Per la perequazione catastale. Come la grande impresa vien fatta degenerare innanzi che sia finita.

Tratto da:

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/07/1912

Per la perequazione catastale. Come la grande impresa vien fatta degenerare innanzi che sia finita.

«La Riforma Sociale», luglio-agosto-settembre 1912, pp. 555-561

 

 

 

Nel 1886 il Parlamento italiano, dopo lunghi dibattiti, dopo sapienti relazioni, fra cui rimase celebratissima la relazione dell’economista Messedaglia, decretava una grande riforma: la perequazione fondiaria.

 

 

Impresa grande e meritoria: per quel che imponeva di eseguire e per quel di più che prometteva per l’avvenire. Essa imponeva di eseguire la perequazione dell’imposta fondiaria, in guisa da sostituire ai vecchi catasti disordinati, antiquati, sperequati un estimo unico, basato su criteri identici per tempo e per metodi uniformi di stima, dei prodotti, delle spese, dei prezzi. Prometteva inoltre che, col tempo, il catasto nuovo avrebbe avuto forza probatoria per la dimostrazione della proprietà fondiaria, che oggi si trova in moltissimi luoghi in uno stato di irreparabile incertezza per la mancanza delle mappe, per la inesistenza dei trapassi da epoca oramai antica e per l’assoluta impossibilità di constatare i limiti della proprietà ed i legittimi attuali possessori.

 

 

Effetto che si sarebbe ottenuto a lunga scadenza e con grave dispendio; ma si sarebbe alla fine ottenuto.

 

 

Limitiamoci tuttavia alla prima impresa effettivamente deliberata. Non è chi non ne veda l’importanza grandissima. In materia d’imposte, ciò che sovratutto importa – è d’uopo non stancarsi mai di ripeterlo è l’accertamento della base imponibile. È facile architettare un sistema perfetto e quasi perfetto di imposizione; ma è difficilissimo riuscire ad attuarlo correttamente. Che cosa importa che la legge imponga a Tizio, Caio e Sempronio di pagare il 10 per cento del loro reddito, od un’altra proporzione costante o crescente, quando Tizio confessa o è costretto a confessare l’intiero suo reddito, Caio ne occulta un quarto e Sempronio la metà? In apparenza la norma di giustizia voluta dal legislatore è osservata; in realtà è sfacciatamente violata. Pagano tutti tre in apparenza il 10 per cento del reddito; in realtà Tizio paga sul serio il 10 per cento, Caio il 7,5 per cento e Sempronio appena il 5 per cento. Nessuna riforma tributaria può aspirare all’onere di essere considerata una cosa seria invece di un giocattolo elettorale se non è preceduta da questi che sono i preliminari suoi: ossia da un rigoroso accertamento dei redditi. Questo volle la legge di perequazione del 1886 per il reddito dominicale dei terreni: sostituire ai vecchi, informi e sperequati estimi un estimo nuovo, rigido, imparziale, condotto, per quanto è umanamente possibile, su criteri uniformi in guisa che tutti i proprietari d’Italia paghino l’istessa percentuale del 7, ed ora dell’8,80 per cento del loro reddito fondiario.

 

 

Si potrà giudicare chimerica questa speranza; ma è dovere di ogni cittadino e sovratutto di ogni amministratore della cosa pubblica, di contribuire al raggiungimento di così alto scopo.

 

 

Ad impedire di raggiungerlo con il rigore necessario, contribuiscono molte circostanze. Noteremo, poiché è d’uopo essere imparziali, che un catasto, per essere perfetto, deve essere compiuto in un non lungo lasso di tempo.

 

 

Se il catasto, deliberato nel 1886, si fosse potuto attivare, spendendo il necessario, in tutte le provincie italiane nel 1900 od anche nel 1910, nessuna lagnanza sarebbe sorta. Tutti i contribuenti avrebbero veduto aumentare o diminuire il tributo proprio in rapporto a fatti recenti di mutazione in più o in meno di reddito; e tutti, per la ricordanza recente del fatto economico, avrebbero riconosciuto la correttezza del conseguente fatto tributario. Ma compierlo velocemente non si poté. Lo impediva la natura gigantesca dell’impresa medesima, che richiedeva un personale esperto, il quale si poté formare soltanto a poco a poco, e mezzi finanziari cospicui che non si vollero concedere, specie nel periodo della lesina. Onde il catasto si trovò invecchiato prima d’essere finito.

 

 

Dovette continuare a formarsi sui dati dei prodotti, dei prezzi che s’ottenevano, delle spese che si sopportavano nel dodicennio 1874-85, quando tutte a noi dintorno le condizioni agricole erano mutate. Ciò offendeva il senso di giustizia delle popolazioni.

