Parte terza. Delle imposte in particolare. Capitolo I. Costruzione di un sistema corretto di imposte cosidette sui consumi

Tratto da:

Corso di scienza delle finanze

Data di pubblicazione: 01/01/1914

Parte terza. Delle imposte in particolare.

 

Capitolo I.

Costruzione di un sistema corretto di imposte cosidette sui consumi

 

Corso di scienza delle finanze, Tipografia E. Bono, Torino, 1914, pp. 317-354

 

 

 

Sezione prima.

Esame critico delle imposte sui consumi.

 

292. – Abbiamo veduto, per le cose discorse fin qui, come le imposte cosidette sui consumi teoricamente si avvicinino meglio alla perfezione.

 

 

Questa maggior perfezione però è sovratutto teorica e, sebbene i loro pregi siano pur sempre più grandi delle imposte cosidette sui redditi, è mestieri riconoscere come le imposte sui consumi incontrino difficoltà grandissime nella loro applicazione.

 

 

293. Primo difetto: la parzialità o non universalità: Impossibilità di tassare colle imposte sui consumi tutte le merci e tutti i servigi acquistati dall’uomo. Necessità tecnica di limitarsi alla tassazione di taluni consumi. – Sarebbe infatti mestieri potere aspettare al varco ogni unità di numerario quando voglia convertirsi in godimenti per l’individuo.

 

 

Tassando col 10% d’imposta tutte le merci e tutti i servigi acquistati dall’uomo, senz’altro sarebbe tassato l’intiero suo reddito consumato. Ma questa è una condizione che non può in alcun modo essere soddisfatta. Come è scarsa la sapienza del fisco nello scovrire direttamente la quantità del reddito realizzato o guadagnato, altrettanto è manchevole la sua abilità a tendere gli opportuni lacci per cogliere al varco il numerario del contribuente quando si trasforma in servigi di merci o di persone.

 

 

Occorrerebbero falangi innumeri di gabellieri per giungere a tanto e quand’anche vi giungesse, il costo dell’impresa sarebbe elevatissimo. Le imposte, è superfluo ricordarlo, non si esigono per amore dell’arte, sibbene per soddisfare alle esigenze dei servigi pubblici; ed a queste esigenze non si soddisfa quando occorra spendere una troppo rilevante proporzione dell’esatto per sopperire alle spese di esazione (quarto canone di Adamo Smith). A voler attuare la condizione di tassare tutti i servizi occorrerebbe appostare sorveglianti in ogni casa, in ogni bottega, in ogni luogo di ritrovo, per i crocicchi delle vie, sulle fiere, sui mercati, ecc.

 

 

Siffatta maniera di vessazione rivolterebbe i popoli, che non amano essere angariati. Perciò la tassazione dei consumi deve limitarsi a quelli che tecnicamente possono essere accertati con moderata spesa di riscossione.

 

 

Pochi sono i consumi che soddisfano a questa condizione; ossia quelli che sono compiuti in modo universale, costante, visibile agli occhi di tutti (spesa d’alloggio o dei domestici); e quelli altri che consistono nell’acquisto di beni che devono necessariamente passare attraverso a taluni pochi punti, ai quali stanno appostati i gabellieri (dogane, dazi di consumo), o che devono essere fabbricati in grandi stabilimenti facili a sorvegliarsi (imposte di fabbricazione) o la cui fabbricazione può essere vietata ai privati per assegnarla allo Stato tassatore (monopoli o privative). Moltissimi sono i consumi, che parrebbero atti a tassazione e che tuttavia non possono essere tassati perché non soddisfano all’una od all’altra delle predette condizioni. A cagion d’esempio, il vino, materia intrinsecamente attissima a tassazione, può essere tassato quando proviene dall’estero (dogane sui vini di lusso) o quando entra nelle città murate (dazio consumo); ma per tutta la restante quantità consumata sfugge all’imposta. Esistettero invero in passato imposte sulla fabbricazione e circolazione del vino (imbottato); e furono di recente nuovamente proposte in Italia. Ma basti pensare alla moltitudine dei piccoli produttori di vino in Italia, all’indole sparsa delle cantine rustiche, alla diffidenza ed all’abilità dei contadini nel dissimulare, per rimanere persuasi che un imbottato incorrerebbe fra noi nelle più gravi difficoltà di esazione, ben maggiori di quante non esistano per la tassazione dell’acquavite fabbricata dai viticultori, a cui per tanti anni in Francia e in Germania si dovette concedere il cosidetto privilegio dei proprietari distillatori. E come nel vino, così si dica di quasi tutti gli altri prodotti agricoli, dal frumento agli ortaggi, dalle frutta agli agrumi, dalle ova ai fiori. Eppure tutti bisognerebbe tassare, se si volessero sul serio colpire tutti i consumi.

 

 

Impresa assurda, che avrebbe per effetto immediato di togliere alle statistiche agricole quel valore che con grandi sforzi vengono oggi riconquistando. Si pensi inoltre alle difficoltà di tassare gli oggetti prodotti dalla piccola industria, o dall’industria casalinga dell’abbigliamento o dell’ornamento; di accertare i servizi personali resi occasionalmente da un’infinita serie di persone che non stanno ai servizi permanenti di altre e non possono essere raggiunte coi balzelli sul servidorame; e si rimarrà persuasi che un’imposta su tutti i consumi non è pensabile.

 

 

294. Secondo difetto: la disuguaglianza. – Il difetto ora enunciato, che si può chiamare della parzialità, sarebbe tuttavia lievissimo anzi irrilevante se non andasse consuetamente congiunto ad un altro: la disuguaglianza. Invero se anche si potesse tassare soltanto una decima parte dei consumi fatti dagli uomini, nessuna offesa ne deriverebbe al postulato dell’uguaglianza, se quella decima parte fosse ugualmente tassata presso tutti gli uomini. È manifestatamente indifferente tassare coll’1% tutta la ricchezza consumata, ovvero col 10% la decima parte della ricchezza consumata. Con l’uno e con l’altro metodo i contribuenti pagano e lo Stato incassa la medesima somma. Onde è dimostrato che la mancanza di generalità per sé medesima non ha alcuna importanza.

 

 

La acquista quando si mette in correlazione col difetto di uguaglianza. Non tutti i consumi, che la tecnica fiscale consente di tassare entrano medesimamente nei bilanci della spesa degli uomini. Per gli uni essi entreranno a comporre il 50% della sua spesa, per altri il 30% e per altri ancora il 20%. Non tutti consumano nelle medesime proporzioni servizi di abitazione, di domestici, di vetture, di pane, di alcool, di sale, di tabacco. Le proporzioni dei consumi nei bilanci famigliari variano all’infinito, onde una imposta del 10% sui consumi tassati, equivarrà ad un tributo del 5% sulla spesa totale nei casi in cui i consumi tassati siano il 50% dei consumi totali, o del 3% se la proporzione dei consumi tassati ai consumi totali sia del 30%, o ancora del 2% se quella proporzione giunga al 20%. Bisognerebbe fare una indagine statistica assai minuziosa per vedere in che misura i singoli consumi entrano nei bilanci della spesa e dedurne le regole con cui l’offesa alla uguaglianza possa essere ridotta al minimo ed insieme calcolare l’estensione della offesa nei sistemi tributari vigenti.

 

 

295. Come la disuguaglianza sia assai minore partendo dal concetto del reddito consumato che da quello del reddito guadagnato. – Mentre si attende questa indagine statistica, la quale sarà feconda di applicazioni fiscali interessantissime, si noti come la mancanza di proporzionalità appaia di gran lunga meno grave quando si parta dal concetto del reddito consumato che non quando si assuma a criterio di giudizio il concetto del reddito guadagnato e come siano grandemente esagerate le critiche istituite nei tempi moderni contro le imposte sui consumi.

 

 

Infatti è chiaro che se si assume una proporzione variabile tra l’intiero reddito consumato e i consumi tassati, per esempio, del 50, del 30 e del 20%, e se si colpiscono col 10% i consumi tassati, l’imposta starà all’intiero reddito consumato di 100 lire nelle proporzioni del 5, 3 e 2%, come sopra fu esposto; proporzioni tra di loro per fermo discordanti ed offensive del principio dell’uguaglianza. Ma l’offesa è vieppiù grave, se si bada al reddito guadagnato, che per Caio sarà precisamente di 100, essendo per lui fastidioso così il risparmiare, come lo scemare il patrimonio posseduto, per Tizio sarà di 80, essendoché egli consuma anno per anno un po’ per volta il patrimonio e per Sempronio sarà di 150, amando egli crescere gli averi suoi risparmiando od astenendosi dal consumare l’incremento di valore. Si suppose, come è verosimile, che Tizio distruttore di ricchezze, abbia la proporzione più elevata, del 50%, di consumi tassati in rapporto ai consumi totali; essendo egli viziosissimo e propenso perciò a comprare di quei beni che lo Stato più volentieri tassa o dovrebbe tassare, come l’alcool, il vino, le speranze di vincita al giuoco, il servidorame, i cavalli ecc. ecc. Caio, conservatore, farà un consumo medio di quelle merci che sono percosse da imposta; e Sempronio, accumulatore, se ne asterrà deliberatamente, ripugnando a pagare i prezzi cresciuti per virtù dei balzelli. E l’imposta si comporterà così come si vede dal quadro seguente:

 

 

 

  Reddito realizzato o consumato Risparmio od aumento di patrimonio Consumo del patrimonio iniziale Reddito guadagnato Consumi tassati Imposta 10% sui consumi Proporzione dell’imposta al reddito
consumato guadagnato
Tizio

100

20

80

50

5

5%

6,25%

Caio

100

100

30

3

3%

3,00%

Sempronio

100

150

20

2

2%

1,33%

 

 

 

Il quadro in breve cerchia spiega la varietà dei giudizi che si danno intorno alle imposte sui consumi a seconda che si parte dal concetto del reddito consumato o del reddito guadagnato. Chi crede nel dogma della tassazione del reddito guadagnato dovrà giudicarle assai più severamente di chi ritenga dimostrata dal teorema milliano la necessità di tassare soltanto il reddito consumato. Imperocché, per questi le sperequazioni od offese al postulato d’uguaglianza, stanno come 2 a 5; e non dipendono, se non in quella parte che poi si dirà, dalla volontà dell’uomo, sibbene in gran parte dalla possibilità oggettiva tecnica di scegliere ad oggetto di tassazione precisamente quei servigi, che, nel loro complesso, compongano una proporzione approssimativamente uguale del reddito consumato, dei contribuenti. Non è assurdo sperare di riuscire a tassare consumi che stiano, in proporzione al reddito consumato, nel rapporto del 50, 45 e 40% invece che del 50, 30 e 20%, come sopra fu supposto; ed allora lo scarto nella tassazione si ridurrebbe da 5 a 4 e sarebbe comportabilissimo e rimediabile con avvedimenti già noti. Invece chi crede alla tassazione del reddito guadagnato, ha fondata ragione di criticare ben più severamente i tributi sui consumi; perché la proporzione di essi al reddito guadagnato varia non solo in funzione dell’abilità dello Stato ad aspettare al varco i consumi, ma ancora in funzione della fantasia umana la quale fa essere gli uni conservatori dei patrimoni, gli altri dilapidatori e gli ultimi accumulatori. Soltanto a Caio, ossia all’uomo neutro, conservatore di ciò che possiede e contento di spendere tutto il guadagnato è indifferente essere tassato nell’una o nell’altra maniera; mentre Tizio dilapidatore, vede la proporzione dell’imposta essere maggiore sul guadagnato che sul consumato, perché le 5 lire d’imposta si ragguagliano nel primo caso ad 80 lire di reddito e nel secondo caso a 100; onde egli preferirebbe essere tassato sulle 80, perché fermo restando il fabbisogno dello Stato in 5 + 3 + 2 ossia 10, egli spererebbe di contribuire non in ragione dei 5/10, ma solo degli 8/33. Dal canto suo Sempronio, accumulatore, gioisce per la tassazione sul consumato; perché in tal modo paga solo 2 lire, ossia 2/100 del fabbisogno totale dello Stato; mentre se fosse tassato in proporzione del reddito guadagnato egli dovrebbe pagare i 15/33 del fabbisogno medesimo.

 

 

Dal che si vede come il sistema della tassazione del reddito consumato porta a sgravare i risparmiatori e ad aggravare i distruttori di ricchezze, lasciando indifferenti gli uomini medi. Ma ciò non può piacere a coloro i quali considerano come un postulato di giustizia la tassazione sul guadagnato; onde essi affermano che le imposte sui consumi sono inique, tassando Tizio col 6,25%, Caio col 3% e Sempronio coll’1,33%; ed additano il povero bisognoso che tanto più è tassato quando più la sventura lo costringe a dar fondo al suo patrimonio; mentre i Sempronii, avari, grandemente arricchiscono e in premio della loro progressiva accumulazione ottengono il guiderdone di imposte decrescenti. Onde basta essere avaro per pagare poche o punte imposte; mentre la generosità e l’altruismo sono puniti con balzelli opprimenti. Così ragionano i fautori della teoria del reddito guadagnato; e non s’accorgono che le loro critiche discendono dalla sbagliata premessa di volere ad ogni costo considerare il reddito guadagnato come l’«unico» e «vero» reddito. Mentre noi sappiamo che il reddito guadagnato non è il vero reddito tassabile perché comprende spesso in sé stesso due volte i medesimi beni.

