Per la rinnovazione dei trattati di commercio

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 12/08/1899

Per la rinnovazione dei trattati di commercio

«La Stampa», 12 agosto 1899

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 134-139

 

Durante i mesi d’estate le colonne dei giornali dedicate ai telegrammi da Roma sogliono riferire le notizie degli studi compiuti nei vari ministeri, studi che spesso rappresentano soltanto delle buone intenzioni estive, sfumanti nell’autunno quando s’avvicina la riapertura del parlamento.

 

 

Si scrisse fra l’altro, essere il ministro dell’agricoltura, industria e commercio, on. Salandra, inteso a studi relativi alla rinnovazione dei trattati di commercio. Vorrei anzi, in questo caso, sperare che si tratti di studi destinati a precorrere un’opera veramente saggia del nostro governo intorno a questo problema, uno dei più importanti pel nostro paese nel momento storico ed economico che ora stiamo attraversando.

 

 

Basta riandare le principali fasi della nostra politica doganale nel passato per comprender quanta sia l’importanza della rinnovazione prossima dei trattati di commercio, alla quale disgraziatamente l’opinione pubblica non sembra prestare la dovuta attenzione.

 

 

Fino al 1878 corre un primo periodo, iniziato colla formazione del Regno d’Italia, periodo che si può contrassegnare colla denominazione di libero-scambista. Allora l’Italia era una nazione prevalentemente agricola, dove le industrie erano nascenti, o quelle vecchie erano state spazzate via dalla scomparsa, avvenuta per opera di Cavour, delle barriere doganali fra stato e stato.

 

 

Essendo una nazione esportatrice di grano e di derrate agrarie, gli interessi di tutte quelle classi che potevano fare sentire la loro voce in parlamento erano libero-scambisti. Anche l’Italia aveva adottato perciò una politica di libero scambio. I commerci avevano in quell’epoca una tendenza all’aumento, favorita dalla vita nuova che l’unificazione nazionale e la estesa rete ferroviaria avevano fatto sviluppare nel paese.

 

 

A più riprese nell’Italia, come in Germania, in Francia ed in molti altri stati si era venuta tuttavia manifestando una reazione contro la libertà degli scambi. Erano le industrie nuove, sorgenti nel nostro paese, le quali reclamavano una protezione contro i manufatti dell’Inghilterra, provenienti da un paese di vita industriale antica, con impianti già ammortizzati. Era l’agricoltura, o meglio la cerealicoltura che, inetta a produrre a buon mercato, cercava protezione contro la concorrenza dei grani transatlantici. Spinto dalle classi industriali e proprietarie, le cui idee furono esposte in parecchie memorande inchieste, il parlamento inaugurò nel 1878 un nuovo periodo di politica protezionista, moderata prima, fino al 1887, ed accentuata poi, dal 1887 fino ai nostri giorni.

 

 

Il passaggio dalla moderazione all’inasprimento del protezionismo, avvenuto nel 1887, fu dovuto ad una serie di cagioni, principali fra le quali le continue e crescenti richieste delle industrie sorte all’ombra della protezione temperata, la rottura commerciale colla vicina Francia, ed il malessere della cerealicoltura nostra sotto i rudi colpi dei ribassi dei prezzi sul mercato internazionale.

 

 

Durante il periodo protezionista fu segnalato nell’Italia un contrasto, sotto più rispetti doloroso, fra le sorti dell’industria e quelle dell’agricoltura. L’industria del settentrione, difesa dalla concorrenza estera, si sviluppò rapidamente, da bambina divenne adulta, ed ora giganteggia esportando i suoi prodotti nel Levante e nella lontana America. L’agricoltura invece, sovratutto dopo il 1887, languì, e, malgrado gli sforzi perseveranti dei coltivatori nel cercare nuovi sbocchi e nel perfezionare i loro prodotti, la produzione si restrinse e scemarono, quasi scomparendo, i guadagni. Se la crisi della cerealicoltura, protetta dall’alto dazio di lire 7,50 al quintale, si può spiegare col fatto ineluttabile della inferiorità dei nostri terreni di fronte alle vergini plaghe dell’America, la crisi delle industrie del vino, delle frutta, degli agrumi e degli olii si spiega pensando al restringersi del mercato interno tassato a beneficio dei manifattori, ed alla chiusura spontanea o per rappresaglia dei mercati esteri contro le nostre esportazioni.

 

 

La situazione odierna è: una industria manifattrice nel suo complesso forte ed abile a sfidare la concorrenza estera; una cerealicoltura che sarebbe condotta a perdita nella maggior parte dei terreni sativi, ove non fosse sorretta dal dazio sul grano di lire 7,50, ed una agricoltura del bestiame, del vino, degli olii, degli agrumi, ecc. che si dibatte contro l’ostacolo gravissimo della mancanza degli sbocchi.

 

 

Un abile uomo di stato può guadagnare perciò a sé rinomanza imperitura facendo il bene del suo paese. Forse non mai occasione più propizia si è presentata nell’Italia per chi volesse dimostrare la sua abilità nel negoziare trattati di commercio.

 

 

Per fortuna fra pochi anni, fra il 1901 ed il 1903, scadono i nostri più importanti di essi e noi abbiamo così libere le mani nello stipulare i nuovi.

 

 

L’uomo di stato, che pure deve necessariamente mantenere una continuità nella politica economica di un paese, e deve preoccuparsi di non offendere e spostare violentemente troppi interessi sorti in passato, dovrebbe inaugurare audacemente un periodo di ricorso alla vecchia politica libero-scambista. Sarà magari, come nella prima parte del periodo protezionista (1878-87), un libero scambio temperato o di transizione il quale lascerà luogo in seguito ad un libero scambio più accentuato; ma questa deve essere la linea della politica doganale del prossimo periodo economico.

