Pane e inflazione

Tratto da:

Risorgimento liberale

Data di pubblicazione: 14/02/1945

Pane e inflazione

«Risorgimento Liberale», 14 febbraio 1945

 

 

 

«È vano pretendere che con la abolizione del prezzo politico del pane si porrà riparo all’inflazione. Si risparmieranno, si e no, 15 miliardi, poiché dai 18 che il pane fa perdere allo stato bisogna dedurre i 3 miliardi che il tesoro dovrà pagare a titolo di caro pane ai suoi impiegati e pensionati. Che cosa so no lo miliardi di fronte ad un deficit di 150 miliardi? Perché i 15 dei pane sarebbero essi la causa dell’inflazione e non gli altri 135?».

 

 

Queste le domande, questi i dubbi che sono messi innanzi dagli avversari dell’abolizione immediata del prezzo politico del pane.

 

 

Intanto si noti che la causa dell’inflazione è unicamente il disavanzo del bilancio dello stato. Inflazione è sinonimo di eccedenza della moneta circolante in confronto a quella che basterebbe a far circolare le merci e i servigi prodotti di giorno in giorno nel paese al livello dei prezzi del giorno o dell’anno prima.

 

 

Se nel 1938 bastavano 25 miliardi di carta moneta per far circolare i beni ed i servigi che si producevano allora, oggi, che la roba prodotta è in quantità minore, basterebbero probabilmente 20 miliardi. Siccome, invece. di biglietti in giro nelle due Italie ve ne sono più di 300, di cui forse 150 circolanti, e 150 tesaurizzati, è evidente che, ai prezzi di prima c’è inflazione, ci sono troppi biglietti. Il pubblico che ha, in misura varia e sperequata, più biglietti in tasca, li caccia fuori per comprar roba ed i prezzi salgono.

 

 

Chi ha stampato i biglietti? La Banca d’Italia, per fornire anticipazioni al tesoro dello stato, affinché questo possa far fronte alle spese pubbliche, cresciute enormemente per la guerra. Più lo stato spende, più ricorre  alle  anticipazioni della Banca d’Italia, più si stampano biglietti, più crescono i prezzi, .più vanno su le spese dello stato e-quindi aumenta il deficit e bisogna ricorrere alle anticipazioni e così via sine fine dicendo.

 

 

Se vogliamo anche soltanto fermarci sulla via dell’inflazione e dell’aumento dei prezzi, bisogna non andare oltre ai 300 miliardi all’incirca sinora emessi. I prezzi sono già altissimi e proseguire su questa via sarebbe disastroso, specialmente per le classi sociali veramente povere o impoverite. Dopo, si potrà pensare a far macchina indietro.

 

 

Non vi è dubbio, quindi, che per frenare l’inflazione, occorre mettere innanzi tutto ordine nel bilancio dello stato. Da qual parte cominciare? Occorre, qui, tener conto di due considerazioni.

 

 

La prima è che non tutto il disavanzo è causa di inflazione. Le spese che possono essere coperte con le imposte e con i prestiti (buoni del tesoro, ordinari e pluriennali, conti colorenti e depositi a risparmio affluiti al tesoro) non sono causa di inflazione. I prestiti, al pari delle imposte, si pagano infatti con biglietti vecchi, già emessi e non con biglietti nuovi, i soli che diano luogo ad inflazione nuova. È l’ultima parta del disavanzo, che non si riesce a coprire con le imposte ed i prestiti, quella che dà luogo alla necessità di far ricorso alle anticipazioni della Banca d’Italia.

 

 

In secondo luogo, il disavanzo veramente pericoloso non è quello transitorio, ma quello permanente, quello che si sa destinato a riprodursi sinché un atto di governo non lo faccia cessare. Dinnanzi ad una spesa destinata a venir meno, non nasce la sfiducia o l’allarme. Ciò che produce sfiducia e scredito e rende difficile ricorrere ai prestiti, o fa sì che questi rendano meno di quel che potrebbero, è la consapevolezza che il disavanzo è permanente.

 

 

Perché ci sia inflazione occorre dunque che ci sia un disavanzo, che quel disavanzo sia l’ultimo e che esso sia permanente.

