Parte Quarta La finanza straordinaria Capitolo I Spese ed entrate straordinarie degli enti pubblici

Tratto da:

Corso di scienza delle finanze

Data di pubblicazione: 01/01/1914

Parte Quarta

La finanza straordinaria

 

Capitolo I

Spese ed entrate straordinarie degli enti pubblici

 

Corso di scienza delle finanze, Tipografia E. Bono, Torino, 1914, pp. 661-670

 

 

 

Sezione prima

Natura e specie delle spese dello Stato.

 

563. Ragion d’esser di una finanza straordinaria. Deviazioni dell’ammontare delle spese pubbliche dalla qualità normale. – La finanza ordinaria degli Stati, poggia sull’ipostesi che le spese pubbliche siano una quantità relativamente costante; e, se, crescente, soggetta ad una legge di incremento regolare. Se, ad esempio, i bisogni pubblici di uno Stato richiedono una spesa di 2.000 milioni di lire all’anno occorre che lo Stato provveda ad incassare normalmente 2.000 milioni fra prezzi privati, quasi privati, pubblici, contributi, tasse ed imposte. Se le spese vanno crescendo da 2.000 milioni nel 1900 a 2500 nel 1915, occorrerà che le entrate annue aumentino del pari da 2.000 a 2.500 milioni, se non si vuole che il bilancio chiuda in disavanzo. Di solito all’incremento delle spese risponde l’incremento delle entrate; sia perché governi e parlamenti, quando ragionano colla logica ordinaria che inspira la condotta degli uomini normali, deliberano un aumento di spesa quando prevedono un aumento nel gettito dei tributi, sia perché l’aumento delle spese pubbliche significa aumento nell’intensità dei bisogni pubblici, e questo in via normale è la conseguenza di una crescita attività e ricchezza privata, onde gli uomini chiedono più perfetti e copiosi servizi pubblici, disponendosi nel tempo stesso a pagare la corrispondente maggior somma di prezzi o tasse, ovvero fanno consumi più colposi od hanno redditi più elevati, sicché le imposte sui consumi e sui redditi danno gitto maggiore.

 

 

Accade però non di rado che le spese pubbliche crescono momentaneamente in misura straordinaria, perché i bisogni pubblici sono, per circostanze eccezionali, divenuti intensissimi ed è sorto un bisogno il quale deve ad ogni costo essere soddisfatto, sotto pena, talvolta, della scomparsa medesima dello Stato. Il caso tipico è quello di una guerra di difesa dell’indipendenza nazionale o di liberazione di terre irredente dallo straniero. Il bilancio della spesa presenta allora schematicamente le seguenti variazioni in anni successivi:

 

 

    Spese Incremento ordin. Incremento straord. Entrate Disavanzi
1913 milioni

2.000

2.000

1914 milioni

2.100

100

2.100

1915 milioni

3.200

200

1.000

2.200

1.000

1916 milioni

3.300

300

1.000

2.300

1.000

1917 milioni

2.400

400

2.400

1918 milioni

2.500

500

2.500

 

 

Noi vediamo che l’incremento delle spese negli anni 1914 e seguenti, in confronto al 1913, si scinde in due parti. La prima, ossia l’incremento costante di 100 milioni di lire all’anno, è cumulativa, in guisa che nel 1918 l’incremento totale è di 500 milioni di lire all’anno. A questo incremento, che si potrebbe chiamare anche ordinario, provvede l’incremento, del pari ordinario, nelle entrate, le quali crescono, per le ragioni sovra spiegate, da 2.000 a 2.100, 2.200, 2.300, 2,400 e 2.500 milioni di lire. Una seconda parte dell’incremento è straordinario ed è di 1.000 milioni annui nei due anni 1915 e 1916. A questo incremento momentaneo nelle spese non risponde uguale incremento nelle entrate; le quali crescono solo in guisa da coprire l’incremento ordinario. Onde sorge un disavanzo di 1.000 milioni di ognuno dei due anni 1915 e 1916. Il problema della finanza straordinaria degli Stati è appunto quello delle maniere più opportune di provvedere al disavanzo dei 2 miliardi complessivi dei due anni 1915 e 1916.

