Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Per chiarire i propositi dei creditori della «Sconto»

«Corriere della Sera», 24 febbraio 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 564-567

 

 

 

Il segretario del «consorzio nazionale dei creditori della Banca italiana di sconto» mi scrive una lettera cortese di cui è doveroso tener conto. Riproduco il brano essenziale:

 

 

«Vorrei premettere che la voragine che minaccia inghiottire i nostri ben sudati risparmi ha tre origini principali, a parte naturalmente la mala amministrazione. Esse sono:

 

 

  • 1. L’annullamento dei contratti di fornitura preteso a fine guerra, che lascia le industrie di guerra senza lavoro e provoca la spesa delle riserve.
  • 2. La confisca dei cosidetti sovraprofitti di guerra.
  • 3. Le alte paghe operaie et similia dal governo volute ed imposte mentre la produzione era nulla o quasi.

 

 

So che ella ha combattuto queste mostruosità economiche e ne ha previsti i danni. Ma sta di fatto che la Banca italiana di sconto, essendo impegnatissima con le industrie di guerra, ed anzi per questo portata alle stelle dai governi, ha risentito al massimo i provvedimenti statali volti al benessere di tutti.

 

 

Essa ha dovuto anticipare, sotto pressione delle autorità sperando salvare il già impegnato, i fondi necessari al governo ed alle industrie, fondi che avrebbero dovuto essere forniti dai contribuenti, nessuno escluso, e non dai soli depositanti della Banca italiana di sconto. Se ora noi chiedessimo agli altri contribuenti di restituirci la somma anticipata per loro conto, dove sarebbe l’assurdo messo avanti dal governo?

 

 

Ma noi non abbiamo chiesto nulla di tutto ciò, come il governo sa benissimo. Noi primi, noi soli, noi i meno colpevoli, abbiamo dichiarato di essere pronti a vincolare, il che significa sacrificare, una parte del nostro avere. Abbiamo lasciato che incaricati del governo svalutassero quanto volevano le attività della Banca (e la prudenza usata, che io non critico, è tale che in altri campi prenderebbe ben altro nome), abbiamo lasciato fissare dagli altri quanto c’è di solido in queste attività, e poi abbiamo offerto queste attività ineccepibili a garanzia di un’anticipazione che ci dovrebbe essere fatta, operazione bancaria comunissima e quasi sempre vantaggiosa per il sovventore. Vorremmo questa anticipazione fosse elevata, per esempio, al 50% delle attività solide, ma crediamo che a questo non corrisponda alcun rischio data l’enorme svalutazione praticata, e, quanto mai, un rischio infinitamente minore di quello che correrebbero gli istituti di emissione qualora la soluzione della crisi fosse più o meno disastrosa. In ogni modo noi non abbiamo messo nessun aut-aut: è dall’altra parte che ci è venuto il rifiuto di trattare comunque.

 

 

Come tutto ciò venga deformato al punto di far credere che i creditori esigano il rimborso del cento per cento a spese dei contribuenti è cosa che sorpassa la mia facoltà di comprensione».

 

 

Non è colpa mia né di altri commentatori se si è potuto credere che i creditori della Banca chiedessero una garanzia dello stato al 100% o in una proporzione inferiore. Una lettera pubblicata da tutti i giornali e riprodotta anche sul «Corriere» del 15 febbraio parlava di «garanzie» chieste agli istituti di emissione ed al governo e cercava di dimostrare che tali garanzie erano legittime e non pericolose. Concludeva anzi la lettera che

 

 

«il peso che dovrebbe eventualmente sopportare il pubblico erario dalla prestazione della garanzia (data anche per un motivo di interesse pubblico) sarebbe certo in ogni caso inferiore e meno grave delle gravissime perdite che senza dubbio necessariamente dovrebbe subire l’economia nazionale nella deprecata ipotesi di eventuale fallimento della Banca e aziende annesse, Ansaldo compresa».

 

A ribadire il concetto, l’ordine del giorno votato nella assemblea tenuta dai creditori il 14 febbraio in Roma, pur negando che i creditori volessero «far concorrere i contribuenti nel pagamento delle percentuali dovute dalla Banca», chiedeva esplicitamente che il governo agevoli e «garantisca» il pagamento delle percentuali stesse.

