Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Per la imminente mietitura

«Corriere della Sera», 20 maggio 1918

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 671-674

 

 

Vi è un problema urgentissimo di cui forse la gravità non è compiutamente sentita dall’opinione pubblica. Occorre insistere sul problema, che è quello della mietitura. Fra poco nel mezzogiorno d’Italia, prima nella Sicilia e poi nelle Puglie, comincerà il raccolto dell’orzo; ed a breve distanza seguiranno la mietitura dell’avena e quella del grano. A S. Pietro, il 29 giugno, la mietitura del grano dovrà essere terminata nel mezzogiorno e si inizierà nell’alta Italia. I raccolti si annunciano buoni e talora ottimi; nelle regioni meridionali ha piovuto ed i grani sono venuti su rigogliosi. Una stretta di caldo, alcune giornate di vento favonio possono ancora impedire la granitura ed il raccolto può ancora andar perduto. Ma v’è speranza che la fortuna ci protegga e che gli sforzi dell’ uomo, che mai furono così fervidi come in quest’anno agrario, siano coronati dal successo.

 

 

Potremo mietere tutto, potremo portare nei granai le messi, che ci auguriamo feconde di granella? Ottenere un buon raccolto, mieterlo a tempo, ricoverare nei granai l’orzo, l’avena, il frumento: ecco i problemi più urgenti del momento presente. Subito dopo converrà pensare alle nuove semine, fissare una politica di prezzi che incoraggi il coltivatore, provvedere ad una politica di imposte che spinga agli investimenti agricoli. Ma ora urge provvedere prima d’ ogni altra cosa: mietere. Di lì dipende la resistenza del paese in guerra nell’anno cerealicolo entrante; dal mietere bene e portare nei granai frumento asciutto dipende la saldatura pronta del nuovo raccolto coi vecchi approvvigionamenti, dipende la possibilità di sospendere alcuni giorni prima i trasporti del grano da oltre Atlantico e di dedicare alcuni giorni prima le navi lasciate libere ai pure urgentissimi trasporti del carbone. Sono problemi imponenti, alla cui buona soluzione sono connesse la vita del paese e la resistenza al nemico; e tutti si concentrano, come in un unico foco, in quello della mietitura.

 

 

Ora la mietitura può essere compromessa e ritardata per la mancanza di taluno degli anelli intermedi nella catena delle necessarie operazioni tecniche. Voglio accennare a tre soli punti: lo spago, i meccanici, i mietitori.

 

 

Senza spago non si legano i covoni dei cereali mietuti a macchina. Un recentissimo comunicato del ministero d’agricoltura assicura che lo spago esiste. È in viaggio. Sbarcherà in tempo. Il governo ha già provveduto a monopolizzarlo ed a ripartirlo a prezzo equo ai cerealicultori. Speriamo che i fatti si svolgano conformemente alle previsioni. Frattanto persone autorevolissime mi hanno assicurato che tra gli agricoltori vi è gran malcontento, specie tra quelli che erano stati previdenti ed avevano fatto in tempo opportuni ammassi di spago. Per fare una ripartizione equa fra tutti, il governo in talune plaghe agricole ha cominciato a requisire lo spago acquistato dai previdenti. Dopo si compirà la ripartizione equa. Ma sarà fatta in tempo? Perché non incoraggiare, aspettando che lo spago manilla giunga d’oltre Atlantico, le fabbriche paesane, di cui parecchie sono inoperose, a produrre spago con la massima intensità? Industriali, che dicono di essere in grado di far spago con un po’ di juta e con molta paglia di riso, affermano di non poter lavorare perché la paglia di riso è requisita dal governo, il quale per ora però non la utilizza tutta. Manca anche qualche altro ingrediente, necessario alla trasformazione della paglia in filati. Perché non si tolgono, con rapidità telegrafica, queste difficoltà?