 

 

È chiaro che il bilancio ordinario non può essere adatto a sopportare un urto così forte. Il problema è simile a quello delle aziende che producono servigi, di cui viene richiesta una quantità massima in certe stagioni (libri scolastici in ottobre o novembre, giocattoli per natale e capo d’anno), in certi mesi (i mesi di mutamento delle stagioni per l’industria della sartoria), in certi giorni (liquidazione di fine mese in borsa o banca) od in certe ore del giorno (dalle 11 alle 12 o dalle 18 alle 20 per l’industria del gaz, quando si accentuano i consumi per cucina, e vi aggiungono quelli per illuminazione). È evidente che l’azienda evita, finché può, di avere disponibile una forza produttiva in tutte le stagioni, in ogni mese, in ogni giorno, od in ogni ora del giorno, atta a dare la produzione corrispondente alle punte massime del consumo. Poiché dovrebbe avere, ad es., un capitale di 100 sempre impiegato, mentre esso lavorerebbe in pieno solo durante le punte e negli altri momenti lavorerebbe a vuoto; o rimarrebbe inutilizzato, gravando oltremisura, con le proprie spese intiere di salari, stipendi, interessi, ammortamento, su una massa di produzione ristretta. Di solito alle punte massime dei consumi si provvede con una produzione maggiore del consumo nelle minime e con l’immagazzinamento dell’eccedenza di prodotto, in previsione delle massime (gas, giocattoli, libri scolastici, abiti fatti), ovvero con l’assoldare un personale straordinario un personale straordinario o col prolungare le ore di lavoro (sartoria, confezioni, liquidazioni di fine mese) o col cercare di ripartire un massimo eccezionale in due o più minori massimi (liquidazioni quindicinali di borsa a Londra o Parigi, giornaliere a New York, dove per il cumulo grande degli affari l’unica liquidazione mensile sarebbe fortissima), ovvero con impianti sussidiari, il cui costo, almeno in parte, si debba sopportare solo durante le punte (per es. impianti sussidiari a vapore o a gaz povero per le imprese idroelettriche, impianti il cui costo è costante quanto ad interessi, ammortamenti, riparazioni, ecc., ma è intermittente quanto a carbon fossile o gaz). Queste ed altre sono le maniere con cui le imprese private provvedono alle punte massime intermittenti dei consumi. Anche per lo Stato si deve risolvere il medesimo problema, perché anche i bisogni pubblici hanno intensità varia e in certi momenti diventano particolarmente intensi, sicché d’improvviso e temporaneamente la spesa cresce a dismisura.

 

 

Nell’esempio ora fatto si suppose crescesse di 1 miliardo annuo per due anni. Ma sono cifre puramente ipotetiche: si può andare dalle poche centinaia di milioni sino ai 5 o 6 miliardi all’anno e più in caso di guerre tra grandi potenze.

 

 

564. Analogia tra le spese ordinarie e le spese in conto esercizio, le spese straordinarie e le spese in conto capitale. – A spiegare meglio il concetto delle spese straordinarie si può osservare che esse può reputarsi stiano di fronte alle spese ordinarie dello Stato nella medesima situazione in cui in un’azienda privata le spese di esercizio stanno alle spese in conto capitale.

 

 

In una ferrovia sia pubblica che privata, il proprietario esercente deve far fronte a due ordini di spese. Una prima spesa, iniziale, è quella della costruzione della linea e suo arredamento con stazioni, materiale mobile ecc. Supponiamo che questa spesa sia stata di 100.000.000 di lire. Non si può pretendere che il traffico restituisca in un anno solo tutti questi 100 milioni di lire. In qualche rarissimo caso può darsi che la domanda di un servigio o prodotto sia così intensa e la produzione così scarsa, che i consumatori debbono pagare prezzi elevatissimi, bastevoli a restituire in un breve periodo di tempo il capitale ai produttori. Si narra talvolta di vigne fecondissime che, in tempi di prezzi alti, al quarto anno diedero un raccolto così copioso da rimborsare tutte le spese d’impianto. Di solito però il rimborso avviene in un più lungo periodo di tempo, uguale alla durata dell’impianto.

 

 

Nel caso nostro, l’imprenditore ferroviario calcola che il prodotto annuo dell’esercizio gli dia, oltre l’interesse corrente, che supponiamo sia il 4%, quanto basta per rimborsare il capitale speso nell’impianto in 50 anni.