 

 

Fu per questi motivi che nelle provincie meridionali si deliberò lo sgravio del 30 per cento dell’imposta fondiaria vecchia, quasi ad emulazione degli sgravi che l’attivazione del nuovo catasto andava concedendo a talune provincie settentrionali, sebbene non fosse nient’affatto sicuro anzi fosse improbabilissimo che nel complesso il catasto nuovo avrebbe portato, sulla base dei prodotti e dei prezzi del dodicennio 1874-85, ad uno sgravio d’imposta. Ciò produsse il deplorevolissimo effetto che furono concessi nel mezzogiorno sgravi d’imposta a contribuenti che pagavano già assai meno del dovuto e furono diminuite di meno del dovuto le quote aggravate, e i terreni che nulla pagavano seguitarono a non pagarle. Ciò sovratutto produsse l’effetto deleterio di persuadere i proprietari di tutta Italia che essi hanno diritto ad avere un catasto nuovo che faccia loro pagare, provincia per provincia, non più di quanto faceva pagare il catasto antico, meno il trenta per cento. Il quale effetto, non potendosi mutare l’aliquota, che uniformemente fissata all’8,80 per cento, si otterrà mutando artificialmente gli estimi, ossia riducendoli, al di sotto del vero, di tanto quanto sarà necessario a far sì che, applicandovi l’aliquota dell’8,80 per cento, si ottenga il desiderato effetto. Una provincia ha il reddito fondiario di 10.000.000 lire, secondo le risultanze imparziali del catasto nuovo; e dovrebbe pagare quindi, coll’aliquota dell’8,80 per cento, ben 880.000 lire d’imposta all’erario. Ma col catasto antico pagava solo 500.000 lire; ed oggi, con la deduzione del 30 per cento concesso alle provincie meridionali, paga solo 350.000 lire. Come far sì che in avvenire continui a pagare la stessa somma? Basta ridurre l’estimo del reddito dei terreni da 10.000.000 a 3.970.000 lire. Applicando a quest’ultima cifra l’aliquota dell’8,80 per cento si ottiene il desiderato tributo di appena 350.000 lire. Nulla di più facile; ma nulla di più distruttore della grande impresa della perequazione. Apparentemente la giustizia tributaria sarà osservata; in realtà vi saranno proprietari delle provincie furbe, potenti, influenti politicamente che pagheranno l’8,80 per cento su estimi di gran lunga inferiori al vero, altre su estimi di poco inferiori ed altre – e saranno le provincie senza influenza, dotate di amministratori onesti – che pagheranno su estimi uguali al vero. Epperciò l’unica opera di perequazione tributaria intrapresa con fede e ardimento dalla nuova Italia miseramente naufragherà.

 

 

Queste sono previsioni, logiche ed umane, di quanto accadrà in seguito allo sgravio del 30 per cento concesso nel mezzogiorno sull’imposta vecchia ed all’imprudente implicita promessa di sgravio per l’imposta futura.

 

 

Il che non si disse per parlar male, innanzi tempo, di un favore che si concederà non al mezzogiorno ma a taluni proprietari del mezzogiorno.

 

 

Poiché v’è una provincia dove la degenerazione del catasto si sta già compiendo, anzi s’è già in parte compiuta: ed è una provincia settentrionale e precisamente la provincia di Porto Maurizio. La quale, pagando da antico tempo sole 191.000 lire d’imposta erariale allo Stato, s’e` deliberata di volerne pagare altrettante e non più in avvenire; ed all’uopo trae fuori i danni che all’agricoltura derivano da una nuova malattia dell’olivo, malattia ristretta in verità ad una piccolissima parte del territorio della provincia. Come l’intento ingiusto si sia potuto ottenere, si può leggere in un libretto molto interessante dal titolo: Una farsa catastale in Porto Maurizio, scritto dall’ing. Giuseppe Bertelli, che fu presidente rigido, per lunghi anni lodatissimo dall’amministrazione centrale e non condiscendente di quella Giunta tecnica catastale e fu cacciato via per non essersi prestato all’opera di contorcimento della volontà del legislatore. Di questo libretto abbiamo fatto stendere da un nostro collaboratore un riassunto corredato di qualche delucidazione intorno alla legge catastale, che si pubblica qui di seguito. Siamo sicuri che i nostri lettori leggeranno con interesse questa viva narrazione di quello che può davvero chiamarsi la sconfitta più solenne avvenuta nella nuova Italia della regola di giustizia tributaria già deliberata dal legislatore.