 

 

La maggior sperequazione od «iniquità» delle imposte sui consumi in confronto al reddito guadagnato che al consumato, ancor meglio si vede quando si faccia astrazione dalle sperequazioni che sappiamo esistere anche in rapporto a quest’ultimo concetto. Supponiamo cioè che il legislatore sia riuscito a scovrire un gruppo di consumi tassabili che costituiscano una proporzione costante del totale reddito consumato. L’imposta diventa «equa» rispetto al reddito consumato; ma è ancora «iniqua» rispetto al reddito guadagnato. Come si vede dal seguente specchietto:

 

 

 

  Reddito guadagnato Risparmio consumato o realizzato Risparmio od aumento di patrimonio Consumo di patrimonio Consumi tassati Imposta 10% sui consumi Proporzione dell’imposta al reddito
consumato Guadagnato
Tizio

80

100

20

33

3.33

3.33

4.16%

Caio

100

100

33

3.33

3.33

3.33%

Sempronio

150

100

50

33

3.33

3.33

2.22%

 

 

 

L’imposta sul guadagnato è maggiore dell’equo su Tizio, perché tassa altresì le 20 lire che altri considera capitale intangibile e minore dell’equo su Sempronio, perché esenta le 50 lire che si reputano reddito benché siano risparmiate. Lasciamo gli avversari lamentarsi contro quella che è la logica conseguenza del postulato primo della tassazione: non doversi cioè tassare due volte il medesimo oggetto, e constatiamo che per noi le «iniquità» delle imposte sui consumi appaiono meno gravi che ad essi ed inoltre esclusivamente dipendenti da difficoltà tecniche, non impossibili a superarsi.

 

 

296. Terzo difetto: le imposte sui consumi «possono», avere il difetto di tassare il risparmio personale.- Ma il difetto più grave delle imposte sui consumi, sebbene dai teorici del reddito guadagnato non visto ed anzi neppure reputato un difetto, è la possibilità di tassare col loro strumento una parte del risparmio, che, per distinguerlo dal risparmio ordinario capitalistico, chiamiamo «risparmio personale». È certissima cosa che le imposte sui consumi esentano tutto il risparmio che ha forma di depositi bancari, di investimenti fondari, edilizi, mobiliari ed anche i semplici tesoreggiamenti; perché tutto il numerario disponibile che non è destinato a compra di servizi utili è senz’altro, per definizione, esente da un’imposta la quale può soltanto colpire la ricchezza quando sia spesa nell’acquisto di servizi consumabili. Questo è il risparmio «capitalistico» ed è l’unico che di solito sia preso in considerazione quando si parla di risparmio. Accanto a questa maniera di risparmio esiste e cresce d’importanza una seconda maniera: il risparmio personale, che consiste nello spendere che faccia l’uomo parte del suo numerario disponibile nel perfezionamento, fisico e intellettuale, di sé stesso e delle persone da lui dipendenti, sovratutto i figli. La linea di distinzione fra ciò che è spesa e ciò che è risparmio personale non è facile ad essere tracciata e meriterebbe uno studio apposito. Pare che il criterio fondamentale per distinguere sia quello stesso che serve a distinguere in genere la spesa dal risparmio: se cioè la spesa sia tale da esaurire per il contribuente il suo effetto in uno spazio breve di tempo, che nelle faccende tributarie è giuocoforza assumere sia l’anno finanziario, ovvero estenda la sua efficacia ad un periodo di tempo più lungo. Così se uno viaggia o va ai bagni o ai monti per semplice diletto o per rinfrancare la salute scossa, quella è spesa e non risparmio.

 

 

Egli aveva risparmiato prima quando mise da parte il numerario occorrente a quella spesa: e doveva essere teoricamente esentato prima in un precedente anno finanziario, salvo a pagare oggi. Che se invece l’uomo viaggia per procurarsi cognizioni, apprendere le modalità di arti o industrie famose in contrade straniere allora la spesa per ciò sostenuta deve essere reputata un investimento di capitali, un risparmio, che, esente oggi da tributo, dovrà assolverlo quando darà frutti pel maggior rendimento professionale o industriale e questi saranno consumati per procacciare all’uomo godimenti immediati.

 

 

297. Le due maniere di risparmio personale: egoistico e di specie. – Il risparmio personale è di due maniere: egoistico e di specie. Il primo è fatto per migliorare sé stesso e rendersi atto a lucrare maggiormente nella vita futura. Ha per caratteristica di essere in generale poco rilevante, perché l’uomo, durante la sua vita produttiva, che va dai 15-25 ai 55-65 anni circa, vive consuetamente sul fondo di vitalità e di cognizioni acquistato nella prima parte della vita; e cerca soltanto di conservarlo e qua e là migliorarlo. Il risparmio personale egoistico si esaurisce colla fine della vita produttiva, poiché quando l’uomo ha finito di guadagnare, ai 55-65 anni, egli può vivere unicamente sul fondo trasmessogli dalle età precedenti, e salvo eccezioni rarissime, non lo può più crescere. Anzi, non potendo più lavorare, per il venir meno delle forze, egli deve vivere sui frutti del risparmio capitalistico proprio, compiuto nelle età precedenti, che è il solo che possa essere apparecchiato a prò della vecchiaia.

 

 

Più importante assai è il risparmio personale di specie. Per esso l’uomo rinuncia a godere la ricchezza presente e la trasforma in spese di allevamento, di istruzione ed educazione dei figli, delle generazioni nuove. Per questo risparmio si può ripetere lo stesso ragionamento che si fece per il risparmio capitalistico. Tizio, padre di tre figli, sul suo reddito guadagnato di 10.000, consacra 5.000 lire alle spese correnti sue e della moglie, e dei vecchi genitori, se ancora vivono; e queste sono reddito consumato per godimenti presenti; economizza 2.500 lire, che versa su un libretto di risparmio al 5% e investe 2.500 lire nell’allevare, istruire ed educare i suoi figli. Se tutte le 10.000 lire fossero tassate (tassazione del reddito guadagnato), evidente sarebbe la doppia tassazione per ambe le maniere di risparmio, capitalistico e personale. Le 5.000 lire consumate per godimenti presenti del contribuente pagherebbero infatti 500 lire d’imposta attuale e nulla più; mentre le 2.500 lire risparmiate capitalistico pagherebbero subito 250 lire e poi ancora 11,25 all’anno sull’annualità perpetua di reddito di lire 112,50 fruttate dalle 2.250 risparmiate dopo il prelievo dell’imposta, ossia altre 225 lire di imposta calcolata al suo valore attuale. Lo stesso accadrebbe per le 2.500 lire di risparmio personale di specie; perché oltre le 250 lire di tributo da lui pagato subito, i figli suoi, quando saranno giunti all’età di 15-25 anni e lucreranno un maggior salario annuo, che non lucrerebbero se il genitore li avesse lasciati premorire, e non se ne fosse curato, lasciandoli diventare vagabondi o mendichi o criminali o semplicemente li avesse fatti crescere capaci a lavori ordinari, su quel maggior salario pagheranno imposta. E poiché quel sovrappiù di salario in confronto ai salari dell’operaio comune può essere economicamente considerato come la restituzione ed insieme il frutto di tutte le somme investite dalla generazione passata e che non sarebbero state investite se non si fosse preveduto che avrebbero recato frutto, così è manifesto che a tassare l’investimento e poi la restituzione posticipata e quindi numericamente maggiore dell’investimento vi è doppia tassazione. Si rifletta ora quanto sia grande l’importanza di educare ed istruire le nuove generazioni per accrescere la ricchezza ed il benessere del paese; e come non a torto a molti pensatori paiano ugualmente fruttiferi gli investimenti fatti nel crescere l’abilità tecnica, la sapienza teorico, l’attitudine artistica del popolo in confronto a quelli che consistono nel bonificar terre o comprare o costruire macchine nuove. Si pensi come, se da sole le qualità personali a nulla varrebbero senza l’ausilio del capitale, i risparmi capitalistici sarebbero del pari inutili ed infruttiferi se non vi fossero gli uomini atti a trarne partito, impiantando nuove imprese o perfezionando quelle esistenti od inventando nuove maniere di soddisfare ai bisogni umani; e si rimarrà persuasi della opportunità del rivolgimento operatosi nell’ultimo mezzo secolo, per cui le scuole, prima neglette, stanno o dovrebbero stare al sommo dei pensieri d’ogni statista; e si rimarrà convinti della importanza straordinaria del risparmio personale di «specie».

 

 

298. Come il difetto di tassare il risparmio personale possa essere più facilmente evitato con le imposte sui consumi che con quelle sui redditi. Imposta sul valore locativo e imposta di famiglia. – Nessun tributo può essere considerato corretto, in rapporto alle premesse poste in principio, se non esenta, insieme al risparmio capitalistico, altresì il risparmio personale, ed è chiaro perciò come sotto questo rispetto le imposte sui consumi siano scorrette; poiché esse tassando oggettivamente la spesa per alloggio, per servitori, per servizi personali, per cibi, per vestiti, colpiscono ugualmente sia la quota destinata a gratificazione personale presente del contribuente sia la quota destinata ad incremento della capacità produttiva futura sua o dei suoi figli. Sennonché il difetto, il quale dovrebbe servire a far dichiarare scorrette pure le imposte sul reddito guadagnato, le quali in più hanno il vizio loro proprio della tassazione del risparmio capitalistico, sembra assai più agevolmente evitabile, almeno in parte, nelle imposte sul reddito consumato che in quelle sul reddito guadagnato. Infatti, mentre bisognerà per queste assumere delle presunzioni di risparmio personale per classi, più o meno lontane della verità, è possibile regolare le imposte sui consumi in modo che alle presunzioni per classi si aggiungano immunità particolari delle spese destinate all’istruzione ed educazione dei figli ed al miglioramento proprio. A ciò giovano massimamente i due vizi – che perciò diventano qui due qualità – della parzialità e della non proporzionalità delle imposte sui consumi. Basta non tassare i servizi dell’istruzione e dell’educazione, ossia non mettere alcuna imposta sulla spesa fatta per comprar libri, per seguire corsi scolastici elementari, medi, o superiori, classici o tecnici o commerciali[1]; e disporre in maniera tale i tributi sui consumi da scegliere preferibilmente come oggetto di tassazione quei servizi che non conferiscono al miglioramento della capacità produttiva dell’individuo od all’elevazione della specie. Per una fortunata coincidenza, i consumi che meglio si presentano tecnicamente ad essere tassati non cadono quasi mai nel novero dei consumi «educativi»; basti accennare ai fondamentali piedestalli dell’edificio gabellario d’ogni paese: bevande alcooliche, tabacco, caffè, thè, giuochi. Qualcuno di questi consumi sollecita transitoriamente le attitudini nervose dell’uomo, nessuno ne accresce in modo definitivo la vigoria fisica o la potenza intellettuale; anzi tutti la diminuiscono, per verdetto quasi concorde degli studiosi. Nessuno di quei consumi può essere considerato come un investimento di risparmio a prò delle nuove generazioni. Che se dalle imposte sui consumi propriamente dette passiamo alle imposte suntuarie, che appartengono alla stessa categoria delle imposte sulla spesa, non si potrà certo affermare che con esse, ossia tassando la spesa per il servidorame, per i cani, cavalli, automobili, mobilio, casa, si colpisca qualche porzione di risparmio personale. Ché anzi, ove non esistano imposte sui servizi dei precettori e degli insegnanti privati, quasi tutte quelle imposte colpiscono consumi che non giovano ad educare i giovani, sibbene a renderli incapaci al lavoro, rendendoli dipendenti da altri nelle faccende ordinarie della vita. Unica eccezione: l’imposta sul valor locativo della casa abitata, che vorrebbesi da tutti ampia, bella, soleggiata ad incremento della salute fisica e dello sviluppo intellettuale dei bambini e dei giovani. L’imposta sul valor locativo ossia sul consumo della casa appare non equa, anche in rapporto al postulato dell’uguaglianza. Ma nulla di così agevole come tener conto di questo postulato: bastando esentare dalla tassazione una quota della spesa per la casa per ognuno dei membri della famiglia, una quota che sia più elevata per i ragazzi e i giovani che per gli uomini adulti, in guisa da distinguere quella che sia spesa per godimento presente dalla spesa fatta a preparare godimenti in un tempo futuro. Come più empiriche e grossolane ed erronee appaiono le analoghe deduzioni che, per lo stesso motivo, si pretendono concedere nelle imposte sui redditi guadagnati! Ad esempio nella imposta di famiglia che spesso i comuni a torto preferiscono alla imposta sul valor locativo. Spesso invero colle imposte di famiglia si concede, per esempio, la detrazione del reddito guadagnato di 400 lire per ogni membro della famiglia nella ipotesi che desse servano in parte a procacciare l’agio di una casa più ampia ai bambini numerosi. Saggia norma; ma che viene resa inutile dall’egoismo del padre di famiglia, il quale rinchiude sé stesso e la prole in angusta camera per avere margine maggiore a procacciare gran copia di cibo o di vino a sé stesso. Mentre la detrazione di un decimo dal valore locativo della casa abitata per ogni persona componente la famiglia viene data sulla spesa effettivamente fatta per la casa, cosicché il padre di quattro figli otterrà per le sei persone della sua famiglia (compresa la moglie) la detrazione di sei decimi del fitto, ossia di 300 lire se ne spende 500, di 600 se ne spende 1.000, di 1.200 se ne spende 2.000; e quindi a mano a mano diminuirà di fatto (e non solo per presunzione generica, che può essere erratissima nei casi singoli) la spesa per alcool, vino, tabacco, eccitanti, giuochi, e crescerà la spesa per la casa, diminuirà l’imposta pagata dal contribuente, in esatta proporzione al sostituirsi nel suo bilancio famigliare dei risparmi personali individuali o di specie alle spese risultanti in godimenti presenti

 

 

299. Insussistenza dell’obbiezione che le imposte sui consumi tassano i prodighi e risparmiano gli avari, e favoriscono i ricchi a danno dei poveri. – Di fronte ai difetti sovra elencati, perdono importanza taluni pretesi difetti delle imposte sui consumi, che in realtà non sussistono.