 

 

Ed allora noi avremo due conti: il conto capitale, in cui segnano a spesa i 100 milioni spesi inizialmente, i quali hanno per contropartita la ferrovia, la quale vale precisamente 100 milioni; ed il conto esercizio, in cui le spese saranno costituite in primo luogo da L. 4.655.000 annue, necessarie per pagare l’interesse al 4% e per ammortizzare in 50 anni il costo d’impianto di 100 milioni, ed in secondo luogo dalle altre spese pel personale, il carbon fossile, le riparazioni, ecc. ecc., dalle quali qui si fa astrazione. Tra i due conti capitale e di esercizio vi è un rapporto logico; poiché, nel primo anno di esercizio, l’imprenditore, il quale incassa L. 4.655.000 per pagare l’interesse e l’ammortamento del capitale, ne impiega 4.000.000 per pagare l’interesse sui 100 milioni di costo capitale della ferrovia, e L. 655.000 per rimborsare una prima frazione del capitale spese. Nel successivo anno, il conto capitale si riduce a L. 100.000.000 – 655.000 = L. 99.345.000; cosicché ferma restando l’annualità di L. 4.655.000 pagata dai consumatori dei servizi della ferrovia, basterà dedicare L. 3.673.000 al pagamento degli interessi, residuando L. 681.2000 per il rimborso di una seconda frazione del capitale; e così via dicendo.

 

 

È evidente che non si sarebbero trovati utenti disposti a pagare in un anno solo L. 100.000.000 in prezzi pubblici per l’uso della ferrovia, bensì se ne trovano pronti a pagare ogni anno L. 4.655.000.

 

 

Il concetto delle spese in conto capitale e in conto esercizio può applicarsi per spiegare la destinazione fra spese straordinarie ed ordinarie dello Stato.

 

 

Sarebbero spese in conto esercizio i 2.000, 2.100, 2.200. 2.300, 2.400 e 2.500 milioni che i contribuenti ogni anno pagano per far funzionare la macchina statale, per ottenere i servigi che ogni anno sono richiesti: di giustizia, di sicurezza, di difesa nazionale, di variabilità, di trasporti postali, telefonici, ferroviari. Ogni anno il contribuente desidera quei beni pubblici ed ogni anno li deve pagare a mezzo di tributi permanenti.

 

 

Ma, a periodi indeterminati, i cittadini od il loro governanti deliberano che si abbia a condurre una guerra, costruire una ferrovia, un porto, bonificare vaste paludi, ecc. ecc. Queste spese sono fatte in conto capitale, perché la guerra può essere considerata come una spese d’impianto dello Stato, se è guerra di liberazione dallo straniero, o di impianto di uno Stato più ampio, se è guerra di conquista: ed è chiaro che la ferrovia, il porto, il terreno conquistato sulle paludi hanno o debbono avere un valore capitale almeno uguale alla spesa fatta.

 

 

565. Diverse specie di spese straordinarie. Della distinzione fra le spese cosidette riproduttive e quelle improduttive. – Queste spese, le quali vengono a turbare il normale andamento della finanza, che sono analoghe alle punte massime dei consumi variabili od alle spese messe in conto capitale, sono svariatissime. Di solito si distinguono in riproduttive ed improduttive.

 

 

La prima categoria, delle spese straordinarie riproduttive, meglio si direbbe «delle spese riproduttive in senso stretto». Sono quelle le quali negli anni successivi si suppone siano atte a dare frutti sufficienti a restituire in un dato numero di anni, cogli interessi correnti, la spesa fatta. Tipica è in questa categoria la spesa per la costruzione di una ferrovia. Se a costruirla ed a dotarla di conveniente materiale mobile è occorsa una spesa di 100 milioni di lire, la spesa straordinaria o in conto capitale dicesi riproduttiva, perché si suppone che l’esercizio ferroviario possa dare allo Stato una somma di prezzi pubblici sufficiente a coprire le spese vive di esercizio (personale, combustibili, manutenzioni ecc.) ed a lasciare un beneficio, ad es., di L. 4.655.000 uguale all’interesse ed all’ammortamento in 50 anni del costo capitale (cfr. par. 77 e 564). La spesa riproduttiva non costa cioè nulla al contribuente, perché è tale che, per comperare i servigi dell’opera pubblica (ferrovia) costruita con essa, gli utenti sono disposti a pagar ogni anno tanto che basti a ricostituirla coi sui interessi, a pagare ogni anno tanto che basti a ricostituirla coi suoi interessi.

