Tratto da:

La Riforma Sociale

Per la riduzione delle tariffe doganali

«La Riforma Sociale», maggio-giugno 1923, pp. 225-233

 

 

 

Agli Onorevoli Senatori del Regno

Agli Onorevoli Deputati al Parlamento.

 

 

Nel momento in cui il Parlamento è chiamato a discutere la nuova Tariffa doganale già in vigore da quasi due anni per un provvedimento incostituzionale del Governo del tempo, il Gruppo libero scambista italiano sente il dovere di riassumere brevemente in una pubblica dichiarazione i motivi per nulla teorici, ma di ordine essenzialmente pratico, per i quali esso ha combattuto e combatte i criteri di assurdo ed esagerato protezionismo a cui si sono inspirati i compilatori della Tariffa stessa. Il Gruppo libero scambista italiano, sorto per iniziativa principale di uomini di studio ai quali nessuna accusa può essere rivolta di mirare ad un proprio, bene particolare, ed egoista, ha avuto, forse per la prima volta nell’ultimo trentennio, la ventura di trovare un’eco simpatica in un numero non piccolo di commercianti ed industriali, che hanno la convinzione ed hanno compreso la necessità di difendere gli interessi delle loro oneste attività senza alcun pregiudizio, mai anzi in armonia cogli interessi generali e collettivi del Paese, i quali soltanto devono stare al sommo del pensiero e delle cure di tutti i buoni cittadini e, massime del Governo, e delle due Camere legislative.

 

 

In quasi due anni di polemiche e di discussioni nella stampa, italiana intorno ai nuovo regime doganale instaurato col decreto reale del 9 giugno 1921, nessuna dimostrazione è stata data – né poteva essere data – che un improvviso e generale inasprimento del protezionismo sancito nella Tariffa doganale in vigore a quel momento, già aggravata dalla denuncia dei trattati di commercio a dazi convenzionali e dall’obbligo del pagamento dei dazi coll’aggiunta del cambio della lira italiana col dollaro americano, fosse consigliato ed imposto da ragioni di urgenza e di utilità generale, sia per mutate condizioni tecniche ed economiche delle industrie italiane, sia come uno espediente acconcio per la negoziazione di nuovi trattati di commercio cogli altri paesi.

 

 

Tutt’al più vi potevano essere buone ragioni per una revisione della nomenclatura doganale, allo scopo di introdurvi quelle poche varianti che potevano corrispondere ad una modificazione reale delle condizioni di alcune particolari industrie, e quelle ulteriori specificazioni che potevano essere giustificate dalla opportunità di ristabilire l’equilibrio generale dei dazi, elevandone alcuni, che potevano essere insufficienti, ma diminuendone invece molti altri che erano oramai diventati eccessivi e superflui.

 

 

Quanto alla pretesa, molte volte ripetuta, che un aumento generale del livello dei dazi sanciti nella vecchia Tariffa potesse giovare allo scopo di agevolare la conclusione di nuovi accordi commerciali favorevoli alle nostre esportazioni, essa è stata già completamente sfatata dagli esperimenti che della nuova Tariffa si sono fatti, e che hanno dimostrato la sua assoluta inefficacia per ottenere un simile risultato.

 

 

È ovvio che, col rinunciare ad agitare questo vanissimo spauracchio nelle sue trattative cogli altri Governi, il Governo italiano avrebbe acquistato col suo senso di moderazione un prestigio che gli è invece completamente mancato, mentre nulla gli avrebbe impedito di farsi votare legalmente e costituzionalmente dal Parlamento la facoltà (che ha preferito di accordarsi con un decreto reale) di potere esercitare, in casi bene studiati, giustificate rappresaglie contro le esportazioni in Italia di quei paesi, i quali si ostinassero a fare un trattamento ingiusto alle esportazioni italiane, oppure favorissero, colla loro legislazione doganale e coll’artificiale persistente e progressiva svalutazione della loro moneta, forme di dumping ritenute pericolose per le sorti di determinate industrie italiane.

