Paghiamo noi abbastanza nuove imposte?

Tratto da:

Minerva

Data di pubblicazione: 16/06/1916

Paghiamo noi abbastanza nuove imposte?

«Minerva», 16 giugno 1916, pp. 529-531

 

 

 

La domanda, la quale serve di titolo al presente articolo, avrebbe anche potuto essere posta, in forma alquanto paradossale, così: «paghiamo noi davvero imposte nuove?». Esposta così, la domanda avrebbe avuto il vantaggio di mettere almeno in chiaro che sicuramente noi non paghiamo ancora abbastanza imposte nuove in aggiunta alle antiche. Chi volesse invero sostenere che noi non paghiamo affatto più imposte di prima potrebbe ricorrere a qualche buon argomento. A prima vista, i contribuenti italiani pagano notevolmente di più. Veggasi il seguente confronto fra le entrate ordinarie effettive – esclusi i rimborsi ed i concorsi e le entrate diverse – dei dieci mesi dal luglio all’aprile dell’ultimo esercizio di pace 1913-914, e quelle dei corrispondenti dieci mesi del 1915-16 (in milioni di lire):

 

 

Aumento o diminuzione percent.

 

Luglio 1913

Luglio 1915

aprile 1914

aprile 1916

Redditi patrimonali

27.2

14.1

– 13.2

– 48.5 %

Imposte dirette

sui redditi

436.6

546.2

+ 109.6 ³

+ 25.1 %

Imposte dirette sugli affari

243.5

272.7

+ 29.2

+ 12 %

Imposte dirette sui consumi

530.4

493.8

– 36.6

– 6.9 %

Privative fiscali

462.3

573.4

+ 111.1

+ 24 %

Servizi pubblici

168.1

200.9

+ 32.8

+ 19.5 %

 

1868.1

2101.1

+ 232.9

+ 12.5 %

 

 

Certamente, un aumento assoluto di 233 milioni ed uno relativo del 12.50% non sono cose da poco. Ma chi si fermi a queste risultanze finali potrebbe essere tentato di dire che oggi si pagano meno tasse ed imposte di prima della guerra. I 2101 milioni pagati dai contribuenti nei 10 mesi del 1915- 916 sono infatti milioni espressi in moneta di carta, così come lo erano i 1868 milioni del 1913-914. Ma vi è tra le due quantità questa grandissima differenza: che i milioni del 1913-914 erano milioni pagati in carta la quale perdeva, a confronto dell’oro e della divisa estera, meno dell’1%, mentre i milioni pagati nel 1915-916 sono pagati in carta la quale perde dal 6 al 30 per cento a confronto dell’oro e della divisa estera. Quindi la carta, in cui i contribuenti italiani solvono oggi le loro imposte, è carta la quale vale forse il 17-18% meno della carta adoperata per fare gli stessi pagamenti tributari prima della guerra. E, quindi ancora, se è vero che oggi si paga in apparenza il 12.50% di più di prima, in realtà, a causa del deprezzamento della carta, si paga forse il 7-8% di meno.

 

 

In media e tenendoci sulle generali, questa conclusione è incontrovertibile: oggi gli Italiani pagano meno imposte reali di prima della guerra. La conclusione generale deve però essere subito modificata nel senso che il vantaggio di pagare di meno non è egualmente distribuito, sicché vi possono essere alcuni gruppi di contribuenti i quali pagano qualcosa di più, ed altri i quali pagano molto di meno di prima. Le cifre contenute nella tabellina sovra costrutta, sebbene non sufficienti a sviscerare un problema così complesso, ci possono consentire qualche osservazione di indole generale. I contribuenti alle imposte dirette sul reddito, i quali pagano il 25.1% di più di prima, forse sono colpiti da un lieve aggravio reale, poiché le 125 lire di carta oggi da essi pagate, invece delle 100 del 1913-914, equivalgono all’incirca, tenuto conto del deprezzamento della carta, a 103 lire d’allora.

 

 

Così pure i consumatori di sale, tabacco e lotto, soggetti a privativa fiscale, pagando il 24 per cento apparente di più, finiscono col pagare forse un 2% reale in aggiunta. Al contrario, i consumatori di servizi pubblici (poste, telegrafi, telefoni, scuole, ecc.), i quali apparentemente pagano il 19.5% in più, in realtà risparmiano l’1 o il 2%; mentre i contribuenti alle tasse sugli affari risparmiano circa un 10% (invece della maggiore spesa apparente del 12%); e i contribuenti alle imposte sui consumi (dazi doganali, imposte di fabbricazione e dazi di consumo) non si contentano del 6.9% di risparmio apparente, ma in realtà profittano all’incirca di un 20% di minor tributo. E trascuriamo i redditi patrimoniali, che sono soggetti a influenze complesse.

