Per conservare le colonie

Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Data di pubblicazione: 11/11/1944

Per conservare le colonie

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 11 novembre 1944

Paolo Soddu (a cura di), Riflessioni di un liberale sulla democrazia 1943-1947, Firenze, Olschki, 2001, pp. 67-72

 

 

 

 

Poiché la questione delle colonie italiane è aperta dico che noi dovremo tenere nelle trattative di pace contegno di uomini i quali chiedono sia riconosciuto il valore dell’opera compiuta in passato e sia preso atto del nuovo spirito nel quale affermiamo la nostra volontà di continuare quest’opera.

 

 

L’opera compiuta non fu piccola. Abbiamo costruito ferrovie e strade, aperti e migliorati porti, iniziata e perfezionata l’assistenza sanitaria ed igienica e diffuse scuole tra gli indigeni. I nostri ufficiali, quelli che si erano affezionati alla vita coloniale, dimostrarono, alla pari degli ufficiali francesi ed inglesi, di essere capaci di trasformare l’arabo in soldato devoto alla bandiera e pronto a farsi uccidere al comando di un capo, il quale avesse saputo inspirare loro fiducia.

 

 

La emigrazione italiana nelle colonie non fu numerosa; né poteva esserlo, per la natura di quei territori nei quali l’emigrazione può avere quasi soltanto compiti direttivi; ma non fu minimo il numero dei coloni i quali, specie nella Tripolitania e nella Cirenaica, diedero opera alla trasformazione di terreni desertici in giardini, frutteti, vigneti, agrumeti e, creando benessere per sé, furono sprone alla elevazione economica degli indigeni. Nel profondere centinaia di milioni e miliardi nelle colonie, commettemmo errori, di cui noi soli paghiamo il fio colla perdita dei capitali investiti.

 

 

Nell’arte di governo, coloni ed indigeni soffersero dello stesso male che guastava i metropolitani; ed il governo dall’alto fu causa di improntitudine, di vessazione e di corruzione. Le colonie furono, sovratutto nel ventennio totalitario, considerate spesso come terreno di caccia riservata per i favoriti e per i pochi, a danno dei più, ed i più furono nelle colonie sovratutto indigeni.

 

 

L’Italia nuova non dirà, al tavolo della pace, che essa sola è atta ad essere maestra di civiltà in Africa, né si attarderà a rinfacciare agli altri di avere in passato commessi gli stessi errori suoi. Essa affermerà invece di volere partecipare, insieme con le altre nazioni europee, al compito che ancora incombe all’Europa, di essere foriera di civiltà, di progresso economico, di cultura, di autogoverno nelle regioni arretrate africane.

 

 

Essa riconoscerà che, nell’adempimento di questa missione, unico intento deve essere l’elevazione delle popolazioni indigene, senza mira alcuna di vantaggi economici diretti, per se stessa. L’opera sua deve essere rivolta esclusivamente a preparare il giorno in cui i nativi saranno così progrediti nelle condizioni materiali della vita e così educati politicamente che il riconoscimento ad essi del pieno autogoverno apparirà ovvio e necessario.

 

 

Ma l’Italia è sicura che in quel giorno i nativi medesimi decideranno, per atto loro pienamente volontario, di conservare con la madrepatria rapporti peculiari ed intimi di collaborazione politica e culturale.

 

 

A raggiungere l’intento l’Italia si dichiarerà pronta ad assumere obblighi precisi dell’amministrazione delle colonie. Dei quali principalissimo è quello della porta aperta che lo scrivente poneva fin dal 1911, quando ci apprestavamo alla conquista della Libia, come segnacolo in vessillo della futura politica economica dell’Italia nelle sue vecchie e nuove colonie. Allora e dopo quel principio non fu accettato e fu, con vantaggio di alcuni pochi privilegiati, grave danno per le colonie e per la madrepatria. Che cosa vuol dire principio della porta aperta?