 

 

Nei riguardi di alcune specialissime industrie italiane, che, in seguito all’esperimento della guerra, si aveva buona ragione di stimare essenziali per la difesa militare del paese, nessuno avrebbe trovato a ridire, se dal Governo e dal Parlamento si fosse giudicato necessario di intervenire con misure eccezionali, con sussidi diretti dello Stato e con quegli altri straordinari provvedimenti che avessero ugualmente e meglio raggiunto lo scopo desiderato con danno per il Paese minore di quello recato dai divieti di importazione mantenuti dopo che lo stato di guerra più non li poteva scusare o giustificare, e dall’enorme aumento dei dazi sui prodotti della siderurgia che costituiscono un peso intollerabile per tutte le industrie italiane, massime per quelle in cui il ferro e l’acciaio, variamente foggiati e manipolati, rappresentano la materia prima indispensabile.

 

 

L’avvenuta svalutazione della moneta italiana a circa il quarto del suo effettivo valore dell’avanguerra, neutralizzata, per quello che concerneva l’azione protettrice dei dazi, dall’obbligo di pagare questi in oro o coll’aggiunta del cambio massimo – quello del dollaro americano – funzionava già da sé come un aumento ragguardevolissimo della misura con cui i dazi della vecchia tariffa proteggevano la produzione nazionale per lo meno contro la concorrenza di quella dei paesi a buona moneta, od a moneta meno avariata della nostra. E ciò, dato e non concesso che vi sia qualche fondamento di vero in quell’argomento, tanto abusato, del nuovo protezionismo, ma completamente smentito dalla più recente esperienza, che la Germania dovesse trovare nel disastro della sua circolazione monetaria la forza e lo stimolo per riprendere e dilatare artificialmente il movimento interrotto dalla guerra della sua penetrazione economica nel mondo. Comunque, se il sistema dei coefficienti di maggiorazione col quale i compilatori della nuova Tariffa hanno accresciuto in molti casi, di loro arbitrio e senza alcuna partecipazione della legale rappresentanza del Paese, e nel caso di un prodotto di prima necessità come è la ghisa, moltiplicato per due volte e mezzo, i dazi già di molto aumentati su quelli della precedente Tariffa; se un tale sistema poteva essere difeso come un argine temporaneo alla temuta invasione dei manufatti industriali tedeschi, austriaci, polacchi e cecoslovacchi – di un dumping russo non si era mai inteso a parlare, quale ragione vi era per estendere il sistema alle importazioni dei paesi a moneta sana o meno avariata della nostra, col solo risultato di procurare ottime armi contro di noi ai protezionisti americani, inglesi, svizzeri, spagnuoli e francesi, che logicamente per la migliore qualità della loro moneta si dovrebbero trovare – se è vera la dottrina del dumping prodotto dalle svalutazioni monetarie – ad avere dei costi di produzione più cari dei nostri?

 

 

L’on. Alessio, nella sua Relazione al Re sul progetto della nuova Tariffa doganale, aveva appunto cercato di giustificare i coefficienti di maggiorazione colla necessità di “porre i dazi in armonia con le mutate condizioni economiche e col mutato divario dei costi comparati di produzione”. Egli in quella sua Relazione affermava anche esplicitamente che il Governo si riservava la facoltà di poter ridurre, in caso di diminuzioni dei costi di produzione, i coefficienti di maggiorazione “per non costringere cittadini a sottostare a dazi superiori a quelli strettamente necessari”.

 

 

A parte la attenuazione del coefficiente di maggiorazione e la sospensione sul dazio per lo zucchero, la riduzione e la sospensione temporanea di alcuni pochi altri dazi e quelle scarse attenuazioni che si dovettero concedere nei trattati di commercio colla Francia e colla Svizzera, il Governo si è completamente dimenticato di fare uso di tale facoltà di riduzione per i coefficienti di maggiorazione, sebbene da quando la nuova Tariffa si veniva preparando ad oggi per le industrie che, come quelle siderurgiche, meccaniche e zuccheriere, fanno un grande consumo di carbone una notevolissima diminuzione sia avvenuta nel costo di questo, sceso dalle L. 800 e più per tonnellata a L. 200, vale a dire su per giù ai prezzi dell’avanguerra, fatta ragione del diverso valore effettivo della moneta italiana.

