Per il servizio postale

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 31/08/1901

Per il servizio postale

«La Stampa», 31 agosto 1901

 

 

 

(Dove si devono spendere i denari).

 

 

Ieri, dando la notizia che fra breve entrerà in attività la linea telefonica Torino-Parigi, lamentavamo i ritardi che il Governo francese pone ai lavori sul suo territorio, lieti che dalla parte italiana tutto sia pronto.

 

 

Caso strano questo che l’Italia sia arrivata prima, se si pensa alle difficoltà enormi che si incontrano nel nostro Paese per impiantare nuove linee telegrafiche e telefoniche. Pare che si faccia apposta a non voler dare incremento ad un servizio che è fra i più preziosi strumenti di rapidità e di vittoria nella lotta di concorrenza che si combatte in tutti i paesi.

 

 

Né siamo i soli a lamentare che in Italia il Governo non faccia abbastanza per questi servizi. In una sua interessante relazione sull’andamento dei servizi postali e telegrafici, pubblicata or sono alcuni giorni, il ministro Galimberti lamenta che dopo il 1891, ossia da circa 10 anni, il Ministero non abbia più avuto fondi disponibili per la costruzione di nuove linee telegrafiche.

 

 

Neppur per quanto riguarda il servizio telefonico il ministro ha ragione di essere molto soddisfatto: «Colla legge attuale – scrive l’on. Galimberti – non sembra prevedibile un grande sviluppo avvenire. Le Società, infatti, non hanno alcun interesse ad impiantare linee perfezionate e quindi costose, poiché il Governo può riscattarle dopo 12 anni ed in ogni modo se ne impadronisce dopo 25; tempo questo che non basta alle Società per rifarsi di tutte le spese ed ottenerne un utile corrispondente al capitale impiegato. Le linee interurbane poi, che dovrebbero essere costruite ed esercitate dal Governo come complemento della rete telegrafica, non prendono sviluppo perché in bilancio non vi sono fondi all’uopo assegnati; né sarebbe d’altra parte conveniente di lasciarle in piena balia dell’industria privata, per gravissime ragioni amministrative e di Stato che vi sono connesse, ed anche per la concorrenza che in questo caso farebbero al servizio telegrafico non largamente produttive».

 

 

L’onorevole ministro, a cui i doveri della carica impongono un riserbo spiegabile, non dice di più; ma con grande ragione avrebbe potuto lamentarsi contro il collega del tesoro, che tratta i servizi postali e telegrafici come uno strumento fiscale, a cui non si debba dar nulla e il quale sia pregiato soltanto in ragione della sua capacità a fornire allo Stato una crescente entrata.

 

 

Poiché le poste ed i telegrafi rendono molto allo Stato italiano e rendono tutti gli anni di più. Nell’ultimo anno (1898-99), per cui si abbiano notizie complete, il reddito lordo fu di 74,278,281 lire, superiore di 3,621,217 lire a quello dell’anno precedente. Deducendone la spesa in lire 58,990,597 si ha una entrata netta per l’erario di lire 15,287,684, alle quali sarebbero d’aggiungere dieci milioni di lire circa che la posta paga per sussidi alle Compagnie di navigazione per uno scopo non proprio, ma essenzialmente commerciale.

 

 

Ed a questo dicastero che tanto produce, che nell’anno indicato eseguì 718 milioni di operazioni, con un movimento di valori di 5 miliardi e 201 milioni di lire, che conserva in deposito 700 milioni di lire del più meritorio piccolo risparmio nazionale, si negano non diciamo i milioni, ma le centinaia di migliaia di lire che sarebbero necessarie per l’impianto di nuove linee, di nuovi uffici, e per l’utilizzazione dei mezzi più indispensabili al suo funzionamento.

 

 

Negli ultimi anni qualche cosa di più si è fatto, per quanto sempre con grettezza e di malavoglia; ma vi fu un tempo (1891-1893) in cui si ridussero le spese annue di quasi due milioni, con questo risultato, scrive il ministro, che «l’Amministrazione nostra postale e telegrafica, la quale si trovava già fra le prime, perdé gradatamente terreno, avendo le Amministrazioni estere largheggiato in utili spese ed avendo così potuto ottenere risultati che era vano sperare in Italia senza un corrispondente aumento di fondi disponibili».