 

 

A noi sembra che i fatti ricordati dal Bertelli e da Spectator riassunti, siano inoppugnabili.

 

 

Ad ogni modo ben volontieri profferiamo le colonne della nostra rivista a quegli che vorrà prendere le difese, con dati precisi e con dimostrazioni oggettive e sulla legge fondate, dell’opera dell’amministrazione della piccola provincia ligure.

 

 

La qual difesa non dovrà essere però basata sul presupposto che il catasto nuovo debba essere compilato in base al prodotto oleario “dell’ultimo decennio e non pazzescamente fondato sui redditi altissimi dei decenni precedenti “. Queste parole leggemmo, con stupore grandissimo, a carte 123 di un libretto, sotto parecchi rispetti suggestivo e inspirato a verità, dell’on. Giovanni Celesia, Sulla Liguria del 1912. Dati e confronti.

 

 

Genova, Sambolino e C., 1912. Come si può pretendere che gli italiani serbino rispetto ai legislatori e tributino ossequio alla legge quando si vede un legislatore colto ed ispirato al bene pubblico, come dal suo medesimo scritto è fatto palese, trattare di “pazzesca” una stima dei redditi compiuta nei modi che la legge del 1886 prescrive e che sono assolutamente indispensabili ad osservarsi, se si vuole che una perequazione tributaria riesca alfine ad ottenersi in Italia? Se per la Liguria si adotterà il criterio del “prodotto oleario dell’ultimo decennio” come quello che per la cultura olearia torna il più vantaggioso per i contribuenti, chi impedirà ad ognuna delle provincie di scegliere per la stima dei suoi prodotti quel decennio, o quel quinquennio o magari quell’anno in cui peggiori furono, dal 1874 ad oggi, le condizioni dell’agricoltura locale? E un siffatto mostro si vorrà nomar catasto? E se, per ipotesi inammissibile, si vorrà assumere per la provincia di Porto Maurizio il “prodotto oleario dell’ultimo decennio” quale mai ragione sensata si potrà addurre per non tener conto dei 9 milioni di prodotto lordo della coltura floreale che, per confessione dello stesso on. Celesia, si ottengono sui 500 ettari del circondario di San Remo e di cui la Giunta tecnica non aveva fatto calcolo veruno, reputando quella cultura tutta quanta introdotta dopo il 1886 e quindi non soggetta a stima? Se si vogliono stimare gli olivi del 1900-910, si debbono anche stimare i fiori del medesimo periodo; essendo scandalosissimo che per gli uni si riferisca la stima al periodo 1900-1910 e per gli altri a quello 1874-1885.

 

 

Eppure questa sarebbe la stranissima pretesa dei proprietari della riviera di ponente, dei quali ognuno grida contro l’iniqua sovra-tassazione degli olivi e nessuno si lagna dell’iniquissima sotto-tassazione dei fiori!

 

 

Oggi si vuol far passare per poverissima la provincia di Porto Maurizio; e certamente lo è in alcuni suoi Comuni, sebbene pochi in Italia vorranno credere a notizia sì incredibile per l’intiero suo territorio. E vogliamo anche riconoscere, come la verità impone, che il nuovo catasto, imponendo di fare gli estimi secondo i prodotti, le spese ed i prezzi del dodicennio 1874 – 85, non risponde alle esigenze della giustizia “più giusta”, la quale vorrebbe che l’imposta seguisse d’ora in ora le variazioni dei redditi, e, tenendo conto dei minorati redditi degli oliveti, calcolasse e percuotesse ciò che il catasto nuovo non fa, il reddito grandissimamente accresciuto dei terreni destinati in Liguria alla cultura dei fiori. Ma non vi risponde in tutta Italia; e sarebbe uno sconcio grandissimo se, per tener conto di questa verità, si facessero gli estimi secondo i prodotti, le spese ed i prezzi del momento in che il catasto viene costrutto in ogni provincia. Vi sarebbero provincie catastate secondo i redditi del 1890, altre secondo i redditi del 1900, altre del 1910, ed altre ancora del 1920 o 1940 o 1950, se tanto durerà il catasto ad essere finito in ogni luogo. Sarebbe una babele peggiore di quella da cui si volle nel 1886 uscire. Oggi dunque è necessario attuare il catasta così come lo volle il legislatore del 1886, e cioè secondo i dati di fatto del dodicennio 1874-85 . Ed occorre che l’opinione pubblica sappia infondere nel ministero delle finanze, finora ammirando per la imparzialità sua di fronte alle parti politiche ed agli interessi nazionali, tanto coraggio quanto basta per non perdere, in un momento di debolezza, questo suo vanto, grandissimo in un governo parlamentare. Se debolezza vi fu, siamo ancora in tempo a correre ai ripari; ed a ridurre alla ragione le provincie riottose e ribelli alla legge. Se coraggio non si ha stavolta, che il malo esempio fu dato da una provincia settentrionale, invano si vorrà altrove affermare poi l’impero della legge. L’opera del catasto sarà irrimediabilmente perduta.

