Parte prima Dai prezzi privati alle imposte: Capitolo I – Dei prezzi quasi privati

Tratto da:

Corso di scienza delle finanze

Data di pubblicazione: 01/01/1914

Parte prima

Dai prezzi privati alle imposte.

Corso di scienza delle finanze, Tipografia E. Bono, Torino, 1914, pp. 27-50

 

 

 

14. Concetto generale dei fatti da studiarsi nella presente parte. – La classificazione che fu fatta prima dei bisogni pubblici e dei mezzi atti a soddisfarli ha messo in chiaro che il campo di studio della scienza finanziaria comincia dove finisce lo studio dei prezzi privati. A partire dai prezzi quasi privati su su attraverso ai prezzi pubblici, alle tasse, ai contributi per arrivare sino alle imposte, è tutta una graduazione di fatti che via via si allontanano sempre più dal fatto economico privato sino a dar luogo al fatto finanziario specifico. Volendo perciò semplificare ancor di più le idee, vien fatto naturale di dividere i fenomeni in due grandi categorie; di cui la prima comprenderebbe tutti i fatti finanziari che non sono più economico-privati puri e non sono ancora finanziari specifici.

 

 

La classificazione nostra viene così a ripartirsi in:

 

 

Parte prima: Dai prezzi privati alle imposte.

 

 

  • 1) prezzi quasi-privati
  • 2) prezzi pubblici
  • 3) tasse
  • 4) contributi

 

 

Parte seconda: Le imposte.

 

 

Nella parte prima il fatto economico privato via via impallidisce mentre sempre viemmeglio si colora il fatto finanziario domina in maniera assoluta; e, sebbene paia più semplice, riempie tuttavia di sé, con le numerose specie di imposte, tutta un’ampia trattazione.

 

 

Sempre si avverta che tutte queste classificazioni e ripartizioni nette hanno valore didattico-espositivo; essendo nella realtà i fatti più complessi e ricchi di connotati commisti e molteplici. In questa prima parte, quasi intermedia tra il prezzo privato e l’imposta, diremo dunque dei prezzi quasi privati, dei prezzi pubblici, delle tasse e dei contributi.

 

 

Capitolo I.

Dei prezzi quasi privati

 

 

Sezione Prima.

Dell’anacronismo storico dei prezzi privati nella finanza pubblica moderna.

 

 

15. Si richiama la definizione del prezzo quasi privato. – Vedemmo sopra che la prima categoria di bisogni pubblici è quello di bisogni perfettamente individualizzabili e divisibili a cui gli uomini provvedono per mezzo dell’organizzazione pubblica (Stato, ecc.) per ottenere un beneficio indivisibile incidentale. In tal caso essi pagano allo Stato un prezzo quasi privato: privato perché stabilito sul mercato secondo le stesse leggi dei prezzi nella economia privata; quasi perché con esso si ottiene incidentalmente, secondariamente un fine pubblico.

 

 

16. Come anche nella finanza si parli di prezzi privati. – Devesi però notare che, prima di questa categoria di prezzi quasi privati, si deve taner discorso, anche nella finanza, di prezzi privati puri e semplici. Perché sta di fatto che talvolta gli uomini soddisfano per mezzo dello Stato, a bisogni puramente privati, divisibili, senza che, nemmeno incidentalmente, si ottenga nessun vantaggio indivisibile pubblico. Il fatto teoricamente è assurdo: perché in questo caso non c’è nessunissima ragione di incaricare lo Stato di soddisfare ad un bisogno a cui soddisfano benissimo le imprese private. Ma poiché il fatto esiste, bisogna, malgrado la sua assurdità, pure spiegarlo.

 

 

17. Il prezzo puramente privato nella pubblica finanza è un anacronismo storico. – La spiegazione si trova in ciò che il prezzo privato in finanza si può considerare come un vero e proprio anacronismo storico. Gli uomini pagano ancora allo Stato dei prezzi puramente privati per procacciarsi cose di cui potrebbero benissimo fornirsi presso imprenditori privati; ma ciò è un residuo di condizioni che sono ormai oltrepassate ed è difficile ritornino. Sarebbe questo un caso in cui si avrebbe identità tra leggi dell’economia pubblica e dell’economia privata, ma è un caso che tende a scomparire.

 

 

I prezzi puramente privati invero si hanno per i frutti dei beni del demanio fiscale propriamente detto o beni patrimoniali puri dello Stato.

 

 

I prezzi che si hanno in questa categoria di entrata sono in tutto simili a quelli dell’economia privata, come risulta evidente dalla stessa definizione non giuridica, ma economica dei beni del demanio fiscale. In linguaggio economico si chiamano invero entrate del demanio fiscale le entrate che lo Stato ottiene come qualsiasi proprietario privato, rendendo ossequio alle leggi della libera concorrenza. I prezzi sono stabiliti sul mercato come per qualsiasi altro bene privato, e ciò si capisce, perché se guardiamo i cespiti di tali entrate, vediamo che sono costituiti da case, terre, miniere di cui lo Stato ha la proprietà e di cui vende i prodotti. Così il grano venduto dallo Stato che lo produce su terreni suoi avrà in un certo momento lo stesso prezzo di quello dei proprietari privati; se allo Stato venisse il desiderio di fissarne uno più elevato, non ne venderebbe neanche un quintale. Lo stesso dicasi per l’affitto delle sue terre e miniere che sarà corrispondente a quello fissato sul mercato per gli analoghi beni dei proprietari privati, e così di fatto è avvenuto per un certo tempo per l’affitto delle miniere di ferro dell’isola d’Elba a prezzi inferiori a quelli di mercato (L. 0,50 invece di L. 7,25) di ottenere certi fini pubblici o considerati pubblici, come il promuovimento della industria siderurgica in Italia. Se lo Stato possiede fonderie di ferro, fabbriche ecc., deve vendere i prodotti delle sue industrie ai prezzi di mercato, fissati dai listini di borsa od altrimenti. Non v’è dunque per quello che si riferisce alle entrate del demanio fiscale puro nessuna differenza fra il privato e lo Stato, il quale vendendo i frutti dei suoi beni avrà il mezzo di soddisfare a parte dei servizi pubblici.

 

 

È però, come si è detto, un anacronismo che lo Stato possieda dei beni immobiliari, e ciò può spiegarsi solo pensando alle origini storiche della organizzazione finanziaria dello Stato. Bisogna rimontare all’epoca feudale, quando si può supporre che si fossero attribuiti ai Sovrani dei beni come corrispettivo delle funzioni pubbliche che ad essi erano state attribuite. I Sovrani e di grandi feudatari di quel tempo possedevano ampie distese di territorio come dotazioni il cui reddito dovevano impiegare per soddisfare i servizi pubblici; solo in casi eccezionali potevano porre delle imposte, come quando doveva essere armato cavaliere il principe ereditario o doveva essere fatta la dote alla principessa, o si doveva andare in guerra, o partire in crociata: in questi casi speciali il Re convocava gli Stati Generali e chiedeva che prendevano nome di donativi o sussidi. Normalmente il Principe provvedeva alle spese dei servizi pubblici col reddito dei suoi beni patrimoniali. Non si concepiva che il Principe normalmente potesse stabilire imposte sui sudditi.

 

 

Coll’andar del tempo questa concezione feudale finì per scomparire; col formarsi delle monarchie assolute e poi degli Stati moderni, i beni pubblici divennero o una proprietà privata dei maggiori feudatari ovvero dello Stato che li conservò per soddisfare ai fini pubblici ma li amministrò come un privato qualunque. Di qui la conseguenza che manca la ragione attuale per cui quei beni siano posseduti dallo Stato. I privati sono capacissimi ad amministrare terre, case, miniere, fonderie; anzi assai meglio capaci di quanto sia lo Stato. Non si soddisfa ad alcun fine pubblico attribuendo allo Stato quei beni patrimoniali, anzi si danneggia la collettività, perché si fanno fruttar poco beni che potrebbero rendere assai di più.

