Per le nostre esportazioni

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 28/07/1900

Per le nostre esportazioni

«La Stampa», 28 luglio 1900

 

 

 

Lo sviluppo avvenuto negli ultimi anni nel nostro commercio internazionale, e che noi abbiamo largamente commentato sulla Stampa, ha reso urgente lo studio dei mezzi migliori per accrescere le nostre correnti verso i paesi esteri.

 

 

A questo studio è utilissimo contributo l’opera del dottor Leopoldo Sabbatini: Per le nostre esportazioni (Milano, Vallardi, 1900). Esponiamo le considerazioni dell’autore, le quali sono corroborate dalla sua esperienza personale e da un inizio di applicazione delle sue idee colla fondazione recentissima di una Società commissionaria di esportazione in Milano, secondo i suggerimenti dell’autore.

 

 

La condizione più importante per lo sviluppo delle relazioni commerciali coll’estero si deve ravvisare nella conoscenza – larga e completa – dei mercati stranieri.

 

 

A questo intento varii mezzi possono servire. E primo il riordinamento del servizio consolare. I consoli hanno avuto sinora prevalentemente funzioni giuridiche e politiche. Occorrerebbe riconoscere come nuova funzione essenziale dei consoli la loro diretta e continua partecipazione alla vita economica della madre patria in quanto questa ha rapporto coi paesi di loro residenza. I consoli dovrebbero frequentemente inviare al Governo studi e notizie d’ordine generale perché se ne valga nella sua azione politica e diplomatica, e perché li renda di pubblica ragione a vantaggio degli esportatori, e comunicare informazioni di ordine speciale a singole Ditte nazionali in guisa diretta e pronta.

 

 

I Musei commerciali provvedono in duplice modo all’incremento dei traffici nazionali coll’estero:

 

 

1)    con Mostre campionarie, cioè con la raccolta e l’esposizione di campioni delle materie prime utilizzabili dalle industrie paesane, e dei prodotti lavorati che sui singoli mercati stranieri sono oggetto di regolare commercio ed – imitati – possono essere introdotti dagli esportatori nazionali; e queste Mostre campionarie il Sabbatini propone di abbandonare perché costosissime, scarsamente utilizzate dagli interessati e molto difficili ad essere organizzate bene;

 

2)    con un celere ed esteso servizio di informazioni sul regime fiscale degli altri paesi, e specialmente sui dazi di confine; sulle vie di comunicazione più brevi ed economiche; sull’acquisto, alle migliori condizioni, delle materie prime; sui prezzi di vendita; sulla località dove possono trovare facile collocamento, sulla forma e le dimensioni che il commercio esige, sulle condizioni speciali di imballaggio che sono richieste.

 

 

A degnamente soddisfare a tutti questi compiti richiedonsi ingenti spese, che ora vanno disperse fra parecchi Musei, con dispendio notevole di forze. Un solo Museo commerciale, secondo l’autore, ben ordinato e con larghezza di mezzi, istituito in un centro dove con maggiore intensità si ripercuota il movimento della vita internazionale, corrisponderebbe assai meglio all’interesse del Paese.

 

 

Le Borse di perfezionamento commerciale all’estero, istituite in Italia col decreto 16 maggio 1895, furono accolte con favore dal Paese; ma non si può dire che i risultati abbiano corrisposto alle speranze, perché si volle dare alle Borse un carattere tale da facilitare il collocamento dei giovani ed anche la creazione di nuove Case di commercio all’estero. Oggetto questo irraggiungibile.

 

 

Meglio sarebbe considerare le Borse di perfezionamento commerciale come un mezzo di completare la media cultura impartita nelle nostre scuole di commercio con studi più larghi e ad un tempo più speciali, con studi che abbiano come campo immediato e diretto i maggiori ed i più complessi centri della attività economica internazionale; dove abbondino i mezzi di studio, dove l’entità e l’intreccio degli scambi costituiscano per se stesso l’oggetto più interessante di osservazione. Le Agenzie commerciali, che il Governo aveva istituito in Belgrado, Las Palmas, Liverpool, Bruxelles, Amsterdam, Nantes, Beirut, Le Havre, furono dal Governo oramai tutte soppresse. Ed a ragione, perché esse non potevano raggiungere il loro scopo, che era di procurare informazioni ai connazionali, ma sovratutto di vendere per mediazione o commissione i prodotti nazionali. Essendo l’agente commerciale un ufficiale governativo, il regolamento gli imponeva di non favorire un produttore nazionale a danno degli altri.

