Patto di pacificazione?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 24/10/1922

Patto di pacificazione?

«Corriere della Sera», 24 ottobre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 911-916

 

 

 

Il concordato tra la federazione marinara e la direzione del partito nazionale fascista è indubbiamente ispirato ad alti concetti di pacificazione e di concordia nazionale. Quando Gabriele d’Annunzio, nell’atto di apporre la sua firma, scrive: «approvo e col più alto augurio rafforzo» noi siamo sicuri che, nel pensiero del poeta, si è voluto mettere fine ad una lotta fra italiani ed italiani, fra marinai costretti a lavorare concordi tra cielo e mare per vincere le battaglie della natura. L’ideale di un’Italia marinara, concorde in tutte le sue forze, unanime nello spingere ben lungi le sue fortune di terra protesa nel mare, di nazione aspirante alla grandezza nel mondo, è senza dubbio nobile e grande. La politica, tuttavia, è un problema di mezzi atti a raggiungere un fine. Se il fine della concordia nazionale è magnifico, i mezzi prescelti sono adattati all’uopo? L’impressione che si riceve nel leggere il testo del concordato è che l’abilità di quell’accortissimo schermitore e prestigiatore che ha il nome di capitano Giulietti, abbia ancora una volta avuto ragione degli avversari. Ancora una volta egli ridiventa il capo incontrastato dei marinai italiani ed il dominatore della marina mercantile italiana. Con maggiore forza di prima, con prestigio cresciuto: con tutta la forza del fascismo, con tutto il prestigio del poeta. Una vittoria più clamorosa egli non poteva desiderare.

 

 

Infatti:

 

 

  • Il capitano Giulietti dirigerà in avvenire, nelle forme dittatorie note e fin qui usate, prelevando d’autorità taglie sui federati e pretendendone anzi il versamento in anticipo dai datori di lavoro, la federazione italiana dei lavoratori del mare.
  • Le corporazioni marinare dei fascisti saranno sciolte e i loro soci dovranno rientrare nelle fila dei federati ubbidienti a Giulietti. L’unità sindacale tornerà ad imperare ferreamente. Chiunque non sarà iscritto alla federazione sarà messo al bando; non potrà trovare lavoro e salario. Per tema dell’interdizione dall’acqua e dal fuoco, che era gloria del fascismo avere annientata, chi oserà opporsi al dittatore?
  • L’unità essendo un’arma di battaglia, capitan Giulietti promette di servirsene solo per strappare agli armatori ed allo stato «un equo trattamento per gli equipaggi».
  • Ma anche in passato egli ha affermato di volere ottenere condizioni umane per gli equipaggi, di volere instaurare una nuova disciplina, di volere l’unità dell’organizzazione «per la salvezza e la prosperità della marina mercantile italiana». Ed ottenne condizioni più degne di vita per i marinai: fa d’uopo riconoscerlo e dargliene lode, per quella piccola parte che può spettare a lui e non per la più gran parte che spettò alle condizioni propizie dell’economia generale e dei trasporti, grazie a cui ebbero aumenti di paga anche i più impervi disorganizzati. Ma il piccolo beneficio dovuto all’opera sua, egli si ostinò a compensarlo col male dell’indisciplina diffusa negli equipaggi, con imposizioni stravaganti di minimi di uomini da impiegarsi, con regolamenti di lavoro i quali infliggevano alla marina mercantile italiana un danno di sovracosti di 10, quando gli operai ottenevano un beneficio di 2. Caddero, ad opera sua, addosso alla marina mercantile malanni simili a quelli che deliziano le ferrovie, gravate ben più che dall’aumento dei salari, dalla cattiva organizzazione del lavoro, dall’applicazione mostruosa delle otto ore, dall’indisciplina e dalla indolenza imperversanti.
  • Giova sperare che Gabriele d’Annunzio, Mussolini e i fascisti conoscano uomini e cose e sappiano condursi; ma le precauzioni che essi hanno preso paiono insufficienti. Quando capitan Giulietti, ridivenuto signore e donno della munificata federazione marinara, deciderà di chiedere qualcosa all’armamento, egli avrà solo l’obbligo di dare ad un rappresentante del fascismo «la prova provata della legittimità della richiesta e della opportunità di una comune azione». Bastano queste parole per chiarire la grandezza del trionfo di Giulietti. In materia così opinabile e sfuggevole e mutabile, come sono le condizioni dell’industria e di quella marinara, per soprammercato, soggetta alle ripercussioni mutevoli e rapidissime dell’economia mondiale, e come sono anche le divergenze dei salari tra le diverse bandiere concorrenti, parlare di «prova provata» è fare un bluff. Manipolatore sopraffino di cifre e di statistiche, imperterrito dinanzi a qualunque obbiezione, il capitano è pronto a dare ogni giorno cento prove provate e contradditorie intorno a qualunque punto gli sia controverso.
  • Entro tre giorni il rappresentante del fascismo dovrà venire ad un accordo con la federazione marinara.
  • Fissato l’accordo, se le trattative iniziate dalla federazione con gli armatori o con lo stato non approderanno, il fascismo si obbliga ad appoggiare la federazione marinara con tutte le sue forze, scendendo in lotta per ottenere giustizia con i mezzi diretti sia contro gli armatori che contro lo stato.