 

 

18. Inopportunità della esistenza di un demanio fiscale puro e di prezzi privati puri nella finanza pubblica. – Le ragioni per cui l’anacronismo storico dei prezzi privati puri nella pubblica finanza è finito per diventare pernicioso si possono considerare da due punti di vista.

 

 

1) Dal punto di vista politico. –Anche da un punto di vista politico è inopportuno che lo Stato conservi le entrate del demanio fiscale: tutta l’organizzazione statale moderna è in contraddizione con esse.

 

 

L’attribuzione di terre al Sovrano si era fatta perché egli potesse trovarsi in condizione indipendente e non fosse obbligato a ricorrere anno per anno alle imposte. Ora questa concezione si spiega in un’organizzazione feudale e anche in una monarchia assoluta, ma negli Stati rappresentativi – la cui essenza, dal punto di vista finanziario, sta appunto nel fatto che il governo non può soddisfare ad alcun servizio pubblico senza aver ricevuto i mezzi corrispondenti dai cittadini mercé il consenso ed il controllo dei loro rappresentanti – si comprende come l’esistenza di un forte demanio fiscale sia una contraddizione in termini, poiché, possedendo larghi beni del demanio fiscale, gli Stati potrebbero provvedere alle pubbliche spese senza mai convocare il Parlamento e potrebbero così tendere ai fini non voluti dalla generalità. Politicamente è perciò opportunissimo che queste entrate del demanio fiscale scompaiano o vadano attenuandosi per evitare qualsiasi abuso di potere.

 

 

2) Dal punto di vista della convenienza economica. – A questa ragione fondamentale, che è ragione politica, si aggiungono ragioni economiche per condurre alla dimostrazione delle necessità della scomparsa progressiva dei beni del demanio fiscale. In Russia il demanio fiscale è ancora grande, e così pure nei paesi nuovi come negli Stati Uniti, nel Canadà, nell’Australia, ma in tutti questi paesi i rispettivi governi cercano di vendere ogni anno larghe distese ai terreni. La ragione di questa alienazione sta nel fatto che, coll’andar del tempo, gli Stati si sono mostrati sempre più incapaci di utilizzare utilmente i beni del demanio fiscale puro: essi non possono averne la cura necessaria, non possono sorvegliarne l’amministrazione; onde stimano assai più opportuno realizzarne il valor capitale, che può servire a far fronte a spese straordinarie.

 

 

Tutti sanno quel che avviene per i terreni di proprietà dello Stato o del Comune: in essi tutti credono di aver diritto di esercitare il pascolo abusivo; l’autorità che dovrebbe amministrare quei terreni spende tutto il provento senza ricavare un reddito netto: deve provvedere a un enorme macchinario burocratico: una direzione generale, parecchie sotto direzioni e divisioni per gerire questa azienda; sul luogo dovrà mandare ispettori, amministratori, ecc., e così lo stipendio di tutte queste persone assorbirà a dismisura i prodotti di quei terreni. Di più le persone incaricate non hanno interesse a che i beni siano produttivi, contrariamente a quanto succede nelle amministrazioni private in cui il proprietario sorveglia attentamente che tutto proceda con il massimo ordine e in modo da dare il massimo rendimento. Nessuno potrà infatti mai dimostrare che l’interesse che ha un pubblico funzionario a far fruttare una terra od una miniera sia uguale a quello di un privato.

 

 

19. Convenienza dell’eliminazione dei beni del demanio fiscale puro. – Accade perciò che il prezzo capitale dei beni del demanio fiscale sia per lo Stato diverso da quello che sarebbe per un privato: il primo valuta nel suo inventario i beni, capitalizzando i redditi che effettivamente ricava, al tasso corrente di interesse; quindi un fondo che dia il reddito di 4000 lire, essendo il tasso corrente di interesse del 4% corrisponde ad un capitale di 100 mila lire. Lo Stato non potrà nell’inventario della sua fortuna patrimoniale attribuire a quel fondo un valore superiore a lire 100 mila. Il proprietario privato, che sa che da quel fondo potrebbe ricavare, con cure più attente e metodi culturali migliori, un reddito netto di 8000 lire può attribuire a quello stesso terreno, sempre sulla base dell’interesse del 4% un valor capitale molto maggiore, per es. 200.000 lire.

 

 

Di qui nasce l’opportunità per parte dello Stato, di vendere i beni del suo demanio fiscale puro, perché, essendo incapace di amministrarli così bene come i privati, reca un danno grave a tutta l’economia nazionale, mentre fa il danno proprio, non realizzando tutto il valor capitale potenziale del suo fondo. Infatti, il privato sarà sempre disposto ad acquistare le terre demaniali a un prezzo superiore a quello corrispondente alla capitalizzazione del reddito ottenuto dallo Stato, perché sa che con la sua attenta sorveglianza riuscirà a trarre un reddito notevolmente superiore.

 

 

E in tal guisa, oltre che arrecare un vantaggio alla nazione, il governo aumenterà i suoi cespiti d’entrata impiegando il capitale ricavato, di 200.000 a cagione d’esempio, al tasso corrente di interesse del 4% e ricavandone un frutto di 8000 lire all’anno, invece dalle solite 4000 lire; ovvero, il che fa lo stesso, impiegando le 200.000 lire ad estinguere altrettanta parte dei debiti, di che gli Stati sono sempre ad usura gravati.

 

 

20. Norme per l’alienazione e deviazioni da queste regole. – Dunque, ragioni politiche e ragioni economiche collaborano insieme per far scomparire questo anacronismo delle entrate del demanio fiscale puro, ottenute per mezzo di prezzi privati fissati sul mercato libero. È opportuno che questa scomparsa avvenga col massimo rendimento possibile per lo Stato. Quindi, trattando del demanio fiscale puro, i finanzieri devono dare le regole non tanto per l’amministrazione, quanto per l’alienazione di esso nel modo più rimunerativo per lo Stato. Naturalmente la convenienza di alienare non è sempre la stessa in tutti i momenti. Per esempio, sarebbe inopportuna una vendita durante una guerra, perché allora il tasso d’interesse è elevato: se il tasso d’interesse è del 4%, un fondo che dà un reddito di 4000 lire si venderà per 100 mila lire, ma se invece il tasso è dell’8% lo stesso fondo di venderà soltanto per 50 mila lire, perché il compratore, volendo avere l’8% di reddito, non potrà più pagarlo 100 mila lire, ma solo la metà. In tempo di pace perciò, quando il tasso dell’interesse è basso, si possono vendere i beni a prezzo elevato; onde è consigliabile la vendita in tempi di pace e di basso tasso dell’interesse. Lo Stato, purtroppo però, deve talvolta vendere nei momenti meno opportuni, perché gli riesce allora difficile procurarsi del denaro in altro modo. I beni dell’asse ecclesiastico furono venduti da noi dopo il 60 e prima dell’80, in un periodo in cui le entrate dello Stato erano limitate ed in cui si fecero guerre durante le quali il tasso dell’interesse era elevatissimo; in Francia, quando si procedette durante la rivoluzione all’incamerazione dei beni del clero e della mobilità, il tasso dell’interesse era enorme e quindi i prezzi capitali dei beni dovettero essere bassissimi. Gli è che i finanzieri studiano in tempo di pace, nella quiete del loro studio, e i governanti invece sono obbligati ad agire sotto l’impero di impellenti necessità.

 

 

I finanzieri consigliano inoltre di vendere non solo quando il tasso d’interesse è più basso ma anche in modo di attirare il maggior numero possibile di compratori, perché in tal caso i prezzi saliranno; quindi danno la regola di vendere a piccoli lotti, di guisa che non solo i ricchi ma anche i piccoli risparmiatori possano comperare, il che porta ancora alla benefica diffusione della piccola proprietà.