 

 

Nulla vale l’obbiezione che le imposte sui consumi tassano i prodighi e risparmiano gli avari; alla quale si rispose già osservando che gli avari sono mitemente tassati solo in quanto si industrino a rinunciare in parte al proprio reddito guadagnato e, poco consumandone a proprio beneficio, lo volgano prevalentemente a beneficio altrui. E similmente si può rispondere a quelli che gridano al privilegio dei ricchi, i quali unicamente possono risparmiare, mentre i poveri non capitali, ma prole soltanto sono in grado di dare alla patria; anzi a costoro si può rispondere con le stesse parole di Giovanni Stuart Mill: «che il privilegio è largito (ai ricchi) solo in quanto essi abdichino all’uso personale della loro ricchezza; in quanto essi distolgano il loro reddito dal soddisfacimento dei loro bisogni personali a prò di un investimento produttivo, in guisa da distribuirlo in salari tra i poveri, invece di goderselo essi stessi. Se ciò significa favorire i ricchi, io amerei mi fosse detto quale maniera di ripartire le imposte meriti d’essere chiamata favoreggiatrice dei poveri».

 

 

Alla quale risposta si può aggiungere quell’osservazione fatta dianzi, che lo Stuart Mill non aveva veduto nel pur densissimo brano consacrato all’argomento: non essere il risparmio capitalistico la sola maniera possibile di risparmio; essere anzi desso sopravanzato in importanza dal risparmio personale, accessibile ai ricchi come ai poveri e, per avvedimenti già esposti, esentabile così per gli uni come per gli altri. S’aggiunga doversi dare ancora la dimostrazione probante che pure il risparmio capitalistico sia di fatto compiuto sovratutto dai già ricchi; e non invece da quelli che stanno diventando tali da mediocri o poveri quali erano. Il che del resto non ci interessa direttamente, bastando all’assunto esentare il risparmio da chiunque e in qualunque maniera sia compiuto.

 

 

300. L’imposta sui consumi non danneggia i padri di numerosa prole. – Nulla monta l’altra obbiezione che le imposte sui consumi danneggino i padri di numerosa prole in confronto ai genitori sterili od agli scapoli. Le imposte sui consumi che qui si invocano sono, per definizione, quelle che non giovano all’allevamento, educazione ed istruzione dei figli (bevande alcooliche, caffè, thè, giuochi, tabacchi, vetture, domestici, automobili, livree, cani, cavalli, ecc.); e già si vide come sia possibile tener conto della prole numerosa nelle imposte sul valor locativo; e non si vede la difficoltà di esentare da imposta il fatto di avere una o due persone di servizio quando esso sia contemporaneo all’esistenza di figli in tenera età. Inoltre non si capisce perché in argomenti tributari si abbiano a introdurre surretiziamente propositi extra-finanziari di lotta contro la sterilità crescente o contro la propaganda malthusiana. Questi sono discorsi che nulla hanno a che fare con le imposte. Il legislatore potrà, volendo combattere la minaccia di spopolamento o persuadere gli egoisti individuali a diventare egoisti di specie, altresì valersi dello strumento fiscale; ma non saranno «imposte» le sue sebbene «multe». Le quali esigono una teoria tutta loro particolare, supposto che esse comportino una teoria: della quale ad ogni modo non è questo il momento di occuparsi. Né dicasi che anche noi vogliamo promuovere il risparmio con l’esenzione e punire la spesa con l’imposta, ché l’obbiettatore dimostrerebbe di non aver nulla compreso intorno all’indole delle nostre argomentazioni; ed a lui si potrebbe rispondere ancora con le parole di Stuart Mill (con questa e con un’altra citazione che verrà poi sarà chiusa la riproduzione delle brevi chiose aggiunte dall’economista inglese al brano fondamentale citato sopra nel capitolo quinto della parte seconda, par. 251) «contro chi gli rimproverava che la legge non dovrebbe perturbare, con interventi artificiosi, la naturale concorrenza tra i motivi per risparmiare e quelli per spendere»: essere vero invece «che la legge perturba questa naturale concorrenza quando essa tassa i risparmi e non quando li esenta: poiché, siccome i risparmi pagano in ogni caso l’intiera imposta appena essi sono investiti, la loro esenzione dall’imposta nello stadio precedente è necessaria per evitare che essi paghino due volte, mentre il consumo paga solo una volta». Dunque alle famiglie grosse si dovranno concedere agevolezze per la parte risparmiata del loro reddito, sia che essendo agiati o ricchi possano investire risparmi capitalisticamente, sia che si debbano contentare di risparmi personali investiti sulla testa dei numerosi figliuoli; non si dovranno concedere se nulla risparmiano in una maniera o nell’altra, salvo ché per considerazioni extravaganti, che qui sfuggono ad una esatta valutazione, il legislatore non credesse di esentarle concedendo, a guisa di premio, l’esenzione dall’imposta.

 

 

301. L’imposta sui consumi non percuote la spesa compiuta a procacciare il reddito. – Neppure può essere accolta l’obbiezione che l’imposta sulla spesa colpisce talvolta la spesa fatta non per godimento personale, ma a guisa di lustra destinata ad attirare clientela all’ufficio professionale o alla banca o alla bottega. Trattasi di questione secondariissima; e rispetto a cui si può solo affermare che devesi, nei limiti del possibile, distinguere fra ciò che è spesa per la casa da ciò che è spesa per l’esercizio dell’impresa. Dovendosi escludere, in un sistema ben costrutto di imposte sul reddito consumato, ogni tassazione sui locali d’ufficio, sul personale di studio o di negozio. Ché se un tale, privo di redditi guadagnati proprii, tuttavia si indebita e spende per ingannare altrui, ragion vuole si constati il fatto della spesa, che almeno in apparenza è rivolta a suo beneficio e la si tassi.

 

 

Sezione seconda.

 

Delle due principali regole per la scelta delle imposte sui consumi.

 

302. Prima regola: si debbono scegliere come oggetto di tassazione le merci ed i servizi in cui si investono le rendite dei consumatori. – Volendosi ora costruire un sistema di imposte sui consumi che soddisfi alle condizioni che sopra si dissero, di essere cioè se non universali, il che è impossibile, almanco in proporzione costante al reddito consumato e di esentare il risparmio personale, soccorre primamente una regola, ottima in via approssimativa, la quale dice: doversi scegliere innanzitutto come oggetto di tassazione quelle merci o quei servizi in cui si investono le rendite di consumatore lasciate disponibili dal consumo di quei beni che vengono primissimi nell’ordine dei consumi e che sono indispensabili alla vita fisica del contribuente.

 

 

Ampio è lo scarto tra i prezzi delle merci che il consumatore effettivamente paga, date le condizioni correnti del mercato, e i prezzi che egli potrebbe pagare se in circostanze diverse il mercato imponesse prezzi più elevati. Il consumatore paga il pane di frumento 40 centesimi per chilogrammo in condizioni normali medie, dati i costi della farina, dei fitti, dei salari, del logorio del macchinario e strumenti ecc. e data la richiesta esistente, ma pagherebbe ben più, 1 lira, 2, 3, forse anche 10 lire per chilogrammo in caso di carestia, blocco marittimo, assedio di una piazza forte. Il massimo prezzo a cui il consumatore può spingersi varia a seconda della ricchezza sua e di altri fattori; il povero potrà giungere sino a 1 lira, l’agiato sino a 3, il ricco sino a 10 lire ed in casi estremi, pur di aver salva la vita, a prezzi ancor più elevati, quasi fantastici. La differenza tra il prezzo che si sarebbe in altre circostanze indotti a pagare ed il prezzo che effettivamente si paga chiamasi rendita o guadagno del consumatore. Questo concetto, la cui importanza non conviene esagerare, può essere utilizzato per scegliere le merci le quali conviene colpire coll’imposta.

 

 

302. Come debba essere interpretata la proposizione che sia indifferente pagare una data imposta col nome di imposta sul reddito o di imposta pei consumi. – In una prima approssimazione è indifferente tassare il sale o il caffè, il petrolio o il vino, il pane o il tabacco, perché, come hanno dimostrato egregiamente il Gobbi e il Pantaleoni[2], dato che una imposta di 100 debba essere pagata, nulla importa il nome che viene dato all’imposta, se di imposta sul sale o sul tabacco, o sui giuochi, o sul valor locativo o sul reddito. Sempre l’imposta di 100 verrà pagata dal contribuente mercé il sacrificio dei consumi marginali, i quali vengono ultimi nell’ordine delle sue spese, qualunque siano i consumi colpiti dall’imposta ed i pretesti con i quali viene esatta. In altri termini, se l’imposta è messa sul sale, il contribuente non sarà nient’affatto obbligato a ridurre il consumo del sale; ma potrà comprarne, a prezzo aumentato, la stessa quantità di prima, rinunciando in tutto od in parte al consumo del tabacco. Il che vuol dire che il prezzo precedente del sale lasciava al consumatore una rendita, da lui inavvertita, la quale veniva destinata alla compra del tabacco. Questa verità non rimane scrollata dall’ovvia osservazione, pur verissima, che spesso l’aumento del prezzo di un bene, in conseguenza dell’imposta, fa diminuire il consumo per l’appunto di quel bene e non di altri; come può accadere per le imposte sul valor locativo; perché questo fatto vuol dire soltanto che il contribuente usava investire il guadagno o la rendita goduta per il fatto che il fitto di tre stanze era di 300 lire, mentre egli sarebbe stato disposto a pagarne, occorrendo, 400, nel consumo di una quarta stanza; mentre ora, crescendo a causa dell’imposta, il fitto di tre stanze a 400 lire e non rimanendogli alcuna rendita disponibile, egli deve ristringere il suo consumo a quelle tre stanze e nulla più.

 

 

302. L’imposta deve colpire i consumi secondari nell’ordine dei bisogni, in cui appunto si investono le rendite dei consumatori. – Codesta verità dipende però dalla premessa: dato che una imposta di 100 debba essere pagata. La quale premessa si tratta appunto di vedere quando debba essere resa effettiva dal legislatore. Orbene l’imposta deve colpire di preferenza le merci, i beni, i servizi nella cui compra si investono le rendite di consumatore lasciate libere dall’acquisto, ai prezzi di mercato, di beni, merci, servizi che vengono prima nell’ordine dei consumi. In ogni paese, per ogni classe sociale, per ogni individuo esiste una scala nell’ordine dei consumi. Non si vuol dire con ciò che alcuni beni siano necessari, altri di comodità, altri di lusso; come usavano gli antichi trattatisti. Siffatta distinzione, se fatta in via generale ed assoluta, sarebbe assurda, come quella che non tiene conto delle variazioni stragrandi nei gusti degli uomini da epoca ad epoca, da paese a paese, da classe a classe, da persona a persona. Ma è certo che per ogni paese e per le diverse classi si possono in ogni tempo constatare empiricamente, statisticamente quali siano i consumi primari e quali quelli secondari o terziari. Studiando un numero sufficientemente ampio e vario di bilanci famigliari, siffatta nozione empirica può essere acquisita. Si constati dunque che gli uomini prima cominciano a consumare pane e verdura e poi carni; prima una stanza e poi due e poi tre; prima vestiti di cotone e poi vestiti di lana e di seta; prima pane e minestra e vestiti e casa e poi vino e giuochi e tabacco e servitori, prima petrolio e poi luce elettrica. E si constati così che nelle carni, negli alloggi ampi, nei vestiti di seta, nel vino, nei giuochi, nel tabacco, nei servitori, nella luce elettrica si investono le rendite lasciate disponibili ai consumatori dopo che essi hanno provveduto a comprare, ai prezzi correnti, pane, verdura, vestiti di cotone, alloggi da una stanza, petrolio ed altrettali beni primari. Quindi, ancora, se noi faremo cadere l’imposta sui consumi secondari, sapremo come cosa certissima che quei contribuenti i quali hanno appena tanto reddito (consumato) da poter comprare beni primari non pagheranno imposta veruna; e che quelli a cui avanzano poche rendite, dopo il consumo dei beni primari, pagheranno poca imposta e molta ne pagheranno quelli a cui avanzano grosse rendite.

