Partito Socialista e Partito del Lavoro

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 20/10/1921

Partito Socialista e Partito del Lavoro

«Corriere della Sera», 20 ottobre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 413-416

 

 

 

Occupati a discutere di pregiudiziali, di collaborazione e di avvento al potere, i socialisti non hanno avuto tempo di affrontare il problema dei mezzi concreti per promuovere l’elevamento delle masse operaie. E poiché l’unità del partito è rimasta una cosa puramente formale, lo spettro della scissione continua ad apparire dinanzi agli occhi dei dirigenti. Fra gli altri fantasmi ve n’è uno che i socialisti giudicano un cattivo ricordo di tempi superati, ma che ha una vitalità tenace: il fantasma del partito operaio. In fondo, quando la Confederazione generale del lavoro mandò un suo delegato ad invocare sovratutto l’unità, essa ha voluto dire:

 

 

«se voi vi dilanierete a vicenda, se voi vi renderete impotenti con lo scindervi in tante piccole frazioni, noi non ci sopprimeremo con voi. Noi resteremo uniti ed avremo ancora i nostri rappresentanti al parlamento; i quali saranno bensì dei socialisti, ma si occuperanno con prevalenza dei problemi nostri urgenti, alla cui soluzione noi non possiamo rinunciare».

 

 

In questo atteggiamento probabilmente non c’è il germe di un vero partito operaio autonomo dal socialismo. C’è un orientamento, il quale già vive ed opera dentro il partito e sempre più lo costringe, lo vogliano o non i suoi dirigenti, ad occuparsi di fatto di problemi concreti. In realtà la differenza tra partito del lavoro e partito socialista non è nettissima. Non si può dire che l’uno sia il contraltare dell’altro; e che, come sommessamente desiderano alcuni borghesi incapaci di trovare la salute in se stessi, la costituzione di un partito del lavoro sia la salvezza contro il socialismo. In Inghilterra il partito del lavoro è potente ed il socialismo marxista è debole; in Australia il partito del lavoro è stato lungamente al potere e lo è tuttavia in alcuni stati. E non si vede, salvo la diversità dei problemi nazionali da risolvere, una differenza molto profonda tra questi partiti e quello democratico sociale tedesco che ha mandato un compagno alla presidenza dell’impero tedesco e partecipa attivamente al governo. Più che di caratteri distintivi, si può parlare di sfumature, le quali sono tuttavia così importanti che in realtà un partito del lavoro risulta profondamente diverso da un partito socialista.

 

 

Una prima differenza è questa: che nel partito del lavoro sono assai meno numerosi gli avvocati, i professori, i filosofi ed assai più numerosi gli organizzatori, di quanto non accada nel partito socialista. Questo è prevalentemente composto di chiacchieroni, di arrivisti, di gente la quale ha scelto la fede socialista come un mezzo più rapido di far carriera. Nel partito del lavoro predominano invece i segretari di leghe e camere del lavoro, gli organizzatori, gente venuta dalla fabbrica e dai campi.

 

 

La stessa idea si può esprimere osservando che nel partito socialista predominano i cappelli, nel partito del lavoro i berretti. Ci fu qualche tempo fa nel partito una reazione contro i borghesi transfughi; ma non è andata abbastanza a fondo. Dopo un breve intervallo durante cui gli intellettuali furono messi al bando, un altro strato di intellettuali, più violento, più estremista si è nuovamente affermato ed ha ripreso la direzione del movimento socialista. Il partito socialista è dominato dalle cosidette idee generali, dalle pregiudiziali, dal verbosismo, perché i borghesi che lo dirigono non hanno vissuto e non sentono i problemi operai. Invece il partito del lavoro incorre facilmente nella taccia opposta: di occuparsi soltanto di problemi concreti, perché l’operaio ed il contadino, anche ripuliti e levigati dal contatto con i libri ed i giornali e fatti capaci di mandare a memoria gli imparaticci del credo socialista, si appassionano veramente solo ai problemi di salario, di lavoro, di progresso morale e intellettuale in forme visibili ed immediate. Se talvolta sembra accadere il contrario, come a Torino all’epoca dell’infatuazione per i consigli di fabbrica e per l’ordine nuovo, inteso come ideale di rinnovamento, si tratta di un fenomeno superficiale. Se il mito non si concreta subito in qualche cosa di tangibile, esso è abbandonato per uno nuovo, più bello e più promettente.