 

 

Da consigliarsi è inoltre la vendita dei piccoli lotti a rate, in modo che i modesti proprietari possano ammortizzare il valor totale negli anni successivi all’acquisto. Cosicché i compratori saranno ancor più numerosi, bastando ad essi di avere pronti in contanti 5.000 lire per comperare un fondo del valore di 20.000 lire, che finiranno di saldare a poco a poco negli anni successivi. Onde la concorrenza tra i compratori aumenta, e lo Stato realizza nella vendita prezzi migliori. Tutte le regole ottime che sono state in Italia anche relativamente seguite: ma sono regole che non sempre possono essere rigorosamente osservate perché se lo Stato ha bisogno urgente di quindi aspettare, e fare quei frazionamenti di pagamento che importano molto tempo. Conviene per forza in quei casi vendere a società capitaliste in grande che possano comprare e pagar subito tutto il prezzo, deviando così alle regole che suggerisce la scienza delle finanze.

 

 

Sezione seconda.

Dei prezzi quasi privati propriamente detti.

Il demanio forestale.

 

21. Si ritorna al discorso del prezzo quasi privato. – Colla alienazione progressiva dei beni del demanio fiscale scomparirà a poco a poco l’assurdo logico che la scienza delle finanze debba discorrere, per il solo fatto che si tratta di prezzi incassati dallo Stato e per la opportunità di non trascurare alcuna delle entrate dallo Stato, di prezzi privati che dovrebbero essere argomento riservato alla scienza economica. Il discorso proprio della scienza finanziaria comincia dunque, come si disse nel quadro della classificazione e in principio del presente capitolo, dal prezzo quasi privato. Trattasi di un prezzo che, alla pari dei prezzi economici privati, si determina ancora liberamente sul mercato, come se lo Stato fosse un venditore qualunque di beni.

 

 

La caratteristica di essi prezzi, sta in ciò che lo Stato non li ottiene come fine a sé stessi, come nei prezzi privati del demanio puro, ma allo scopo inscindibile di raggiungere certi fini pubblici dallo Stato considerati importanti. Il caso tipico è quello delle foreste.

 

 

22. La vendita dei tagli dei boschi a prezzi puri privati. – Soffermiamoci appunto sul tipico caso dei boschi. Qualora lo stato possegga e amministri foreste, esso si regola nella vendita dei tagli del bosco alla stessa guisa dei privati. Lo Stato deve per i tagli suoi accettare i prezzi che sono fissati sul mercato. Una alienazione a prezzi troppo elevati allontanerebbe i compratori, alla stessa guisa che una vendita a prezzo inferiore costituirebbe un favoritismo indebito per qualche commerciante, che rivenderebbe il legno subito ai prezzi del mercato senza difficoltà.

 

 

23. L’elemento di utilità pubblica: la conservazione delle foreste. – Tuttavia nel caso delle foreste non si può parlare di un prezzo privato puro. Accanto ad esso vi è un elemento pubblico, che deriva dalla utilità della conservazione delle foreste. Lo Stato cioè non possiede le foreste allo scopo di ricavare il prezzo privato dei tagli. Se le possedesse per questo solo scopo, meglio sarebbe alienarle, per i motivi dimostrati parlando del demanio forestale è per lo Stato un’altro: la conservazione, nell’interesse pubblico, delle foreste. Danni gravissimi derivano infatti dalla distruzione delle foreste, sia economici, sia tellurici: il terreno pochi anni dopo il disboschimento diventa nuda roccia con evidente danno economico generale; gli abitanti ne soffrono dal punto di vista della temperatura poiché si sa che la foresta esercita un’influenza moderatrice sull’umidità dell’aria, sulle correnti atmosferiche, sui temporali; gli abitanti della pianura sono danneggiati dalle inondazioni repentine nei tempi di piena o dalla malaria prodotta dalle acque stagnanti che si spargono nella pianura; lo Stato infine deve provvedere ad arginature continue e addivenire ogni anno a condoni delle imposte per sollevare i contribuenti più duramente colpiti. Da tutte queste ragioni è logico dedurre che la conservazione delle foreste è per lo Stato utile è necessaria.

 

 

24. Ragioni per cui lo Stato è più efficace conservatore delle foreste che non i privati:

 

 

a) durata limitata della vita dell’uomo e illimitata dello Stato.

 

 

È certo che i privati non possono provvedere così bene alle conservazione delle foreste come vi può provvedere lo Stato, tanto che, mentre normalmente si deve ritenere che questo sia un cattivo amministratore dei beni del demanio fiscale puro e quindi gli convenga venderli, nel caso delle foreste vi sono elementi speciali che portano a conclusioni opposte. Le ragioni che militano a favore dell’esercizio statale della selvicultura, derivano anzitutto dalla durata limitata della vita umana. Difficilmente l’uomo giunge a poter godere del taglio delle foreste ad alto fusto piantate nella sua giovinezza. Se poi partiamo dall’età media in cui l’uomo diventa proprietario di terre, vediamo che la probabilità di godere del frutto dell’opera propria si restringe ancor più. L’età economica del proprietario di foreste si può ritenere compresa fra i 25 o 30 anni e i 60 – 65 circa. È evidente che in genere una persona fa i suoi calcoli economici per la durata della sua vita e difficilmente oltre di essa; investe quindi i suoi capitali per averne un utile diretto e per poterne godere; soltanto le persone molto previdenti agiscono facendo risparmi ed investimenti che perdurano negli effetti dopo la loro morte.

 

 

Data la natura umana normale, tutti gli uomini preferiscono investire i proprii capitali per averne subito un godimento e quindi si astengono dal fare piantagioni pel motivo che gli alberi fruttano soltanto dopo un certo numero di anni.

 

 

Naturalmente non tutte le foreste si comportano nella medesima maniera. Ci sono i boschi cedui hanno una rivoluzione di 7 a 15 anni, ossia che cominciano a poter essere tagliati dopo 7 anni, al più 15 dal piantamento. Questi cedui sono adatti perciò alla proprietà privata. Vi sono i pioppi del Canadà, che si piantano per ottenerne pasta di legno per la fabbricazione della carta, i quali possono essere tagliati dopo 12-15 anni. Essendo breve il periodo di tempo necessario pel taglio, l’uomo può essere indotto a piantare la foresta, perché già ne pregusta il reddito e spera di vivere fino a tanto di ottenerlo. Ma quando si passa ai querceti, alle abetaie, ai faggeti, ai larici, ecc., ed il periodo si allunga ai 70, ai 100, ai 150 anni, l’uomo dispera di ottenere egli il guiderdone dei suoi sacrifici, anzi dispera persino per i propri figli e nepoti.

 

 

Ora si pensi che le essenze forestali a rapida crescita allignano specialmente nella pianura, nel colle basso e nelle prealpi, onde in queste regioni la proprietà privata è sufficientissima ed adatta. Mentre le essenze forestali a lenta crescita, sono proprie dell’alta montagna e dell’alto colle; e qui, appunto dove si ha maggior bisogno di rimboschimento, dove il dilavarsi delle pendici reca più danno, per la scarsissima convenienza di altre culture, la proprietà privata si palesa inadatta a promuovere la conservazione e la estensione della superficie boschiva. Qui sorge l’opportunità dell’intervento dello Stato. Perché questo può partire da un punto di vista diverso: lo Stato ha una vita indefettibile; i suoi amministratori devono agire non solo nell’interesse della generazione loro, ma anche della futura; essi possono fare un investimento di capitale i cui frutti si percepiscano a lunga scadenza e possono anche affrontare nei primi anni una passività che sarà largamente compensata in seguito. Lo Stato può fare calcoli lungimiranti, corrispondenti alla natura stessa sua; ché esso vive od aspira a vivere in perpetuo nella successione ininterrotta delle generazioni, mentre gli stessi calcoli invece non corrispondono alla natura comune degli uomini. Dato perciò il carattere di questa industria forestale, di essere a lontanissimi redditi e a produttività tarda, essa si adatta meglio a un ente come lo Stato, che ha vita imperitura anziché all’uomo singolo che ha vita breve.