 

 

Altre osservazioni particolari si potrebbero fare per mettere in luce come il maggior carico apparente o monetario delle nuove imposte sia diversamente distribuito sulle varie categorie di contribuenti, in modo che gli uni hanno dovuto subire un reale aumento, e gli altri, i più, una reale diminuzione di imposte. Il gruppo di tributi in cui forse si ebbero le variazioni più interessanti è quello sui consumi. Qui si ebbero:

 

 

  • imposte del tutto abolite, come il dazio sul grano, per cui i contribuenti come tali ottennero il doppio vantaggio di non pagare più l’imposta pubblica allo Stato (dazio doganale) sul grano importato dall’estero e nemmeno l’imposta privata ai proprietari, che prendeva la forma di un aumento di prezzo del frumento prodotto all’interno. Il prezzo nonostante ciò non diminuì, e anzi aumentò; ma l’aumento non ha nulla a che fare con cause tributarie;

 

  • imposte che furono conservate invariate, non solo formalmente ma anche realmente, perché pagabili in oro: dazi doganali;

 

  • imposte che furono conservate invariate in moneta di carta e quindi diminuite in moneta d’oro di poco meno del 20% in media: e sono parecchie imposte di fabbricazione e i dazi di consumo;

 

  • imposte che furono aumentate in moneta di carta, ma non a sufficienza perché l’aumento corrisponda a un reale maggior peso in moneta d’oro: tabacchi e sale. L’aumento del prezzo del sale, ad esempio, da 35 a 40 centesimi giunge a poco più del 14%; e quindi è inferiore allo svilimento della carta. Laonde si può dire che, ricevendo oggi 40 invece di 35 centesimi, l’erario riceve un prezzo sostanzialmente inferiore a quello di prima. Nonostante l’aumento apparente, il sale è stato realmente ribassato di prezzo;

 

  • singolare, a tacer d’altro, è l’imposta sul consumo delle speranze di vincere al giuoco, volgarmente conosciuta sotto il nome di privativa del lotto. Essendo rimaste invariate le tariffe delle poste e delle vincite, è accaduto che la spesa del giuocatore è diminuita, ad esempio, da 1 lira d’oro a 1 lira di carta, equivalenti a soli 80-85 centesimi d’oro; ma contemporaneamente è diminuito, e nelle stesse proporzioni, l’equivalente in oro della vincita, rimasta invariata nella stessa somma nominale di moneta cartacea. Sicché si può affermare che il peso del tributo è rimasto lo stesso.

 

 

Fin qui ho raffrontato le variazioni nominali dell’imposta in moneta di carta con le sue sostanziali variazioni in moneta d’oro. L’indagine è tutt’altro che finita, poiché si dovrebbe, sia pure sommariamente, studiare altresì se ed in che senso sia variata la potenza d’acquisto della stessa moneta d’oro. Ma la cosa potrebbe prendere un andamento troppo complesso e non adatto all’indole di questa rivista; sicché sembrami opportuno, per illuminare almeno di scorcio il problema, rispondere a un’interrogazione che già sento fare da parecchi lettori.

 

 

Che cosa c’importa, sento dire a costoro, che i 40 centesimi da noi oggi pagati in carta-moneta per un chilogramma di sale equivalgano solo a 31 o 33 centesimi della carta-moneta da noi pagata due anni fa? Che cosa importa che perciò, in termini di moneta d’oro, il prezzo del sale sia diminuito, quando tutti i nostri redditi o guadagni noi li percepiamo in moneta di carta attuale e perciò svilita?

 

 

Guadagnavamo 100 lire prima e guadagniamo 100 lire oggi; era carta prima ed è carta adesso, nel medesimo ammontare nominale; epperciò noi sentiamo l’aumento del prezzo del sale da 35 a 40 centesimi come un vero onere, perché il prezzo cresciuto percuote il medesimo reddito di 100 lire. Così pure sentiamo l’aumento da 7.65 a 9 lire nell’imposta di ricchezza mobile come un onere reale, perché le 7.65 di prima e le 9 lire d’oggi incidono sopra il medesimo stipendio di 100 lire, rimasto invariato nel tempo.

