Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Per difenderci

«Corriere della Sera», 14 maggio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 171-173

 

 

 

C’è una interessante coincidenza nelle critiche che socialisti e popolari – i comunisti sotto questo aspetto sono una semplice varietà dei primi – muovono al blocco:

 

 

«Voi non avete idee; non avete un contenuto spirituale. Il cemento che vi tiene uniti è unicamente quello della paura delle profonde riforme da noi invocate. La vostra vittoria significherebbe la rovina di trent’anni di conquiste operaie determinate dalla pressione socialista ed il seppellimento delle “audaci” riforme che nel campo della scuola sono volute dai popolari».

 

 

Nulla di più falso, di più calunnioso, nulla che meglio dimostri la vera intima assenza di contenuto la quale caratterizza invece i due partiti settari, e li costringe a far proprii brandelli del programma liberale e, falsificando storia e verità, proclamarsene esclusivi depositari e vindici.

 

 

È vero; il programma del blocco è prima di tutto negativo. Esso è dettato da un timore. Confessiamolo apertamente. Noi liberali abbiamo avuto per un momento timore di qualche cosa e ci siamo stretti insieme per difenderci contro gli assalti altrui. Noi ci gloriamo però di quella preoccupazione e di quella difesa; perché esse sono la prova migliore della grandezza del nostro compito, della superiorità grande del contenuto spirituale del nostro programma su quello dei nostri avversari. Di che cosa infatti noi liberali abbiamo avuto paura? Di vedere a poco a poco, sotto i nostri occhi, venir meno lo stato e cioè la conquista civile più alta dei tempi nostri, lo stato, come ente superiore ai cittadini, alle frazioni ed ai gruppi, come unico dispensatore di forza e di giustizia. Da un lato i socialisti ed i comunisti, i quali concepiscono lo stato sotto le forme false e bugiarde di un prodotto di lotte di classe; che ritengono che lo stato altro non sia se non uno strumento di dominio di una classe sulle altre; ed apertamente dichiarano di volere instaurare la dittatura di una classe, di quella che essi piaggiano e per mezzo della quale vogliono afferrare il potere. Dall’altro i popolari i quali svuotano parimenti lo stato di ogni contenuto, negandogli le funzioni di educatore e del principio della libertà della scuola si servono per proclamare che soltanto le scuole pervase dallo spirito cattolico possano adempiere bene ai proprii fini.

 

 

Ecco risorgere così a poco a poco il feudalismo. Non occorre, perché ci sia una società feudale, che vi siano conti, baroni e vassalli dispersi in castelli e torri e villaggi. È ugualmente una società feudale quella che socialisti e popolari vogliono costruire; in cui la sovranità dello stato sia spezzettata in tante frazioni; e vi siano tanti gruppi sociali, gli uni divisi dagli altri ed ubbidienti a proprii capi. Se i ferrovieri ubbidiscono al proprio sindacato e vogliono gerire le ferrovie a proprio beneficio, se lo stesso accade per le poste e gli altri servizi pubblici; se ogni gruppo tira l’acqua al proprio mulino; se alle cose della scuola debbono presiedere le associazioni religiose o filantropiche interessate, se i municipi debbono riunirsi in leghe e trattare da pari a pari con lo stato; se, come concordemente vogliono socialisti e popolari, il parlamento deve essere poco per volta ridotto alle funzioni di camera di registrazione; e ad ogni ramo della pubblica attività deve presiedere un consiglio: consiglio del lavoro, consiglio dell’agricoltura, dell’industria, del commercio, consiglio dell’istruzione, in cui intervengano solo dei cosidetti tecnici ed i cui membri siano nominati dalle classi interessate: ecco, sotto altre spoglie, risuscitata la società feudale, ecco di nuovo in auge lo sminuzzamento della sovranità che fu caratteristica dei secoli medievali dopo Carlo magno. Quei sindacati, quei consigli sovrani sono altrettanti baroni e marchesi asserragliati nei propri castelli, ognuno in lotta con gli altri sindacati e consigli, ognuno in guerra con gli altri baroni.

 

 

Chi farebbe le spese del nuovo feudalesimo? Al solito, i poveri, i deboli; quelli che non avranno la forza e la furbizia per intrufolarsi nei gruppi, per giungere ai buoni posti baronali, per attirare a sé, con parole altisonanti, le buone cose della vita a danno di tutti.

 

 

I liberali si onorano di aver avuto paura di questo spaventevole regresso e di essersi riuniti insieme per la difesa dell’idea di stato. Facendo così, essi dimostrano di avere dato al loro programma un alto contenuto spirituale.

 

 

Anch’essi vogliono la libertà della scuola, come i popolari; ma non dimentichi che il principio della libertà della scuola fu, assai prima che dai cattolici, bandito dai Cavour, dagli Spaventa, dai Ferrara; intendono che anche lo stato abbia le sue scuole, in libera competizione con quelle religiose o socialiste; che anche i suoi maestri siano degli educatori ed attraggano i giovani con la bellezza eterna dell’insegnamento della verità. Ma lo stato, superiore a tutti, vegli perché la libertà della scuola non si converta in un privilegio dei gruppi religiosi o settari ad educare i giovani in maniere contrarie alle necessità ed alle idealità della patria comune.

 

 

Anche i liberali vogliono la legislazione sociale e la libertà di organizzazione degli operai. Essi, e non i socialisti, attuarono questi principii; ed essi perciò li vogliono salvi contro la degenerazione che convertirebbe la libertà della organizzazione nella sopraffazione dei più deboli da parte dei forti, padroni delle organizzazioni chiuse e sovrane. Solo sovrano deve essere lo stato: e sotto la sua egida si devono potere liberamente formare e riformare, costituire e svanire, accordarsi e combattersi organizzazioni rosse, bianche, nere, senza alcun monopolio per alcuna di esse.

 

 

Così noi intendiamo lo stato. Così, forse un po’ confusamente, lo intesero i fasci quando vollero scuotere la tirannia delle organizzazioni rosse e nere imperversanti in Italia. Se nella repressione del delitto essi eccedettero, ciò fu perché lo stato vero era assente. Noi vogliamo che esso risorga in tutta la sua maestà e di nuovo si assida in mezzo alle competizioni degli individui e delle fazioni, legislatore, giudice ed arbitro.

 

 

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