Pei commerci italiani

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 25/06/1897

Pei commerci italiani

«La Stampa», 25 giugno 1897

 

 

 

Le industrie italiane hanno fatto negli ultimi anni notevoli progressi; gli stessi stranieri, e fra questi i più acuti osservatori delle cose altrui, gli inglesi, sono stati obbligati a riconoscerlo.

 

 

Non così dei commerci italiani all’estero: alla espansione dei nostri traffici si oppongono ostacoli gravi, non tali però da non essere superati. I tentativi di esportazione che si sono fatti negli ultimi anni da Case italiane, anche potenti, non hanno approdato a quei risultati che legittimamente si potevano sperare.

 

 

La colpa è in parte degli esportatori stessi; non basta infatti concedere agevolezze sui prezzi, e vendere a buon mercato, colla speranza di rifarsi in seguito delle perdite provate nell’inizio della conquista dei mercati nuovi; il mite prezzo non giova a nulla quando non sia accompagnato dalla conoscenza minuta dei mercati, dei noli marittimi, delle tariffe ferroviarie, dei cambi, dei sistemi monetari e di misurazione, della lingua estera.

 

 

Tutte queste conoscenze, è doloroso doverlo confessare, fanno difetto agli esportatori italiani. Ancora non è molto, in un fiorente porto del Levante, una Casa esportatrice italiana mandava le fatture coi prezzi in ducati e coi pesi in cantari e rotoli, quasicché i consumatori levantini fossero obbligati a conoscere le antiche e disusate monete e misure del Mezzogiorno d’Italia.

 

 

A porre riparo agli inconvenienti ora accennati si può ricorrere a diversi rimedi. A Milano la Camera di commercio ha presa in considerazione la proposta di istituire una grande Casa commissionaria di importazione e di esportazione allo scopo di sviluppare i nostri traffici internazionali. Importa esaminare brevemente il progetto.

 

 

La Cosa commissionaria dovrebbe avere un forte capitale di almeno 5 milioni sottoscritto dalle Case interessate.

 

 

La Casa commissionaria non acquisterebbe però mai per proprio conto, ma eseguire bensì le commissioni che le pervenissero solo dopo essersi assicurata sulla puntuale esecuzione, sui termini di consegna, sulle qualità richieste e convenute. Compiti della Casa commissionaria sarebbe appunto di mettere al corrente i produttori razionali di tutte le esigenze dei mercati esteri, sia riguardo alle qualità delle merci che ai modi di imballaggio, onde possano anzitutto produrre un articolo che per sostanza ed apparenza vi risponda pienamente. Essa, operando su larga scala, dovrebbe con lieve dispendio e rischio assicurare il cambio e garantire il ricavo una volta che si è accertata della qualità della merce.

 

 

Si potrebbero garantire i termini di consegna con opportuni accordi colle linee ferroviarie e le Compagnie di navigazione. Inoltre si potrebbero ottenere delle sensibili facilitazioni sui noli, che vanno studiati con speciale cura e competenza.

 

 

Né andrebbe trascurata l’assicurazione. In caso di sinistro la liquidazione dei danni, fatta da persone competenti, sarebbe più facile. Ma dove l’azione della Casa commissionaria presenterebbe il massimo vantaggio sarebbe nei casi di contestazione coi committenti. Ognuno sa come queste contestazioni nascondono il più delle volte dei cavilli, allo scopo di ottenere facilitazioni e ritardi nei pagamenti. Ora l’intervento di un terzo che non sia l’agente, ma un intermediario interessato nel rapido e regolare svolgimento degli affari, otterrebbe sempre una soluzione più pronta e corrispondente ai diritti dell’industriale.

 

 

Fra le altre grandi difficoltà che intralciano lo sviluppo dell’esportazione havvi la necessità di concedere fidi a lunga scadenza e più di tutto il potersi assicurare a priori della solvenza e rispettabilità del committente e quindi della convivenza di accordare il credito richiesto.

 

 

Agenti avveduti ed interessati possono riuscire di grande giovamento nel fare conoscere le condizioni doganali dei singoli paesi, perché da esse dipendono il più delle volte certe concorrenze inspiegabili e talune difficoltà che inducono l’industriale ad abbandonare un determinato mercato. Il conoscere gli usi di piazza è pure altra cosa indispensabile, se non si vuole trovarsi esposti a sopportare nei conti di ricavo spese che non furono preventivate.

 

 

Secondo il progetto milanese, il raccogliere in un ente solo tutta l’esperienza delle varie condizioni che sono indispensabili allo sviluppo commerciale sui mercati esteri, il darvi il capitale necessario per poterla largamente applicare, è il solo mezzo pratico per risolvere le numerose difficoltà che si oppongono agli industriali italiani i quali vogliono tentare l’esportazione.

 

 

Né Torino è rimasta inoperosa. La Sezione III Commercio della Divisione IX, Italiani all’estero, è consacrata appunto secondo gli intendimenti del Comitato esecutivo della Esposizione di Torino del 1898, a radunare un numero ingente di campioni di merci e di modelli di imballaggio collo scopo non solo di attrarre i visitatori, ma eziandio di fornire utili e precisi ragguagli a quei commercianti che volessero iniziare nuovi rapporti commerciali coi paesi esteri.

 

 

Una collezione ampia ed ordinata dei principali sistemi economici, solidi, resistenti di imballaggio, gioverà grandemente ai commercianti italiani, i quali vi troveranno il mezzo di ripartire ad errori funesti e di reagire contro abusi dannosi. Alla Mostra campionaria dovrà essere unita una esposizione di notizie e di statistiche sulle condizioni dei paesi esteri, coi quali si sono iniziate o si possono iniziare relazioni di commercio. Nel programma è indicata una lunga serie di argomenti, sui quali le informazioni riescirebbero maggiormente utili.

 

 

Si chiedono ad esempio notizie sui prodotti che otterrebbero più largo sbocco nei paesi esteri, ed in cui l’industria potrebbe vantaggiosamente sostituirsi a quella di altre nazioni, le ragioni del regresso o della mancanza delle nostre esportazioni, le condizioni alle quali le merci italiane debbono soddisfare per essere bene accolte, notizie sui gusti e sul bisogno dei consumatori esteri sui sistemi commerciali adottati dagli italiani o dalle altre nazioni, sui servizi di informazioni, di viaggiatori, di commissionari, di raccomandatori, di Banca, sugli sconti, more, tasse commerciali, usi e frodi, sulle tariffe doganali ed interne, sui sistemi monetari, sulle tariffe ferroviarie, sui noli e sui trasbordi.

 

 

Non è però affatto necessario che i volonterosi rispondano a tutte le questioni poste nel programma; basta che rispondano a quelle in cui sono per pratica continua della vita più competenti, od anche ad una sola di esse. Raccolto così quasi come in un centro un materiale prezioso di informazioni sulle condizioni del commercio italiano all’estero, sarà vanto di Torino che l’opera dell’Esposizione torinese del 1898 non vada perduta; e che sia solo il primo passo verso la fondazione di Istituti e di Case intese a promuovere nella pratica i commerci nostri.

 

 

Nella nostra città già esistono istituzioni, come il Museo commerciale e la regia Scuola commerciale annessa all’Istituto internazionale, le quali possono costituire il primo e potente anello di congiunzione fra la madre patria e le colonie italiane all’estero; è non solo dovere, ma necessità urgente che esse vengano rafforzate, e complementate da altre, per modo che alla rinnovata vita industriale corrisponda eziandio il rinnovamento della nostra influenza all’estero e si conservi alla nostra città una posizione importante e non seconda a nessuna altra.

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