 

 

Per conseguenza, nessuno può oggi più seriamente sostenere che i coefficienti di maggiorazione introdotti nella nuova Tariffa doganale italiana sull’esempio di altri paesi, che hanno voluto con essi supplire a credute deficienze dei loro dazi non mutati e tuttora pagabili in moneta legale svalutata, abbiano la stessa giustificazione in Italia dove i dazi base, creduti, a torto od a ragione, insufficienti per la protezione delle industrie nazionali; sono stati già inaspriti considerevolmente colla nuova Tariffa ed il loro pagamento è imposto in oro od al cambio del dollaro americano.

 

 

Un fatto incontestabile che in Italia i coefficienti di maggiorazione dei dazi doganali sono semplicemente aumenti di protezione, che alcuni gruppi industriali potenti e politicamente bene organizzati sono riusciti a strappare a Governi deboli, senza la garanzia delle forme costituzionali e parlamentari e persino senza il controllo di una pubblica discussione, mentre diventa sempre più piccolo il numero delle industrie italiane le quali possono effettivamente ricavare un qualche beneficio dai sistemi di esagerata protezione doganale.

 

 

Né vale contrapporre il preteso carattere scientifico della nuova Tariffa doganale, colla moltiplicazione delle voci elevate a 953 da 472 che erano nella vecchia Tariffa e delle “sottovoci” e specificazioni che sono ora salite a più di 30.000, come una prova che i compilatori della nuova Tariffa si sono preoccupati di ripartire più equamente la protezione fra tutte le forme di attività economica della Nazione. Invero è oramai notorio che la massima parte dei dazi stabiliti nella Tariffa doganale sono puramente nominali ed illusori, e non esercitano alcuna efficacia protettiva a favore di molte fra le più ragguardevoli industrie nazionali, che, come quella della tessitura della seta e quelle della filatura, tessitura e stampatura del cotone, sono oramai adulte e robuste, e dipendono per le loro sorti molto più dal mercato internazionale che non dalla possibilità di sfruttare in regime di monopolio legale il mercato interno troppo inadeguato alla loro attuale potenza produttiva.

 

 

Per numerose altre industrie, ad esempio quelle meccaniche ed automobilistiche, i dazi elevati che sembrano mantenuti nella Tariffa allo scopo di favorirle e di proteggerle contro la concorrenza estera nel mercato italiano, in realtà non servono che a compensarle, per lo più in misura del tutto insufficiente, dal gravame funesto dei dazi che rincarano le loro materie prime ed i loro macchinari a profitto del gruppo dominante della industria siderurgica. Altrettanto si dica dei cantieri di costruzione navale, dell’industria edilizia, e di tutte le industrie più tipicamente italiane, che meglio si confanno colle peculiari condizioni del nostro suolo e del nostro clima e ritraggono dalla grande industria agricola i materiali che esse trasformano e riducono in prodotti finiti.

 

 

Fu già detto in passato, ma si può oggi ripetere con verità assoluta, che una gran parte dei dazi della nostra Tariffa doganale vi fanno la stessa funzione delle merci messe nella vetrina di un negozio allo scopo di richiamare la clientela coi loro vivaci colori e colle loro armoniche e seducenti disposizioni.

 

 

Sono certamente di questa specie molti dei dazi che sembrano proteggere alcune delle nostre maggiori produzioni agricole. E, ad esempio, sempre ed assolutamente nulla l’azione protettiva dei dazi sugli agrumi, sull’uva e sulle frutte fresche, sulla conserva di pomodori, sui legumi e sugli ortaggi. È molto dubbio se il dazio di protezione sull’olio di oliva abbia qualche rara volta permesso un aumento del prezzo a favore dei produttori interni. Per certo si può negare che, salvo casi eccezionali di raccolti gravemente falliti, questa azione sia esercitata dal dazio portato ora a lire oro 30 per ettolitro sui vini ordinari da pasto in cui la produzione interna eccede normalmente il fabbisogno del consumo nazionale.

 

 

La stessa osservazione si può fare per quello che concerne i formaggi, il burro, il latte condensato, i salumi, e tutti gli svariati prodotti delle più belle industrie agrarie, soffocate invece nel loro naturale e mirabile sviluppo dal tributo che esse sono costrette a pagare per la protezione di forme meno naturali o addirittura parassitarie di industrie.