 

 

Finora, dunque, i creditori non solo non avevano negato di volere una «garanzia» dello stato; anzi l’avevano esplicitamente richiesta.

 

 

Oggi, il segretario del consorzio esclude perentoriamente che i creditori pretendano una garanzia dello stato al 100% e chiarisce che i creditori reclamano soltanto una «anticipazione» del 50% del valore delle attività solide della Banca. In questa materia c’è sempre pericolo di interpretare male le dichiarazioni le quali sembrarono chiarissime; ma, se non erro nell’interpretazione, il segretario del consorzio creditori oggi:

 

 

  • a) escluderebbe esplicitamente ogni garanzia dello stato al 100%;
  • b) escluderebbe implicitamente ogni garanzia statale anche per una percentuale minore. Ciò che invero non si chiede, è implicitamente escluso;
  • c) consente che persone perite valutino prudenzialmente le attività della Banca. Egli parla, a questo punto, di «incaricati del governo»; ma è chiaro che il governo non può incaricarsi di valutare in nessun modo, anche prudentissimo, nessuna attività di alcuna banca. La valutazione deve essere fatta dagli enti, i quali sarebbero chiamati a dare anticipazioni, col concorso di tutti gli interessati ed in ispecie della commissione giudiziaria.
  • d) fatta, ad esempio, l’ipotesi che le attività della Banca siano valutate in 3.000 milioni, il consorzio dei creditori chiederebbe che gli istituti di emissione facciano sulla garanzia di tutte queste attività, una anticipazione di 1.500 milioni ai creditori. Esponendo lo stesso concetto in altre parole, un creditore di 100 lire in primo luogo saprebbe, in seguito a perizia, che le attività «solide» esistenti nel patrimonio della Banca a copertura di tale suo credito ammontano a 70 lire; e, senza pregiudizio veruno del suo diritto a ricevere tutto il ricavato della liquidazione, fino anche al 100% del suo avere, riceverebbe un certificato per tale somma, con cui egli potrebbe ricevere subito una «anticipazione» di 35 lire dagli istituti di emissione. Posso avere interpretato male; ma parmi che tale sia il significato della lettera ricevuta. È un concetto esposto, con altre modalità, degne di discussione, anche da Argentarius, noto pseudonimo di un illustre parlamentare, sulla «Nuova antologia» del 16 febbraio. Se lo si attuasse:

 

 

  • 1) lo stato non fornirebbe garanzia di sorta alcuna;
  • 2) la liquidazione delle attività della Banca avverrebbe a poco a poco, senza fretta e con lo scopo di realizzare i migliori prezzi possibili; sino al 100% se ciò è possibile. Non si imporrebbero vincoli di tempo, appunto per realizzare le attività nel modo e nei tempi più opportuni;
  • 3) frattanto, gli istituti di emissione valuterebbero prudenti le attività ed anticiperebbero ai singoli creditori fino al 50% della valutazione così fatta;
  • 4) chiederebbero l’anticipazione solo i creditori che ne avessero bisogno o desiderio;
  • 5) naturalmente, suppongo, l’anticipazione sarebbe fatta con le solite discipline che regolano siffatte operazioni; ossia col pagamento alla banca anticipante dell’interesse del 6%, sulle somme ricevute e con la garanzia del richiedente. I creditori della Banca italiana di sconto, i quali richiedessero l’anticipazione, sarebbero cioè personalmente obbligati, con tutte le loro private attività, a rimborsare agli istituti di emissione la somma ricevuta con gli interessi relativi; salvo ad essi il diritto di essere accreditati di tutto il ricavo della liquidazione delle attività della Banca italiana di sconto.

 

 

Se la lettera del segretario del consorzio creditori ha questo significato – e non ne saprei immaginare un altro – essa offre una base ragionevole di discussione fra gli interessati, che sono, ripetasi, i creditori, la commissione giudiziaria e gli istituti di emissione, escluso il governo; ed io sono ben lieto che i miei apprezzamenti abbiano contribuito ad una utile chiarificazione di idee. Se il significato è diverso, sarà bene venga chiarito in modo preciso, tassativo, senza riferimenti storici alle cause del dissesto della Sconto, i quali non contribuiscono concretamente nulla alla soluzione del problema oggi dibattuto.

 

 

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