 

 

Dunque è tutt’altro che indifferente tassare o l’una o l’altra specie di merci, sebbene sia indifferente prelevare la medesima imposta con uno o con altro nome. In questo caso trattasi soltanto di cambiar nome ad una imposta certamente esatta; nel primo invece dubitasi se imporla ovvero no.

 

 

303. Concetto del reddito minimo esente come sinonimo di reddito investito in consumi primari destinati a risparmio personale, individuale o di specie. – A non imporla non si è, nel sistema ora delineato delle imposte sui consumi, spinti da considerazioni umanitarie o psicologiche o fisiologiche intorno ai redditi minimi. Nessun concetto estraneo deve penetrare nel campo dove impera il postulato d’uguaglianza.

 

 

Se chi ha appena una lira al giorno (reddito che in Italia stimasi universalmente minimo) spende 50 centesimi in pane e 50 centesimi in vino e se il pane è reputato consumo primario ed il vino consumo secondario, quegli deve essere esente da imposta sui 50 cent. di pane ma essere percosso sui 50 centesimi di vino. Né si ritenga che i consumi «primari» debbano essere esenti perché si indicano con siffatto aggettivo o perché siano necessarii alla vita fisica del contribuente il quale altrimenti morrebbe di fame. Questa non può essere una buona ragione per esimerlo dai tributi, in contraddizione col principio della tassazione del reddito consumato intiero; bensì per raccomandarlo alla pietà del legislatore, il quale gli farà l’elemosina di rimborsargli l’imposta pagata (l’esenzione apparente è solo un ripiego contabile per evitare inutili scritturazioni di incasso di imposta e di erogazione di elemosine, con conseguenti elevatissimi costi di esazione e di carità legale), elemosina condizionata talora alla perdita dei diritti elettorali, alla prigionia nelle case di lavoro (workhouses), all’infamia civica e talaltra nobilitata ed incoraggiata sotto il nome di panem et circenses, di pensioni di Stato, di diritto all’esistenza, ecc. ecc.

 

 

La vera ragione per cui i consumi primari debbono andare esenti da imposta è quest’altra: che essi si suppongano destinati a risparmio personale, individuale o di specie. La qual verità è certissima per i minori d’età, poiché ogni spesa fatta per tenerli in vita è una spesa d’allevamento, di formazione di un capitale che alla maggiore età (economica) diventerà produttivo di frutti consumabili. Ed è verità attendibilissima pure per gli uomini adulti, perché non tutta la spesa compiuta dell’uomo adulto è spesa per godimenti personali; una parte potendo essere considerata come una quota di riparazione e di sostituzione della macchina-uomo, quota dunque di risparmio che si capitalizza per dar frutti nel periodo successivo. I fisiologi insegnano che le cellule dell’uomo continuamente si logorano e vengono sostituite dimodoché l’uomo di 50 anni è composto di una materia tutt’affatto diversa da quella ond’era composto al ventesimo anno di età.

 

 

Traducendo la qual proposizione in linguaggio economico, si può dire che ad ogni anno o ad ogni momento finché dura la vita produttiva dell’uomo, vi è una parte della spesa che non dà godimento all’uomo, ma giova soltanto a metterlo in condizioni di potere fruttare e godere nell’anno o nel momento successivo. E poiché la finanza non può tener conto di spazi minimi di tempo, parlisi soltanto di anni intieri. Nell’anno corrente l’organismo dell’uomo è produttore di ricchezza ed un ricettacolo di sensazioni piacevoli; ma cesserebbe di esserlo nell’anno successivo, se col consumo di beni primari non si ricostituissero le cellule distrutte; dunque quei beni primari non sono consumati, sibbene impiegati produttivamente a creare la possibilità di consumi veri e proprii negli anni successivi, possibilità che sarà misurata precisamente dalla quantità di beni secondari che saranno consumati in quegli anni.

 

 

304. Variabilità nel tempo del concetto del reddito minimo e dei consumi primari. – S’intende che questi sono concetti generalissimi, che giovano soltanto a dare un indirizzo all’azione pratica del legislatore. Ma paiono concetti fecondi, perché pongono termine alle oziose questioni intorno all’esenzione dei redditi minimi, se il minimo debba intendersi un assoluto necessario alla vita fisica dell’uomo od un relativo variabile a seconda del tenor della vita delle classi sociali; se debba concederli l’esenzione del minimo solo per quelli che non lo superino od anche, fino alla sua concorrenza, a quelli che abbiano redditi maggiori e magari vistosissimi; questioni che si decidevano a norma di considerazioni extravaganti. Secondo il sistema derivato dal postulato dell’uguaglianza si dirà che è esente tutta quella quantità di ricchezza che per essere consumata in beni primari può considerarsi come un risparmio personale; quindi una quantità non relativa ai diversi gradi di fortuna od alle diverse classi sociali, ma quantità oggettiva di beni che l’opinione comune del tempo dichiara investiti per il perfezionamento fisico od intellettuale per il proseguimento dell’esistenza medesimo dell’uomo. Tanto i ricchi come i poveri ed i mediocri possono aspirare a questa esenzione; e la raggiungono di fatto ove consumino beni primari considerati fatti a scopo di risparmio o capitalizzazione personale. E poiché variano, a seconda della ricchezza e del tenor di vita, le spese considerate necessarie per l’allevamento della prole e per il mantenimento della produttività degli adulti, così è spiegabile perché il minimo a esentarsi, non sia un fisso, ma varii in relazione coi tempi e coi luoghi. Si comprende così la ragione per la quale un giorno l’imposta di macinato tassava il pane di frumento ed esentava il pane di segala, di barbariato, d’orzo, di miglio, perché questi erano assai più usitati del primo ed erano la base dell’alimentazione mentre a mano a mano che cresce la raffinatezza del vivere, crescono di finezza anche i consumi-risparmio, maggiori cure essendo reputate necessarie alla vita del fanciullo od alla fruttificazione dell’organismo adulto, considerato come un recipiente di risparmio capitalizzato in forma personale. Perciò si esenta il pane di frumento e poi il sale e poi ancora lo zucchero ed i vestiti e i valori locativi iniziali. Non per questo vien meno la materia imponibile; poiché se quello che era godimento una volta diviene oggi capitalizzazione nervosa, muscolare od intellettuale, sorgono nuovi beni e nuovi servizi atti a dare godimento e si profila una serie indefinita di tassazioni su di essi.

 

 

305. Residuo inesplicato teoricamente nella esenzione dei consumi primari. Sua spiegazione tecnica; e suo relativo scarso peso. – La teoria ora costrutta lascia un solo residuo da essa inesplicato; ed è l’esenzione concessa ai consumi primari non solo per i minori d’età e gli adulti per i quali può concepirsi una capitalizzazione, bensì anche per gli adulti dipendenti ed oziosi o criminali (non accenno genericamente alle donne, perché esse sono in grandissima maggioranza produttrici di ricchezza sia col lavoro nelle fabbriche o a domicilio, sia colla gestione della casa, coll’allevamento della prole, ecc.) e per i vecchi. Per costoro il criterio del risparmio personale dovrebbe essere interpretato non nel senso che essi debbano fare certi consumi primari per produrre frutti in un periodo successivo, ché essi o non furono mai capaci di fruttare alcunché o godono meritamente i frutti dei risparmi passati, né hanno alcun dovere di nuovamente risparmiare; bensì unicamente nel senso che essi debbano fare i consumi primari per conservarsi capaci di godere successivamente. Il che ben difficilmente potrebbe essere considerato come un risparmio personale. Onde a spiegare questa esenzione anche per i vecchi, e per gli adulti dipendenti od oziosi o criminali, bisogna limitarsi a considerazioni di tecnica tributaria: dovendosi applicare un principio non si può invero far astrazione dal costo, che può essere eccessivo, della sua applicazione in maniera rigida e precisa. Poiché cioè si debbono esentare, in ossequio al canone della esenzione del risparmio, i consumi primari fatti a scopo di risparmio personale e poiché tecnicamente è impossibile distinguere tra consumi primari fatti dai minori di età e dagli adulti produttivi per cui l’esistenza del risparmio personale è indiscutibile, e consumi primari fatti da oziosi, criminali, vagabondi, mendichi, di cui sarebbe augurabile la scomparsa e non la conservazione, dai dipendenti e dai vecchi, per cui è dubbio se essi facciano un risparmio personale; e poiché d’altra parte, fortunatamente, queste classi sono per numero meno importanti delle prime, così, in ossequio al canone del minimo costo d’esazione delle imposte (quarto canone già citato di Adamo Smith), l’esenzione deve essere estesa oggettivamente a tutti i consumi primari.

 

 

Ma anche così difettoso l’esenzione del minimo di reddito nel sistema delle imposte sul reddito consumato è più perfetta che nel sistema delle imposte sul reddito guadagnato. Perché in quelle vengono esentati di fatto solo quei consumi che effettivamente contribuiscono a crescere il valore dei capitali personali, o almeno che sono reputati atti a crescerlo nell’opinione comune interpretata dal legislatore; mentre in queste sono esentate 400 o 1.000 o 4.000 lire indifferenziate di reddito, sia che il contribuente le destini all’acquisto di beni-risparmio ovvero alla compra di beni-consumo, che forse distruggono e danneggiano l’organismo, rendendolo meno atto a dar frutti. Anche stavolta il sistema della tassazione del reddito consumato esenta i risparmi personali effettivi; mentre l’altro sistema che colpisce il reddito guadagnato esenta i risparmi presunti che possono non verificarsi.

 

 

306. La esenzione dei consumi primari consente di soddisfare più facilmente al canone dell’uguaglianza pei consumi imponibili. – La esenzione dall’imposta dei consumi primari fa sì che la imposta, la quale potendo colpire, per ragioni tecniche, solo alcuni consumi, corre il rischio di non essere proporzionale al reddito consumato, meglio soddisfa al postulato dell’uguaglianza quando siano esenti i consumi primari. Siano infatti i redditi consumati totali, compreso il consumato a scopo di risparmio personale, di Tizio, Caio e Sempronio di 1000, 5000 e 10.000 lire. Siccome non tutto il reddito consumato può essere tassato, ma solo alcuni consumi, scegliendo a caso si è certi di offendere la regola dell’uguaglianza, per cui ogni lira di reddito consumato, a chiunque spetti, deve pagare 10 centesimi di tributo. Ma l’offesa sarebbe massima se ad oggetto di tassazione si scegliessero i consumi primari. Perché questi hanno la caratteristica di essere in quantità assoluta non così diversi come sono diverse le quantità del reddito consumato totale. Alcuni volendo esagerare artificiosamente i difetti delle imposte sui consumi, o meglio delle imposte sui consumi-risparmio, già abbastanza scorrette, perché sia necessario esagerarne la scorrettezza, affermano che Tizio, Caio e Sempronio consumano l’uguale quantità, ad es. 500 lire di beni primari. Il che è falso.

 

 

Perché se Tizio consuma 500 lire di pane, cibi, vestiti, casa, Caio consumerà cibi più scelti, vestiti di panno più fino, casa più ampia; e Sempronio migliorerà e varierà ancor più questi suoi consumi. Già si vide sopra che il concetto dei consumi primari o consumi risparmio è variabile da epoca ad epoca e da paese a paese; ma è variabile nel tempo stesso e nel medesimo paese altresì da classe a classe a seconda del tenor di vita, dell’ideale di cultura che si vuol raggiungere, della produttività futura a cui si mira. Dunque Caio non si contenta degli stessi beni primari che bastano a Tizio e Sempronio di quelli che paiono sufficienti a Caio.

 

 

Questo soltanto si può ragionevolmente affermare: che i consumi primari, pur non rimanendo costanti, non crescono nella ragione medesima del crescere dei consumi totali: e ciò perché la fantasia e l’amore ai godimenti immediati sono per la comune degli uomini qualità o passioni ben più potenti della previdenza, dell’aspirazione al proprio miglioramento intellettuale o fisico; onde più volentieri, appena il bilancio famigliare si amplia, si corre dietro alle chimere (giuochi), alle vanità (abiti di lusso, domestici, cavalli, automobili) ed ai piaceri (vino, tabacco, donne, teatri, viaggi), che ai consumi veramente vantaggiosi alla vita. Del che è testimonio suggestivo le difficoltà che s’incontrano a persuadere coloro, che pure largamente bevono e fumano o si pavoneggiano con vestiti di moda o con gioielli, a spendere somme più cospicue nella casa. Se Tizio perciò spende 500 su 1.000 lire per i consumi primari, Caio spenderà una somma tra 500 e 2.500, mettiamo 1.000; e Sempronio una fra 500 e 5.000, supponiamo 1.500.