 

 

Certamente queste considerazioni suppongono che i legislatori e gli amministratori della cosa pubblica siano più lungimiranti, più previdenti della media dei proprietari privati. Il che purtroppo spesso non è specialmente nei governi parlamentari puri, in cui capi della cosa pubblica non si preoccupano che degli interessi immediati e dei mezzi atti a conservare la maggioranza parlamentare. I gabinetti, nei paesi a governo parlamentare, si succedono così vertiginosamente, che i ministri non hanno neppure tempo, se anche ne avessero la volontà, ad iniziare un piano destinato a svolgersi in un lungo volgere di anni. Tuttavia qualche risultato si può ottenere, ove la pubblica opinione sia richiamata a meditare sull’importanza del problema forestale ed imponga ai governi ed ai Parlamenti di occuparsene. L’opera, una volta iniziata, continua nonostante le vicissitudini parlamentari. Perché lo svolgimento del programma forestale viene affidato alla burocrazia governativa, ossia agli impiegati, che sono permanenti, e continuano nella direzione dei servizi, anche se i ministri mutano. La burocrazia ha molti vizi; ma ha almeno il pregio della continuità. E, per le foreste, la continuità d’azione per lunghi periodi di tempo si può dire sia tutto.

 

 

25. b) Semplicità dell’amministrazione forestale. – Tale è la prima argomentazione che consiglia allo Stato di conservare il suo demanio forestale, ma ve ne sono ancora altre. Si è detto che lo Stato è di solito un cattivo amministratore; perché non ha modo di esigere dai suoi amministratori una solerte cure delle intraprese loro affidate, dato il sistema della gerarchia complicata ed irresponsabile. Questo argomento perde però in parte il suo valore nel caso delle foreste e della amministrazione forestale per le ragioni che verremo esponendo. La pratica forestale intanto può essere acquistata nelle scuole forestali dello Stato: si tratta di adottare il modo migliore di piantare, dopo aver scelto il terreno; una volta fatta bene la piantagione e rinnovatala, tenuto conto delle malattie dei primi anni, il bosco cresce da sé; l’amministrazione pubblica non ha più bisogno di nuove iniziative e non corre più gravi rischi, quali invece si corrono nelle aziende agricole e commerciali. Col procedere degli anni gli alberi aumentano da sé stessi di volume e di prezzo; occorre solo provvedere ai diradamenti, alle rinnovazioni delle piante morte, alla difesa contro il boscheggio abusivo, alla tutela del terreno contro le erosioni delle acque; ed infine ai tagli secondo le epoche che scienza e pratica insegnano più adatte alle varie essenze forestali. È dunque quella forestale un’industria che si svolge quasi da sé stessa, indipendentemente dalla iniziativa industriale maggiore o minore che possono avere gli impiegati dello Stato.

 

 

Questa industria si adatta bene allo Stato anche per la regolarità e l’uniformità medesime che esige la conservazione delle foreste. Una volta sistemato il tenimento forestale e divisolo in zone (da 50 a 150, ad esempio, a seconda della crescita delle diverse piante), ogni anno si fa il taglio di una zona, con reddito costante. L’amministrazione dello Stato è adatta a perseguire questo fine che è di tutela più che un fine di gestione: si tratta di tutelare l’albero contro i danni che possono essergli portati dagli uomini e dalle intemperie: funzione quasi di polizia per la quale adattissimo è lo Stato.

 

 

26. c) I costi sono minori per l’amministrazione di Stato che per i privati. – Vi sono poi ancora altre considerazioni favorevoli all’amministrazione pubblica: che cioè lo Stato può avere dei costi minori e ricavare delle rendite maggiori dai boschi di quel che non possano i privati.

 

 

Occupiamoci anzitutto dei costi. Il privato se ha delle foreste, difficilmente le ha di tale estensione per cui gli convenga un’amministrazione speciale di guardie forestali, ecc.; quindi l’amministrazione del privato per piccole estensioni di bosco sarà sempre mal fatta e costerà relativamente più di un’amministrazione di Stato che sarà più estesa. Un uomo può infatti bastare per qualche centinaio di ettari; se invece il proprietario privato possiede soltanto dieci ettari di terreno, ma uomo sarà ugualmente necessario, ma sarà evidentemente troppo gravoso il suo salario per un’estensione così piccola di foresta. Il privato inoltre dovrà accollare tutta la spesa dell’amministrazione della foresta alla foresta stessa, così che tutto il suo costo si dovrà chiamare costo forestale: invece l’amministrazione dello Stato deve fare spese ed avere un’amministrazione forestale anche non possedendo foreste, in quanto che lo Stato, anche se non possiede foreste, deve curarsi della conservazione delle foreste stesse. Più o meno efficacemente tutti gli Stati, anche se non possiedono boschi, si curano con spese notevoli di impedire la distruzione delle foreste. In Italia, ad esempio, la legge forestale proibisce la distruzione dei boschi non solo dello Stato, ma anche dei comuni e dei privati, al disopra della zona del castagno e limita il disboschimento anche al disotto di questa zona. È una legge che purtroppo non è stata molto severamente osservata; tuttavia una amministrazione di Stato rivolta a conservare le foreste dei privati esiste, e costa ogni anno grosse somme allo Stato. Se questo diventa proprietario delle foreste, non per ciò la spesa, che già lo sostiene per la conservazione dei boschi, viene ad essere accresciuta a dismisura, per ciò solo che dovrà provvedere inoltre all’amministrazione di essi boschi, divenuti suoi; anzi in parte lo Stato può giovarsi, per questo nuovo scopo, della stessa amministrazione di cui si serve per sorvegliare le foreste altrui; se prima spendeva 100, ora potrà spendere 200; ma non tutte le 200 dovranno essere accollate alla gestione della foresta, perché 100 lire le avrebbe spese ugualmente anche prima, per la semplice tutela del territorio forestale di proprietà altrui.

 

 

Così è dimostrato come sia migliore la condizione dello Stato rispetto a quella dei privati per quanto riguarda la proprietà forestale. Si può anzi dire che l’opera dell’amministrazione diventa più facile quando la proprietà delle foreste è dello Stato, in quanto che è molto più agevole impedire che la foresta propria venga distrutta, quando non si tratta che di preservarsi dai ladruncoli o dal pascolo abusivo, che non di impedire la distruzione delle foreste dei privati quando sono i privati stessi che la vogliono distruggere.

 

 

Anche sotto questo rispetto, i vantaggi innegabili che lo Stato offre per la conservazione e l’amministrazione delle foreste possono in pratica essere diminuiti dalle cattive abitudini generali delle pubbliche amministrazioni.

 

 

È costume invero di queste di gonfiarsi senza alcuna ragione; di abbisognare di 100 impiegati, laddove basterebbero 50; di creare una infinità di suddivisioni gerarchiche solo per dare agli impiegati la possibilità di diventare capi sezione, capi divisione, direttori generali, capi ispettori, ispettori principali o generali, ecc. L’amministrazione forestale pubblica è probabile non possa sottrarsi a queste pecche. Tutto sommato però, sembra che, per quanto i costi dell’amministrazione pubblica forestale in regime di foresta di Stato siano esagerati, essi possano ancora stare al disotto dei costi della gestione privato, accresciuti questi dai costi della pubblica sorveglianza (che dovrebbe pur sempre esistere, come fu spiegato sopra) sulla gestione privata stessa. Dovendosi cioè paragonare i costi da un lato della gestione privata più della gestione pubblica e dall’altro lato della gestione privata più della sorveglianza pubblica su di essa; sembra potersi concludere che la gestione pubblica possa essere meno costosa.