 

 

Dove si miete a macchina, la mietitura è in gran parte connessa con la presenza sul posto di meccanici pronti a riparare immediatamente le macchine mietitrici e legatrici, soggette a svariatissime cagioni di guasti e di arresti. Meccanici sono anche necessari per riparare i guasti delle locomobili e delle trebbiatrici. Occorrono all’uopo in tutta Italia forse una dozzina di migliaia di meccanici e non sempre si trovano sul posto. Specialmente nelle plaghe specializzate nella grande cultura cerealicola, la Sicilia, le Puglie, il Ferrarese, importa organizzare squadre di meccanici e metterle al servizio delle macchine, le quali altrimenti sarebbe stato inutile aver fornito. Il gerente della società agricola Cella, un giovane ardimentoso, di quelli che hanno l’argento vivo addosso ed oggi intende con tutte le sue forze e col plauso dei pugliesi a rimettere in valore ed in cultura la grande tenuta dei duchi di La Rochefaucault di Cerignola, famosissima un tempo negli annali della viticultura italiana e poi per disgraziate vicende lasciata in abbandono, come tant’altre tenute meridionali, e da lui acquistata e così fatta ritornare in mani italiane, mi diceva: «Perché non inviare nelle maggiori plaghe cerealicole d’Italia e d’urgenza squadre di quei meccanici esonerati che oggi hanno scarso lavoro nelle fabbriche del nord d’ Italia? Per ragioni diverse fra le quali i deficienti arrivi di carbon fossile, non tutti gli esonerati hanno nelle fabbriche lavoro in tutti i giorni della settimana. Perché non prelevare di lì squadre di meccanici ed inviarle per tutto il periodo della mietitura dove l’opera loro sarebbe utilissima? In fondo, essi continuerebbero a produrre munizioni, poiché quanto più presto e bene sarà compiuto il raccolto, tanto più presto sarà possibile liberare tonnellaggio per il trasporto del carbone ed intensificare quindi nuovamente la produzione delle munizioni». A me parve che il Cella ragionasse benissimo, e registro il suo consiglio, che dovrebbe però essere attuato senza ritardo, se si vuole che la attuazione sia tempestiva.

 

 

Insieme coi meccanici, i mietitori. L’on. Maury, un pugliese appartenente ad una famiglia che vanta benemerenze grandi verso l’agricoltura italiana, esponendomi le risultanze di sue indagini statistiche intorno ai seminativi della Capitanata mi diceva: «Anche nella regione pugliese, pur così adatta alla mietitura meccanica, bisogna essere pronti a dover mietere estese plaghe a mano. L’allettamento del frumento, possibili guasti alle macchine ed altre circostanze possono far sì che la mano d’opera locale non sia in qualche regione d’Italia sufficiente. Le licenze agricole ai soldati hanno fatto dappertutto cattiva prova. Non vale indagarne le ragioni varie e complesse. Basti accertare l’esperienza degli agricoltori pratici, di tutte le parti d’Italia, la quale conclude che le licenze individuali a nulla servono. Fa d’uopo invece organizzare squadre volanti di territoriali anziani, che ora stanno nei presidi a compiere lavori o servizi di secondaria importanza, che si possono sospendere provvisoriamente, ora che si deve pensare a provvedere il pane ai soldati ed ai cittadini. I soldati sarebbero felici di cooperare a mettere in salvo il raccolto. Muniti di falci, di tende, di cucine da campo, essi potrebbero trasferirsi dovunque se ne senta il bisogno, attendarsi sui luoghi stessi del lavoro e via via risalire dalla Sicilia e dalle Puglie verso le regioni più settentrionali ed ascendere nella stessa regione dalla pianura al colle ed alla montagna. È questione di organizzazione e di rapide e efficaci intese tra i ministri di agricoltura e della guerra».

 

 

Ho voluto riferire su questi soli tre punti: spago, meccanici e mietitori, il parere di tecnici, di pratici dell’agricoltura. Altri punti meriterebbero di essere illustrati. A ragione il Lanzillo chiede sul «Popolo d’Italia» se non sarebbe meglio rimandare alle loro case i soldati contadini convalescenti che ora languono e si annoiano a migliaia negli ospedali militari. La convalescenza trascorsa in casa, in aperta campagna sarebbe assai più rapida per il malato e meno costosa per l’erario. Costoro non mieterebbero; ma libererebbero lavoro di congiunti sani, che ora è sottratto ai lavori dei campi dalle indispensabili cure della casa e della stalla, a cui anche un convalescente può attendere. Sembrano piccole cose; ma meritano attenta considerazione. Importa sovratutto che i capi veggano l’importanza del problema; concretino le modalità di soluzione e sappiano far agire con prontezza la macchina statale, con accordi volonterosi con gli agricoltori.

 

 

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