 

 

Il reddito totale consumato di questa società di tre contribuenti si decompone dunque in questa maniera:

 

 

  Tizio Caio Sempronio Totale
Reddito consumato totale, compreso il consumato a scopo di risparmio personale

1.000

5.000

10.000

16.000

Reddito destinato a consumi primari o consumi-risparmio esenti

500

1.000

1.500

3.000

Reddito destinato a consumi secondari

500

4.000

8.500

13.000

Conferimento proporzionale di ogni contribuente al fabbisogno pubblico supponendo che si tassino soltanto i consumi (primari

13/78

26/78

39/78

(secondari

3/78

24/78

51/78

 

 

L’imposta deve, in ossequio al principio dell’uguaglianza tributaria, esentare i consumi primari, perché questi non sono reddito consumato, ma risparmio. Quindi una ripartizione delle imposte che costringesse Tizio a contribuire i 13/78 del fabbisogno totale, Caio i 26/78 e Sempronio i 39/78 sarebbe scorrettissima[3]. Nemmeno si potrebbe dire corretta del tutto una imposta la quale colpisse tutti i consumi secondari, perché anche questi possono comprendere somme destinate all’istruzione dei figli o al perfezionamento proprio (viaggio d’istruzione professionale). Ma è facilissima, anzi universale l’esenzione dei consumi educativi, come sopra si disse; essendo ben raro e strano che un governo colpisca di imposta le spese per libri, viaggi, maestri, ginnastica, ecc. Onde si può dire che la ripartizione del fabbisogno secondo la regola dei 3/78, 24/78 e 51/78 sia quella più vicina alla ripartizione corretta, dato che il contribuente provvederà da sé a procacciarsi l’esenzione per i consumi secondari che siano davvero consumi-risparmio. Ed è evidente che a raggiungere la proporzionalità dei 3/78, 24/78 e 51/78 gioverà assai che la scelta dei consumi tecnicamente passibili di imposta venga fatta soltanto tra i consumi secondari e non tra questi e quelli primari insieme. Poiché questi, stando fra di loro nei rapporti, assai diversi, di 13/78, 26/78 e 39/78, una scelta fatta tra amendue rischia di allontanarsi assai dalla proporzionalità corretta. Tanto più rischierebbe di allontanarsene in quanto i consumi primari, sebbene variabili da persona a persona, non sono variabilissimi; e per ragioni tecniche, l’imposta deve colpire i consumi meno variabili tra essi, cosicché la tassazione facilmente prende l’aspetto di capitazione. Si può tassare, invero, una o due o tre camere, a norma del loro valore locativo: si può far variare l’imposta sul sale da 40 a 60 ad 80 centesimi per chilogrammo a seconda che i consumatori arricchendo, preferiscono qualità più fini; ma l’imposta sulle farine e sul pane rimane fissa in 10 centesimi per chilogramma (in Italia questa è l’aliquota dell’imposta all’incirca pagata allo Stato, ai proprietari fondiari ed ai mugnai a titolo di dazio doganale sul frumento e sulle farine), qualunque sia la ricchezza del contribuente. I consumi primari differiscono di così poco qualitativamente gli uni dagli altri da rendere disagevole operare compensazioni tra diverse merci. Mentre così ampia e così varia è la cerchia dei consumi secondari, che riesce non impossibile cogliere un mazzo di consumi che in complesso entrino in tutti i bilanci e costituiscano una proporzione costante dei consumi secondari stessi, alla quale condizione si restringono in ultimo le esigenze del postulato dell’uguaglianza tributaria. Vi sarà chi non fuma, ma avrà il vizio di bere; e se non avrà nessuna delle due passioni, avrà quella del gioco; e se anche da questo è immune, è difficile voglia rinunciare anco all’uso della casa ampia, di una domesticità numerosa, di bevande eccitanti del sistema nervoso, come il caffè o il thè; sicché graduando con accortezza le une e le altre imposte non è assurda la speranza di riuscire a tassare proporzionalmente il reddito consumato. Sarebbe assurdo sperare di poter con ciò ugualmente colpire il reddito guadagnato; ma si sa oramai abbastanza che il fine medesimo di tassare il reddito «guadagnato» deve considerarsi «iniquo».

 

 

307. Le imposte sui consumi primari o consumi risparmio sono illusorie e corruttrici. – La esenzione dei consumi primari fa venir meno in gran parte la vigoria dell’accusa che si muove all’imposte sui consumi di essere inavvertite dai popoli e perciò illusorie e perciò corruttrici perché danno ai governanti i mezzi per fare spese inutili o non consentite dai più, senza che i contribuenti si accorgano dell’esazioni cui vanno soggetti e siano perciò spinti subitamente a reagire.

 

 

La quale accusa è verissima quanto alle imposte falsamente dette sui consumi, mentre, riguardando i consumi primari, dovrebbero essere dette imposte sui consumi risparmio. I consumi primari hanno invero quasi sempre la caratteristica della rigidità; entro certi limiti di variazioni di prezzo, la domanda essendo costante o magari crescente. Se aumenta da 40 a 60 centesimi il prezzo del pane, il consumo del pane non scema, ma anzi aumenta, perché diminuirà il consumo della carne, ossia il consumo di quelle merci in cui si investivano le rendite di consumatore lasciate disponibili dal basso prezzo del pane. Ora che non esistono più quelle rendite o sono scemate, si può comprar minor copia di carne o di vino; e per colmare i vuoti lasciati nell’organismo importa consumare maggiormente pane. Così è difficile scemi il consumo di sale o della casa già ridotta all’indispensabile secondo il vario tenor di vita, o dei vestiti, se il prezzo non ne aumenti disordinatamente. Perciò accade che i governi possano sbizzarrirsi a lor posta nel crescere le imposte sui consumi primari senza che della eccessiva tassazione trapeli neppure un pallido indizio nelle statistiche dei consumi; potendo anzi sembrare che i popoli siano lieti delle gravi imposte, e la lor letizia manifestino col consumatore viemmaggiormente la merce tassata. Il legislatore può dunque ciecamente procedere sulla via pericolosa della sopratassazione, incoraggiato dal continuo aumento nel reddito dei balzelli da esso escogitati; e potrà procedere sino a quando l’ira repressa del popolo non trabocchi in incendi di casotti daziari, tumulti, disordini sanguinosi, rivolte e forsanco rivoluzioni. Questo è il danno delle imposte sui consumi primari o consumi risparmio, falsamente dette sui consumi; venendo esse a recidere le sorgenti stesse della vita al popolo e alle nuove generazioni, rendono i contribuenti inetti alle maniere ordinarie di reagire contro la ferocia fiscale e capaci soltanto di estreme e dolorose rivolte, le quali segnano la rovina dei malcauti e inconsapevoli governi.

 

 

308. Le imposte sui consumi secondari sono invece ammonitrici ed educative.

– Tutta diversa è invece la maniera di comportarsi delle imposte sui consumi secondari, ossia delle vere imposte sul reddito consumato. Appunto perché soddisfano a bisogni che vengono dopo nell’ordine volontariamente prescelto dagli uomini, accade che il loro consumo si contrae e si espande in funzione dei prezzi con maggiore sensibilità che non i consumi primari.

 

 

E poiché l’imposta fa aumentare necessariamente i prezzi, quindi l’imposta, spinta oltre a un certo punto, preme sul consumo e lo fa diminuire. Può accadere che, se l’imposta è tollerabile, la diminuzione del consumo sia inavvertita o sia elisa da un contemporaneo suo aumento, il quale ha luogo in ragione del mutarsi di altre circostanze, come l’incremento ancor maggiore del prezzo di altre merci che, per trattarsi di beni congiunti, ha rigettato la richiesta dei consumatori sul bene tassato; o come un aumento della ricchezza generale che renda i consumatori atti a comprare quantità crescenti di merci anche a prezzi crescenti. Ma se l’imposta è molto forte, vanamente spera il legislatore che il consumo non diminuisca. L’imposta molto forte richiederebbe un aumento di reddito, per farvi fronte, che il contribuente non possiede, onde, non potendo ridurre i consumi primari, gli è giuocoforza restringere i consumi secondari. La impossibilità dei consumatori a comprare la stessa quantità di merci tassate, fa il governo avvertito che nella tassazione si è oltrepassato il punto pericoloso.

 

 

Chiamasi pericoloso quel punto, variabile da consumo a consumo, al di là del quale l’aumento dell’imposta non solo non produce più incrementi di gettito proporzionati al consumo precedente ed all’ammontare dell’imposta nuovamente aggiunta, anzi non dà luogo affatto ad incremento veruno o questo è troppo irrilevante. Suppongasi che il consumo prima dell’imposta fosse di 1.000.000 di unità al prezzo di 10. Se l’imposta di uno accresce il prezzo ad 11 (mettasi il se essendo ben noto che gli effetti sono un po’ più complicati; ma da questa maggior complicazione si può astrarre) ed il consumo resta di 1.000.000 unità, vuol dire che l’imposta, per la sua piccolezza, non ha reagito sul consumo. Crescendo l’imposta a 2 e il prezzo a 12, il consumo diminuisce a 900.000 unità; onde il gettito per lo Stato che era, ad 1 d’imposta, di 1.000.000 diventa di 1.800.000. L’aumento di 800.000 è ancora sufficientemente rilevante per spiegare l’inasprimento del tributo. Portisi questo a 3 e il prezzo a 13, con un consumo scemato al 800.000 unità. L’imposta frutta ora 2.400.000, con un aumento ancora di 600.000 in confronto del saggio precedente. Ma procedendo l’imposta a 4 e il prezzo a 14 ed il consumo diminuendo a 700.000 unità, il gettito risulta di 2.800.000 con un aumento soltanto di 400.000: troppo scarso il risultato in confronto al danno dei consumatori che consumano 100.000 unità di meno, da cui ritraevano un’utilità unitaria come 13 (tant’è vero che a quel prezzo le consumavano) ossia di 1.300.000 in complesso. Il legislatore si accorge automaticamente che l’imposta si è avvicinata al punto pericoloso; e la consapevolezza di ciò lo trattiene dal compiere un passo innanzi portando l’imposta a 5 e il prezzo a 15, perché prevede che, ciò facendo, il consumo diminuirebbe a 600.000 unità ed il provento sarebbe di 3.000.000, ossia appena di 200.000 superiore al gettito precedente; finché aumentando ancora l’imposta a 6 ed il prezzo a 16 e il consumo decrescendo a 500.000 unità, il gettito rimarrebbe costante a 3.000.000 con grande suo scorno; ed ostinandosi esso a crescere il balzello, il gettito persino diminuirebbe.

 

 

La qual vicenda in Italia si verificò ripetutamente: dapprima per gli spiriti ed in seguito pel caffè e pel petrolio; talché il legislatore, fatto avvertito della reazione dei contribuenti dal cattivo risultato finanziario delle sue esagerate esazioni, dovette rifare a ritroso in parte il cammino percorso con troppa precipitazione. E subito si vide come egli si fosse bene apposto, onde i contribuenti lieti consumavano viemmeglio ed il fisco riceve plauso sincero e pecunia abbondante.

 

 

A torto dunque si afferma che col sistema delle imposte sui consumi, i contribuenti non esercitano controllo veruno sull’opera dei governanti: ché anzi il loro controllo è abbastanza squisito, almeno altrettanto come lo è il controllo esercitato in conseguenza di molte imposte sul reddito, le quali si capitalizzano e dai compratori dei beni tassati non sono più sentite. Mentre le imposte sui consumi in definitiva incidono proprio sui consumatori; onde questi cercano di sottrarsi al tributo. Di tutte le maniere di reazione del contribuente contro l’oppressione fiscale, questa è la più sollecita; e per i suoi effetti morali e politici, preferibili al contrabbando, che è la maniera successiva nelle imposte sui consumi, alla frode fiscale, all’emigrazione degli uomini e dei capitali, alle rivolte e alle rivoluzioni. Maniera così squisita di reazione non esiste certamente nelle imposte sul reddito guadagnato, dove occorre cominciare dalla frode od occultamento della materia imponibile e solo quando tal via appaia ardua o pericolosa, ei si decide alla emigrazione a campi tributari immuni o meno vessati nello stesso paese od alla emigrazione all’estero.

 

 

Vero è che i contribuenti reagiscono non contro l’imposta, ma contro il rincaro dei prezzi delle merci tassate; e perciò, se si raggiunge l’effetto di avvertimento sui governanti, non si ottiene, se non in parte, l’effetto di educazione del popolo intorno al rapporto di causalità tra le spese inutili ed eccessive dei governi e il rialzo dei prezzi da esso risentito.

 

 

Però si deve notare, come, nei tempi odierni di educazione tribunizia diffusa e di giornali moltiplicatisi ben difficilmente riesca tal rapporto di causalità a rimanere occulto anche ai più ottusi tra i governanti; onde la reazione contro l’imposta eccessiva spesso diventa consapevole.