 

 

Che gli italiani non debbono godere di nessun privilegio di qualsiasi sorta nelle colonie. Perciò le merci italiane se vorranno essere, ad esempio, importate in Libia, dovranno, all’entrata, essere esenti da dazio solo quando le identiche merci straniere, inglesi, francesi od americane ecc. ecc. siano parimenti esenti: e se le merci inglesi ecc. ecc. siano invece colpite, all’entrata in Libia, da un dazio del 10 o del 20 per cento, da un uguale dazio siano colpite le merci italiane. In ugual maniera le merci libiche debbono potere essere esportate in Francia, Inghilterra ed altri paesi senza essere costrette a pagare, all’uscita, alcun dazio, dal quale fossero esenti quando dovessero essere esportate in Italia; ed i commercianti libici dovranno essere liberi di scegliere, per il trasporto, navi di quella qualsivoglia bandiera essi riterranno più conveniente, senza soggiacere a nessuna tassa o vincolo o divieto differenziale.

 

 

Le merci libiche, d’altro canto, entrando in Italia, non dovranno potere godere di alcun trattamento daziario favorevole in confronto alle analoghe merci forestiere. Il principio della porta aperta impone che così si faccia senza corrispettivo di alcun contraccambio da parte degli Stati esteri. Laddove noi ci obbligheremo a lasciar entrare in Libia le merci francesi a parità di trattamento con le italiane, la Francia, se lo vorrà, potrà lasciar entrare le sue merci in Tunisia in esenzione di dazio e tartassare quelle italiane con un dazio anche del 50 o del 100 per cento.

 

 

Buon pro faccia l’esclusivismo alla Francia. Noi invocheremo invece, per avvantaggiare noi stessi, insieme con gli indigeni, la libertà concessa agli altri di venirci a fare concorrenza nella casa non nostra, ma da noi amministrata.

 

 

Fin dal principio, anzi, noi dobbiamo rassegnarci all’idea che gli indigeni, da noi istruiti ed arricchiti, intendano d’avere parte nel governo del loro paese; e non solo rassegnarci ma esser ben decisi a porre questa come la meta suprema della nostra azione; sicché ben potrà darsi che fra dieci o vent’anni l’assemblea legislativa tripolitana decida di incoraggiare una sua industria qualunque, supponiamo quella tessile, prima fra le industrie che le colonie sogliono iniziare nei loro territori. Noi, forse, deploreremo il fatto; ma riconoscendo il buon diritto dei nativi di scegliersi quella politica che ad essi meglio talenti, ci rassegneremo a vedere le nostre cotonate colpite, all’entrata a Tripoli, di un dazio del 20 per cento: e manifesteremo soltanto il desiderio che anche le cotonate inglesi od americane siano colpite con lo stesso dazio. Desiderio e non comando; che se gli indigeni vorranno escludere noi ed ammettere gli stranieri, noi, quando la colonia sia divenuta indipendente, non vorremo in alcuna maniera ostacolare la norma a noi nociva od esercitare contro di essa alcuna rappresaglia.

 

 

È questa la politica di Cristo, il quale ammonisce di offrire la guancia destra a chi ha schiaffeggiato la sinistra? No. È la politica di chi non vuole perdere le colonie, e vuole anzi conservarle a sé legate il più a lungo possibile.

 

 

Chi crede che in Africa gli europei possano serbare a sé politicamente ubbidienti ed economicamente asservite le attuali colonie erra. Il mondo arabo ed anche il mondo negro è percorso da correnti di indipendenza nazionale e di volontà di autogoverno che nessuna forza militare potrà sopprimere o contenere.

 

 

Gli europei, sia quelli della madrepatria sia i coloniali, debbono rassegnarsi, di buona o di mala grazia, all’evento fatale. Per i primi, gli inglesi hanno capito la situazione e, dopo aver vinto i boeri, hanno immediatamente riconosciuto lo stato di dominion alla federazione da essi promossa tra le diverse colonie sudafricane del Capo, del Transvaal e del Natal.

