabbondanza di carta moneta creata per sistemare gli sciancati, gobbi e guerci ricoverati all’ospizio detto «Consorzio per sovvenzioni sui valori industriali» di cui parlai altra volta. Finché non diminuisca sul serio la cattiva carta circolante, difficilmente potrà la Banca d’Italia dominare i cambi. L’altra cagione di incertezza è l’inquietudine politica. Dittatura, governo di partito, forza armata al servizio di un partito contro gli altri partiti sono termini, per definizione, in contraddizione perentoria con governo forte. Forte, s’intende, di quella sola forza la quale conta presso gli italiani, considerati nella loro figura economica, i quali, consapevolmente o no, ogni giorno fanno, nel proprio interesse, la valutazione del proprio governo, dello stato, delle sue finanze presenti e future.

 

 

Qualunque sia il partito a cui costoro appartengono, siano essi in Italia i più entusiasti fascisti, costoro quando valutano, per proprio conto e negli affari della vita privata quotidiana, la forza dello stato, reputano forte solo quello stato il quale si impone all’universale senza bastone, senza sfoggio di forza armata e senza negare il dovere dell’ubbidienza alla volontà dei rappresentanti legali del paese. Qualunque altro governo provoca la domanda: e poi? E questa domanda provoca incertezza intorno all’avvenire e rende difficilissimo al governo dominare quell’indice delicatissimo della vita economica del paese che sono i cambi. In tutto ciò gli stranieri non c’entrano. Come ha luminosamente dimostrato il Keynes (in Tract on the monetary reform, presso Macmillan, e nella prefazione alla traduzione francese pubblicata col titolo La Réforme monétaire presso Kra a Parigi), i cambi fotografano i sentimenti profondi ed intimi dei nazionali, mai degli stranieri. Gli stranieri sono sempre stati compratori, e cioè rialzisti, rispetto al marco tedesco, alla corona austriaca, al franco francese, alla lira italiana, persino, che è tutto dire, al rublo russo. I ribassisti furono sempre i nazionali. La fuga del marco è un fenomeno esclusivamente tedesco; e se in qualche momento il franco francese corse pericolo, ciò si dovette soltanto alla fuga del franco determinatasi in una certa ora nei francesi.

 

 

Se si vuole dunque eliminare la causa politica delle oscillazioni dei cambi non c’è altro da fare se non dare agli italiani la sensazione di un governo stabile e forte, il che vuol dire ubbidiente alle norme ordinarie che reggono i governi di tutti i paesi del mondo e che sono riassunte nelle norme scritte nello Statuto e interpretate dalle leggi e dalle consuetudini. La persuasione non si crea con i discorsi e colle dimostrazioni di forza. Questi possono servire a procacciare applausi sulle piazze; non a fare agire gli uomini, quando tornati a casa, pensano, come ognuno fa ogni giorno, a comprare lire vendendo merci od a vendere lire, comprando merci.

 

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