 

 

La esposizione logica e cronologica fatta sopra del patto intervenuto fra il capitan Giulietti e l’on. Mussolini mette in luce come il primo abbia avuto l’abilità diabolica di indurre Gabriele d’Annunzio e il capo del fascismo ad apporre la loro firma ad un patto di guerra, reputando di apporla ad un patto di concordia. Il Giulietti ha avuto la fortuna di trovarsi di fronte ad una categoria di industriali, la quale ha tenuto e tiene in molti casi una condotta poco simpatica e contraria all’interesse generale. Vi sono, tra gli armatori, onorevoli figure; vi è, tra essi, gente che lotta, vince e soccombe fidandosi solo delle proprie forze. Ma vi sono, purtroppo, molti i quali non credono di poter vivere se non chiedendo sussidi, premi e sovvenzioni allo stato. Noi non abbiamo, lo dicemmo da tempo e lo ripetemmo ancor di recente infinite volte, nessuna simpatia per questa mediocre compagnia di elemosinatori di sussidi. Quando costoro si trovano dinanzi Giulietti, il quale avanza le mani per spartire le spoglie tolte al nemico, noi non sappiamo quale delle due parti ci desti più ripugnanza. Duole soltanto, profondamente duole di vedere mescolati in questa brutta faccenda, di litigi fra spogliatori della collettività italiana, nomi e forze aspiranti alla rinnovazione della coscienza nazionale.

 

 

Supponiamo, tuttavia, per un momento, di trasportarci in un’atmosfera più alta. Supponiamo che non esista più la brutta lotta attuale degli armatori, appoggiati ai cantieri ed alle banche, per strappare ingiustamente le centinaia di milioni ad uno stato in disavanzo; e di Giulietti per partecipare al bottino. Supponiamo di trovarci dinanzi solo ad armatori liberi, che allo stato non chiedano nulla ed allo stato paghino tutte le imposte dovute e cerchino profitti correndo le vie del mondo. Ce ne sono anche, di questi armatori, in Italia; sebbene forse siano una minoranza. A questa minoranza ha certamente fissato lo sguardo il poeta, quando ha firmato un accordo in cui si parla di salvezza e di prosperità della marina mercantile italiana. Questa minoranza ha altresì dinanzi agli occhi Mussolini, quando nel suo giornale raffigura l’Italia come un fascio di forze inteso alla conquista delle vie d’acqua ed all’espansione della bandiera italiana nei mari lontani. Gli altri, gli armatori sussidiati e sovvenzionati ed i Giulietti che se ne fanno complici, non navigano sui mari immensi, ma pescano sussidi nel piccolo mare di Montecitorio.