 

 

309. Seconda regola: si debbono scegliere come oggetto dell’imposta anche i beni di consumo durevole. Le imposte suntuarie. – A togliere vieppiù importanza alla obbiezione sovra ricordata, giova la seconda regola di un buon sistema di imposte sui consumi; dovere queste colpire anche i consumi durevoli. Infatti le imposte sui consumi hanno il difetto di non essere abbastanza educativo – il che non vuol dire che le imposte corrette debbano avere fini morali ed educativi nel senso ordinario della parola, ma che esse debbano essere tali che, pagandole, il contribuente sia consapevole di pagarle e conosca il rapporto tra imposta pagata e servigi pubblici indivisibili da lui, insieme cogli altri contribuenti, ricevuti in cambio – soltanto quando siano imposte su merci e derrate materiali di consumo immediato, le quali cioè rendono servigio all’uomo per una volta sola. Le imposte sul caffè, sul tè, sulle bevande alcooliche, sul tabacco sono sotto questo rispetto poco educative, perché l’imposta si compenetra nel prezzo; e non è possibile accada diversamente, data la necessità di sorprendere la merce al varco e tassarla in un momento in cui dessa non è peranco giunta al consumatore, il quale può quindi rimanere, sebbene sia certissimo che spesso non rimane, all’oscuro intorno alla causa dell’aumento di prezzo che lo danneggia. Vi sono tuttavia parecchie altre imposte sui consumi, in cui questo effetto illusorio non si incontra; e sono quelle sul consumo di beni durevoli, di beni cioè i quali rendono ripetuti servigi all’uomo per un periodo di tempo lungo. Ho già accennato alle imposte sul valor locativo della casa, sul valore del mobilio, sui domestici, sui cani, sui cavalli, sulle vetture, sulle automobili e si può aggiungere sulle livree, sugli stemmi, ecc. Sono le imposte che i nostri vecchi chiamavano suntuarie e che senza alcuna ragione furono abbandonate nei tempi moderni, sebbene in Inghilterra, nel Belgio e in Francia se ne osservino tuttora imponenti residui, i quali farebbero bene augurare da una più ampia loro applicazione. Per questi consumi è possibilissima ed è frequente l’imposizione diretta del consumatore che è il vero contribuente; ed è perciò possibile che l’imposta esacerbi, inquieti, infervorisca il contribuente vero. Ciò che è massimamente desiderabile, essendoché l’unica maniera di ridurre alla ragione i governanti ambiziosi e stravaganti è il controllo assiduo e diretto dei governanti, è la loro reazione continua e spietata contro le spese pubbliche inutili, è il timore dei rappresentanti di essere sostituiti da altri, per convinzione od interesse elettorale, meglio disposti a frenare le voglie della burocrazia famelica. I parlamenti non servono più spontaneamente all’uopo; creati per sorvegliare l’opera del principe, per scrutare a soldo a soldo la necessità delle spese pubbliche si sono trasformati nel principe medesimo, sicché si veggono tutto dì i rappresentanti d’ogni paese proporre spese nuove e si debbono escogitare complicati ordinamenti contabili per togliere ai parlamenti l’iniziativa delle spese, nella speranza vana di scemare queste, ristringendo il potere di proporle al governo; speranza vana finché il governo è l’emanazione delle maggioranze. Unica via di salvezza: l’esacerbazione dei contribuenti, i quali premano per modo sui rappresentanti, da richiamarli all’osservanza dai loro doveri.

 

 

310. Le imposte suntuarie sono più educative di molte fra le imposte sul reddito guadagnato. – In fondo, una tra le principalissime spiegazioni delle imposte sul reddito guadagnato è la attitudine di alcune tra esse a risvegliare il senso di controllo da parte dei contribuenti. Non tutte hanno questa virtù; non l’hanno, ad es., quelle che sono trasferite dal contribuente legale su altra persone o che paiono così trasferite (imposta sugli interessi dei capitali datai a mutuo e sui fabbricati), quelle che si ammortizzano nel prezzo capitale (imposte sui terreni e sui titoli); quelle che sono pagate da contribuenti esattori salvo il diritto di rivalsa (imposta sul reddito degli azionisti, obbligazionisti, impiegati e commessi delle società anonime); quelle che sono esatte per ritenuta e che sembrano una partita di giro (imposte sugli impiegati degli enti pubblici e sui creditori dello Stato). A ben guardare in Inghilterra e in Italia, dove vige il sistema delle imposte cedolari o per categorie esatte all’origine su fittizi contribuente esattori, le uniche imposte atte ad inquietare i contribuenti sono in parte le imposte sulle categorie da noi dette B e C e precisamente quelle che colpiscono commercianti, industriali e professionisti. Per estendere maggiormente lo spirito di controllo tra i contribuenti uopo è creare l’imposta sul reddito globale guadagnato, da noi chiamata imposta di famiglia. Ed è forse sovratutto per questo motivo che l’imposta sul reddito globale guadagnato, pur come sappiamo, difettosissima teoricamente per l’indole sua intrinseca, può diventare di fatto raccomandabile. Non è però per nulla necessario di scendere sino a coteste degenerazioni dell’istituto tributario per ottenere l’effetto desiderabilissimo del controllo dei governanti sulle spese pubbliche deliberate dai governanti: soccorrendo mirabilmente all’uopo il gruppo «suntuario» delle imposte sul reddito consumato. Invero queste essendo pagate direttamente dal consumatore, gli fanno vedere che egli deve pagare questa o quella imposta, in funzione dell’opera dei suoi rappresentanti; e subito vede se la casa o i servigi dei domestici e delle vetture gli sono dall’imposta rincarati oltre misura. Onde è spinto a reagire.

 

 

311. Piano di imposte suntuarie. – Certamente l’applicazione del concetto delle imposte suntuarie richiederebbe attenti studi da parte del legislatore. Non è qui il luogo di esporre tutto un piano di applicazione di questi tributi, che ebbero difensori eloquenti in tutta Italia nei tempi nei quali pensiero e linguaggio finanziario non erano turbati da preoccupazioni di finanza cosidetta democratica: ricordiamo il nome di uno dei migliori economisti italiani dell’epoca cavouriana, il Giulio. Per il Belgio, dove il sistema esiste da un secondo, ma è degenerato per incuria amministrativa e per inframmettenze politiche[4], l’Ingenbleek[5], delinea tutto un sistema compiuto d’imposte suntuarie sul reddito consumato.

 

 

Dopo aver dimostrato quanto siano fallaci le statistiche le quali affermano essere la spesa per la casa una proporzione rapidamente decrescente col crescere del reddito consumato, egli costruisce il sistema in questa maniera: 1) una imposta sui valori locativi effettivi risultanti dalle convenzioni tra le parti sociali, controllate dal fisco, variabile dal 4% al 6% a seconda dell’importanza del comune, essendo l’aliquota minore per le grandi città, dove i fitti assorbono una proporzione elevata dei consumi totali e maggiore per i comuni rurali a fitti bassi; 2) una imposta sul mobilio secondo il valore annualmente dichiarato dal contribuente e controllato dal fisco, anche per mezzo della comunicazione obbligatoria delle polizze di assicurazione contro gli incendi e in difetto per mezzo di perizia. L’imposta varierebbe dal 4,50 al 6,50 per mille a seconda della categoria dei comuni. Queste due prime fasi dell’imposta dovrebbero secondo l’Ingenbleek dar luogo a detrazioni, attenuazioni e aumenti progressivi. Egli esenterebbe dalle due imposte i contribuenti con un fitto minore di 360 lire nei comuni di prima categoria, di 300 nei comuni di seconda, di 240 nei comuni di terza, di 204 nei comuni di quarta, e di 156 lire nei comuni di quinta categoria; concederebbe ai genitori di figli conviventi di meno di 18 anni una detrazione della metà nel caso di fitti non superiori a 400-230 lire nelle prime quattro categorie e di un quarto per i fitti non superiori a 440-300 lire nelle prime tre categorie. Per i contribuenti di cui il fitto superasse le 1500, 1000, 700, 500 e 300 lire nelle cinque categorie, si dovrebbe stabilire un aumento del 2% del principale delle due prime basi d’imposta per ogni frazione in più di 250, 200, 150, 100 e 50 lire oltre i limiti sovraindicati per le cinque categorie. Un contribuente di prima categoria (Bruxelles e comuni assimilati) con un fitto di 3.200 lire ed un mobilio di 12.000 lire, pagherebbe il 4% su 3200 ossia L. 128, il 4,50 per mille su 12.000 ossia L. 54, in tutto L. 182; più, siccome il suo fitto eccede di 1.700 lire il limite delle 1500 ossia di 7 frazioni di 250, dovrebbe pagare 7 volte il 2%, ossia il 14% in più delle 182 lire e cioè L. 25,48 che aggiunte alle 182 porterebbero l’imposta a L. 207,48 in totale per le prime due basi; 3) una imposta sulle automobili e sulle vetture esatta per mezzo di dichiarazione, apposizione di placca, in ragione dei cavalli vapore, del numero e del valore. L’imposta dovrebbe essere dell’1,5% del valore. Per le prime tre basi d’imposta, l’Ingenbleek vorrebbe tener conto altresì dei carichi di famiglia, diminuendo l’imposta dovuta, per i contribuenti con fitto non superiore a 1500, 1000, 700, 500 rispettivamente nelle cinque categorie, del 5% per i contribuenti aventi 1 figlio, non coniugato, di meno di 18 anni, del 7,5 se i figli sono 2, del 10% se i figli sono 3, e così via aumentando la detrazione del 2,5% per ogni figlio di più. L’imposta a sua volta dovrebbe essere, per i contribuenti il cui fitto eccedesse i limiti ora indicati, aumentata del 10% per i contribuenti che non hanno più di 2 figli, non coniugati, di età inferiore ai 23 anni, del 20% se i figli non sono più di 1 e del 30% per i contribuenti senza figli; 4) una imposta sui domestici, per cui potrebbe essere accolto il sistema già vigente nel Belgio, il quale fa pagare 10 lire per una donna di servizio, 20 lire ciascuna, ossia 40 lire, se le donne sono due, e 25 lire ciascuna se le donne sono tre o più di tre; aumentando l’imposta a 25 lire in ogni caso qualunque sia il numero delle donne, se si ha altresì un servitore maschio. Per i servitori maschi, se ne tiene uno, si pagano 25 lire; 30 lire ciascuno se ne tengono da 2 a 4; e 40 ciascuno se se ne tengono più di quattro; con un supplemento di 10 lire per il porto di livrea; 5) una imposta sui cavalli di 50 lire per un cavallo di lusso, di 60 lire ciascuno, se i cavalli sono 2, di 70 se sono da 3 a 5 e di 80 se ne tengono più di 5.

 

 

Queste nelle grandi linee il sistema quale l’Ingenbleek desidererebbe di vedere perfezionato nel Belgio. Qui fu addotto a guisa d’esempio, perché si vegga la possibilità di costruire un sistema di imposte suntuarie, di facile accertamento, comode ad essere esatte, atte ad eccitare l’indignazione del contribuente direttamente colpito. E perché si vegga inoltre la possibilità di poter compensare, con acconcie combinazioni di tassi, variabili in funzione della località abitata, del numero dei figli, dell’importanza del fitto pagato, quel che di disuguale rimanga nel gruppo delle imposte sui beni di consumo immediato. Così combinandole insieme, il risultato si può dire perfetto: perfetto dal punto di vista politico; le imposte sui beni di consumo immediato avvertendo, mercé la reazione pronta dell’aumento dei prezzi sul consumo, i legislatori di ogni eccesso loro e le imposte suntuarie sui beni durevoli spingendo i contribuenti a sostituire ai vecchi legislatori incauti o dimentichi del loro dovere nuovi legislatori meglio provvidi nella scelta e nella misura delle spese pubbliche.

 

 

Sezione Terza.

 

Le imposte sui consumi e la tecnica moderna industriale e commerciale

Confronto con le imposte sul reddito guadagnato.

 

312. La tecnica industriale moderna favorisce l’esazione delle imposte sul reddito consumato. Prevalenza della grande sulla piccola e media impresa. Il vecchio macinato e le nuove imposte di fabbricazione. – Le condizioni nuove della tecnica industriale e commerciale e le facili migrazioni temporanee degli uomini da città a città, dal contado alla città e da Stato a Stato agevolano tecnicamente la formazione di un sistema di imposte sul reddito consumato in confronto del sistema di imposte sul reddito guadagnato.

 

 

La tecnica industriale favorisce, se non in tutti, in molti tipi di imprese la grande industria sulla piccola e media. Epperciò cessano quelle ragioni di animosità e di odio contro le imposte sui consumi, che erano vivissime nei tempi andati, perché il fisco doveva trovarsi a contatto con una moltitudine di piccoli produttori e quelli doveva controllare e vessare.

 

 

L’unica grande imposta di fabbricazione nota in passato fu per lungo tempo quella di macinazione sui cereali, ed ora odiosissima ai popoli perché i mugnai erano numerosissimi e disseminati in ogni piccolo borgo rurale, perché gli squadroni volanti di gabellieri dovevano sorvegliare l’opera di costoro, per lo più poco colti e per indole loro frodatori, perché l’esazione dell’imposta esigeva l’uso di bolle d’accompagnamento anche per piccole partite di farine condotte dai contadini al mulino. La ferocia necessaria dei rozzi arnesi del fisco cresceva l’ira e la resistenza nei contribuenti; e si spiegano perciò i tumulti continui contro l’aborrita macina. Oggi anche questo balzello potrebbe esigersi con assai minore fastidio dei contribuenti; perché i piccoli mulini vanno a poco a poco diminuendo di numero, perché in pochi grandi mulini si macina copia grandissima di cereali, perché l’invenzione del contatore meccanico consentirebbe l’esazione del balzello con un insignificante numero di gabellieri, che potrebbero essere meglio scelti. A ragione l’imposta sulla macinazione fu abolita, perché tassava un consumo risparmio[6]; ma altre accise durano o sono nuovamente poste, favorite dalla tecnica moderna: come le imposte di fabbricazione sugli spiriti, sulla birra, sullo zucchero, sui fiammiferi, sul gas e sulla luce elettrica, sulle materie esplodenti, sulle carte da giuoco. Di esse si può dire tecnicamente questo di bene: che basta una diligente sorveglianza su alcune centinaia di fabbriche (in Italia se ne può leggere l’elenco nominativo ogni anno nelle statistiche della direzione generale delle gabelle) per esigere centinaia di milioni. Senza sopperire, quando trattisi di consumi secondari, la reazione del contribuente, virtù essenzialissima, la quale fu sopra discorsa, si sopprimono i rapporti sgradevoli ed inutili tra il fisco e moltissimi piccoli industriali e commercianti, che non erano, del resto, nemmeno nei tempi andati i veri contribuenti.