 

 

27. d) I prodotti sono maggiori per lo Stato che per i privati. – Se i costi dello Stato sono minori, inversamente i prodotti sono maggiori di quelli dei privati. Infatti i privati che posseggono foreste, ne traggono solo redditi in quanto hanno dei tagli i quali si fanno per una sezione più o meno grande (1/20, 1/30, 1/40, 1/50, 1/100, 1/150) della superficie totale ogni anno, a seconda della natura degli alberi allevati. Anche lo Stato ha questo reddito, ma può averlo in modo migliore, in quanto che esso, date le ampie superfici di foreste che necessariamente deve possedere, può regolare razionalmente i tagli, può distribuire le piantagioni in vari lotti in guisa da poter equilibrare i suoi redditi nel tempo e avere ogni anno la ventesima, la quarantesima, la sessantesima parte del reddito totale, supposto che si tratti di specie a crescenza lenta che raggiungono il massimo sviluppo in una quarantina o sessantina d’anni. Invece un proprietario privato che abbia dieci, venti, cinquanta o cento ettari di foresta, come potrebbe dividere in quaranta lotti il taglio delle sue piante? Egli si esporrebbe a grandissime spese, per evitare le quali rinuncia a fare il taglio ogni anno con evidente perdita per gli alberi che hanno superato l’età economica o che non l’hanno ancora raggiunta. Per tutti questi motivi, è evidente che il privato che non possegga grandissime estensioni di terreno, non può fare i tagli razionali come può farli lo Stato e quindi ne deve ricavare un provento minore.

 

 

Inoltre lo Stato ricava dalla foresta degli altri redditi che non può avere un privato, poiché questi non può tenere conto del fatto che, sfruttando razionalmente la sua foresta, anche per altri ne può avere un vantaggio.

 

 

Al proprietario privato non importa dell’utile che può derivare agli abitanti della valle e della pianura per la minor frequenza delle inondazioni e di altri disastri; a questi vantaggi egli non avendo alcun interesse. Lo Stato ricava invece vantaggi diretti dalla conservazione delle foreste. Dovrà fare meno spese, per esempio, per l’arginatura dei fiumi (e tutti sanno quanto siano dispendiose nella pianura del Po, specialmente nel Veneto), dovrà erogare minori sussidi ai proprietari inondati, accordare minori condoni di imposte. Sono questi tutti redditi effettivi – spendere di meno vuol dire avere un reddito – perfettamente calcolabili, che il privato non ha, onde si comprende che l’industria forestale possa presentare per lo Stato maggiori vantaggi che per il privato. La foresta essendo di crescenza lentissima, darà al privato un reddito soltanto del due o tre per cento, reddito insufficiente, dal momento che si può impiegare altrimenti, per esempio al quattro per cento, qualunque capitale. Invece lo Stato che può amministrare meglio e con maggior profitto le foreste, potrà anche raggiungere il quattro e magari il cinque per cento di interesse del capitale impiegato.

 

 

Le ragioni ora esaminate sono tanto chiare ed evidenti, che anche i più refrattari alla conservazione del demanio di Stato non negano l’opportunità che esso conservi la foresta. Quando si tratta di una funzione che potrebbe essere egualmente compiuta dai privati, è male che lo Stato se ne ingerisca; se si tratta invece di una funzione che sarebbe abbandonata o male compiuta dai privati, od a cui soltanto lo Stato può dedicarsi, non c’è motivo per cui una estensione di funzioni non debba essergli consentita.

 

 

28. Come le ragioni addotte per il demanio forestale di Stato non valgano per il demanio forestale delle provincie e più dei comuni. – Non si è parlato delle provincie e dei comuni come proprietari di foreste, perché i motivi potenti che valgono per lo Stato circa la conservazione delle foreste, valgono meno per la provincia, e meno ancora per il comune. Infatti i comuni sono enti che si estendono su territorio relativamente ristretto; onde i comuni di montagna che soli potrebbero essere proprietari di foreste mancano degli stimoli comune è amministrato da persone del luogo che hanno rapporti molteplici di parentela e di interessi con tutti i loro amministrati; non foss’altro che per la speranza della rielezione e la paura di non essere rieletti dai loro concittadini se li disgustano impedendo loro il boscheggio ed il pascolo abusivo. Quindi mentre lo Stato può avere un’amministrazione che si regola secondo principi generali e provvede energicamente alla difesa dei boschi contro coloro che mandano i bestiami al pascolo o vanno a far legna, quest’opera di difesa non può fare il Sindaco del comune, perché, se anche sa che un privato manda le sue capre nel bosco, molto spesso egli non fa nulla per i molti legami di parentela, di amministrazione, di elezione che può avere col contravventore.

 

 

Questa ragione fa siche l’amministrazione comunale sia pochissimo adatta alla conservazione dei boschi, tanto che, sotto parecchi punti di vista, è quasi preferibile ad essa l’amministrazione dei privati. Dal punto di vista dei redditi, va notato che mancano per il comune tutti quelli ulteriori che abbiamo visto sussistere per lo Stato. Che cosa importa al comune di montagna di conservare le foreste per curare il vantaggio dei comuni della pianura, dal momento che l’opera sua, costosa per il suo bilancio, tornerebbe di vantaggio al bilancio altrui, senza che esso goda in nessuna maniera dei minori condoni d’imposta che il comune di pianura non sarà più costretto a fare ai proprietari del suo territorio? Ecco adunque che mancano gli elementi essenziali per poter con fondamento patrocinare la proprietà forestale dei comuni.

 

 

Nel caso della provincia, la posizione è intermedia tra lo Stato ed il comune. Può darsi che le provincie abbiano un territorio abbastanza esteso per cui sia conveniente ripetere il discorso che si è fatto per lo Stato; ma ciò non sempre accade: alcune provincie sono quasi limitate dalla montagna o abbracciano solo territorio di pianura. Spesso poi gli amministratori provinciali hanno interessi locali e sono quindi meno fermi nella tutela della conservazione di quel che potrà esserlo un’amministrazione di Stato. Quindi anche in questo caso è ragionevole e consigliabile togliere all’amministrazione locale ogni ingerenza nel demanio boschivo, che dev’essere regolato dal potere centrale.

 

 

29. Limitazioni alle cose dette sopra. – Con le osservazioni fin qui fatte non vorremmo aver lasciata l’impressione che tutti i boschi d’Italia debbano esclusivamente essere posseduti dallo Stato. Ci sono anzitutto i boschi cedui, le fustaie a rapida crescita (pioppi del Canadà ed altre essenze) che i privati volontieri piantano di propria iniziativa, senza alcun bisogno dell’intervento dello Stato.

 

 

Ma anche nella montagna e nell’alto colle l’opera dello Stato non sarebbe opportuno fosse la sola a svolgersi. Riuscirebbe a risultati relativamente scarsi, per la impossibilità di rimboschire milioni di ettari come sarebbe necessario. Lo Stato è opportuno cominci dai luoghi dove il rimboschimento è più urgentemente richiesto per rassodare il terreno, per regolare il corso dei torrenti il corso dei torrenti montani, per proteggere gli abitanti. L’opera sua renderà più facile e stimolerà coll’esempio l’opera dei privati. Bene spesso costoro non rimboschiscono per ignoranza o per impossibilità assoluta di lottare contro elementi naturali troppo sfavorevoli. Ma quando vedessero i buoni risultati dei rimboschimenti statali; e quando l’opera dello Stato nel frenare le acque avesse reso più agevole anche l’opera loro, anche comuni e privati sentirebbero il pungolo dell’emulazione non solo, ma anche dell’interesse di ricostituire le foreste a pro dei figli su terreni oggi assolutamente improduttivi. Si opererebbe così una sana divisione del lavoro tra l’attività dello Stato, quella dei comuni e l’altra dei privati. Alcuni scrittori (veggansi ad esempio le considerazioni del Senatore Faina nella Relazione finale dell’Inchiesta sulle condizioni dei contadini nel Mezzogiorno e nella Sicilia) vorrebbero, a facilitare l’opera dei privati, che si ricostituissero limitatamente alle foreste gli antichi fedecommessi allo scopo di creare un ente famigliare perpetuo o lungamente duraturo interessato alla conservazione della foresta, che sarebbe di proprietà delle successive generazioni, lasciando al proprietario pro tempore solo il godimento dei tagli periodici, regolati in modo da non pregiudicare la conservazione della foresta. Anche questa può essere un’idea buona; ma a svolgerla ci trascinerebbe troppo lontano dall’argomento finanziario, al quale ci dobbiamo limitare.

