Per il monopolio statale degli armamenti

Tratto da:

Minerva

Data di pubblicazione: 16/06/1915

Per il monopolio statale degli armamenti

«Minerva», 16 giugno 1915, pp. 529-531

 

 

 

Vi sono molti i quali ritengono che la presente guerra europea debba cagionare modificazioni profonde nell’assetto economico e sociale dei paesi europei, sovratutto accrescendo le funzioni dello Stato, il quale si è abituato a fare troppe cose durante la guerra perché si decida ad abbandonarle in seguito.

 

 

Specialmente in Inghilterra e in Francia la guerra è stata considerata come un trionfo del collettivismo. Ciò che non erano riusciti ad ottenere decenni di propaganda socialista, fu compiuto come cosa naturalissima in pochi giorni di guerra: la Borsa messa al servizio dello Stato, le emissioni di titoli consentite solo per quei fini che dal Governo fossero considerati come pubblici; le ferrovie private amministrate direttamente dal Governo o dalle Compagnie per conto del Governo; il diritto di espropriazione della proprietà privata esteso senza limiti; molte industrie e stabilimenti messi a disposizione o addirittura geriti dallo Stato; i salari degli operai fissati d’autorità; gli scioperi proibiti e sostituiti dall’arbitrato obbligatorio; gli operai mobilitati e convertiti quasi in funzionari pubblici; fissato in certi casi il limite massimo dei profitti; in altri intervenuto lo Stato a fornire capitali ad imprese private, con la riserva di facoltà gelose di sorveglianza; in altri ancora lo Stato accorso a salvare banche, ad assumere la garanzia del portafoglio privato degli istituti di emissione, con relativo sacrificio dell’indipendenza di enti prima autonomi. Lo Stato assicuratore, lo Stato vettore di navi, lo Stato banchiere. Come non vedere in questa trasformazione collettivistica dello Stato una delle ragioni del riavvicinamento dei socialisti ai Governi belligeranti?

 

 

Io non voglio ridiscutere qui il problema generale delle funzioni dello Stato; e neppure voglio approfondire il punto, che a me pare centrale, se tutta questa nuova attività dello Stato sia davvero un trionfo dello spirito collettivistico, o non invece un’applicazione di un concetto pacifico presso gli economisti, anche classici e liberisti, secondo cui tutto ciò che attiene alla guerra è di spettanza dello Stato, cosicché molti uffici, dai quali normalmente è utile che lo Stato si tenga lontano, in tempo di guerra e sino al suo termine devono invece essere affidati allo Stato, il quale soltanto li può convenientemente compiere. Neppure intendo risolvere il problema, che è di profezia storica, quante funzioni, assunte straordinariamente dallo Stato in occasione di questa guerra, saranno da lui conservate in tempo di pace. Poiché il problema non si risolve sulla base della convenienza, intorno a cui soltanto gli economisti possono aver qualcosa da dire, ma sulla base della prevalenza futura dei partiti politici, delle reali o immaginarie loro convenienze, degli sperati risultati elettorali di una data politica, delle idee, corrette o erronee, che gli uomini si faranno dopo la guerra dei loro bisogni, degli interessi che saranno sorti intorno alle nuove industrie statizzate e che premeranno sui politicanti, subito pronti a dimostrare che quei privati interessi si confondono con l’interesse generale.

 

 

Tutto ciò non ha nulla a che fare col calcolo economico; ed è probabile che, dopo la guerra, le cose suppergiù andranno come prima, ossia lo Stato seguiterà a fare molte cose di cui sarebbe meglio non si impacciasse, e trascurerà quelle di cui sarebbe opportuno si curasse con molta diligenza. Il solo punto che la guerra mi sembra abbia messo in chiaro è la opportunità di statizzare, in regime di monopolio, la industria della fabbricazione delle armi, del materiale e del naviglio da guerra. Forse, appunto perché questa è la conclusione logica della guerra, gli Stati seguiteranno ad abbandonare questa funzione pubblica alla industria privata, a cui invece converrebbe sottrarla; mentre si ostineranno a fare altri mestieri, di assicuratori, banchieri o negozianti di grano, in cui riescono assai mediocremente. Gli uomini sono fatti così: che reputano di essere capacissimi di fare ciò che non sanno e dispregiano le cose in cui potrebbero riuscire. La qual verità non toglie il dovere in noi di insistere su quella che ci sembra la retta via.

