Per grazia di Dio e volontà della nazione

Tratto da:

Risorgimento liberale

Data di pubblicazione: 23/02/1946

Per grazia di Dio e volontà della nazione

«Risorgimento liberale», 23 febbraio 1946

 

 

 

Improvvisamente, taluni accadimenti recenti in Italia ed altrove in Europa hanno posto dinnanzi al pubblico italiano un problema, il quale va al di là delle contese odierne: quando un governo, quando uno stato è legittimo? Vi sono domande, le quali paiono talvolta superate e d’un tratto ripresentandosi, gittano un’ombra scura sulla vita di un paese. Dai fatti recenti prendo soltanto occasione per affermare che a ragione gli uomini si pongono ogni tanto l’angosciosa domanda: quando uno stato è legittimo? Non vale ignorare la domanda; che uno stato, qualunque stato, vive e dura solo se, astenendosi dal proclamarsi legittimo, opera tuttavia in guisa che tutti ne riconoscano la legittimità.

 

 

Guglielmo Ferrero, dopo avere scritto libri di storia e di immaginazione suscitatori di non pochi dubbi tra gli storici ed i letterati, nei lunghi anni dell’esilio ginevrino meditò sulle cause delle rivoluzioni e delle guerre ed in una trilogia napoleonica ne illustrò con penetrazione non comune una tra le cause, additandola tra le maggiori cagioni, se non la massima, della instabilità degli stati moderni: la mancanza in essi del senso di legittimità. Le prove particolari possono essere discutibili; ma la domanda ansiosa posta da Guglielmo Ferrero denuncia il peccato che si trova all’origine di troppi tra gli stati moderni.

 

 

Questi sono deboli perché sentono che il titolo per cui essi sono sorti non è bastevole agli occhi dei loro cittadini. Affannosamente essi vanno alla ricerca del titolo di legittimità: il diritto di conquista, la gloria militare, la antichità dello stato o della dinastia regnante il principio di nazionalità, i confini naturali, la volontà popolare espressa in voti plebiscitari. Quasi sempre si avveggono che la ricerca è vana; e che le dimostrazioni raffinate di grandi giuristi non soddisfano. Il re, il capo, il gruppo politico governante si sentono inquieti. Non bastano i riconoscimenti formali degli stati stranieri; non bastano le ripetute votazioni popolari, gli indirizzi magniloquenti dei corpi legislativi a dare al grande Napoleone il convincimento di essere davvero un sovrano legittimo. Per conquistare il titolo di legittimità che gli sfugge, egli corre a capo di eserciti vittoriosi tutta l’Europa, trascina teste coronate dietro al suo carro trionfale, ripudia Giuseppina e diventa genero dell’erede degli imperatori romani. Tutto è inutile; la grazia di Dio non consacra la corona, che pur gli era porta da un papa e la votazione plebiscitaria non esprime la volontà della nazione. Metternich tenta di risuscitare gli antichi troni legittimi ed il tentativo garantisce all’Europa un trentennio di pace. Ma il demone del dubbio sulla legittimità del proprio titolo corrodeva alla radice il sentimento del diritto alla vita dei governi restaurati. La forza non basta a dare ai governi stabilità: le rivoluzioni seguono alle rivoluzioni, le guerre alle guerre; e l’Europa affannosamente cerca inquieta la ragion d’essere delle proprie istituzioni politiche. Si salvano l’Inghilterra, la Svizzera, gli Stati scandinavi, l’Olanda ed, in sostanza, anche il Belgio perché, monarchiche e repubblicane, quelle formazioni politiche poggiano sulla base granitica di miti giuridicamente indefinibili, di alcune parole il cui significato è probabilmente impossibile precisare; di miti e parole nelle quali però si incarna la volontà del passato ed il consenso dei viventi. Quei miti e quelle parole erano, dopo il 1860, state fatte seguire dagli uomini del risorgimento al titolo dei Re d’Italia con la formula «per grazia di Dio e per volontà della nazione». Non so chi di essi sia stato l’inventore della formula; ma so che essa sintetizza in poche lapidarie parole le esigenze a cui deve soddisfare un ordinamento statale duraturo, uno stato del quale i cittadini, salvo rarissime eccezioni di ragionatori contemplativi, non discutono il fondamento. Quello stato, del cui ordinamento non si parla, dei cui organi essenziali – Re o presidente o consiglio federale, camere legislative, primi ministri – nessuno mette in dubbio i poteri, quello stato esiste davvero «per grazia di Dio e per volontà della nazione». La «grazia di Dio» è un mito al quale le società stabili, che si reggono senza polizia segreta e senza tribunali speciali, non possono rinunciare. Per supporre l’assenza, farebbe d’uopo immaginare una società senza tradizioni, senza storia, senza legami col passato, priva di vincoli di famiglia, di spirito di corpo e di vicinanza, di rispetto per gli anziani, per i saggi, per i costumi ricevuti dalle generazioni passate. Una istituzione politica la quale non sia confortata dal tacito consenso degli avi, della quale i cittadini o molti cittadini mettono perciò in forse il fondamento, non ha il conforto della grazia di Dio ed è instabile.