 

 

Ma i veri armatori, ma i veri marinai? Così, con le norme del patto di Milano, si contribuisce alla loro armonia con i marinai, alla feconda gara per servire il paese? Col patto di Milano, in fondo, si viene a dire che le sorti della marina mercantile italiana, di quella libera, di quella che cerca noli a suo rischio su tutti i mari del mondo, è posta in balia di un rappresentante del fascismo, il quale deve decidere entro tre giorni. Quando egli abbia deciso, armatori e stato devono ubbidire. Se no, «azione diretta»; il che non si sa cosa voglia dire fuorché occupazione delle navi e gestione forzosa di esse secondo gli ordini di Giulietti.

 

 

Con questi metodi, ripetiamolo, si possono forse gerire le navi che vivono della pesca dei milioni dello stato. Il conto qui è facile: tanti milioni all’entrata da un lato, tanti aspiranti alla spesa dall’altro. Per le addizioni e le sottrazioni relative bastano tre ore, non occorrono tre giorni.

 

 

Né D’Annunzio né Mussolini hanno mai inteso sporcarsi le mani in questa faccenda. Essi hanno una nobile meta dinanzi agli occhi. Questa però non si tocca con i metodi codificati a Milano. La marina mercantile, quella libera di cui soltanto vogliamo parlare, è una industria delicatissima; quasi tanto come l’industria bancaria. Nello stesso modo come i socialisti di tutti i paesi del mondo, compresi quelli italiani del tempo dell’occupazione, si sono rotte le corna contro il panico dei depositanti, contro l’impossibilità assoluta di costringere i risparmiatori a depositare i loro denari in un istituto, nei cui dirigenti essi non avessero la più illimitata e spontanea fiducia; così la marina mercantile muore se la si sottopone a misure di coercizione. Che cosa è questa pretesa di Giulietti di sapere esso, con il consenso rapido di un rappresentante del fascismo, quali sono le condizioni «eque» da imporre all’armamento? Discutere bisogna. Armatori e marinai devono trovarsi faccia a faccia, senza ultimatum e senza minacce di coercizione. Se un arbitro ha da esservi, questo non può essere un partito politico, più o meno armato di bastone, ma un negoziatore imparziale, dotato di grande autorità morale, di penetrazione, di esperienza tecnica, e sovratutto di molto tatto e di molta pazienza. Non è facile trovare «arbitri» per le contese industriali; ed in Inghilterra, paese classico di arbitrati famosi e pacificatori e duraturi, non se ne scopre più di uno o due per generazione; ma di essi i servigi sono desideratissimi dalle due parti. Il patto di Milano non accenna ad arbitrati; e parla invece di monopolio della classe marinara ai cenni di Giulietti, di richieste di costui e di lotta per imporle con mezzi diretti. Abbiamo forti dubbi che in tal modo si giunga alla pacificazione auspicata. L’esperienza prova che gli organi statali, sebbene dotati di una tradizionale aureola di imparzialità, male riescono a risolvere bene i conflitti del lavoro. Troppo gli organi statali sono sospettati di parzialità o di debolezza politica. Che dire qui, dove lo stato è messo da parte, dove è anzi considerato come uno degli avversari contro cui si deve entrare in lotta, e dove arbitro della contesa si erige precisamente un partito politico? Uno stato nuovo, extra-legale, vorrebbe forse fare ciò a cui è disadatto quasi sempre lo stato puro e semplice, lo stato che dovrebbe essere organo di giustizia? L’esperimento non può riuscire. In questa materia delicata degli arbitrati industriali, come in tutte le altre materie economiche delicatissime attinenti alla finanza, alla moneta, al regime delle terre e delle industrie, c’è una esperienza storica, la quale conta e non deve essere dimenticata.

 

 

Questo patto di Milano non è un patto di pacificazione. Noi non sappiamo che cosa accadrà delle navi che vivono di scrocco e di pesca nei torbidi gorghi romani; ma siamo ansiosi e preoccupati per ciò che accadrà delle navi libere, sotto la ferula maligna di capitan Giulietti. Ricordiamoci che il mare è libero e che nessuno è obbligato a pagar noli alla bandiera italiana!

 

 

Torna su