Per le case operaie

Tratto da:

La Tribuna

Data di pubblicazione: 15/08/1903

Per le case operaie

«La Tribuna», 15 agosto 1903

 

 

 

Uno dei retaggi migliori che la Camera italiana ha lasciato quest’anno al Governo è certamente la legge sulle abitazioni popolari. Forse l’applicazione ne sarà lenta e contrastata e sarà d’uopo una lunga serie di esperienze e di tentativi prima che si possa arrivare a scegliere una via d’azione la quale conduca col minor sperpero possibile di capitali a migliorare gradatamente le abitazioni delle nostre classi lavoratrici. Né

saranno i primi a muovere i nostri passi in modo esitante ed incerto su questo cammino faticoso. Anche altrove i primi tentativi non riuscirono; ed a gran fatica fu possibile persuadere le classi operaie ad interessarsi ad un movimento che è rivolto a beneficio loro; e ad interessarsene senza ostinarsi in preconcetti dottrinali e senza respingere nessuna delle soluzioni utili, per attaccamento eccessivo verso quella fra di esse, come ad esempio la municipalizzatrice, la quale sembri per abitudine mentale la più consona alle dottrine collettivistiche accarezzate dalle masse operaie.

 

 

A questo pensavo leggendo un volumetto che l’ing. Mauro Amoruso ha pubblicato in quella «piccola biblioteca tecnica» che con felice iniziativa la Casa editrice nazionale ha intrapreso a pubblicare in veste elegante allo scopo di far penetrare nel grande pubblico la conoscenza dei problemi più vivi e più interessanti dell’industria e del tecnicismo moderno; e che va già adorna di un altro utile volumetto dell’ing. Magrini su La sicurezza e l’igiene dell’operaio nell’industrie.

 

 

L’ing. Amoruso non ha voluto indirizzare il suo libro[1] soltanto agli ingegneri ed ai costruttori, ma a tutta quella più grande massa di persone che dei problemi sociali si interessa e discute. Costoro troveranno nel libro dell’Amoruso non delle divagazioni inutili su un qualche metodo, non mai prima scoperto, di dare una casetta ed un orto a tutti quelli che sfortunatamente ne sono privi; ma un’ampia messe di fatti accuratamente ordinati ed esposti intorno ai tentativi che all’estero ed in Italia si sono fatti per risolvere questo tormentoso problema delle abitazioni delle classi lavoratrici. Perciò io ho letto il libro dell’Amoruso con interesse e con profitto. I fatti insegnano sempre ad essere modesti ed a diffidare delle dottrine sempliciste le quali vogliono rigenerare il mondo con una sola, meravigliosa ed infallibile ricetta. In un tempo in cui molti si illudono di aver trovato lo specifico per la malattia del caro dei fitti o nella municipalizzazione delle case o nella cooperazione o nella filantropia; quando accesa è la battaglia tra i fautori esclusivisti delle caserme e delle casette isolate, è bene che venga un libro a dire quante sono le vie diverse che gli uomini seguono per andare alla conquista dell’ideale del benessere sociale.

 

 

All’estero e in Italia è un fervore operoso di bene che pervade tutte le classi sociali e le induce a migliorare le condizioni, una volta così miserevoli, di abitazione delle classi operate. Passano, nel libro dell’Amoruso, i primi tentativi francesi ed inglesi, le grandi esperienze di Molhouse, le istituzioni irlandesi di Van Marken; si assiste alla fioritura meravigliosa del cottages americani, e si vede il formarsi delle città, dei villaggi e dei quartieri operai a cui danno il nome industriali benemeriti come Menier in Francia, Rossi a Schio, Crespi sull’Adda. I metodi adottati sono diversi, ma tutti mirano ad uno scopo: ripristinare lo squilibrio rotto tra la domanda e l’offerta delle case in un dato luogo. Non è la malvagità umana la quale nove volte su dieci costringe le masse ad abitare in case malsane ed iperaffollate; ma sono circostanze improvvise e spesso imprevedibili che fanno rapidamente crescere la popolazione mentre il numero delle case non aumenta od aumenta con metro più lento. Quando gli operai si affollano in una città od in un borgo per il sorgere di nuove industrie, per il fiorire delle industrie antiche, per l’intensificarsi del traffico, per i variabili capricci della moda, cominciò la fame di esse; e non potrà essere soddisfatta se non quando il tempo, questo importantissimo tra i coefficienti delle variazioni della vita economica – non abbia nel suo lento trascorrere, consentito a tutti gli altri fattori di adottare alle mutazioni improvvise di uno solo di essi e di trovare una nuova posizione di equilibrio. Spesso l’intervento della filantropia o dell’autorità pubblica non sarà nemmeno necessario. Basterà l’interesse degli industriali che vedono affollarsi attorno ai loro fumanti opifici torme di operai senza tetto e senza stabilità morale e materiale e che si persuadano della convenienza di avvincere stabilmente la maestranza alla fabbrica con i legami morali derivanti dal possesso di un home e dallo stabilirsi delle famiglie. Basterà altrove l’interesse degli imprenditori-costruttori di case desiderosi di trovare un proficuo impiego per la loro opera e pei loro capitali. Del resto è una pura illusione pensare che col mettere – sia pure per opera del Comune – un numero di case maggiore sul mercato, si sia risoluta la questione delle abitazioni popolari. In questo modo si agisce su uno solo dei punti del problema e si lascia insoluto l’altro problema, non meno importante: come farà l’operaio a pagare i più alti fitti delle case migliori? e quando i fitti siano lasciati immutati, chi pagherà la differenza fra il costo delle abitazioni ed i fitti? Non saranno presso le classi operaie stesse, le quali vedranno crescere il proprio costo della vita a causa delle imposte allo scopo di poter fornire delle case al disotto del costo ad alcuni piccoli nuclei di privilegiati? E non è assurdo concedere dei sussidi, gravosi ai contribuenti, per la costruzione delle case operaie, mentre non si pensa a frenare in alcun modo con un’imposta il vertiginoso aumento di valore delle aree edilizie?

 

 

Questi ed altri problemi ancora pone dinnanzi ai lettori il bel libro dell’Amoruso; né è opportuno ridire male in un articolo tutto ciò che egli ha esposto largamente, con ricchezza di dati copiosi e con lucidità di dettato. Possano – sulla scorta dell’esperienza oramai larghissima – gli uomini di buona volontà cooperare, se bene divisi, all’intento comune.

 

 

L’opera complessa e grandiosa urge.

 

 



[1] Ing. Mauro Amoruso – Case e città operaie. – Studio tecnico economico. Vol. III della «Piccola biblioteca tecnica». Casa editrice nazionale Roux e Viarengo, 1903. Un volume legato in tela di p. 340 e 90 illustrazioni e piante (Prezzo lire quattro).

Torna su