 

 

La seconda categoria è delle spese straordinarie improduttive, le quali non sono feconde di redditi pecuniari futuri. Tipica è la spesa della condotta di una guerra. Se uno Stato spende 1 miliardo per una guerra, questa spesa non è feconda di maggiori proventi negli anni successivi. La ferrovia frutta prezzi di trasporto di merci o di viaggiatori; la guerra non procaccia alcun redditi pecuniario. Se vinto, lo Stato anzi dovrà aggiungere alla perdita del miliardo, quella di una eventuale indennità al vincitore o di una parte del territorio nazionale. Se vincitore, l’indennità oltre ad essere eventuale, è scarso compenso alle spese sostenute; ed il territorio conquistato richiede nuove spese per essere pacificato e valorizzato. È spesa improduttiva anche quella per la costruzione di strade pubbliche ordinarie, perché l’uso di esse è gratuito per gli utenti e lo Stato anzi si accolla le spese di manutenzione. Così pure la spesa per la costruzione di edifici scolastici, poiché il provento delle tasse, che del resto non esistono nelle scuole elementari, non è neppure quasi mai sufficiente a coprire le spese del corpo insegnante.

 

 

566. Come la distinzione sia teoricamente insussistente. – Sennonché il contrasto fra spese straordinarie riproduttive ed improduttive è in prima approssimazione tutt’affatto formale. Se noi supponiamo invero, come si conviene in un primo momento, che si compiano solo quelle spese straordinarie che sono reputate e che sono necessarie e giovevoli alla collettività, allora è chiaro che sono ugualmente riproduttive:

 

 

  • le spese per la costruzione di ferrovie, o di porti o per la bonifica di paludi, perché esse frutteranno un reddito netto sufficiente a pagare l’interesse o l’ammortamento del capitale d’impianto;
  • e le spese per la condotta di una guerra, perché questa frutterà quei tali beni dell’indipendenza o della espansione nazionale, il cui godimento era desiderato dai popoli, godimento che i popoli ritengono abbia un valore economico almeno uguale al costo della guerra;
  • e le spese per la costruzione di strade pubbliche o di scuole, perché i servizi della viabilità e dell’istruzione hanno un pregio che, se fosse valutato in moneta, sarebbe di nuovo almeno uguale al costo sopportato.

 

 

Che in certi casi, come nelle ferrovie, il vantaggio sia apprezzato e pagato dagli utenti sotto forma di prezzo pubblico e le ferrovie diano quindi un reddito netto; mentre il vantaggio della guerra o della strada o della scuola è ideale, non è valutato in moneta ed è pagato dai contribuenti con le imposte è differenza estrinseca e formale. Trattasi di una pura diversità nel metodo tecnico di ripartizione dei costi: nell’un caso con i prezzi pubblici, onde la ferrovia pare feconda di un reddito netto pecuniario per lo Stato; nell’altro caso con le imposte, onde la guerra o la scuola sembra infeconda di reddito pecuniario. Mentre in realtà il reddito vero consiste nella massa dei servigi che utenti o contribuenti ottengono: di trasporto dalla ferrovia, di indipendenza ed unità nazionale dalla guerra, di viabilità dalla strada. Alcuni di questi servigi si usano negoziare e pagare in lire e centesimi ed allora si dice che danno un reddito pecuniario; altri no ed allora sembra che reddito non esista.

 

 

Apparenza falsa, ché il reddito sta nel godimento dei servigi, ed il loro apprezzamento monetario è un puro mezzo tecnico per misurare l’ammontare dei godimenti. Ma dal fatto che talvolta come nel caso delle guerre e delle strade e delle scuole, la misurazione non si può fare, non si può logicamente dedurre che godimento e reddito non esistano.

 

 

567. In seconda approssimazione si distingue tra spese correttamente ed erroneamente calcolate. Ma né questa né l’altra distinzione è peculiare alle spese straordinarie dello Stato. Importanza rispettive delle diverse specie di errori: commessi nei bilanci della guerra delle opere pubbliche e della pace sociale. – Adunque la distinzione tra spese improduttive e riproduttive è in una prima approssimazione insussistente. Se di essa si vuol cercare il valore, dobbiamo in una seconda approssimazione notare che le spese fatte in conto capitale talvolta danno reddito e tal’altra no.

 

 

Accade ogni giorno che gli imprenditori errino e facciano impianti industriali, mossi di grandi speranze di utili e poi questi non vengano.

 

 

Allora si dice che la tale impresa è improduttiva; il che è un’altra maniera di esprimere il concetto che si tratta di un impianto sbagliato.

 

 

Simiglianti errori commettono spesso i governanti. Ma li commettono, è importantissimo notarlo, in tutti i campi, sia delle spese cosidette improduttive come di quelle riproduttive. Fanno guerre inutili o dannose, costruiscono ferrovie elettorali, ampliano porti, in cui approdano solo navi sovvenziate, erigono edifici per ginnasi o licei, dove vi è sovraproduzione di licenziati e laureati. È certo che in questi casi non vi ha reddito, od il reddito non basta a remunerare il capitale d’impianto. Ma l’improduttività, ripetasi, si ha tanto rispetto al reddito pecuniario della ferrovia, come al reddito psichico della guerra o della scuola. La ragion di distinguere non sta nell’indole della spesa, ma nell’aver sbagliato i conti della spesa.