 

 

E «stato di dominion» vuol dire, – taluno affetta di non ricordarlo sempre – effettiva piena indipendenza politica ed economica e militare e diplomatica, anzi piena uguaglianza di fronte alla madrepatria.

 

 

Unico tenue filo che unisce l’Unione sud-africana alla Gran Bretagna è la persona del re; il quale però ha un solo ufficio ed è di nominare, in quello come negli altri dominii, il governatore generale. Non però sulla proposta del suo gabinetto britannico, bensì di quella del suo gabinetto sud africano (od, altrove, canadese, australiano, neo-zelandese). Né il governatore ha compiti di governo, i quali spettano esclusivamente al primo ministro ed al gabinetto sud africano, scelti perché uomini di fiducia della maggioranza parlamentare locale, oggi in prevalenza boera. Al governatore spetta solo il compito di affidare in nome del re e in occasione di una crisi di gabinetto l’incarico di comporre un nuovo gabinetto all’uomo che egli reputi godere della fiducia della maggioranza parlamentare. Accadde che, dopo essere divenuti assoluti padroni in casa propria, i coloniali discendenti di boeri e di inglesi, fecero blocco contro gli indigeni neri e contro gli immigrati di colore (indiani), limitando strettamente i loro diritti politici e legiferando a proprio vantaggio in materia di legislazione sul lavoro e sulla terra.

 

 

 

La Gran Bretagna non intervenne perché l’Unione sud-africana è uno stato indipendente e qualunque ingerenza della madrepatria avrebbe portato alla rottura dell’ultimo filo che la lega alla madrepatria, rottura il cui diritto è esplicitamente riconosciuto nello statuto di Westminster e nell’atto fondamentale dell’Unione.

 

 

Ma la Gran Bretagna non tace il proprio dissenso e lo manifesta in maniera singolare. Nelle colonie africane della corona, ossia amministrate direttamente da Londra, i negri sono trattati assai più giustamente di quanto non lo siano i negri nella indipendente Unione sud-africana. Sicché oggi accade che di nulla i negri delle colonie africane inglesi siano così timorosi come di acquistare l’indipendenza, aggregandosi all’Unione sud africana: ed, essendosi tempo addietro presentata la possibilità di passare dal governo diretto londinese alla fusione con l’Unione sud-africana, inviarono legati a Londra per invocare fosse evitata ad essi siffatta sciagura. I negri invocano il giudice britannico venuto da lontano, il quale applica imparzialmente la legge, ed aborrono dall’unione col bianco vicino, il quale li tiranneggia.

 

 

L’Italia, nel rivendicare il diritto di conservare le antiche sue colonie, deve mostrarsi antesignana di civiltà e maestra, non seguace, delle nazioni forestiere nell’arte non facile di creare prospere colonie. Non deve seguire i cattivi, ma perfezionare i buoni esempi. Poiché la pretesa di sfruttare le colonie a proprio vantaggio è vana e conduce solo alla ribellione ed alla finale separazione, sia d’uopo afferrare subito il toro per le corna ed affermare che il principio informatore della sua condotta sarà unicamente l’elevazione degli indigeni e la loro preparazione all’esercizio dell’autogoverno.

 

 

Non si tratta di fare i filantropi né gli ingenui: ma, guardando in faccia alla realtà, riconoscere che la politica di forza e di sfruttamento è destinata a fallire nel sangue e scegliere perciò la politica opposta.

 

 

Se l’indigeno sa che la madrepatria è quell’ente lontano il quale manda sul luogo giudici imparziali, i quali impongono l’imparzialità e la giustizia ai capi e ai giudici locali: il quale invia maestri e costruisce scuole per impartire gratuitamente l’istruzione ai suoi figli: il quale invia medici ed infermieri e suore per curare gli ammalati ed impedire il diffondersi di malattie contagiose: se l’indigeno sa che l’Italia lontana è quella potenza, la quale apre strade, compie bonifiche, garantisce la sicurezza, addestra i giovani al maneggio delle armi ed alla disciplina militare sotto capi severi ma imparziali e perciò amati: se a poco a poco a decidere sugli affari locali saranno, insieme con i delegati metropolitani e gli eletti dei coloni bianchi, chiamati gli eletti arabi ovvero negri; se accanto ai consigli locali in seguito saranno costituiti consigli generali di colonia: e perché dovrebbero nascere sentimenti di diffidenza e desideri di separazione?

