Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

La Rivoluzione liberale

Corriere della Sera

Parlamento e rappresentanze di interessi

«Corriere della Sera», 29 novembre 1919[1]

«La Rivoluzione liberale», 25 settembre 1923

Le lotte del lavoro, Piero Gobetti, Torino, 1924, pp. 212-217[2]

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 28-32

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 527-531[3]

 

 

 

 

La legislazione economica deve essere messa in mano agli interessati? Un provvedimento legislativo deve essere considerato come utile alla generalità, conveniente al paese quando riporti il suffragio degli interessati? V’è in Italia una tendenza diffusa a ritenere di sì. I cattolici si sono fatti paladini della rappresentanza professionale; i socialisti vogliono attribuire ai consigli del lavoro una potestà legislativa e non più soltanto consultiva; gli industriali pretenderebbero che una tariffa doganale sia buona quando tutte le industrie interessate la propugnano o se ne contentano; gli impiegati vorrebbero che i regolamenti del loro lavoro e dei loro stipendi fossero discussi e deliberati dalla loro classe d’accordo con i ministri od i capi dei dicasteri ed uffici. Ognuna delle classi interessate tende a conquistare la prevalenza nel consesso deliberante; e la massima concessione che ogni classe fa è la sopportazione di una eguale rappresentanza alla classe direttamente con essa contendente. La rappresentanza “paritetica” degli interessi sembra il non plus ultra della sapienza legislativa modernissima.

 

 

Fa bisogno di dire che noi, i quali siamo contrari a queste sedicenti modernità legislative, abbiamo il dovere di dire chiaro e preciso che tutte queste rappresentanze degli interessi, che tutti questi consessi paritetici sono un regresso spaventoso verso forme medievali di rappresentanza politica, verso quelle forme, da cui per perfezionamenti successivi si svolsero i parlamenti moderni? Dare alle rappresentanze professionali una funzione deliberativa è voler mettere gli interessi particolari al posto di quelli generali, è compiere opera per lo più sopraffattrice ed egoistica. Gli “interessi” debbono esser ascoltati e consultati. Ma qui finisce la loro sfera di azione. I “competenti” dell’azione politica non sono e non debbono essere i “competenti” nei singoli rami di industrie o di commercio o di lavoro o di professione. Si può affermare, senza pericolo di errare, che la competenza specifica dell’interessato cessa quando comincia la competenza generale del rappresentante la collettività. Il che può essere dimostrato vero per ogni caso; ma oggi basti farne applicazione al caso della tariffa doganale. Le rappresentanze degli interessi

 

 

  • non rappresentano normalmente neppure la generalità degli interessi presenti. Come si può affermare che la confederazione generale dell’industria, che le camere di commercio, che il segretariato agricolo nazionale siano le vere, genuine rappresentanze di tutti gli interessi industriali, commerciali ed agricoli d’Italia? Non lo sono neppure per burla. Questi corpi rappresentano quei gruppi, rispettabilissimi sì, ma pochi, che avevano appunto un forte interesse da far valere e da patrocinare. Chi ci dice che altri non vi sia che abbia un interesse contrario; che coloro i quali hanno interessi diversi si siano accorti di ciò che si sta combinando ai loro danni da parte di coloro che dicono di rappresentarli? O non è accaduto che un grande meccanico italiano, un membro autorevole, se non erro, della confederazione generale dell’industria e della associazione delle società italiane per azioni, il comm. Giovanni Silvestri, in una lettera pubblicata sulla «Tribuna» abbia preso le difese del protezionismo, che è, se non erro ancora, sovratutto oggi in Italia protezionismo siderurgico, accusando noi liberisti di voler far comperare all’Italia manufatti e non materie prime? Il che, sia detto di passata, è un errore solennissimo perché nessun economista passato, presente o futuro mai si è dichiarato e si dichiarerà nemico delle materie prime o dei manufatti, ma sempre e soltanto amico di ciò che in quel momento è più conveniente comperare, siano manufatti o materie prime. Qual mai veste di rappresentante genuino dell’industria meccanica può avere lo stesso Silvestri, quando si accoda a quei siderurgici i quali vogliono dazi dai quali risulterebbe grandemente accresciuto il costo di quei prodotti che sono le materie prime dell’industria meccanica? No. Il governo deve ascoltare anche i voti di questi industriali meccanici i quali si sono, per ragioni che è inutile indagare, messi d’accordo con i siderurgici. Ma deve guardarsi bene dall’immaginare che tutti gli interessi dell’industria meccanica siano da essi rappresentati.