 

 

Laonde, volendo distinguere in categorie le spese straordinarie si potrebbero ripartire: in primo luogo in spese:

 

 

  • 1) il cui costo annuo sarà coperto il provento dei prezzi pubblici pagati dagli utenti, categoria corrispondente all’incirca alle spese cosidette riproduttive;
  • 2) il cui costo annuo sarà coperto in parte con il provento delle tasse e dei contributi degli utenti ed in parte con le imposte pagate dai contribuenti, categoria che, secondo la terminologia normale, si direbbero parzialmente riproduttive;
  • 3) il cui costo annuo sarà coperto totalmente con le imposte categoria che si usa chiamare di spese improduttive.

 

 

La quale classificazione delle spese straordinarie è precisamente quella che già nell’introduzione si istituì in seno ai bisogni pubblici ordinarie (par. 13): laonde meglio si vede che il criterio di distinguere tra bisogni pubblici ordinari e straordinari e spese pubbliche ordinarie e straordinarie, non sta nella loro diversa indole ma nella loro diversa intensità e ripartizione nel tempo: uniformemente intesi e ripartiti i bisogni ordinari, disformi e intermittenti gli straordinari; in secondo luogo in spese:

 

 

  • 1) correttamente o
  • 2) erroneamente calcolate in guisa che, nell’un caso si ottenga e nell’altro non si raggiunga il reddito pecuniario od il reddito psichico o beneficio o servigio non direttamente valutato che si sperava. La qual distinzione non coincide affatto con la precedente; ognuna delle categorie prima istituite potendo dar luogo a calcoli corretti od erronei. E neppure è una peculiarità delle spese straordinarie, ché calcoli bene e male fatti si hanno altresì per le spese ordinarie dello Stato e benanco per le spese in conto capitale e in conto esercizio degli imprenditori e per quelli dei privati; i quali commettono numerosissimi ed indicibili errori ogni giorno dello loro vita. Questa sola differenza essendovi tra gli errori degli imprenditori privati e quelli dell’imprenditore pubblico: che li commettono; mentre i secondi sono commessi dai governanti e pagati dai governati. Chi pensa che spesso la volontà dei governanti è tutt’affatto diversa da quella dei governanti, reputerà che la differenza sia invero capitalissima.

 

 

Ma su di essa e sulle importantissime illazioni che se ne possono trarre in materia di statizzazione o di giudizio sulle spese pubbliche, non è questo il luogo di intrattenerci.

 

 

Basti notare che, a norma dell’esperienza, gli errori debbono, per quant’è alle spese pubbliche, essere probabilmente più importanti per i bilanci della guerra che per i bilanci della pace, sovratutto perché i primi bilanci giungono a cifre assolute più alte. In uno Stato in cui il bilancio ordinario della guerra e della marina giunga ad un miliardo, mentre i bilanci dei lavori pubblici, dell’agricoltura, industria e commercio e dell’istruzione giungono solo a 600 milioni, in errore di una decima parte in ognuno di essi, darà luogo ad una perdita pel primo di 100 milioni e pei secondi di soli 60 milioni di lire. Sembra inoltre difficile che i costi delle iniziative economiche degli Stati – ferrovie, porti, canali, bonifiche ecc. – abbiano raggiunto in passato e possano raggiungere in avvenire altezze comparabili a quelle dei costi della guerra; potendo ben dirsi che se queste hanno fatto crescere di miliardi i debiti pubblici, quelli li hanno aumentati di centinaia di milioni; sicché è cresciuto il rischio delle spese erronee. Questa pare sia la ragione per cui comunemente si connette l’idea di spesa «improduttiva» ai bilanci della guerra; ossia la vistosità maggiore delle spese militari e quindi degli errori ad esse relative.