 

 

Se noi guardiamo al problema! partendo da queste premesse, possiamo affermare che non esiste disavanzo, il quale debba preoccupare, per quanto riguarda il bilancio ordinario. È vero che, anche qui, le spese previste per il 1944-1945 salgono a 33.658,2 e le entrate soltanto a 12.933,3milioni, con una differenza in meno di 20-719,9 milioni di lire. Ma nelle spese entra la maggior parte di quelle che debbono essere sostenute dall’amministrazione centrale (debito pubblico 11.911,1 milioni, difesa nazionale 9.769,1 milioni), laddove te entrate sono soltanto quelle della parte meno redditizia dei territorio nazionale. Non vi è alcuna ragione di credere che entro pochi anni il bilancio ordinario non debba essere pareggiato. Questa prima sezione del disavanzo (bilancio ordinario) non può dunque destare preoccupazione, perché si può provvedere con operazioni di tesoreria.

 

 

Neppure deve essere considerata cagione di inflazione la seconda parte del disavanzo, quella che deriva dalle spese straordinarie o transitorie. Trattasi di 61.412,6 milioni previsti per l’esercizio 194445, ai quali dovranno aggiungersi, probabilmente, almeno 34000 milioni negli esercizi successivi, e, forse più. Oggi, sono spese di .guerra o derivanti dalla guerra; domani, saranno spese per la ricostruzione del paese. Anche se noi prevediamo, in un piano decennale, 50 miliardi all’anno di spese per la liquidazione della guerra, il che vuol dire per la liberazione dell’Italia e per la sua ricostruzione, non vi è nulla in tutto ciò che possa incutere spavento.

 

 

Prima del 1914 l’Italia risparmiava ed impiegava produttiva mente 2 miliardi di lire all’anno; e 2 miliardi del 1914 sono probabilmente una cifra maggiore dei 50 miliardi di adesso. Al programma di spese per la liberazione e la ricostruzione del paese si può e si deve provvedere con appelli a prestiti nazionali ed esteri. Lo stato li otterrà? Li otterranno i privati industriali ed agricoltori?

 

 

La risposta dipende da noi, esclusivamente da noi. Avremo i 50 od i 60 o gli 80 miliardi di lire attuali a prestito ogni anno dai; risparmiatori nazionali ed esteri, e li avremo anche a buon mercato, se sapremo inspirar fiducia. Se no, non avremo neppure un soldo.

 

 

Ora, qual è la condizione unica ma necessaria per inspirar fiducia? Mettere ordine nelle cose  nostre, nel bilancio dello stato.

 

 

L’ordine c’è, in potenza, nel bilancio ordinario. In Italia non fanno difetto le buone leggi tributarie- Sotto certi rispetti, siamo anzi in testa a tutti gli altri paesi. Se per un decennio si decretasse di non stabilire più alcuna nuova imposta e di procedere gradualmente alla riduzione nel numero di quelle esistenti, ne avanzerebbe abbastanza per far pagare imposte formidabili a tutti e specialmente ai ricchi. Il problema non è di leggi. Prima di prendere in considerazione eccezionali misure fiscali occorre provvedere a che le leggi esistenti siano applicate con tutta l’energia necessaria e con accertamenti rigorosissimi.

 

 

L’ordine, con un piano meditato di ricostruzione, ci può essere nel bilancio delle spese straordinarie transitorie di liberazione e di ricostruzione. Ma l’ordine non c’è nell’ultima par te del bilancio; quella delle spese straordinarie permanenti: oggi 25040 milioni, domani, ad Italia riunita 50.040 milioni all’anno. Ad Italia riunita, i 50 miliardi si divideranno in due parti: 30 miliardi perdita sul pane e 20 miliardi di aumenti negli stipendi e salari ad impiegati e pensionati dello stato. I venti miliardi sono in parte l’effetto dei primi trenta.

 

 

È quest’ultima sezione .dello sbilancio quella alla quale è assurdo pensare di poter provvedere con le imposte e con i prestiti. Questi bastano appena per le spese inevitabili delle due prime sezioni: bilancio ordinario e bilancio dei piano dì liberazione e ricostruzione.

 

 

Se anche i mezzi ci fossero, essi rifuggirebbero dal darsi spontaneamente allo stato quando sapessero che essi sono destinati ad essere buttati nel buco senza fondo del prezzo del pane.

 

 

Poiché imposte, anche severe, quali sono quelle scritte nelle leggi vigenti, non, bastano; e poiché i risparmiatori danno volentieri solo quando hanno fiducia, ogni miliardo speso nel vano tentativo di tenere artificialmente basso il prezzo del pane non può avere altro effetto fuori della stampa di un nuovo miliardo di biglietti. Quindi i prezzi vanno su; quindi trionfano gli speculatori e si provoca il crescere del malcontento.

 

 

Questo è veramente il Delenda Carthago della finanza presente: l’abolizione del  prezzo politico del pane.

 

 

Giorgio Zambruno

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