 

 

Parecchie sono le ragioni le quali dovrebbero persuadere a statizzare le industrie d’armamento (fabbriche d’armi, di cannoni, di corazze, arsenali e cantieri per la costruzione della marina da guerra), con privativa assoluta per i Governi:

 

 

1)    Se un fabbricante italiano di paste alimentari riesce a venderne molte negli Stati Uniti, egli avvantaggia sé ed il paese e non cagiona alcun danno ai consumatori nazionali. Se invece un cantiere navale italiano (o inglese, o tedesco, ecc.) riesce a collocare alcune navi da guerra all’estero, siccome l’unico cliente possibile è lo Stato, egli accresce la forza militare degli stranieri e diminuisce proporzionatamente la forza militare dell’Italia; sicché il nostro Stato è costretto ad aumentare le sue ordinazioni di navi da guerra, per ristabilire la parità di posizione.

 

 

È dannoso all’interesse pubblico ed è contrario ai principi fondamentali del governo rappresentativo che la politica militare ed i bilanci della guerra e della marina siano deliberati non dalla libera volontà, apertamente ragionata, del Parlamento e del Governo, sibbene in seguito alla suggestione provocata dalla iniziativa irresponsabile ed interessata di un fabbricante privato. L’esperienza, specialmente inglese e tedesca, sembra dimostrare che uno dei mezzi più efficaci per provocare una domanda interna di armi e navi da guerra è l’accorta conclusione di contratti di forniture militari con Stati stranieri, con cui esiste o si suppone esistere contrasto di interessi;

 

 

2)    Per la stessa ragione, mentre un aumento nella domanda della birra in Germania ci lascia indifferenti, non così un aumento nella domanda di cannoni e corazze fatta dal Governo tedesco alla Casa Krupp. Questo ci costringe a domandare anche noi cannoni e corazze alla stessa Casa Krupp e ad altre ditte produttrici, nazionali ed estere. Anche qui il vero padrone del bilancio nazionale non è più il Parlamento italiano; sono forze extra- costituzionali ed irresponsabili, i cui interessi possono essere contrastanti a quelli del nostro paese;

 

3)    Provocare una domanda maggiore di birra non è facile; poiché occorrerebbe crescere la sete o il desiderio di dissetarsi bevendo birra, ed insieme i redditi necessari per acquistare la bevanda. Cosa la quale non è, se non in piccola parte con la reclame, in potere dei fabbricanti. Nel caso degli armamenti, l’unico consumatore è lo Stato, i cui fondi sono o paiono illimitati, avendo desso la potestà di ripartire imposte sui contribuenti. Per ottenere ordinazioni, il fabbricante di armi deve soltanto mantenere vivo il senso del timore di aggressioni dall’estero e di complicazioni internazionali. Pare sia abbastanza facile mantenere l’opinione pubblica in questo stato di sovreccitazione e di apprensione, che è assai propizio al moltiplicarsi delle ordinazioni militari;

 

4)    A far questo, le ditte produttrici di armi e di navi da guerra sono spinte altresì dalla necessità di tenere occupato il loro enorme capitale. Poche ordinazioni all’anno bastano a rimunerarlo largamente; e, mancando queste, il bilancio si chiude al contrario con ingenti perdite. Si comprende quindi come le imprese facciano ogni sforzo per provocare rivalità fra Stato e Stato negli armamenti. E poiché le rivalità negli armamenti sono causa potente di guerra, sembra contrario all’interesse generale che le guerre non siano determinate soltanto da gravissimi motivi riflettenti la vita dello Stato o della nazione, bensì anche da motivi certamente apprezzabili, ma non pubblici, come quello di rimunerare il capitale di alcune imprese private;