 

 

313. Effetti dannosi delle imposte di fabbricazione; a) Incremento ulteriore della grande impresa. – Le accise od imposte di fabbricazione hanno tuttavia un vizio: sorte e cresciute per virtù del sopravvento della grande impresa sulla piccola, provocano nuove vittorie della prima sulla seconda. Il quale nuovo trionfo artificioso della grande impresa deriva da ciò: che il pagamento anticipato della imposta esige una più alta messa di fondi da parte dell’imprenditore, alla quale i piccoli sono impreparati ed incapaci. Quando per fabbricar cicoria o fiammiferi o birra occorreva solo il capitale necessario alla compra della materia prima e al pagamento dei salari, poteva bastare un piccolo capitale, tanto più che i fornitori delle materie prime spesso attendevano per assai mesi il pagamento delle loro forniture. Ma lo Stato non aspetta, volendo essere pagato appena la merce esca dai magazzini dell’industriale; e poiché l’imposta è per lo più superiore al costo della merce, si comprende come sia cresciuto a dismisura il capitale necessario all’esercizio dell’industria i cui prodotti sono colpiti da imposta di fabbricazione e come a poco a poco per progressiva eliminazione i più deboli tra i concorrenti siano perciò scomparsi. I fabbricanti di zucchero potrebbero avere a sufficienza, per produrre lo zucchero, di una trentina di lire al massimo per quintale di capitale circolante per comprare materie prime, pagare operai, carboni, ecc. Invece la esistenza dell’imposta fa siche i fabbricanti oltre alla spesa di L. 30 per la produzione ne debbano sopportare un’altra di 70 lire per anticipare il pagamento dell’imposta; quindi la merce all’atto che esce dallo stabilimento costa 30 (costo di fabbricazione) più 70 (imposta), uguale a 100. Perciò il capitale circolante deve essere triplicato con grande danno dei piccoli capitalisti, che forse non posseggono la somma occorrente. Così pure per gli spiriti per cui l’imposta è di 270 lire per quintale. Anche in questo caso, mentre basterebbero 100 lire di capitale circolante e qualche volta meno, bisogna aumentare il capitale circolante di 270 lire. È evidente dunque che il numero delle persone che possono esercitare la produzione di quella merce si restringe, perché quelli che hanno un capitale così grande da poter anticipare oltre le spese anche l’imposta sono chiaramente in minor numero di quelli che potrebbero far fronte alle solo spese.

 

 

Perciò queste intraprese vengono ad essere limitate alle fortune più cospicue.

 

 

314. b) e la salvezza data ai consorzi tra industriali. – Il processo di concentrazione prosegue per un’altra ragione singolare, ed è la pubblicità data in ogni Stato retto a forma parlamentare alle statistiche della produzione degli industriali tassati. Ogni anno, anzi ogni semestre, l’amministrazione finanziaria italiana pubblica la statistica delle imposte di fabbricazione, con l’elenco nominativo di tutti i produttori, la località dove lo stabilimento è posto, il carico di magazzino a principio d’anno, la quantità fabbricata, la quantità uscita, i cali di lavorazione, il carico di magazzino a fine d’anno, insieme con l’imposta pagata. Questa pubblicazione è indispensabile per evitare sospetti di frodi e di favoritismi e per assicurare il Parlamento e il popolo intorno al corretto maneggio del pubblico danaro. Ma indispensabile come essa è, partorisce l’effetto di rendere facili le costituzioni dei consorzi (sindacati, trusts, cartelli) tra produttori. Invero una delle cagioni più potenti di instabilità e di rovina dei consorzi medesimi è la sfiducia reciproca, la possibilità di frodi sulla quantità venduta, sui prezzi osservati, sulle zone di vendita. Se gli industriali consorziati si accordano a non vendere più di una quantità fissata nel contratto per ciascheduno, ognuno teme che il concorrente di sottomano venda più dell’assegnatogli; se l’accordo fu nel prezzo minimo da associarsi nelle vendite, ognuno teme che cotal prezzo si osservi in apparenza, mentre in sostanza si concedono abbuoni, sconti ed altre facilitazioni. L’imposta toglie tutte queste cause di discordia nel corpo dei consorziati; perché ognuno di essi può leggere nelle statistiche governative ad ogni fine di semestre od anno la quantità prodotta e venduta dai concorrenti. Il consorzio diventa dunque saldissimo, perché ogni violazione dei patti si riflette nelle cifre delle statistiche governative e fa temere la opportuna sanzione di multa.

 

 

315. I danni sono forse controbilanciati dai vantaggi tecnici nell’esazione. – Perciò l’imposta di fabbricazione ribadisce il giogo che i consorzi di produttori tentano di far pesare sui consumatori; e su di questi grava per causa di essa un onere di maggiore del tributo percepito dalla Stato, violando il già mentovato quarto canone di Adamo Smith. Ma il danno forse è controbilanciato dalle mutazioni che il tecnicismo moderno ha apportato nell’imposta di fabbricazione: – riducendo il numero delle merci di possibile tassazione, perché non tutte le merci sono prodotte dalla grande industria e solo queste ultime sono agevolmente tassabili; onde i contribuenti sono meno vessati da balzelli sui consumi primari, che per lo più sono consumi di merci producibili anche dalla piccola industria; – riducendo il numero delle merci tassabili con dazi doganali fiscali, essendoché nessun dazio fiscale può essere esatto, se non è controbilanciato da un’eguale imposta di fabbricazione; onde l’uno condiziona l’altro e viceversa. Abolito il macinato non è possibile un dazio fiscale sul frumento e sulle farine, ma solo un dazio protettivo; – riducendo sovratutto i costi di esazione delle imposte in maniera così imponente che i contribuenti risparmiano ben più di quanto essi medesimi in qualità di consumatori possano essere costretti a pagare di maggior prezzo per l’estorsione degli industriali consorziati. Talché, tutto bilanciato, l’imposta di fabbricazione palesa ancora indole di corretto ed elegante strumento fiscale.

 

 

316. I perfezionamenti nei mezzi di trasporto facilitano la esazione dei dazi doganali. – Anche le contemporanee mutazioni nei mezzi di trasporto hanno resa più agevole e meno costosa e meno irritante l’esazione delle imposte sui consumi. Quando il trasporti avvenivano per carri, per barconi fluviali o per velieri, i quali potevano approdare in ogni porto, l’esazione delle dogane era difficile e fastidiosa, perché ogni strada di campagna, ogni porto anche miserrimo, poteva servire ad introdurre merci dall’estero.

 

 

Oggi le grandi vie del commercio internazionale terrestre sono poche e si chiamano in Italia Ventimiglia, Moncenisio, Frejus, Sempione, Gottardo, Ala, Brennero; e attraverso ad esse deve passare la gran massa delle merci transitanti, per evidenti ragioni di economicità. I porti, i cui fondali sieno abbastanza profondi da permettere l’approdo dei piroscafi da carico, non sono molti e diventano sempre meno numerosi per la tendenza verso il tipo delle grandi navi. Se le merci tassate non sono troppe (e non possono mai diventare molte in un sistema fiscale puro quale qui si delinea e si suppone esistente), e se, dovendo dare forti rendimenti, sono consumate in grandi masse è assurdo supporre che il trasporto possa avvenire altrimenti che per strada ferrata o sbarcando sulle banchine di Savona, Genova, Livorno, Napoli, Palermo, Bari o Venezia e simiglianti porti. Tanto più facilmente questo accadrà se il fisco non dà un troppo grande premio ai contrabbandieri con un’aliquota d’imposta eccessiva. Date queste condizioni nuove dei traffici moderni, le dogane possono fruttare centinaia di milioni con una spesa minima di esazione, con assai ridotte schiere di guardie doganali, con pochissimo fastidio dei contribuenti. Se l’ideale in pratica è raggiunto solo nei paesi liberisti, il fatto medesimo dimostra come un sistema fiscale pura abbia virtù di raggiungerlo e come le vessazioni e gli attriti e le alte spese siano dovute al malo innesto protezionistico sul vigoroso tronco dei tributi sui consumi.

 

 

317. Le abitudini migratorie odierne e la necessità delle imposte sui consumi per colpire viaggiatori, emigranti, operai, ecc. – Le abitudini degli uomini sono divenute nei tempi più recenti assai più vagabonde di quanto non fossero un giorno, quando eran usi a rimanere nel villaggio nativo e solo i muratori, gli sterratori, i pastori ed alcune poche altre categorie di operai e di contadini facevano il giro del paese mentr’erano «compagni» o si recavano all’estero in cerca di lavoro. Oggi sono continue e frequentissime le migrazioni di genti dalla campagna alla città per affari, negozi, esercizio di industrie o di professioni, vendita di prodotti, salvo a tornare la sera in campagna; accade con frequenza vie maggiore che molti uomini eleggano domicilio in ferrovia, peregrinando perpetuamente da città a città in cerca di lucro; e sono imponenti le migrazioni temporanee di masse lavoratrici dall’interno all’estero nella stagione invernale o da regione a regione quando fervono i lavori agricoli. La mobilità grandissima degli uomini rende pressoché impossibile assidere ed esigere le imposte sul reddito guadagnato; perché queste suppongono accertamenti nel luogo di domicilio o residenza, avvisi personali, formazione di ruoli, atti esecutivi, tutte cose assurde o costosissime quando cresce il vagabondaggio delle genti umane. Come si tesserebbero il Italia i forestieri di passaggio per visitare le nostre bellezze naturali ed artistiche, se non esistessero le imposte sui consumi? Come i viaggiatori di commercio, stranieri ed italiani? Come gli immigranti giornalieri del contado potrebbero essere colpiti dalle città, che pure hanno d’uopo d’entrate ed incorrono in spese per provvedere alle esigenze del cresciuto traffico? Come gli operai, che hanno diritto all’esenzione, in quanto facciano dei consumi risparmio, o del risparmio capitalistico, non mai in quanto abbiano nome di «operai»? Soltanto le imposte sui consumi danno il mezzo di raggiungere costoro: come soltanto le imposte suntuarie consentono di tassare coloro che, dovendo vivere e volendo vivere con agiatezza o lusso, hanno d’uopo di consumare casa, servizi di servitori, di cavalli, di carrozze, di automobili e sfuggirebbero alle imposte sul reddito guadagnato, perché essi sono di passaggio temporaneamente nello Stato, o vivono in campagna per lo più gran parte dell’anno, quando la città esige l’imposta di famiglia.

 

 

318. La compilazione dei redditi moderni rendono invero difficile l’esazione delle imposte sul reddito guadagnato. – Mentre così mutavano le condizioni tecniche e sociali in guisa da favorire l’applicazione delle imposte sul reddito consumato, peggioravano le condizioni che rendono facile l’esazione delle imposte sul reddito guadagnato. Queste invero esigono l’accertamento diretto dei redditi del contribuente, l’inventario della consistenza patrimoniale a periodi determinati, per saggiarne l’aumento o la diminuzione, astrazione fatta dai frutti netti annuali. Senza questi accertamenti precisi l’imposta sul reddito è un’ingiuria alla verità, un sollazzo per orecchie democratiche, uno strumento di captazione di voti elettorali, una multa distribuita a casaccio contro quelli che non furono astuti o veloci abbastanza da sfuggire ai colpi del fisco; è tutto fuorché vera imposta.

 

 

Ma quanto ardui ed ognora più ardui col progredire dei tempi moderni quegli accertamenti precisi! Poteva essere agevole la ripartizione dell’imposta sui redditi quando i redditi erano omogenei, derivanti da una o poche fonti, quando gli affari di ognuno erano risaputi da tutti nelle piccole cittadine.

 

 

Oggi non più. L’uomo ricava redditi da una moltitudine di fonti diverse; e sono redditi che richiedono una finissima analisi qualitativa e quantitativa per essere determinati. I catasti odierni sono capolavori di complessità in confronto ai catasti semplici di duecento anni fa; né della complessità è possibile fare a meno, per la crescente diversità di culture, per il carattere scientifico dell’agricoltura moderna, che suppone anticipazioni a lunga scadenza, ritorni frazionati e conteggi ardui sulle quote di rischio, assicurazione, manutenzione, rinnovazione. Ben più ardua è la bisogna nell’accertamento dei redditi mobiliari; per cui ogni industria ha metodi suoi proprii, e deduzioni particolari di spesa. Fu detto che gli agenti del fisco debbono essere magistrati e tecnici insieme; dotti nel diritto privato e fiscale insieme maestri del tecnicismo industriale ed esperti nelle valutazioni delle vicende commerciali e delle risultanze contabili. Il quale tipo ideale – eppur necessario – di agenti di accertamento ognun vede quanto sia rarissimo. Onde gli accertamenti nulla più sono di vaghissime approssimazioni, di wild guesses, che fanno disperare ognuno il quale serenamente vi rifletta della possibilità di attuare il postulato dell’uguaglianza nella ripartizione dei tributi sul reddito guadagnato.