 

 

  • non rappresentano certamente gli interessi futuri, che è compito principalissimo essenziale dello stato difendere contro gli interessi presenti. Il solo argomento economico valido a favore della protezione è quello di dare un aiuto alle industrie, le quali muovono i primi incerti passi ed incontrano ostacoli transitori, che solo l’aiuto dello stato può consentire di superare. Queste industrie già varie e promettenti non hanno, per deficienza, forti interessi costituiti da difendere; non hanno rappresentanti autorevoli nel campo della grande industria. Quasi mai le vere industrie nuove, le sole degne di essere per motivi economici aiutate dallo stato, si fanno sentire nei consessi degli interessati, dove dominano i gruppi forti, antichi,  coalizzati. Precisamente quelli che non bisogna aiutare. È compito dell’uomo di stato, che vede lontano, moderare ed eliminare la protezione ai potenti e concederla provvisoriamente ai deboli, agli appena nati. Or questo non si fa chiamando a deliberare le rappresentanze paritetiche degli interessati.

 

 

  • non difendono l’interesse generale. Non da oggi, non da quando è cominciata la guerra, ma da ben prima gli economisti insegnarono che potevasi dare protezione ad industrie essenziali per la difesa militare dello stato. Anche a ciò sono disadatte le rappresentanze degli interessi. Oggi queste chiedono protezioni per le industrie-chiavi, per le industrie che furono essenziali durante la guerra passata: siderurgiche, chimiche, ecc. Se si ascolta il loro voto, noi difenderemo industrie che hanno guadagnato moltissimo, che, se fossero state bene amministrate, avrebbero dovuto in molti casi ridurre a valore zero i loro impianti e trovarsi ora agguerritissime contro la concorrenza estera. Invece, col pretesto delle industrie essenziali per la guerra, si vogliono mantenere i prezzi ad un livello tale da remunerare gli impianti al valore bellico, come se non fossero stati o non avessero dovuto essere ammortizzati. Vi è una grande probabilità che in tal modo si proteggano industrie diverse da quelle che saranno essenziali nella futura guerra. Io non so quali possano essere queste future industrie chiavi; ma nego nel modo più assoluto la validità della indicazione fatta dai rappresentanti delle industrie che hanno maggior voce nei loro consessi sedicenti rappresentativi.

 

 

Sempre, se si va in fondo ai risultati necessari di una politica doganale determinata dai “competenti interessati”, noi vediamo che essi si assommano nel predominio degli interessi consolidati, antichi, potenti. Il nuovo, il debole, il piccolo ne è escluso. Ne è escluso ciò che sarà la forza e la gloria dell’industria di domani. Ne sono esclusi gli interessi generali, quelli delle industrie che nulla hanno chiesto e che non furono abbastanza forti e previdenti da organizzarsi per difendersi contro i colpi recati da altri. È un miracolo che trovino difesa gli agricoltori; ma chi difende ad esempio l’industria edilizia, una delle massime industrie paesane, la quale vede rincarati dalla protezione molti dei suoi materiali da costruzione?

 

 

Si consultino dunque gli interessati, tutti gli interessati. Ma deliberi il parlamento. Nonostante i suoi difetti, è desso il solo strumento esistente di rappresentanza degli interessi generali. Né si pregiudichi la questione con decreti reali provvisori. In questa materia il provvisorio è irreparabile. Il parlamento può mutare la aliquota di un’imposta, cambiare i metodi di accertamento. È quasi impossibile mutare invece una tariffa doganale provvisoria. All’ombra di essa sono sorte industrie, si sono ampliati impianti, sono cresciuti gli interessi di prima e, divenuti ultra potenti, reclamano attenzione e difesa. Approvare per decreto reale una tariffa provvisoria sarebbe un errore irreparabile. Il governo non deve, non può commettere questo errore. Esso deve comunicare invece al parlamento ed ai giornali i rapporti, che diconsi stampati e che autorevolmente fu affermato essere stati comunicati in via riservatissima a qualche camera di commercio. La richiesta è moderata ed equa. Nulla ci deve essere di riservato in questa materia. Trattasi di interessi pubblici interni importantissimi ed ognuno ha diritto di sapere per quali motivi precisi si chieggano gli enormi dazi che or son messi innanzi. Prima di concedere ad un privato industriale di tassare gli altri industriali ed i consumatori in genere a proprio beneficio sicuro ed a beneficio preteso della collettività, bisogna far conoscere pubblicamente le ragioni del privilegio. Chiedesi soltanto di non brancolare nel buio e di non essere messi dinnanzi al fatto compiuto ed irrevocabile.



[1] Con il titolo Rappresentanze di interessi e Parlamento [ndr].

[2] Con il titolo Rappresentanze di interessi e Parlamento [ndr].

[3] Con il titolo Rappresentanze di interessi e Parlamento [ndr].

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