 

5)    Fa d’uopo notare come le imprese di armamenti, le quali possono determinare atti gravissimi per l’avvenire di un paese ed influire sulla volontà dei Parlamenti, frequentemente siano collegate fra loro con accordi, consorzi, trusts internazionali. Molte delle maggiori ditte hanno filiali all’estero; parecchie, anche di paesi che furono e possono ridiventare nemici, sono tra di loro collegate. Tedeschi seggono nei Consigli di amministrazione di Società anonime inglesi o francesi o italiane. Il che, se può essere utile o indifferente quando si tratti di fabbricare birra o cioccolata, diventa pericoloso quando si fabbricano cannoni o navi da guerra. Poiché allora la nostra politica militare, l’ammontare delle nostre spese, il tipo dei nostri armamenti vengono determinati sotto l’influenza di interessi privati non solo, ma stranieri per giunta. E su questi interessi privati stranieri possono innestarsi interessi pubblici, pure stranieri, contrari ai nostri;

 

6)    Hanno spesso l’abitudine, codeste imprese di armamenti, di assumere come impiegati ed intermediari persone che furono ufficiali nell’esercito e nella marina dei Governi loro clienti. Costume non bello, che lodevolmente si cercò di reprimere in Italia e che testimonia in esse fiducia di ottenere ordinazioni più con influenze personali che con la bontà del prodotto.

 

 

Le ragioni ora esposte mi paiono sufficientemente gravi per legittimare la conclusione della necessità di sottrarre all’industria privata la produzione degli armamenti. Il monopolio di Stato è necessario per restituire ai Governi ed ai Parlamenti la loro piena ed effettiva sovranità in queste gelose faccende pubbliche.

 

 

Si andrà forse incontro a qualche inconveniente: di pretese eccessive di maestranze organizzate ai danni dell’erario, di maggiore lentezza e di maggior costo nella lavorazione. Ma sono danni sopportabili in vista del risultato che si desidera raggiungere, di liberazione del paese da influenze extra-costituzionali e straniere. Rimarrà ancora fra Stato e Stato l’emulazione negli armamenti; ma sarà soltanto quella emulazione la quale deriva da ragioni di carattere pubblico, e spingerà ad eseguire appunto e solo quelle spese le quali siano necessarie per migliorare realmente l’apparecchio militare. Oggi le imprese private non desiderano che gli Stati si armino bene, bensì che essi spendano molto, anche, anzi specialmente per armarsi male. Poiché, se si scopre in seguito che le armi sono cattive o d’un tipo antiquato, sorge la necessità di spendere nuove cospicue somme per nuove ordinazioni. Queste e non i buoni apparecchi militari premono alle Case costruttrici. Di qui il succedersi vertiginoso dei tipi di armi e specie di navi, molti dei quali durante la guerra vera si chiariscono dappoi inefficaci.

 

 

Specialmente i paesi, come l’Italia, i quali si armano a solo scopo di difesa e per la consecuzione della unità nazionale, hanno interesse ad impedire una politica, la quale è usata sovratutto negli Stati militaristi, in cui la somma del potere spetta a ceti oligarchici, forse strettamente imparentati con quelli che sono a capo delle imprese d’armamento. Gli Italiani, che hanno accolto con fede e con convinzione la guerra di liberazione, non possono non essere contrari ad una politica di armamenti che si identifica, provocandole, con le guerre di aggressione e di dominazione.

 

 

Di qui l’utilità di discutere in tempo il problema del monopolio degli armamenti. Nel giorno della pace, le nazioni le quali combattono per il trionfo dei principi di nazionalità e di libertà dovrebbero essere concordi nell’imporre un patto internazionale il quale, sancendo sopratutto il monopolio statale degli armamenti, liberasse ogni paese da questa insidiosa ed occulta maniera di dominazione straniera. La liberazione della sovranità nazionale dalla influenza di ditte private, forse straniere, dovrebbe essere uno dei capisaldi del programma dei paesi che lottano per la difesa delle sovranità nazionali contro un potere egemonico.

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