 

 

Aggiungasi che le agevolezze di rapporti economici tra Stato e Stato, tra contado e città, tra città e città, rendono arduo ad ogni Stato o comune di conoscere quali siano i redditi che cittadini o comunisti ritraggono da fonti straniere. Quei fatti che agevolano l’imposta sui consumi e le imposte suntuarie difficultano le imposte sul reddito guadagnato; ed è vano inveire contro le frodi dei ricchi quando si vuole un metodo d’imposta che facilita le frodi e non si vuole quel metodo che le combatte. Ed è inutile esacerbare gli accorgimenti inquisitivi per scovrire la ricchezza del contribuente, perché questi ognora recalcitrerà contro la pretesa del fisco di conoscere minutamente la sue faccende private, di scrutare nei libri contabili i suoi vizi e le virtù, di verificare l’impiego e le vicende del suo patrimonio. Sempre si troveranno maniere di eludere gli accorgimenti del fisco con avvedimenti ancor più accorti e di rendere sperequata e disuguale una ripartizione che è, sebbene non lo sia nemmeno teoricamente, reputata equa nei libri e nelle parole della legge. Il contribuente non si rifiuta a manifestare l’essere suo, la sua ricchezza purché ciò avvenga nei modi da lui preferiti; ossia con la spesa.

 

 

319. Le imposte sul reddito guadagnato, essendo spesso fondate sulla «voce pubblica» sono in realtà imperfette imposte sulla spesa. – La qual verità è siffattamente nota all’universale ed agli agenti del fisco, che le imposte cosidette sul reddito guadagnato sono in realtà imposte sulla spesa. Quando non soccorrano dati precisi, che si hanno solo per talune categorie, giuocoforza è per gli agenti fiscali attenersi alla «voce pubblica», la quale considera ricchi coloro che fanno grande sfoggio di servitori, livree, cavalli, automobili, ville, monti, bagnature, ecc. Così poco soddisfacenti, osserva lo Seligman (nel dotto e penetrante libro su The income tax, a study of the history, theory and practice of income taxation at home and abroad, by EDWIN R.A. SELIGMAN, New York, The Macmillan Co., 1911 pagg. 337 e 353), furono i risultati degli sforzi compiuti in Austria per accertare il reddito vero che «si dovette ricorrere in numerosissimi casi a quell’articolo della legge il quale autorizza i funzionari a stimare il reddito del contribuente secondo i suoi segni esteriori e principalmente secondo il fitto di casa da lui pagato. In pratica il reddito viene calcolato a circa cinque volte il valor locativo; cosicché quella che doveva essere, nell’intenzione del legislatore, una corretta imposta sul reddito (guadagnato) in fatto diventò in notevole proporzione nulla più di una assai grossolana imposta sui valori locativi». E per l’Italia, osserva il medesimo autore come per gl’industriali, commercianti e professionisti privati, «l’amministrazione sia praticamente incapace a verificare gli accertamenti e si debba contentare di fare una stima assai grezza basata sovratutto sui valori locativi». Contuttociò un grande quotidiano belga, il Matin di Anversa, in un suo numero di settembre 1906 citato dall’Ingenbleek affermava: «Ognuno di noi è in grado di determinare il reddito dei suoi vicini ed amici, unicamente secondo il loro modo di vivere, tutti naturalmente adattando le proprie spese (son train de maison) alle proprie entrate». Idea grossolana, la quale dà luogo ad errori numerosi, tanto sono vaghe le nozioni correnti nell’opinione comune intorno al modo di vivere ed al reddito altrui; idea che pur tuttavia si accetta dai partigiani dell’imposta sul reddito guadagnato, pur di poter dire d’aver creata una imposta purchessia chiamata con quel nome e per giunta progressiva; mentre si respingono le maniere chiare, franche, disciplinate con accortezza di accertare precisamente quel reddito consumato, che si tassa, in cifra però erronea, mentre si dice di tassare il reddito guadagnato!

 

 

320. Natura differente dell’inquisizione fiscale nelle imposte sui redditi sui consumi e sul reddito. – Quando la «voce pubblica» dimostra per segni troppo chiari la sua inettitudine ingenita a consentire lo scoprimento della verità intorno al reddito guadagnato, si ricorre alla «inquisizione fiscale» affermando di imitare, ciò facendo, le regole già invalse nell’imposta sui consumi, per cui l’inquisizione sarebbe pacificamente ammessa da secoli. Per dimostrare la falsità della quale tesi, è opportuno citare una pagina calzante dell’Ingenbleek (vol. cit., pag. 361 e seg.) avvertendo che egli chiama, conformemente all’uso volgare, imposte sul reddito quelle che da noi sono dette imposte sul reddito guadagnato, ed accise e imposte indiziarie alcune delle imposte che sono nel presente corso dette sul reddito consumato:

 

 

L’inquisizione fiscale non merita veramente questo nome se non tocca la persona medesima del contribuente. Gambetta, preconizzando l’imposta sul reddito in Francia, sosteneva una volta la seguente opinione: «Si dice: Come! Volete voi stabilire un’imposta sul reddito? Sarebbe l’inquisizione, sarebbe un’imposta impossibile ad accettarsi! Io rispondo: conosco nel nostro bel paese di Francia molte imposte che cagionano assai più vessazioni ai contribuenti: l’imposta sulle bevande, sulla circolazione e l’esercizio presso il distillatore e il fabbricante». Citando queste parole alla Camera, il 10 luglio 1894, il signor Jaures le considerò come un argomento decisivo contro i timori dei suoi avversari. In verità è abusare un po’ troppo d’un’etichetta voler vedere dell’inquisizione nel fatto che i funzionari esercitano un controllo nelle fabbriche sottomesse alle leggi d’accisa. Ed è inesattissimo assimilare questo controllo alle investigazioni dirette negli affari personali del contribuente. Gli impiegati delle accise sorvegliano e controllano dei fatti evidenti; operano in locali quasi pubblici; non vogliono sorprendere nessun interesse professionale e non si lasciano andare affatto ad investigazioni vessatorie riguardo alla vita intima del contribuente. Raramente essi sono in contatto con costui; la loro azione è quasi automatica, esercitandosi su oggetti materiali e che sono a loro portata immediata; un termometro ed un densimetro regolano soventi la base dell’accisa negli stabilimenti. Finalmente il fabbricante non paga in realtà l’imposta; ne fa l’anticipazione, essendo l’intermediario momentaneo tra il contribuente consumatore e il fisco. Tutte queste considerazioni provano – e la pratica d’altronde lo dimostra abbastanza – che il controllo in materia di accisa è una formalità che non tocca il fabbricante interessato. Ben altra cosa sarebbe, per esempio, rivedere le scritture di contabilità di questo industriale, per conoscere l’importanza dei suoi sbocchi; di voler conoscere il suo costo di produzione e di vendita per tassare il suo beneficio. Il controllo sarebbe allora personale, farebbe pesare una dominazione reale sul contribuente … Neppure può essere assimilata ragionevolmente l’imposta sul reddito alle imposte indiziarie sui cavalli, sui cani, sulle automobili, benché anche queste esigano delle dichiarazioni e delle verificazioni. Per questo il controllo è facile, è obbiettivo; riguarda cose visibili che si rivelano nella vita pubblica, e non la capacità economica, che si confonde colla vita intima del contribuente … L’inquisizione fiscale esiste solo quando il contribuente medesimo è soggetto ad una sorveglianza personale. Se il funzionario deve penetrare in un gabinetto da lavoro per compulsare una contabilità o sorprendere le fluttuazioni della vita privata; se deve controllare senza tregua i fatti minuti del modo di vivere di ognuno; se deve scrutare i segreti delle famiglie per sorprendere l’indole dei redditi e delle spese; nel momento, in una parola, in cui si stabiliscono contatti persistenti tra il funzionario schiavo del dovere fiscale ed il contribuente che si sottrae per tradizione ed è, altresì per tradizione, geloso della propria libertà, vi ha inquisizione fiscale.

 

 



[1] È quasi superfluo notare che qui non si accenna alle tasse scolastiche le quali corrispondono ad un servizio particolare reso dallo Stato; bensì all’esigenza di non colpire con imposte la spesa fatta per l’istruzione, fra cui vi sono le tasse scolastiche, le quali tasse sono un prezzo simile a quello che si paga per alcool, tabacco, giornali, ecc.

[2] ULISSE GOBBI, Un preteso difetto delle imposte sui consumi, in «Giornale degli economisti» aprile 1904 e M. PANTALEONI, L’identità della pressione teorica di qualunque imposta a parità di suo ammontare e la sua semiotica, in «Giornale degli Economisti» marzo 1910.

[3] Perciò non si dica che qui si sono volute difendere le imposte sui consumi, quali sono oggi in Italia. Anzi le cose discorse nel testo adducono nuove prove a dimostrar la scorrettezza dell’odierno ordinamento nostrano delle gabelle sui consumi. Essendoché queste, insieme al vizio della loro indole protezionista, sono afflitte da una dannosa propensione a tassare soverchiamente i consumi-risparmio (sale, pane, petrolio, vestiti di cotone, ferro ed acciaio, questi ultimi in quanto elementi del costo delle case) e per tale duplice errore si palesano spesso indegne del nome di imposte sul reddito consumato. In Italia e, del resto, in parecchi altri paesi, salvo l’Inghilterra e taluni pochi Stati liberisti e con tariffe semplici, vi sono molte imposte che gravano anche sui consumi primari, mentre sono meno tassati i consumi di ordine superiore. Esiste così il dazio sul grano, sul sale, l’imposta sul petrolio, ecc. , consumi tutti necessari all’esistenza. Poi vi sono altri consumi colpiti, meno necessari come il caffè, lo zucchero, la luce, che possono in parte essere considerati consumi primari. E se è vero che vi sono talune ottime imposte sui consumi secondari, come quelle sulle bevande alcooliche, tabacco, giuochi, ecc.; altri consumi, specie di beni durevoli, come i servizi personali, di vetture e cavalli, di automobili ecc., sono relativamente meno tassati. Quindi se consideriamo le imposte italiane sui consumi per sé sole, noi dovremo riconoscere che esse colpiscono sperequatamente le diverse categorie di contribuenti. I consumi primari colpiti: grano, sale, petrolio, vestiti di cotone, ferro ed acciaio entrano in una proporzione molto più forte in un bilancio annuo di 600 lire che in uno di 50.000. Vediamo quindi che parecchie delle imposte sui consumi gravano più fortemente sulla spesa delle famiglie che sono più povere. Ma è evidente che tale rimprovero si deve muovere non alle imposte sui consumi razionalmente congegnate, bensì alla erronea scelta, che si fece in Italia dei consumi da tassare, scelta fatta specialmente tra i consumi primari o pseudo-consumi o consumi-risparmio, i quali erano precisamente quelli che dovevano essere esclusi.

[4] Una legge del 26 luglio 1879 fu decretata – fatto unico nella storia finanziaria – non per impedire le dichiarazioni di valori locativi inferiori alla realtà, ma per porre termine alle cosidette «esagerazioni» dei contribuenti, i quali stanchi di pagare poco volevano denunciare un fitto che più si avvicinasse alla realtà! Vero è che i contribuenti erano presi da siffatto rarissimo zelo fiscale, non per la voglia di pagare al tributo legalmente dovuto, sibbene per acquistare il diritto elettorale, che nel periodo censitario dipendeva dal pagamento di un certa somma d’imposta; onde, acquistato quel diritto, subito ritornavano ad ubbidire alla loro indole frodolenta.

[5] Jules Ingenbleek, Impôts directs et indirects sur le revenu. La contribution personnelle en Belgique, L’Einkommensteuer en Prusse, l’Inconnue tax en Angleterre, in «Travaux de l’Institut de Sociologie des Instituts Solvay», Bruxelles, Ed. Misch at Thorn, 1908. All’autore che è grande fautore delle imposte suntuarie in confronto alle imposte sul reddito guadagnato per ragioni sovratutto pratiche di accertamento, ragioni che da sé sole hanno del resto già un peso grandissimo, manca soltanto d’aver veduto che le imposte da lui caldeggiate hanno un fondamento teorico ben più incrollabile delle sedicenti imposte sul reddito od imposte sul reddito guadagnato.

[6] Rivisse però nel ben peggiore dazio doganale sul frumento e sulle farine. È inutile notare che il sistema di imposte sul reddito consumato è costrutto nell’ipotesi che esso giovi solo a fini fiscali, non mai ad intenti protettivi. Nel qual caso l’istituto ottimo diventa pessimo: e la lode si muta in acerba condanna.

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