 

 

Sezione Terza

Di alcune erronee applicazioni

della teoria del prezzo quasi privato.

 

30. Se le conclusioni cui si è giunto per i boschi valgano per le miniere. – La conclusione che si è tratta a favore dello Stato per quanto concerne la silvicultura, fu da alcuni ritenuta estensibile anche ad altri casi, ravvisando in essi la possibilità di pubblico vantaggio. Vi fu per esempio, chi giudicò conveniente allo Stato la conservazione e la diretta amministrazione delle miniere e delle acque. Sono casi questi in cui accanto all’elemento prezzo privato si ritiene che esistano collateralmente dei vantaggi pubblici: nel caso delle miniere si dice che lo Stato può avere convenienza a conservarle in quanto che esso non solo incassa i proventi della vendita del minerale sul mercato libero, ma ha anche altri vantaggi, come quello di poter distribuire il minerale equamente in guisa da poter promuovere lo sviluppo delle industrie anche in luoghi in cui esso sia più lento. Lo Stato italiano ha, per esempio, vantaggio, si dice, a conservare le miniere dell’isola d’Elba perché coi prodotti di essa gli è possibile favorire l’industrializzazione della città di Napoli: esiste infatti una legge che prescrive di riserbare 100.000 tonnellate annue di ferro per le industrie che si svolgono nel mezzogiorno. Così lo Stato promuove lo sviluppo della Maremma, concedendo minerale di ferro agli Alti forni di Piombino. Lo scopo sarebbe quindi di produrre uno sviluppo equo delle industrie in tutto il paese, e inoltre di esercitare una specie di calmiere sul prezzo dei minerali, il che ridonderebbe a notevole vantaggio dell’economia privata, impedendo che i prezzi vengano spinti in epoche di prosperità a limiti troppo elevati. In altri Stati si invocò la socializzazione delle miniere di carbone per assicurare al necessaria provvista di combustibile alle ferrovie ed alle industrie, senza necessità di ricorrere all’estero, con pericolo di essere privi della quantità necessaria in tempo di guerra. Si tratta dunque semplicemente di vendita di minerale di ferro o di carbone a prezzi di mercato, salvo ottenere per lo Stato certi vantaggi collaterali pubblici.

 

 

31. Insussistenza dei pretesi vantaggi della nazionalizzazione delle miniere. – Gli argomenti addotti per le miniere hanno però ben poco valore, in quanto che il modo migliore per ottenere che avvengano ripartizioni eque del minerale fra le industrie di un paese è di lasciarlo distribuire da sé. In questo caso si può essere quasi sicuri che i minerali andranno alle persone che li possono usare bene, perché andranno a quelli che li pagheranno a prezzi più elevati. Se c’è concorrenza fra acquisitori il prezzo potrà crescere e chi sarà disposto a pagare il prezzo maggiore sarà colui il quale colla sua industria sarà in grado di ricavarne il maggior vantaggio. È quindi opportuno lasciare che le cose procedano da sé, ché in tal modo si è sicuri ch’esse vanno bene. Se poi si danno alla parola equa altri significati, vale a dire che la materia prima deve essere data a tutti quelli che hanno certe industrie simpatiche ai governanti, anche se non bene avviate o non suscettibili di avvenire prospero allora bisogna avvertire che si usa la parola equa in tale senso; il che potrà essere utile, per esempio, dal punto di vista elettorale perché quei tali industriali favoriti potranno, come elettori, esercitare un’influenza sul Parlamento e sul governo. Questa è concezione tutt’affatto diversa da quella economica e finanziaria. Inoltre il lasciare allo Stato la distribuzione dei minerali porta necessariamente a contese regionali che sono sempre deplorevoli. Per esempio la legge la quale ha stabilito che parte del minerale dell’Isola d’Elba debba andare alle industrie meridionali, ha fatto sorgere a Pozzuoli una società siderurgica allo scopo diretto di usufruire dei vantaggi consimili e a questo scopo hanno adunato una quantità di dati e cifre per dimostrare il loro diritto a quell’identico trattamento. Essi dicono: se Napoli ha bisogno di privilegi siffatti per potersi sviluppare industrialmente, anche più ne ha bisogno la maremma toscana in cui la popolazione è meno fitta e l’industria non esiste neppure. Tutto ciò offre uno spettacolo poco simpatico e confortante: dimostra cioè che è meglio che lo Stato lasci andare il minerale di ferro per la sua via naturale di sbocco sul mercato. Anche se il minerale di ferro dovesse andare all’estero, perché all’estero otterrebbe i prezzi migliori, poco male; noi manderemmo il minerale di ferro caro all’estero, data la sua buona qualità, e comprenderemmo la ghisa a buon mercato. Appunto per impedire ciò, lo Stato vende i minerali di ferro dell’isola dell’Elba, ad un prezzo di favore di 0,50 centesimi per tonn. per i concessionari e consumatori italiani, mentre sul mercato libero avrebbe potuto ottenere lire 7,25. Ond’è che per il minerale di ferro dell’isola dell’Elba non si potrebbe più parlare di prezzi quasi privati, cioè determinati sul mercato liberamente, come accade per i tagli dei boschi. Ci sarebbe invece un prezzo pubblico, ossia determinato d’autorità dallo Stato, secondo metodi speciali. Ma se ne discorre qui per affinità di argomento; essendoché nella grandissima maggioranza dei casi, lo Stato proprietario di miniere, dovrebbe vendere minerali e combustibili a prezzi di mercato.

 

 

Il secondo vantaggio, secondo i partigiani dell’esercizio di Stato delle miniere, sarebbe appunto quello della maggior equità di prezzo che in tal modo potrebbe essere ottenuta. Questa opinione ha però pochissimo valore, in quantoché è difficile che il governo possa vendere i suoi minerali a prezzo diverso da quello che è il prezzo comune corrente, perché in che modo potrebbe esso mettersi in grado di variare i prezzi che sono stabiliti dalla libera concorrenza? Bisognerebbe, supponiamo, che fosse possessore di tutte le miniere di ferro o di carbone; anzi questo non basterebbe ancora, perché sarebbe necessario che chiudesse il paese alla concorrenza straniera e quindi all’influenza dei prezzi stranieri. Il governo fissando un prezzo troppo basso, come fa in Italia per i minerali di ferro dell’isola dell’Elba, farebbe un regalo agli industriali consumatori dei suoi prodotti, senza alcun vantaggio della generalità dei consumatori; perché gli industriali dopo aver comperato minerale di ferro o carbone a prezzi minori di quelli correnti. E se anche la legge li obbligasse a vendere a prezzo di costo, troverebbero argomenti per dimostrare che il costo è tale da consentire loro di tenere per sé tutto il profitto della compra del minerale di ferro o del carbone a prezzi di favore. Lo Stato, agendo così, non farebbe alcun vantaggio ai consumatori e farebbe il danno dei contribuenti, dovendoli assoggettare a maggiori imposte per colmare la differenza di reddito che avrebbe potuto ritrarre da una vendita dei suoi minerali a prezzo normale.