 

 

Esaminando le statistiche doganali ho già avuto parecchie volte occasione di esporre i tratti fondamentali della nuova politica doganale da me auspicata. Li riassumerò ora brevemente.

 

 

La salda posizione dell’industria manifatturiera sul mercato internazionale è segno evidente che essa può reggersi anche sul mercato interno contro la concorrenza straniera; i dazi protettori possono essere gradualmente scemati senza il pericolo di compromettere le sorti dei nostri opifici.

 

 

Se fosse redivivo lo Stuart Mill, egli invocherebbe in questo momento, che segna la transizione delle industrie italiane dall’infanzia alla virilità, l’abolizione dei dazi creati per sostenere le industrie mentre erano bambine.

 

 

Così pure dovrebbe essere abolito, molto più rapidamente, il dazio sul grano e sui cereali, come quello che non giova alla nostra agricoltura, inducendo a coltivare a grano terreni a quella cultura inadatti ed addormentando i proprietari contenti delle rendite garantite dallo stato.

 

 

L’uomo di stato però deve accortamente giovarsi dell’abbandono (che potremmo fare anche spontaneamente, perché a noi è benefico) dei dazi protettori a favore delle industrie manifatturiere e della cerealicoltura per ottenere dalle nazioni contraenti diminuzioni di dazio sui prodotti che noi esportiamo: derrate agricole e merci manufatte.

 

 

In tal modo l’industria manifatturiera potrebbe seguitare il cammino trionfale splendidamente iniziato per la conquista dei mercati esteri; e le industrie agricole del vino, frutta, olii, bestiami, uova, formaggi, agrumi, ecc., potrebbero, coll’allargarsi degli sbocchi, procacciare nuova ricchezza e nuovi guadagni all’agricoltura.

 

 

Poiché predicare non giova, senza indicare gli esempi pratici dell’applicazione delle fatte proposte, accennerò all’urgenza di stringere nuovi trattati, a base di libertà degli scambi, coll’America latina.

 

 

Noi tassiamo gravemente alcuni fra i prodotti che l’Argentina ed il Brasile esportano: il grano, la lana, le pelli, il caffè, i coloniali in genere, ecc.

 

 

Dal canto loro le repubbliche sud-americane tassano fortemente le nostre esportazioni; i tessuti e filati di cotone e di lana, i vini, gli agrumi, i liquori, il vermouth, ecc. Non basta; il protezionismo americano sembra destinato ad accentuarsi. Poco tempo fa un comizio di 40 mila industriali, a Buenos Aires, approvava un vibrato ordine del giorno a favore del protezionismo.

 

 

Se la corrente protezionista vincesse nelle Americhe, sarebbe sonato il rintocco di morte per i progressi della nostra esportazione nell’America, progressi che sono davvero trionfali se si pensa che nel 1898, nell’Argentina, siamo giunti ad occupare il secondo posto, subito dopo l’Inghilterra, fra le nazioni esportatrici, distanziando di gran lunga la Francia, il Belgio, la Germania e gli Stati uniti.

Il commercio italiano, seguendo le tracce della nostra emigrazione, ha fatto, sulle rive del Plata, progressi giganteschi. Oramai gli inglesi non paventano laggiù la merce made in Germany, che tanto li terrorizza nelle altre parti del mondo, ma temono la merce made in Italy (fatta in Italia).

 

 

Purtroppo tutta questa meravigliosa fioritura di commerci e di traffici andrebbe perduta se noi non sapessimo premunirci contro l’incrudire dello spirito protezionista nell’Argentina e nel Brasile. Ed è inevitabile questo rincrudimento; ogni giorno nuove terre vengono convertite laggiù, dai nostri stessi figli emigrati, in splendidi vigneti, nuove fabbriche vengono costrutte e nuove imprese sorgono: nuove reclute dell’esercito industriale chiedente protezione contro le merci provenienti dall’Italia.

 

 

Per fortuna noi abbiamo il mezzo di indurre i governanti dell’America latina a garantirci per un lungo periodo di tempo, venti o trent’anni, un trattamento doganale mite e di favore, concedendo da parte nostra riduzioni notevoli sui dazi attuali che gravano le merci importate in Italia da quei paesi.

 

 

I trattati di commercio coll’America latina dovrebbero essere i primi ad inaugurare il nuovo periodo di politica doganale libero scambista temperata. La via da seguirsi è facile e piana, perché le leggi argentine, ad esempio, danno facoltà al governo di conchiudere coi paesi stranieri, senza bisogno dell’approvazione del congresso, trattati di commercio, consentendo riduzioni fino al 50% sui dazi stabiliti nella tariffa in vigore.

 

 

L’uomo di stato che sapesse stipulare questi trattati coll’America latina, compirebbe due opere grandi. Economica la prima, perché permetterebbe il rinfrancarsi delle nostre industrie agrarie, stimolerebbe la scomparsa della cerealicoltura a favore delle culture più perfezionate e più adatte ad un paese di civiltà antica e varia come le culture delle viti, degli agrumi, delle frutta, ecc., e darebbe nuovo impulso alla espansione grandiosa delle nostre industrie manifatturiere.

 

 

Politica la seconda, perché, stringendo i vincoli d’interesse fra l’Italia e l’America latina, contribuirebbe potentemente alla costituzione forte e potente di una «nuova e grande Italia» sulle rive del Plata, nelle solitudini immense del Brasile e nelle pianure sterminate delle pampe argentine.

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