 

 

In altri casi, si tratta di dazi che pure sono inscritti nella Tariffa per ragioni di simmetria organica, come i dazi sui cereali e sulle farine, ma la cui riscossione continua indefinitamente ad essere sospesa perché nessun Governo, nonostante le proposte e sollecitazioni che di tanto in tanto gli sono fatte, si può addossare la responsabilità di tassare nuovamente, in tempi di una dolorosa e generale carestia dei viveri, il pane quotidiano degli Italiani a benefizio non dello Stato, ma di un piccolo numero di proprietari fondiari.

 

 

Non è qui il luogo per calcolare di quanti miliardi di lire la nuova Tariffa doganale ha annualmente rincarata la vita al popolo italiano senza che un soldo di questo nuovo tributo sia andato nelle casse dello Stato, il quale pure per ristabilire il pareggio del suo bilancio ha così urgente ed indeclinabile bisogno di fare appello a tutte le energie contributive del Paese.

 

 

È dimostrato da una chiara e diligente inchiesta del Dottor F. A. Repaci, i cui risultati sono stati pubblicati in un opuscolo fatto largamente circolare dal Gruppo libero scambista italiano, che il livello medio del protezionismo in Italia è stato aumentato, per effetto della nuova Tariffa doganale, dell’84% in modo assoluto (cioè coi dazi vecchi e nuovi calcolati in buona moneta dell’avanguerra), e del 680,07% coi nuovi dazi calcolati nella media del cambio doganale dall’1 luglio 1921 al 31 ottobre 1922.

 

 

Per alcuni gruppi di industrie, quelle privilegiate e costituite in piccoli gruppi, che soli hanno potuto colla loro potenza ed influenza politica avere una parte viva e diretta nella preparazione e manipolazione segreta della nuova Tariffa, l’aumento del livello di protezionismo è stato molto più efficace e scandaloso.

 

 

Così, per citare solo alcuni degli esempi più sintomatici, per i prodotti elencati nella categ. diciottesima della nuova Tariffa doganale “Ghisa, ferro ed acciaio”, l’aumento medio di protezionismo risulta del 1122,68%; per la categ. ventiduesima “macchine ed apparecchi” del 192,62%; per la categ. ventitreesima “utensili e strumenti per arti e mestieri e per l’agricoltura” del 1854,68%; per la categ. ventinovesima “prodotti delle industrie ceramiche” del 1268,57%, per la cat. trentesima “vetri e cristalli “del 1921,80 per la categ. trentottesima “concimi” dell’853,29%; per la categ. trentanovesima “prodotti chimici organici” dell’826,91 per cento.

 

 

Indubbiamente uno dei gruppi che ha con maggior successo lavorato per ottenere col nuovo regime doganale un aumento di protezione è stato quello delle industrie siderurgiche, il quale domina oggi tutta l’economia italiana come un enorme vampiro che, pure succhiando il sangue di tutte le altre industrie, non è riuscito ad evitare le catastrofi clamorose dell’Ilva, dell’Ansaldo e della Banca Italiana di Sconto.

 

 

Non è qui il caso di insistere sulla nefasta influenza esercitata da cotesto gruppo: essa risulta documentata in modo definitivo nei due ponderosi volumi teste pubblicati colla relazione e colle conclusioni della Commissione parlamentare di inchiesta sulle spese della guerra.

 

 

Non è neppure concepibile in ipotesi che i legislatori italiani, ora chiamati a discutere la nuova Tariffa doganale, possano non avere presente la cinica confessione fatta alla Commissione d’inchiesta da uno degli Amministratori dell’Ilva dei mezzi coi quali è stata ottenuta la parte di quella Tariffa che – nella sua opinione – avrebbe dovuto permettere all’industria siderurgica italiana di vivere e di svilupparsi.

 

 

Un simile risultato non è stato neppure raggiunto, come ne fanno fede le centinaia di milioni di lire andate sprecate in impianti di poco o nessun reale valore e per la massima parte ora inattivi nonostante le favolose misure di protezione.

