Per la ricostruzione delle foreste italiane

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 07/05/1909

Per la ricostruzione delle foreste italiane

«Corriere della Sera», 7 maggio 1909

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 676-680

 

 

La questione della ricostituzione delle foreste italiane, la quale sino a poco tempo fa appassionava soltanto alcuni solitari predicatori nel deserto, sembra finalmente entrata in una via di dibattiti fecondi e di propositi efficaci. Siamo ancora all’inizio dell’opera grandiosa da compiere per ridonare ai monti d’Italia le antiche selve protettrici, ma è cominciamento degnissimo di lode. È invero significativo il fatto che, quasi contemporaneamente, il ministro Bertolini in Italia e il cancelliere dello scacchiere, Lloyd – George, in Inghilterra, abbiano amendue proposto al parlamento di destinare la medesima somma di 5 milioni di lire per il rimboschimento. La proposta dell’on. Bertolini fa parte di un ampio disegno di «provvedimenti per la sistemazione idraulico-forestale dei bacini montani, per le altre opere idrauliche e per le bonifiche», che qui non è il momento di esaminare e discutere a fondo. Il disegno si inspira al giusto concetto del legame strettissimo che passa fra il regime delle acque nella pianura ed il rimboschimento nelle montagne; cosicché un’opera previdente e concorde di sistemazione idraulico-forestale nei bacini montani a ragione si ritiene sia il migliore e più economico metodo di prevenire e limitare le inondazioni, con notevole risparmio futuro per le finanze dello stato. Invece di spendere decine di milioni nel riparare al male già avvenuto (nel decennio 1891-900 si spesero in media 5.392.296 lire all’anno per riparare ai danni delle piene!), lo stato si è deciso a prevenire all’origine le cause del male. La spesa è fatta prima, ma il carico alla lunga dovrà risultare più moderato di quello odierno; e, quel che più monta, compensato dagli inestimabili benefici futuri della ricostituzione delle foreste. Certamente cinque milioni sono pochi per «eseguire a cura e spese dello stato», come dice il disegno di legge, «nei bacini montani dei corsi d’acqua le opere di sistemazione idraulico-forestale necessariamente coordinate e collegate ad opere idrauliche o portuali di qualunque categoria o classe, ovvero ad altre opere pubbliche che stiano a carico dello stato». È anche evidente che l’opera di rimboschimento non può essere limitata a quei lavori che rientrino nelle strette definizioni del disegno Bertolini; ma, ripetiamo, trattasi di un inizio che, prudentemente, è opportuno restringere ai mezzi disponibili. Quando l’organizzazione a mano a mano sarà perfezionata e si sarà acquistata una esperienza preziosa di anni, sarà più facile che ora non sia dare un forte impulso ai rimboschimenti.

 

 

Pure in Inghilterra la proposta del cancelliere dello scacchiere di costituire un «fondo per lo sviluppo delle risorse del paese», destinando anzitutto 5 milioni di lire per il rimboschimento, è il primo passo verso l’attuazione di un grandioso piano messo innanzi da una reale commissione d’inchiesta. Propose questa che siano rimboschiti nientemeno che 3.600.000 ettari di terreni incolti o a pastura di reddito meschinissimo. Rimboschendo 60.000 ettari, all’anno si sarebbero dovuti spendere circa 50 milioni di lire all’anno, e si calcolava che all’ottantesimo anno i boschi ricostituiti avrebbero cominciato a restituire tutte le spese fatte, insieme coll’interesse composto del 3%. Il governo inglese, come il nostro, preferì non impegnarsi in un piano troppo grandioso ed a lunga scadenza, e con un primo stanziamento di 5 milioni di lire volle dimostrare il suo proposito di cominciare a far qualcosa in un campo in cui l’iniziativa privata si dimostra impotente.

 

 

Quanto sia proceduto il diboscamento in Italia in rapporto agli altri paesi d’Europa è manifesto da uno specchietto compilato dalla commissione inglese d’inchiesta, che qui sotto riproduciamo, classificando i paesi in rapporto alla percentuale della superficie boschiva sul territorio totale:

 

 

 

Superficie boschiva ettari

 

 

% di boschi sul totale

Svezia

21.080.000

51,9

Russia Europea, esclusa la Polonia

170.230.000

34,2

Austria

9.670.000

32,6

Ungheria, compresa la Croazia e la Slavonia

8.890.000

27,5

Germania

13.828.000

25,9

Svizzera

871.000

22,0

Norvegia

6.738.000

21,9

Belgio

503.000

17,3

Francia

8.889.000

17,0

Italia

4.100.000

14,5

Olanda

255.000

7,9

Gran Brettagna ed Irlanda

1.230.000

4,0

 

