Pagine di storia

Tratto da:

Risorgimento liberale

Data di pubblicazione: 01/02/1945

Pagine di storia

«Risorgimento liberale», 1 febbraio 1945

 

 

 

Nel gennaio del 1793 si iniziava, dopo l’abbandono della Savoia e di Nizza, la campagna per la difesa delle Alpi contro l’invasore straniero destinata a durare sino all’aprile del 1796, data memoranda in cui il genio di Bonaparte travolgeva a Montenotte la lunga gloriosa resistenza dei piemontesi. Tra i vinti che negoziarono l’armistizio di Cherasco, vi era un nobile signore, il quale pregiava la sua nobiltà, non perché fondata su antiche pergamene, sibbene perché gli ricordava ad ogni istante i comandamenti del dovere e dell’onore: «Pazzi sono coloro i quali credono di averla fatta finita con noi solo perché hanno rotto i nostri stemmi e bruciato i nostri archivi.

 

 

Fino a quando non ci abbiano strappato il cuore, non potranno vietargli di battere per ciò che è virtuoso e grande, non potranno vietargli di preferire la verità alla menzogna e l’onore ad ogni altra cosa; fino a quando non ci abbiano strappato il cuore, non potranno vietargli di essere riscaldato da un sangue che mai venne meno; fino a quando non ci abbiano strappato la lingua, non potranno vietarci di ripetere ai nostri figli che la nobiltà consiste esclusivamente nel sentimento raffinato del dovere, nel coraggio posto nell’adempierlo e nella fedeltà incrollabile alle tradizioni famigliari. Sulle altezze del Piccolo San Bernardo, nella capanna da lappone da cui vi scrivo, questi sentimenti sono di tutti ed il più nobile è quegli che meglio vi ispira la sua vita e la sua morte».

 

 

Quel nobile signore, il marchese Henry Costa de Beauregard, scrisse nelle lettere alla moglie una pagina mirabile, la più stupenda forse della storia sabauda, che è tanta parte della storia d’Italia, nella quale si narra chi fossero i montanari i quali difendevano la nostra terra:

 

 

«In seguito ad un ordine dubbio, il reggimento di Moriana era stato sciolto nel mezzo della rotta che, l’anno scorso (1792) aveva consentito l’invasione (delle provincie d’oltre monti). Gli uomini erano rientrati nei loro focolari, promettendo di riunirsi a Susa, l’1 gennaio di quest’anno (1793); ma tra noi, bisogna confessarlo, pochi pensavano che essi avrebbero mantenuto la parola dopo quattro mesi di dominazione straniera. Il colonnello si era tuttavia recato a Susa nel giorno stabilito, aveva tracciato sulla neve il disegno di un bivacco, disposto fuochi e fatto costruire alcune baracche. Fatto ciò, il colonnello cominciò, nonostante il freddo atroce, a passeggiare in lungo ed in largo sulla piazza di Susa, quasi fosse un padron di casa il quale passeggia nel salotto in attesa degli invitati. Or egli non dovette aspettare a lungo. Alle dieci del mattino, giunse il primo soldato, di nome Grillet e nativo di Lanslevillard, uno dei villaggi più vicini al Moncenisio. Il bravo ragazzo era partito il giorno prima da casa sua passando per sentieri da rompere il collo.

 

 

«Dopo di lui, arrivarono due caporali, di Epierre, che, per non farsi rimarcare, portavano le uniformi al rovescio; dopo costoro, altri sbucarono fuori, a gruppi di tre o quattro, per i sentieri più traversi.

 

 

«Come i ruscelli finiscono per formare il fiume , era meraviglioso vedere le compagnie riformarsi. Nello spazio di cinque giorni, il reggimento aveva ritrovato i due terzi dei suoi effettivi. Mi son detto, quando appresi la notizia, che se il Re avesse voluto ascoltarmi, avrebbe tolto a taluni signori le loro placche e i loro cordoni per appuntarli sui petti di questi montanari nei quali battono i più nobili cuori che io conosca».

 

 

Il colonnello del reggimento, Roero di San Severino, volle passarlo in rivista:

 

 

«Gli uomini marciavano con vecchi fucili arrugginiti, e non tutti li possedevano, con sciabole senza fodero e con le giberne vuote; avevano i vestiti i più bizzarri, con berretti di lana rossi o neri o con la testa coperta da pelli di volpe o di capra.

 

 

«Questi uomini erano grotteschi, ma strappavano lacrime di ammirazione. Quando il colonnello, traendo dal petto la bandiera del reggimento, che egli aveva salvato, l’attaccò alla punta della sua spada e l’alzò gridando Viva il Re! nei ranghi si alzò un grido di Viva il Re! tanto forte da risvegliare nelle loro tombe i gloriosi morti di Altacomba».

 

 

Questi soldati avevano ubbidito senza discutere ad un ordine ricevuto dal colonnello. L’idea che essi in verità accorrevano «volontari» a combattere non era neppure balenata alla loro mente. Avevano, mesi addietro, ricevuto un ordine dal colonnello; ed a quell’ordine avevano ubbidito, nonostante dovessero passare attraverso le linee nemiche e dovessero lasciare in balia del nemico moglie, figli, genitori e parenti. Otto secoli di vita comune li avevano persuasi che, al disopra della famiglia, della comunità locale, della provincia nativa, vi era una famiglia più grande, la quale a poco a poco si era ampliata e rinsaldata attorno ad un capo salito dalla dignità di conte a quella di re. L’esercito era il cemento che teneva riunita questa più grande famiglia della patria sabauda, composta di genti, le quali parlavano lingue e dialetti diversi, ma si sentivano orgogliosi di appartenere ad una patria comune indipendente. Forse non sapevano ancora di essere italiani; ma sapevano di non essere certamente né francesi, né spagnuoli, né austriaci. Volta a volta avevano difeso le loro terre, le loro città, i fiumi e le Alpi delle loro contrade, ed avevano sempre ricacciato gli invasori. Per quattro anni difesero i passi delle Alpi, sinché non furono da ultimo atterrati dal genio militare di Bonaparte.

 

 

Non la fortuna o l’abilità trassero dall’antico tronco subalpino il nuovo stato italiano; ma la comune ubbidienza alla voce del dovere. Sinché i nobili furono i primi ad offrire all’erario l’oro tratto dalle loro meschine fortune, ed i primi ad affrontare la morte alla testa dei loro uomini, i popolani risposero alla chiamata. Era ubbidienza cieca? Sì, perché i comandamenti del dovere non si discutono. No, perché l’istinto ammoniva che l’indipendenza della patria, piccola o grande che sia, non si conquista e non si mantiene se non combattendo. Il contadino, il popolano sa, meglio di coloro i quali discutono intorno alle ragioni del combattere, che gli stati non si fondano e non si serbano colle parole, ma col sangue. Se non fosse nato e non si fosse rinsaldato quel piccolo stato a piedi delle Alpi, dove i soldati rivoltavano le uniformi per passare salvi attraverso le linee nemiche e radunarsi attorno al loro colonnello, dove nei popolani batteva un cuore più nobile e fedele di quello di taluni che credevano ancora di essere nobili solo perché ne avevano il titolo, la nuova Italia non sarebbe sorta.

 

 

Né risorgerà dalla rovina odierna se l’antico senso del dovere, che par cieco e non è, non batta nel cuore di tutti gli italiani.

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