 

 

Non è possibile adunque che la grande maggioranza dei rappresentanti del Paese nelle due Camere legislative non senta e non compia il suo dovere di discutere a fondo una Tariffa doganale, che nella parte più sostanziale ha già prodotto risultati così disastrosi e così diversi dalle speranze che i fautori interessati di un regime di protezionismo ad oltranza avevano con tanta sicumera diffuse ed alimentate nel Paese.

 

 

Assicurata nei modi e coi mezzi che si riterranno più adatti ed efficaci l’esistenza di quel limitato numero di stabilimenti siderurgici che possono essere effettivamente necessari per la difesa militare del Paese, la Camera dei Deputati ed il Senato del Regno non devono esitare menomamente a menare energicamente la scure nella selva folta dei privilegi ingiusti ed indebiti di una Tariffa doganale che si è già dimostrata per nulla rispondente ai veri attuali bisogni delle industrie e dell’agricoltura italiane.

 

 

Nessuno domanda da oggi a domani la cessazione di qualsiasi forma di dazi doganali protettivi. Anzi riconoscono oramai anche gli avversari più logici e più impenitenti dei dazi protettori che il passaggio da un prolungato regime di protezionismo ad un regime di libertà economica si debba fare per gradi, in modo da evitare scosse e crisi pericolose sempre, ma specialmente in un periodo ancora così incerto e dissestato come è l’attuale.

 

 

Ma, ogni questione di scuola e di principi economici messa da parte, i protezionisti ragionevoli oggi in Italia sono i primi a riconoscere, come riconosce, sostiene ed ha dimostrato il Gruppo libero scambista italiano, che la vecchia Tariffa doganale del 1887, colle successive modificazioni che essa aveva avute e con quei lievi ritocchi che la avrebbero potuta aggiornare secondo le nuove condizioni create dalla guerra nei riguardi di alcune poche e speciali industrie, avrebbe perfettamente potuto continuare nella sua duplice funzione di più che sufficiente tutela alle industrie ancora temporaneamente bisognose di Protezione e nello stesso tempo di strumento acconcio ed efficace per la negoziazione dei nuovi trattati di commercio, pure colla facoltà lasciata al Governo di applicare, a ragione meditata ed in forma di rappresaglia, un sistema di diritti differenziali contro quei paesi che malamente trattassero le nostre esportazioni. Per le considerazioni esposte e per le altre già svolte nelle sue precedenti pubblicazioni e documentazioni, il Gruppo libero scambista italiano si rivolge fiducioso ai due rami del Parlamento Nazionale nel momento in cui essi si accingono a discutere la nuova Tariffa doganale, ed aspetta che dalla discussione serena e profonda la Tariffa stessa esca sfrondata di tutti i coefficienti di maggiorazione che non hanno più ragione alcuna di esistere almeno nei riguardi dei paesi a valuta migliore della nostra e venga sostanzialmente riportata ai dazi base che erano sanciti nella Tariffa preesistente, già sufficientemente integrati, ad ogni ragionevole effetto protettivo, dall’obbligo del pagamento in oro.

 

 

Torino, maggio 1923.

Piazza Statuto, 16.

 

 

Il Comitato del gruppo Libero Scambista Italiano:

 

 

GIOVANNI BALBIS, industriale (Como)

Prof. ANGELO BERTOLINI (Bari)

ANTONIO DE TULLIO, commerciante (Bari)

On. March. ANTONIO DE VITI DE MARCO (Roma)

Sen. Prof. LUIGI EINAUDI (Torino)

ANTONIO FARINA, commerciante (Verona)

Prof. GUGLIELMO FERRERO, industriale (Firenze)

Sen. GIUSTINO FORTUNATO (Napoli)

Dott. ALBERTO GEISSER (Torino)

On. EDOARDO GIRETTI, industriale (Bricherasio)

Prof. PASQUALE JANNACCONE (Torino)

Sen. Prof. ACHILLE LORIA (Torino)

Avv. GIUSEPPE MUSSO, industriale (Torino)

Prof. GIUSEPPE PRATO (Torino)

Dott. FRANCESCO ANTONIO REPACI (Torino)

Ing. CARLO RODANÒ, industriale (Palermo)

EUGENIO ROSASCO, industriale (Como)

On. Prof. GAETANO SALVEMINI (Firenze)

CARLO SARAUW, commerciante (Catania)

Prof. ANGELO SRAFFA (Torino).

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