 

 

Nelle colonie italiane il colono bianco e l’indigeno arabo sapranno di avere il diritto di importare le merci forestiere di cui avessero bisogno da un qualunque paese del mondo: dalla Francia, dall’Inghilterra, dall’India, dal Giappone e via dicendo; ma perché lo dovrebbero fare se gli amici con i quali essi sono abituati a trattare sono italiani, se le relazioni ordinarie di affari sono con italiani, se le compagnie di navigazione che fanno abitualmente scalo nei porti della colonia sono italiane? L’ordine di comperare dall’Italia a 10, quando si potrebbe comperare all’estero a 6 od 8 irrita e rivolta; la impossibilità legale di vendere in Inghilterra a 10 quel che si è costretti a spedire in Italia al prezzo minore di 8 genera malcontento e ribellione. La facoltà di comprare dove che sia, fa si che si preferisca volontariamente acquistare nella madrepatria a 10 invece che altrove a 9, perché il maggior prezzo è compensato da vantaggi di maggior rapidità e puntualità nelle consegne, di continuità negli affari, di adattamento ai gusti dei bianchi coloniali a poco a poco estesi agli arabi od ai negri.

 

 

 

Se il bianco non pretende di far da padrone nei negozi, nella proprietà delle terre, nella gestione delle arti e si rassegna ad essere l’uguale, presto diventa il maestro, il pioniere, l’imprenditore; che è posizione moralmente più alta ed economicamente di gran lunga più profittevole di quella del negriero armato di frusta. Non basta abolire o dire di avere abolito nelle colonie la schiavitù, ché talvolta i legami cosidetti schiavistici sono assai più sciolti ed umani dei legami di taluni contratti di lavoro, i quali vincolano gli indigeni in modo durissimo con compensi di fame, che non si oserebbero offrire a veri schiavi. Se l’Italia vorrà conservare le colonie, dovrà dunque essere esempio e modello agli altri popoli; e governare in guisa che ad essa guardino con occhi invidiosi i popoli indigenti del resto dell’Africa. Via i concessionari bisognosi di mano d’opera a vil prezzo; via gli appaltatori a condizioni di favore!

 

 

Concessioni ed appalti siano aperti a chiunque dimostri di essere capace di lavorare e produrre a parità di condizioni con chiunque altro, indigeno o forestiero.

 

 

Regime di mandato? Assoggettamento a norme vincolatrici e limitatrici della sovranità nazionale? Autorinuncia ad esercitare il diritto illimitato di far leggi in territori soggetti alla sovranità italiana?

 

 

Ebbene sì. Bisogna avere il coraggio di far nostro e di affermare ben alto che l’Italia nuova è decisa a dar l’esempio della rinuncia all’idolo nefasto della assoluta sovranità dello Stato nazionale. Purtroppo, non spetta a noi soli di distruggere ogni dove l’idolo empio e scempio. Ma, qualunque volta sia possibile, dobbiamo dare l’esempio agli altri, non lasciarci trascinare a rimorchio ripugnati e riluttanti.

 

 

Cominciamo, poiché sta in noi, a dichiarare di essere decisi a rinunciare ad ogni privilegio nelle colonie che furono nostre e tali rimangono per i sacrifici durati in passato nel costruirle.

 

 

Poi, se gli altri consentiranno e coopereranno, rinunceremo a ben altro: al diritto di aver un esercito ed una flotta da guerra e un’aviazione bellica al diritto di porre dogane nostre alle frontiere, e ad altri diritti ancora. Ad ogni rinuncia, l’Italia diverrà moralmente più grande e quindi acquisterà in potenza economica e politica.

Torna su