 

 

Un’altra ragione per cui il carattere di «improduttivo» o meglio si direbbe di «erroneo» si connette più specialmente al concetto delle spese militari che delle opere pubbliche, sta in due opposte mutazioni, le quali oggi si veggono intervenire nell’attitudine della mente umana, rispetto ai diversi ordini di spese. Da un lato gli uomini, i quali appartengono a paesi industriali, contemplano con crescente aborrimento i danni della guerra e sono indotti a considerarle inutili, salvo i casi in cui sia davvero in gioco l’indipendenza nazionale, ed a preferire altre maniere più gentili di risolvere i conflitti fra le nazioni; quindi sono tratti a reputare in crescente proporzione erronee le spese che si fanno per la condotta della guerra. D’altro canto, accade che talune ferrovie od altre opere pubbliche, le quali sull’inizio erano parse elettorali ed erano state condannate come errori economici, coll’andar degli anni, forse di molti anni, inopinatamente, per il crescere della popolazione e della ricchezza, conseguente solo in parte al compimento della ferrovia o dell’opera pubblica istessa, diventarono redditizie. L’errore primitivo non fu tolto; ma, per il sopravvenire di nuove circostanze, i suoi effetti più non si sentono; talché l’opinione pubblica è indotta a considerarlo con occhio più mite, laddove guarda con fastidio crescente agli errori che si commettono nei bilanci della guerra.

 

 

Nelle osservazioni ora fatte, non si disse degli errori «nuovissimi», i quali si commettono e si andranno commettendo nei bilanci della cosidetta «pace sociale» per donar pensioni ai vecchi poveri, ed agli invalidi, soccorsi ai malati od infortunati, per garantire lavoro ai disoccupati, ecc. ecc. Qui, se non si usa molta prudenza, gli errori col tempo possono cumularsi più che non gli errori bellici e lasciare tristi eredità di miliardi di debito pubblico agli Stati; e quel che più monta, di degenerazione ed imprevidenza ai popoli. È dubbio quale dei due errori sia maggiormente pernicioso, se l’esagerazione dei bilanci della guerra, la quale eccita lo scatenarsi ed il rivivere degli istinti ferini umani, con la sostituzione della preda al lavoro nella conquista della ricchezza; ovvero l’esagerazione dei bilanci della pace sociale, la quale induce l’uomo medio dell’ozio, assicurandogli panem et circenses a spese degli altri uomini.

 

 

Ragion vorrebbe che non si commettessero errori né in un campo né nell’altro; ma sembra che la seconda specie di errori sia stata più frequentemente causa di rovina e di decadenza ai popoli ed agli imperi, come quella che più rapidamente uccide ogni senso di vigoria e di indipendenza dell’animo umano.

 

 

Sezione seconda.

 

Classificazione delle entrate straordinarie.

 

568. Classificazione delle maniere di sopperire alle spese straordinarie. – Dimodoché, rispetto alle spese straordinarie, importa sovratutto affermare che esse hanno per caratteristica di essere distribuite irregolarmente nel tempo, in guisa da far salire provvisoriamente il fabbisogno dello Stato ben oltre la quantità normale. Ed il problema che dobbiamo risolvere è, come già dicemmo, della migliore maniere di coprire siffatto straordinario fabbisogno. Volendo di queste maniere ordinatamente discorrere, così se ne potrebbe tentare una classificazione:

 

 

  • a) utilizzazione del margine di bilancio. Il bilancio normale può cioè presentare un margine tra le entrate e le uscite in guisa che, essendo le entrate di 2.100 milioni e le spese di 2.000 milioni, si possano dedicare 100 milioni alla copertura di spese straordinarie;
  • b) utilizzazioni degli avanzi di cassa, e si può avere quando, pur essendo il bilancio normale in pareggio, di 2.000 all’entrata contro 2.000 all’uscita, 100 dei milioni stanziati all’uscita non si possono erogare o deliberatamente se ne rinvii l’erogazione, allo scopo di avere provvisoriamente disponibili 100 milioni per la spesa straordinaria;
  • c) economia nelle spese ordinarie, la quale si ottiene rinunciando addirittura a fare 100 milioni di spese ordinarie, ed erogandoli a copertura definitiva di spese straordinarie. Di questa stessa specie è l’economia nelle spese ordinarie che si sarebbero fatte fidando nell’incremento del gettito delle entrate ordinarie;
  • d) uso del tesoro di guerra, che s’era previamente accumulato all’uopo;
  • e) rendita di beni patrimoniali, con la quale si diminuisce di altrettanto il patrimonio dello Stato;
  • f) imposte straordinarie;
  • g) prestiti.

 

 

Delle quali maniere di far fronte alle spese straordinarie discorreremo ora partitamente, soffermandoci, come è naturale, sovratutto sulle ultime due, delle imposte straordinarie e dei prestiti, che sono in sostanza le sole veramente serie.

 

 

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