 

 

Ora, messa in chiaro questa politica, resta bene dimostrato come lo Stato non abbia convenienza a vendere il minerale ad altro prezzo che non sia quello corrente sul mercato: fissandone uno più alto, non riuscirebbe a vendere; fissandone uno più basso farebbe il danno dei contribuenti. E la vendita a prezzo normale è, del resto, come si disse, il mezzo più acconcio ad operare la migliore distribuzione possibile del minerale tra i desiderosi di acquistarlo.

 

 

32. Danni derivanti dalla nazionalizzazione delle miniere: di cui principalissimo la variabilità dei redditi fiscali. – Se questi presunti vantaggi sono, come vedemmo, illusori, reali sono invece gli inconvenienti che si verificherebbero se questa industria venisse esercitata dallo Stato: primo e maggiore quello della instabilità, cioè dell’incertezza delle entrate. L’industria mineraria, per la sua natura stessa, è a rendimento incerto: non si tratta di produrre una certa quantità di merce con una data di quantità di materia prima: si tratta di scavare un minerale che si trova in località ignote ed in quantità ignote: industria quindi aleatoria in sommo grado. Vi sono certamente dei gradi in questa instabilità e l’industria carbonifera è meno aleatoria di quella del ferro; questa è meno rischiosa dell’estrazione dell’argento, la quale è a sua volta meno pericolosa di quella dell’oro. Si tratta però sempre di industrie grandemente rischiose per l’impossibilità di ottenere il minerale in quantità prestabilite o prevedibili. I redditi sono quindi variabilissimi e cambiano non solo perché la quantità del minerale è variabile, ma anche perché i prezzi sono mutevoli; anzi sono tra i più mutevoli, poiché essi subiscono le influenze di tutte le industrie consumatrici e quindi sono soggetti ad oscillazioni maggiori assai degli altri prodotti destinati al consumo. Per tutti questi motivi lo Stato che esercita questi industrie ha dei redditi variabili: ora i redditi variabili sono pessimi per le finanze dello Stato: molto peggiori certo che per un privato ragionevole, il quale in questi casi si acconcierà a fare risparmi negli anni in cui il reddito è alto, e cercherà così di compensare alle diminuzioni di reddito delle annate sfavorevoli, cosa questa che lo Stato normalmente, secondo l’esperienza quasi universale, è incapace di fare. Per esso anzi un’entrata forte in un anno è più dannosa di quel che sia un’entrata scarsa; è questo un principio che avremo occasione di richiamare spesso più innanzi. La scarsità delle entrate dello Stato in un’annata equivale a un incitamento ai governanti ad economizzare, a non sperperare; se invece le entrate sono abbondanti, lo Stato usa spenderle, e ne abbiamo avuto un esempio in questi ultimi anni di buone entrate in Francia, in Italia ed in altri paesi ancora in cui non si cercò di ridurre le imposte, ma di aumentare qua e là a casaccio le spese, impinguando gli stipendi, poiché questo procedere è assurdo in uno Stato rappresentativo democratico. Soltanto fra popoli che dello Stato hanno concezione altissima, come nel Giappone, la riduzione degli stipendi fu possibile durante le gravi contingenze della guerra contro la Russia, ma ciò non sarebbe possibile nella civile Europa in cui i funzionari credono che lo Stato non debba pensare che a loro, talché le spese rimangono costanti a quel punto massimo cui pervennero in seguito all’incremento di reddito nelle annate buone. Ecco perché sono da escludere quelle specie di entrate che danno un reddito molto variabile da un anno all’altro: esse incitano alla prodigalità nel caso di abbondante prodotto e provocano inevitabilmente dei deficit nelle annate cattive. Sotto questo punto di vista, sarebbero da condannare non soltanto l’esercizio delle miniere, ma ancora il dazio sul grano che dà redditi variabilissimi, da cinquanta a cento milioni di lire all’anno, e le ferrovie dello Stato per cui si verificano gli stessi fenomeni.

 

 

33. Come la nazionalizzazione delle forze idrauliche non sia generalmente conveniente. – Un’altra industria, per la quale da taluni si è giudicata opportuna la gestione diretta da parte dello Stato o dei municipi, è quella delle acque. Detti enti non solo dovrebbero, secondo alcuni, conservare il carattere demaniale pubblico alle acque, principio questo già accolto dal diritto civile, come ad ognuno è noto, ma dovrebbero inoltre esercitare essi medesimi l’industria dell’utilizzazione delle forze idrauliche. Il fautore più eloquente di questo indirizzo di politica economica fu il Nitti, il quale vorrebbe che per l’Italia Meridionale lo Stato si facesse utilizzatore delle forze naturali e venditore di esse sul mercato. I capitalisti del mezzogiorno non sono ancora preparati, si afferma, per queste intraprese costosissime e aleatorie; quindi lo Stato dovrebbe venir loro in aiuto costruendo degli impianti idroelettrici per motivi di pubblica utilità, favorendo in tal modo il sorgere di industrie private. In questo modo si libererebbe anche l’Italia dall’obbligo di dover comperare all’estero il carbone fossile utilizzando il suo prezioso carbone bianco.

 

 

34. a) Perché l’industria idroelettrica è aleatoria nel periodo di impianto. – Esponiamo ora le nostre osservazioni relative alle difficoltà di poter esercitare convenientemente ad opera dello Stato questa industria. Essa è aleatoria nei suoi inizi ed è anche non facile nel periodo del suo esercizio. Che sia così nel periodo dell’impianto è manifesto per gli esperimenti che parecchi grandi municipi dell’alta Italia fecero di utilizzazione delle forze idrauliche. I municipi di Milano e di Torino possono offrire preziose esperienze al riguardo. Senza entrare nel dedalo di cifre e di polemiche che furono addotte e si fecero a proposito di questi impianti, basti accennare che spessissimo le spese effettive degli impianti furono di gran lunga superiori ai preventivi; cosa che non deve sorprendere quando si pensa che nei progetti si deve tener conto di difficili passaggi di montagne, di utilizzazione di acque di portata variabile da un anno all’altro; di indennizzi imprevedibili ai comuni di montagna che vantano diritti o legittimi interessi sui torrenti utilizzati. Tali trafori e tali acquedotti e tali indennizzi possono facilmente addurre a spese diverse da quelle previste, e certo un municipio o uno Stato che si propongano imprese industriali siffatte sono esposti ad incontrare delle sorprese gravi di conseguenze. I municipi, se vogliono dimostrare di non aver fatto in questi casi un cattivo affare, devono ragionare non in base all’affare in sé stesso, ma in base ai possibili vantaggi collaterali che possono aver procurato ai cittadini, come il ribasso del prezzo della forza motrice per parte di altri produttori concorrenti. Ciò appunto si cerca di dimostrare a Torino ed a Milano, sebbene questo ragionamento lasci qualcosa a desiderare, perché non prova ancora che i prezzi delle società concorrenti avrebbero continuato in perpetuo a restare quelli che erano prima, né che senza l’ingerenza del municipio non sarebbe intervenuta qualche altra società che avrebbe prodotto un ribasso dei prezzi. Inoltre si può chiedere se sia sempre utile al municipio e ai contribuenti la vendita della forza a così basso prezzo. Infatti l’intervento del municipio riduce talvolta il prezzo della energia elettrica per uso industriale, il che potrebbe essere ritenuto utile alla generalità, più spesso il prezzo della luce elettrica la quale, per la sua natura, è consumata da persone di una certa agiatezza. Questo elemento collaterale si potrebbe apprezzare qualora il consumo della luce elettrica per uso industriale, il che potrebbe essere ritenuto utile alla generalità, più spesso il prezzo della luce elettrica la quale, per la sua natura, è consumata da persone di una certa agiatezza. Questo elemento collaterale si potrebbe apprezzare qualora il consumo della luce elettrica si estendesse direttamente a tutte le classi; il prezzo invece in questo caso viene ribassato a vantaggio di una classe determinata di cittadini che non ne ha bisogno, e quindi il vantaggio è assai discutibile. Inoltre per il sorgere di nuove industrie nella città in seguito al ribasso della forza motrice e per l’affluire delle genti all’urbe, gli affitti crescono e diventano insopportabili siche il municipio stesso è costretto, per farli ribassare, a pensare alla costruzione di case popolari, dopo che egli stesso, con le nuove industrie, ha favorito l’accrescersi improvviso ed immoderato della popolazione cittadina coll’affluire di nuova maestranza dalle campagne.

