Per il buon senso e per non togliere le armi all’esercito in campo

Tratto da:

La Riforma Sociale

Il Corriere economico

Data di pubblicazione: 01/11/1916

Per il buon senso e per non togliere le armi all’esercito in campo

«La Riforma Sociale», novembre-dicembre 1916, pp. 761-763

«Il Correre Economico», 28 dicembre 1916, pp. 765-766

 

 

 

Pubblicando le parole ammonitrici di Alberto Geisser intorno al problema economico più grave della guerra presente iniziamo una discussione, la quale speriamo sia approfondita serenamente e con l’occhio intento solo alla salvezza comune.

 

 

Leggendo i giornali italiani e purtroppo anche quelli di altri paesi dell’intesa, sembra quasi che gli unici problemi degni di essere discussi siano:

 

 

  • – come si possa, in tempo di pace, fornire il pane e la carne ed il vino a buon mercato ed in abbondanza alla popolazione;
  • – come si possa ottenere dall’Inghilterra il carbone a prezzi non troppo dissimili da quelli di pace;
  • – come si possa far sì che nessuno tragga guadagni dalla guerra, assorbendo con imposte al 100 per cento gli extraprofitti e mettendo in galera gli industriali colpevoli di avere assunto forniture di guerra;
  • – come si possa impedire che ci siano accaparratori di uova, di scarpe, di latte e come si possa risolvere il problema della quadratura del circolo di far sì che a produzione diminuita ed a mezzi di compra cresciuti (moneta più abbondante) prezzi rimangano quelli di prima.

 

 

Finché questi discorsi scempi e balordi li facessero i giornali socialisti ed ex-neutralisti, poco ci sarebbe da meravigliare. Il loro mestiere è di seminare zizzania a di indebolire la resistenza del paese di fronte al nemico.

 

 

Ma addolora vedere gli stessi discorsi fatti da uomini e giornali, i quali sanno quale grave partita si combatte e come tutte le forze del paese debbano essere tese per il conseguimento dello scopo comune. Si prova un senso di angoscia vedendo come senza reazione da parte del parlamento e del governo un deputato piemontese, l’on. Di Robilant, abbia potuto spifferare alla Camera una sua insulsa pappolata, l’unico costrutto della quale era di sostituire alla produzione di armi, munizioni e forniture di guerra da parte di stabilimenti ausiliari la produzione tardigrada degli arsenali governativi. Un simile proposito nella bocca di chi desidera la vittoria tedesca sta bene; nella bocca di chi augura la vittoria all’Italia è indice di inconsapevolezza e di cecità così spaventose da far rabbrividire. Ricordo due fatti soli, prima di chiudere queste prime battute di una discussione appena iniziata:

 

 

Primo: se Napoleone, come ha osservato l’amico Prato, perse la campagna di Russia e finì a Waterloo per molte cause non ultima però fra esse fu l’odio feroce da lui concepito negli ultimi anni contro i fornitori militari, odio che lo aveva spinto a processarli, spogliarli e maltrattarli, per affidare le provviste di armi e di vestiti e di proviande a funzionari di Stato. Il risultato fu: eserciti senza munizioni, male vestiti, male calzati e male nutriti. Con soldati simili neppure un Napoleone vince.

 

 

Secondo: la Germania d’oggi lascia chiacchierare i suoi giornali; ma intanto stabilisce il servizio civile e quel che più monta, spinge l’industria ad una produzione intensissima. Pochi dati esatti si conoscono su quel che avviene nell’impero tedesco. Il dato più significante che io conosco, di gran lunga più significante degli insulsi discorsi sulle ristrettezze alimentari di quel paese, ristrettezze le quali finora hanno enormemente rafforzato quel paese dal punto di vista economico rispetto alla condotta della guerra, è il seguente: nei primi nove mesi del 1916 la produzione dell’acciaio nel vecchio territorio doganale tedesco, senza tener conto cioè dei territori francese, belga e polacco, raggiunse le 11.930.000 tonn. contro 9.673.000 tonn. nei primi nove mesi del 1915; appena il 3 per cento di meno della produzione dei primi 9 mesi del 1914, sette dei quali furono di pace, e che fu di 12.225.000 tonnellate. Produzione quasi immutata dunque e, quel che più monta, quasi totalmente destinata a scopi di guerra, mentre prima doveva provvedere a larghe esportazioni ed a forti consumi di pace. Come, malgrado 1 milione di morti, 4 milioni di feriti, altri parecchi milioni di giovani ed uomini nel fiore dell’età sotto le armi, tale risultato si sia potuto ottenere, non si sa. Ma è impossibile escludere dai fattori di tale risultato il fatto che il governo ha guardato col meritato disprezzo le chiacchiere dei nevrastenici e degli incompetenti ed ha lasciato mani libere agli industriali. Tutte le liste di bilanci che vengono dalla Germania parlano di affari colossali delle società per azioni, di guadagni cresciuti e di dividendi aumentati. Agli uomini di governo tedeschi, che vogliono vincere la guerra, non è venuto in mente di privare gli industriali dei guadagni fatti, di togliere loro i denari necessari per ampliare gli impianti, di assoggettarli a vessazioni ridicole intorno al modo di scrivere i loro bilanci e di attribuire certe somme a riserve od a aumento di capitale (cosa la quale può sembrare importante solo ad un burocratico impervio a qualsiasi elementare nozione di contabilità). Unico vincolo fu l’obbligo di investire metà dei guadagni in titoli di Stato, vincolo tenuissimo quando si pensa alle larghe anticipazioni che su quei vincoli si possono ottenere.

 

 

Per fortuna anche da noi si produce assai più di prima. Gli industriali italiani hanno saputo dar prove di tale capacità di adattamento, di iniziativa e di abilità tecnica da far stupire. E così fu possibile dare al comandante supremo ed all’esercito i mezzi tecnici per respingere la offensiva austriaca nel Trentino e per vincere le battaglie del Carso e di Gorizia.

 

 

Ma se fosse vero, che Dio guardi, la notizia diffusa dai giornali che Lloyd George sul serio si propone di portare al 100 per cento l’imposta sui profitti di guerra, e di organizzare socialisticamente l’industria inglese; e se questi spedienti per procacciarsi i voti dei labouristi fossero imitati negli altri paesi dell’intesa e principalmente dall’Italia, dove tutte le sciocchezze internazionali hanno diritto d’asilo, i pronostici sarebbero duri.

 

 

Contro un paese, il quale combatte la guerra con criteri bellici e sa sfruttare ogni passione umana ed anche quelle egoistiche, per ottenere il successo, le parole e le chiacchiere non valgono. Io non sono mai stato e non sono ammiratore dell’organizzazione tedesca. Né i tedeschi ottengono successi per via della virtù mistica di una nuova divinità detta “organizzazione”. Ottengono successi solo perché e dove agiscono col buon senso. In materia economica, in materia di produzione bellica non c’è buon senso a pretendere che la roba sia prodotta e nel tempo stesso vessare, ingiuriare, minacciare chi produce quella roba. Agiscono così solo coloro che ragionano col senso storto, proprio dei politicanti in cerca di popolarità, dei burocratici paurosi di compromettersi e dei giornalisti timorosi di essere segnati a dito come venduti.

 

 

Eppure: inglesi, francesi ed italiani siamo sempre stati e siamo ancora gente in cui il buon senso, la capacità di ragionar bene e di vedere le cose giuste sono qualità diffusissime! Non può essere che, solo per supina obbedienza ad una classe politica senz’arte né parte, si continui sino alla fine a commettere errori che potrebbero divenire irreparabili.

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