 

 

Questo sistema, bisogna convenirne, ci sembra stravagante. Le poste ed i telegrafi sono un servizio esercitato dallo Stato non a scopo di lucro o per aver agio di gravare d’imposta i cittadini in guisa che essi non se ne accorgano, ma perché i cittadini possano in qualunque parte del territorio nazionale spedir lettere e telegrammi nel modo più rapido ed economico possibile.

 

 

Perciò lo Stato avrebbe il dovere, come farebbe un altro industriale qualunque, d’impiegare almeno una parte dei profitti annui per estendere i servizi, per impiantare nuovi uffici e nuove linee allo scopo di moltiplicare il consumo delle lettere e dei telegrammi. I benefizi che si ritrarrebbero da questo sistema sarebbero enormi. Nella relazione già citata, l’on. Galimberti fa un raffronto interessante fra l’Italia ed i paesi stranieri. Giova ricordare alcune cifre.

 

 

Gli stabilimenti postali fissi sono in Italia 8885,in Inghilterra 21,940,in Germania 36,464;le cassette d’impostazione sono in Italia 20,391, in Inghilterra 54,533, in Germania 115,490.

 

 

Il movimento delle corrispondenze è da noi di 627 milioni, in Inghilterra di 3 miliardi e mezzo,in Germania di 4 miliardi e 634 milioni. I pacchi postali trasportati sono in Italia 9 milioni e salgono in Inghilterra a 75 milioni ed in Germania a 177 milioni.

 

 

I vaglia emessi in Italia furono 12,844,531 per un importo di 887 milioni di lire, contro 182,768,167 in Inghilterra per un importo di un miliardo e 525 milioni di lire, e 131 milioni in Germania per un importo di 10 miliardi e 227 milioni di lire.

 

 

Le riscossioni per conto di terzi, uno dei servizi che più hanno incontrato da noi il favore del pubblico, danno in Italia 918 mila titoli arrivati per 79 milioni di lire da riscuotere e 401 mila titoli riscossi per 24 milioni di lire incassate. È un servizio che fa onore all’Amministrazione italiana; ma quanto lungi ancora dalla Germania, dove i titoli arrivati furono 5,736,121 per una somma da riscuotere di 838 milioni, ed i titoli riscossi furono 1,664,130 per una somma incassata di 215 milioni di lire!

 

 

E si potrebbe continuare a fare dei confronti, dove, se l’Amministrazione dimostra di saper far bene coi pochi mezzi a sua disposizione, vien messa in luce la grettezza del tesoro a concedere i mezzi necessari.

 

 

È vero che se anche il tesoro fosse più largo – largo non di denari suoi, ma di quelli guadagnati dal servizio telegrafico e postale – forse non si raggiungerebbero i risultati ottenuti in quei paesi esteri più ricchi e più evoluti di noi. Ma notevoli risultati si otterrebbero, perché non è esatto dire che il consumo sia la conseguenza necessaria del grado di ricchezza e di civiltà del paese. Il consumo spesso bisogna sollecitarlo, favorirlo in ogni modo e con ogni agevolezza, creando le occasioni e le comodità di spendere e di comprare. Ben lo sanno i commercianti che si giovano di ogni maniera di reclame, inviano campioni, commessi viaggiatori, cataloghi per indurre a comprare anche chi non ne ha voglia. Non si vuole che lo Stato faccia altrettanto. Ma almeno impieghi il capitale necessario perché il pubblico, che ha voglia di spendere quattrini nel comunicare con altri per lettere o per telegramma, lo possa fare. Così si ragiona all’estero. E l’Inghilterra, ad esempio, stipendia 167,086 impiegati e spende, per il servizio, in tutto 338 milioni di lire; e la Germania ha 206,945 impiegati ed ha una spesa di 468 milioni di lire.

 

 

In confronto, quanto meschino le cifre di 43,118 impiegati e di 48 milioni di lire di spesa dell’Amministrazione italiana!

 

 

È da sperare che il ministro del tesoro sappia valutare giustamente l’insegnamento che zampilla fuori dalle cifre apprestate con tanta diligenza dal suo collega delle poste e telegrafi. Qui non siamo in un campo dove le economie siano in ogni caso lodevoli. Quello che occorre è di spendere bene ed anche molto, affinché il vantaggio per i cittadini ed il reddito dello Stato non contrastino fra di loro e diventino più elevati di quanto ora non siano.

 

 

Va bene risparmiare sui servizi inutili e nocivi; ma far economie sui servizi necessari e riproduttivi è metodo non solo privo di senso comune, ma dannoso in definitivo all’erario che si pretende di tutelare.

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