 

 

Né bisogna dimenticare come conseguenza delle fortissime spese d’impianto di queste imprese idroelettriche, che Stato e municipi debbono fare appello al credito in misura non indifferente. Sono decine di milioni di debito che i grandi comuni dell’alta Italia dovettero incontrare per fornire i capitali necessari alle imprese idroelettriche. Ora, quanto più un ente si indebita, tanto più il suo credito diminuisce; se prima otteneva capitali a prestito al 4%, dopo dovrà pagare il 4 1/2 e magari di più. Onde un maggior costo di tutti i nuovi debiti, anche contratti per altri scopi: maggior costo che grava sui contribuenti e diminuisce il guadagno del ribasso dell’energia elettrica provocato dall’azienda idroelettrica comunale o statale.

 

 

35. b) Perché l’industria idroelettrica è difficile nel periodo di esercizio. Difficoltà per lo Stato di applicare prezzi molteplici. – Ciò che si è detto ora vale per le spese di impianto. Anche nel periodo però dell’esercizio le difficoltà continuano, specialmente se l’industria è esercitata dallo Stato. Un po’ meno dei comuni.

 

 

Le società private invero quando vendono energia elettrica, non seguono una regola fissa: esse possono non attenersi alla legge dell’indifferenza dei prezzi per cui la medesima merce deve vendersi sullo stesso mercato allo stesso prezzo. Su questo punto, ritorneremo più ampiamente in seguito parlando dei prezzi pubblici. Ma già si può osservare quiche una società che venda forza motrice di solito usa fare contratti a condizioni particolari e variabili a seconda dei consumatori; se il consumatore è in una località tale che non gli permette di sopportare il prezzo comune la società potrà fargli anche una riduzione. Se un consumatore ha comodità di provvedersi di carbon fossile o di azionare il suo macchinario col gas povero, la società gli fa prezzi più bassi che non a quell’altro industriale il quale, per la sua situazione, ha tutta la convenienza a comprare energia elettrica, perché gli altri metodi gli costerebbero troppo cari. Tutte le aziende private fanno, sia apertamente, sia di sottomano, dei ribassi singoli piuttosto che perdere i clienti. Ogni società può regolarsi nel modo che crede più opportuno a seconda dei consumatori e così può, nel complesso, riuscire ad ottenere un profitto magari rilevante nella sua industria: per quella società sarà sempre più conveniente dopo aver venduto bene una parte dell’energia, di vendere le parti restanti a prezzo di costo, piuttosto a seconda dei consumatori e così può, nel complesso, riuscire ad ottenere un profitto magari rilevante nella sua industria: per quella società sarà sempre più conveniente dopo aver venduto le parti restanti a prezzo di costo, piuttosto che non venderla.

 

 

Lo Stato può fare questo? Difficilmente esso può usare due pesi e due misure; esso invece deve stabilire una tariffa unica e attenervisi, perché se cambiasse i prezzi accadrebbe che quelli che pagano di più griderebbero all’abuso, al favoritismo; il che potrebbe anche esser vero, od avere, il che fa lo stesso, l’apparenza della verità. Lo Stato, che non può assoggettarsi a questi rimproveri di parzialità, dovrà dunque stabilire un prezzo unico che sarà troppo basso per alcuni e troppo alto per altri: impedirà che certe industrie, che potrebbero utilizzare quella forza motrice, la usino effettivamente, onde ne verrà che l’impiego della energia elettrica prodotta non sarà così completo come lo sarebbe se la gestione fosse affidata ad una società anonima, e il reddito sarà anche minore di quello che ne potrebbe ricavare di quello che ne potrebbe ricavare quest’ultima. Tutt’al più potrà differenziare tra energia elettrica venduta a scopo d’illuminazione o di forza motrice o di altri usi, o fra energia venduta a scopo d’illuminazione o di forza motrice o di altri usi, o fra energia venduta di giorno, nelle prime ore della sera o di notte. Ma sarà una differenziazione limitata, ben diversa da quella che lo Stato stesso può applicare come si vedrà, nelle ferrovie e da quella che possono applicare i privati.

 

 

Tutti questi motivi consigliano di accettare la proposta che le acque siano conservate, come ora, nel demanio pubblico, senza farle passare al demanio fiscale puro o demanio patrimoniale. È conveniente che le acque siano demaniali pubbliche perché lo Stato, conservandone il dominio eminente, può regolarne la utilizzazione da parte dei privati nel modo che torni più utile nell’interesse generale. È invece dubbia la convenienza della utilizzazione diretta, sebbene non possano escludersi casi particolari in cui questa convenienza venga dimostrata.

 

 

Lo Stato farà bene a non venderle in perpetuo; dovrà conservare l’alto dominio delle sue acque, dandone ai concessionari privati soltanto l’uso, ad esempio, per un trentennio o un sessantennio, cioè per un periodo per cui ne sia conveniente l’utilizzazione, ritornando le acque allo Stato alla scadenza del periodo stesso. In questo modo lo Stato riescirà ad ottenere il maggior reddito da queste concessioni; e potrà essere conveniente tenere bassissimi od anche nulli in principio i canoni di concessione per favorire il sorgere di certe industrie in determinate regioni. Finito il periodo di concessione, lo Stato rientrerà in possesso delle acque per poi cederle a quelli che pagheranno un canone più elevato, salvo diritto di preferenza, a parità di canone, ai vecchi concessionari nella rinnovazione della concessione. Potrà anche lo Stato, per non scoraggiare gli utenti dal fare nuovi impianti e perfezionamenti verso la fine del periodo di concessione, obbligarsi a rimborsar loro le spese non ancora ammortizzate, secondo un piano prestabilito; ad obbligare al rimborso i nuovi concessionari. Tutte le modalità le quali debbono essere studiate allo scopo di rendere massima la utilizzazione delle forze idrauliche, e produttive, senza rischi, le concessioni per l’erario.

 

 

36. Conclusione sui prezzi quasi privati. – Concludendo su l’argomento dei prezzi quasi privati nell’economia pubblica, noi possiamo dire essere meglio che lo Stato rinunzi per ragioni d’ordine politico e d’ordine economico alle entrate che sono ottenute sol sistema dei prezzi: tuttavia essere conveniente che conservi quelle per le quali accanto al prezzo puro privato intervengono fini di utilità pubblica. Si è visto poi che l’unico caso, in cui esistano motivi è quello dei boschi, sia riguardo al fine della buona conservazione lo Stato che per i privati ed al reddito, che può essere per lo Stato maggiore che per i privati.

 

 

Fatta questa eccezione, lo Stato non dovrebbe conservare le altre entrate ottenute puramente coll’esercizio di un’industria; né le miniere, né le acque, né altre che si potrebbero citare, poiché esse non offrono caratteristiche tali per cui si possa dire che vi sono elementi sufficienti collaterali di utilità pubblica che possano compensare il danno nascente dalla minore capacità dello Stato a regolare per modo i costi di produzione in confronto ai prezzi di mercato da averne un beneficio uguale a quello che ne possono ricavare i privati.

 

 

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