 

 

Se la grazia di Dio significa la benedizione data dal passato al presente, la volontà della nazione è il consenso dei viventi. Essa non si esprime con i plebisciti. Tutti i plebisciti espressi a mezzo di schede, anche quelli del risorgimento, furono contestati e saranno mai sempre contestabili. Al paro della grazia di Dio, la volontà della nazione è un mito. Essa si manifesta quando i viventi non pensano a mutare la forma di governo esistente, anzi guardano con fastidio o con indifferenza alle minuscole minoranze di agitati o di intellettuali occupati a porre problemi inutili. Una dopo l’altra, le nuove generazioni di reclute hanno, prestando giuramento, gridato «Viva il Re!» o «Viva la repubblica!» ed il grido divenuto rituale, a poco a poco ha ridotto al silenzio la protesta, ognora più foca, dei non conformisti. La volontà della nazione non si esprime, per quanto tocca gli istituti fondamentali dello stato, con votazioni, ma con il consenso dei più e con la cooperazione dei dissenzienti. I miti politici non operano in virtù di leggi scritte. Sono stati d’animo, che guai se non esistono! Prima o poi, lo stato che ne difetta è dannato alla rovina. Ad esso manca la base della legittimità.

 

 

Per dare stabilità agli stati non importa che quelle parole siano proclamate ogni giorno e che su di esse si insista. Una repubblica non si rinsalda solo perché i suoi atti sono emanati per la volontà del popolo o della nazione. Un monarca non perpetua la sua dinastia solo perché fa appello alla grazia di Dio ed è detto l’inviato della provvidenza. Importa assai invece che quelle parole diventino una formula inavvertita, anche non scritta, a cui nessuno obietta; e significa omaggio reso agli antenati e rispetto alle opinioni dei viventi. Solo così uno stato è sicuro di essere ricevuto ed accettato dalle generazioni venture, le sole che contano nella storia dei popoli. Solo così i governanti dello stato sono liberati dall’ansia, dalla inquietudine, dalla paura. La paura, ecco la grande nemica della pace, la grande fomentatrice delle rivoluzioni e delle guerre. La paura è l’alleata naturale dell’altra grande nemica della pace, dell’altra grande fomentatrice di guerre che è la pretesa dello stato di essere ente perfetto, unico creatore del diritto, atto a mutare a suo libito gli ordinamenti politico sociali della nazione. Uno stato, il quale sia veramente duraturo e stabile, il quale viva davvero «per la grazia di Dio e per la volontà della nazione» sa che vi sono molte cose poste al di là e al di fuori della sua azione; sa che al di là del diritto positivo che esso attua vi è un diritto naturale, vi è un ordine divino ed umano che esso deve rispettare; sa che esistono la famiglia, le religioni, le chiese, le associazioni, i luoghi e le città; sa che esitono gli uomini, forniti variamente di idee e di sentimenti; sa che allato ai vivi esistono e vivono, vigili, i morti e vivono i non ancori nati; sa che accanto agli uomini viventi oggi nel suo territorio, altri uomini vivono in altri stati e pongono limiti alla sua azione. Lo stato duraturo e forte conosce e rispetta la istituzione ed i corpi e le idee e i sentimenti esistenti; e poiché sa di non potere far tutto, è duraturo e forte.

 

 

Lo stato il quale non è confortato dalla grazia di Dio e della volontà della nazione ha paura. È inquieto e perciò afferma di essere da Dio o dal popolo inviato a dar nuova felicità e prosperità alla nazione. Ma più alte risuonano le sue parole e più, nel silenzio di coloro che tacciono e nelle vociferazioni di coloro che sono comandati e spinti a plaudire, cresce la sua paura. Più esso afferma di poter far tutto, meno sente di poter far qualcosa. La paura degli stati, i quali dubitano del proprio titolo a governare e si sforzano a nascondere il dubbio, ecco la causa prima delle rivoluzioni e delle guerre, le quali hanno tenuto agitata l’Europa continentale dal 1789 in poi. Se l’Europa, se l’Italia vogliono conquistare la pace e salvare la civiltà, gli uomini viventi oggi debbono porsi ogni giorno la domanda: operiamo noi in guisa da serbare intatto il retaggio degli avi e da promuovere l’elevazione dei figli? Se sì, la grazia di Dio scenderà su di noi e il consenso della nazione conforterà l’opera nostra. Se no, vana sarà la speranza di liberarci della paura e di salvarci dall’abisso.

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