 

 

Ecco il secondo aspetto del problema della realtà o apparenza delle imposte nuove. Se tutti i contribuenti italiani rassomigliassero a questi, di cui ho riprodotto la immaginaria interruzione, l’aumento delle imposte sarebbe, senza dubbio, un aumento reale, anche quando fosse solo un aumento espresso in carta-moneta, senza un corrispondente aumento in moneta d’oro. Chi riceveva prima uno stipendio di 100 lire di carta e riceve oggi lo stesso stipendio di 100 lire; chi aveva dato a mutuo un capitale di 100,000 lire al 5% e riceve oggi le solite 5000 lire di interessi; chi ha affittato i quartieri di una sua casa e non può oggi elevare i canoni di affitto; tutti coloro insomma i quali godono di redditi fissi risentono l’onere dell’aumento nominale delle imposte in carta-moneta come un onere reale. Essi vedono decurtati i loro redditi invariati da un maggiore prelievo a titolo di imposte sui redditi; e il minore ammontare residuo ha una ancora minore capacità d’acquisto perché le imposte sui consumi hanno elevato i prezzi in carta delle merci consumabili.

 

 

I contribuenti i quali si trovano in questa situazione sono legioni. Ma più folte mi paiono le legioni di coloro i quali, dopo la guerra e in conseguenza di essa, hanno visto aumentare i loro redditi espressi in carta. Sarebbe interessante distinguere gli Italiani a seconda che appartengono alla classe dei percettori di redditi fissi e certi, ovvero dei percettori di redditi variabili.

 

 

In mancanza di cifre precise, sembra ragionevole di ammettere che la classe degli industriali, agricoltori, commercianti, professionisti, operai e salariati remunerati con salari soggetti ad oscillazioni continue sia di gran lunga più numerosa e importante di quella degli impiegati di enti pubblici o semi-pubblici, dei creditori con mutui in corso e non prossimi a scadenza, e dei proprietari di terre e case affittate con canoni di fitto non mutabili. Se le cose stanno così, è certo che la maggior parte degli Italiani appartiene alla categoria dei percettori di redditi variabili. A loro volta questi si distinguono in redditi diminuiti e in redditi aumentati dopo la guerra.

 

 

Diminuiscono i redditi di talune categorie di professionisti, la cui clientela fu assorbita dalla mobilitazione; ma di altri (medici e avvocati, ad esempio) il reddito non di rado aumentò, sia per il diradarsi dei concorrenti, sia per i maggiori affari derivanti dalla guerra e produttivi di litigi. Scemarono i redditi di talune industrie, come l’alberghiera e le industrie di lusso. Ma spesso il personale addetto trovò rimunerativa occupazione nelle industrie di guerra; per la maggior parte le industrie agricole, manifatturiere e commerciali trassero guadagni notevoli dalle forniture belliche e dall’aumento dei prezzi; e i milioni di lavoratori addetti alla terra e alle industrie ottennero salari cresciuti, ore supplementari di lavoro, guadagni per le mogli e le figlie. Non sembra quindi irreale distinguere la popolazione italiana nelle seguenti categorie:

 

 

 

1)    contribuenti a reddito fisso: i quali sentirono il peso reale di tutto l’aumento nominale delle imposte, ossia all’incirca del 12.50 per cento. Sono un nucleo importante, sebbene numericamente non il più importante;

 

2)    contribuenti a reddito variabile, il cui reddito diminuì: e questi sentono ora cresciuto il peso di tributi cresciuti. È la categoria più disgraziata, su cui l’imposta incide ora per un aumento maggiore del 12.50%, in alcuni casi estremi assai maggiore. Non sono pochi; ma pare fondato affermare che si tratta del gruppo meno numeroso di tutti;

 

3)    contribuenti a reddito variabile, il cui reddito aumentò: costoro pagano un aumento medio nominale di imposta del 12.50%. Ma siccome il loro reddito in media è con tutta probabilità, e io direi con certezza, aumentato in misura superiore, così essi hanno fruito, in conseguenza della guerra, di uno sgravio effettivo d’imposta. Questa categoria sembra la più importante, e forse costituisce anche la maggioranza numerica della popolazione italiana.

 

 

Ecco dunque la conclusione generale alla quale si può giungere: se vi è un notevole gruppo di contribuenti a reddito diminuito, il quale ha assolto tutto il suo dovere verso il paese; se vi è un altro più importante gruppo di contribuenti a reddito invariato, a cui ora si può fare a meno di chiedere ulteriori contributi, perché già paga un discreto, sebbene inferiore a quello assolto dai primi, aumento di imposte; vi è per contro un terzo gruppo di contribuenti, il più importante e forse il più numeroso di tutti, dotato di redditi variabili e cresciuti, il quale sino ad ora nulla ha contribuito alle spese della guerra. Logica è dunque la deduzione, che a quest’ultimo gruppo si faccia subito e massimamente appello.

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