 

 

Tra i dirigenti del partito socialista sono più numerosi i ricchi, coloro che vivono di rendita o di proventi di professioni liberali. Costoro inventano sofismi per dimostrare che non c’è contraddizione tra il programma della espropriazione senza indennità e il fatto di vivere di rendita, e che è perfettamente logico parlare nei congressi dell’esercito, delle guardie regie di «Lor signori» come se si trattasse di un’altra razza, di feudatari germanici col piede sul collo dei servi latini, e nel tempo stesso vivere in appartamenti lussuosi, avere parecchie persone di servizio, far portare brillanti e perle alle mogli e comprar quadri e mobili antichi. Nel partito del lavoro, dominando gli organizzatori, i dirigenti traggono invece prevalentemente i proprii redditi da stipendi ed indennità provenienti dal proprio ufficio. Ce n’è di quelli che mettono insieme cospicui proventi; e tra indennità parlamentari, segreterie di camere del lavoro, forniture di vini ed altri generi alimentari alle cooperative socialiste, ed incerti lucrati in tempo di agitazioni sindacali operaie, la fama corre che qualcuno metta insieme tra le 50 e le 100 mila lire all’anno; ma chi riceve questi redditi, parla, vive e veste sempre da operaio e non stona nel suo ambiente.

 

 

Nel partito socialista abbondano le pregiudiziali e le quistioni di tendenza; perché i dirigenti hanno una cultura fatta su taluni pochi libri e su giornali o son venuti dalla cattedra e dal foro (avvocati, filosofi e medici in modo particolare) e non hanno quindi alcuna preparazione alla comprensione dei problemi economici che più interessano le masse. Hanno una gran voglia di andare subito al potere; ma non osano sia per paura di essere espulsi dal partito, sia perché istintivamente sanno che commetterebbero spropositi senza numero ed amano meglio far prendere a patate marce i buoni borghesi radicali, sempre pronti a rendere di questi bassi servizi. Invece i labouristi non si imbarazzano di pregiudiziali e di tendenze, che li lasciano indifferenti. Essi vedono lo sciopero A la serrata B, la lotta per l’organizzazione C, la cooperativa D e così via. Questi problemi concreti li vedono a loro modo, forse male, forse egoisticamente; ma li vedono e non riescono a capire il perché di tutto il fiume di chiacchiere con cui i filosofi del partito vorrebbero persuaderli a non risolverli od a battere indefinitamente sulla testa del capitalista senza mai decidersi a discorrere con lui pacatamente e senza tentare di accomodare nel frattempo, aspettando il dies irae, dies illa, alla meglio e provvisoriamente la faccenda.

 

 

In conclusione, pare si possa affermare che in Italia, dove i due partiti non sono divisi, ma vi sono invece soltanto due tendenze nel medesimo partito, coloro che fanno veramente del socialismo siano i labouristi, mentre i socialisti fanno carriera politica. Un anno fa, tutti i borghesi e gli intellettuali del socialismo italiano aspiravano a diventare i Lenin ed i Trotzki d’Italia. La dittatura aveva dato loro alla testa. Alcuni assaporavano già le supreme gioie diaboliche delle proscrizioni alla Silla e del tribunale rivoluzionario con annessa ghigliottina per i proprii avversari e rivali. Adesso che Lenin e Trotzki sono caduti giù di moda, costoro dicono di non aspirare alla feluca di ministro. Ma si può giurare che, in cuor loro, essi mandano al diavolo l’intransigenza la quale vieta la collaborazione. I labouristi invece chiedono milioni per le cooperative, insistono per opere pubbliche e preparano progetti di legge a favore degli operai. È ignoto in quali proporzioni essi riescano con ciò veramente a fare del socialismo, perché il socialismo si fa aumentando la produzione e rendendo di fatto più ampia la quota disponibile per il lavoro e per il risparmio capitalizzato. Quando essi si ostinano a mutar solo la distribuzione del reddito, essi lo immiseriscono e peggiorano le sorti degli operai. Ma in quanto la loro politica riesce a crescere la produzione – e talvolta vi riesce, specie con lo stimolo che danno ai progressi tecnici necessari per eliminare il cresciuto costo del lavoro – essi fanno del socialismo. E poi gli altri, come le mosche cocchiere, dicono di avere fatto tutto.

 

 

Torna su