 

 

Perduta in sfregio alla giustizia distributiva, la quale comanda che nessuna provincia possa sottrarsi all’onere suo di imposte se non si vuole che i contribuenti d’altre provincie rimangano sovraccarichi. Ora, la provincia di Porto Maurizio pretende appunto di far pagare alle altre provincie italiane quel che essa dovrebbe pagare. E questo pretende non solo in rapporto ai redditi del 1874-85 ma con ogni probabilità puranco in confronto ai redditi attuali. Dalle carte 88 e 92 del libro dell’on. Celesia (assumo la testimonianza di un rappresentante ligure, diligente e chiaro espositore dei malanni dei suoi paesi) risulta infatti che il prodotto lordo dell’olivo può oggi calcolarsi in media in. L. 500 per ettaro, quello della vite in L. 600, del grano in L. 250 e degli ortaggi in L. 4.000. Accettando senz’altro questi dati ed applicandoli ai 24.824 ettari di oliveti che il catasto nuovo accertò in provincia di Porto Maurizio, ai 3.881 ettari di vigneti, ai 7.314 ettari di seminativi, ai 723 ettari di ortaggi si ottiene un prodotto lordo di 19.461.100 lire. Se si aggiungono i 9 milioni di lire che l’on. Celesia afferma prodotti dai 500 ettari coltivati a fiori nel circondario di San Remo, e se si calcolano solo 20 lire ad ettaro ossia L. 1.532.940 in tutto di prodotto lordo per i restanti 76.647 ettari di terreni destinati a prato, pascolo, agrumeto, palmeto, castagneto, canneto, bosco ed incolto produttivo, che è una stima in media fantasticamente bassa, si ottiene un prodotto lordo agrario totale di 29.994.040 lire; in cifra tonda di 30 milioni di lire. A quale proporzione di questi 30 milioni di lire di prodotto lordo ammonterà il reddito netto del proprietari o che è quello tassabile coll’imposta fondiaria? Ammettasi, per esagerare in meno, ad una quinta parte soltanto, ossia a 6 milioni di lire. Coll’aliquota dell’8,80 per cento l’imposta erariale dovrebbe essere di 528 mila lire all’anno e non di 191 mila, come vogliono i porto mauriziesi. Per essere di 191 mila lire soltanto, l’aliquota dovrebbe essere ridotta al 3,20 per cento circa.

 

 

Tutti questi calcoli sono grossolanissimi; mentre i soli approssimativamente attendibili sono quelli risultanti dalle minute operazioni catastali e dei reclami relativi; ma, essendo fondati sulla confessione degli interessati, dimostrano la verità della tesi che qui si vuol dimostrare: essere urgente di rimediare allo scandalo tributario per cui un’impresa detta “di perequazione” viene contorta al fine di far pagare ad altre provincie l’imposta che da una di esse dovrebbe essere soluta. L’esempio di Porto Maurizio non deve però rimanere infecondo. Esso c’insegna che un catasto non può riuscire accetto alle popolazioni, se non è compiuto con sollecitudine. Ogni ritardo ne rende i risultati difformi dall’esperienza presente: sicché sembra a taluno inutile sostituire una nuova sperequazione, sebbene di gran lunga minore anzi trascurabile, alla vecchia sperequazione. Perciò si accelerino dappertutto le operazioni catastali: ed appena conchiuse in tutto il Regno, si inizi una rapida revisione, che sarà assai più agevole e meno costosa della prima formazione del catasto, per sostituire agli estimi basati sui prezzi del 1874-85, altri estimi basati sui prezzi, ad esempio, del 1920-30. Solo a condizione che le revisioni trentennali imposte dalla legge siano sempre eseguite e la prima volta anticipate, il catasto potrà soddisfare al bisogno di giustizia tributaria. Questo è il nocciolo di verità che sta in fondo alla scorretta e pericolosissima agitazione di Porto Maurizio per violare la legge a danno delle altre provincie italiane. Della quale agitazione or leggasi l’istoria strana nel riassunto che pei nostri lettori fu fatto compilare.

 

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