 

Probabilmente la cifra addotta per l’Italia è parecchio esagerata, potendo i boschi vincolati calcolarsi a non più di 5 milioni di ettari ed a 400.000 ettari quelli non soggetti a vincolo: Sia però la nostra superficie boschiva del 14,5% del territorio, o sia solo del 12%, è certo che noi ci troviamo ad uno degli ultimi posti tra i paesi europei e che, tenuto conto delle nostre peculiari condizioni, siamo forse in una situazione peggiore dell’Olanda e della Gran Brettagna, che pur vengono dopo di noi. Il territorio di quei paesi, per la sua natura più pianeggiante, per i monti più bassi, per la umidità del clima, si presta mirabilmente alla cultura a prato ed al pascolo; né i pericoli delle inondazioni sono così gravi come da noi. Una percentuale del 12% per l’Italia è almeno altrettanto preoccupante di una del 4% per la Gran Brettagna.

 

 

Per effetto del diboscamento noi abbiamo veduto a poco a poco crescere le importazioni di legname e diminuire le esportazioni. Nel 1908 per alcune voci più importanti il commercio internazionale presentava le seguenti cifre (in tonnellate):

 

 

Importazione

Esportazione

Legno comune rozzo o sgrossato

117.493

6.771

Legno comune squadrato o segato

1.185.652

22.598

Legno comune in assicelle

13.526

3.140

Legno da ebanista

48.799

24.354

Legna da fuoco

99.484

9.947

Carbone di legna

47.115

24.603

Pasta di legno, di paglia, ecc. (cellulosa)

616.629

6.495

 

 

Se questa sproporzione, la quale nella categoria del legno e paglia ci fece nel 1908 spendere 110 milioni di più degli incassi, fosse una conseguenza della divisione del lavoro internazionale, non ci sarebbe nulla a ridire. Invece di produrre a costo elevato del legname, produrremmo a costi più bassi qualche altra merce, con cui compreremmo il legname a noi occorrente. Il guaio si è che noi non produciamo legname non perché costi troppo caro il produrlo, ma perché abbiamo in passato inconsultamente distrutto le foreste, consumando il capitale insieme col reddito. Se si fosse avuto quel tanto di previdenza che è necessario per fare i conti ad una certa distanza, si sarebbe visto che l’industria forestale era quella che meglio si attagliava a certe regioni e produceva il massimo reddito netto possibile ad ottenersi in quei luoghi. Adesso abbiamo delle rocce nude, dei pascoli quasi sterili, frane, inondazioni, paludi e malaria; e, per soprammercato, dobbiamo comprare quel legname che potremmo avere in paese con un dispendio minore.

 

 

Notisi che il costo del legname comperato andrà crescendo sempre più. Si calcola che i paesi esportatori di legname nel mondo siano la Spagna, il cui sovrappiù delle esportazioni sulle importazioni si calcola a 20 milioni di lire, la Norvegia con 95 milioni, la Svezia con 320 milioni di legname e 30 milioni di pasta di legno, la Russia con 280 milioni, l’Austria-Ungheria con 270 milioni, gli Stati uniti con 200 milioni, il Canada con 185 milioni. Ma si calcola altresì che le provviste degli Stati uniti possono durare per un periodo limitato di tempo: di 33 anni secondo i più ottimisti e di 9 anni secondo i più prudenti. Nel Canada già si avvertono segni inquietanti di diminuiti tagli nelle regioni colonizzate. Nella Svezia sembra che il ricavo dei tagli delle foreste superi di 100 milioni di piedi cubi all’anno l’incremento naturale del legname. L’unica risorsa a lunga scadenza si ha nella Russia e nella Siberia, ma anche questa non è indefinita. Con il progresso continuo del consumo basti ricordare la distruzione spaventosa di boschi per sopperire alle richieste di pasta di legno per la fabbrica della carta da giornali), i prezzi hanno la tendenza a crescere vieppiù. La più elementare previdenza impone dunque di pensare al rimboschimento, sia per indisputati benefici al clima, all’igiene, alla sistemazione dei fiumi, alle bonifiche che da esso derivano, sia perché fra vent’anni è probabile che la «fame di legno» sia purtroppo divenuta una realtà.

 

 

Torna su