 

 

Ora ciò è materialmente impossibile: l’agente era tratto a scegliere fra le varie Case concorrenti quella che gli offriva patti migliori, e con ciò stesso perdeva il suo carattere nazionale. Si aggiunga che l’agente non può avere la capacità ed il tempo di occuparsi di tutti gli articoli di esportazione italiana; egli deve per forza limitarsi a poche merci, favorendo sovratutto i prodotti che gli presentino maggiori speranze di lucro. In sostanza le Agenzie – nella impossibilità di bene funzionare, sia come istituti di pubblica utilità, sia come Case di commercio, vengono a trovarsi in una situazione falsa, che paralizza ogni energia, che toglie ogni valore alla iniziativa.

 

 

Un altro tipo di organismo rivolto alla conquista dei mercati esteri si è il Consorzio Industriale. In Italia ne sono sorti due: il Consorzio industriale italiano per l’Estremo Oriente, istituito a Milano, e la Unione industriale italiana per il commercio di esportazione, fondata a Torino. Possono far parte di questi Sodalizi tutte le Case produttrici nazionali che non siano concorrenti fra di loro. Ogni Casa deve indicare con precisione i prodotti della propria industria per la vendita dei quali essa intende iscriversi.

 

 

Gli affari si svolgono direttamente fra le Case e gli agenti, senza alcuna ingerenza od intervento del Comitato direttivo. In sostanza, il Consorzio è un semplice espediente per dividere fra molte Case l’eccessivo dispendio richiesto dall’invio e dal soggiorno di agenti all’estero, dispendio veramente così grave che non potrebbe essere convenientemente sostenuto per proprio conto esclusivo dalla grande maggioranza degli industriali. Però il Consorzio presenta il grave difetto di non essere un organismo fornito di un’unica direzione. L’agente consorziale tratta direttamente colle varie Case, ed è indotto a favorire quei prodotti che corrispondono meglio alle sue attitudini e gli concedono maggior lucro. La maggior parte delle Case, vedendosi trascurate e non conoscendo quali vantaggi altri traggano dal Consorzio, a poco a poco si stancano di contribuire con gravi sacrifici al mantenimento dell’ente collettivo senza trarne un corrispondente vantaggio.

 

 

La causa principale la quale ha impedito sinora che sorgessero organismi commerciali adatti a favorire l’esportazione, sta nel concetto sbagliato che in Italia si ha dell’esportazione. In Italia si crede che ogni industriale debba provvedere da sé alla esportazione dei suoi prodotti. Onde l’invio di commessi viaggiatori, la costituzione di Consorzi di industriali, i quali si accordano per stipendiare in comune degli agenti, la creazione di agenzie commerciali governative, a cui gli industriali si possono rivolgere per smerciare i propri prodotti.

 

 

Ora questa tendenza a fare l’esportazione diretta è contraria alle buone norme che la ragione e l’esperienza degli altri paesi consigliano. L’industria moderna – nella naturale tendenza a concentrare le forze industriali in potenti unità – ha innanzi tutto bisogno, per lo svolgimento tecnico, di grandi capitali, ed ha non minor bisogno di conservarne la piena disponibilità, senza preoccupazioni di nessun altro ordine. Essa deve dedicarsi alla fabbricazione, intendere unicamente al perfezionamento tecnico, senza divergere parte dei suoi capitali, senza assorbire l’attività sua nel collocamento dei prodotti all’estero.

 

 

D’altro lato, i commerci internazionali esigono, alla loro volta, una potente e speciale costituzione, il cui obbiettivo essenziale è di portare nei più lontani mercati, a disposizione dei consumi, i prodotti dell’industria; il che importa per essi necessità egualmente sentita di forti capitali per disimpegnare la industria dai rischi inerenti alle vicende dei commerci, ed, al tempo stesso, per concedere lungo fido ai compratori dei singoli paesi, in conformità agli usi locali. Il sistema della esportazione diretta contraddice a queste norme: l’industriale si vede obbligato a distogliere una parte notevole dei propri capitali dall’esercizio dell’industria per dar vita e sviluppo al commercio dei suoi prodotti all’estero e per sostenerne i pesi ed i rischi. Con ciò si subordina lo svolgersi delle industrie alle incertezze, alle difficoltà, alle vicende dei traffici internazionali; si vincola l’attività commerciale nei ristretti limiti segnati dagli scarsi capitali che l’industria può sottrarre al suo andamento tecnico.

 

 

Di qui la proposta del Sabbatini: di costituire delle Società italiane le quali si occupino esclusivamente dell’esportazione con forti capitali propri. Gli industriali, vendendo le loro merci a queste Case, rimangono liberi da tutte le noie e da tutti i dispendi inerenti all’esportazione diretta, e possono dedicarsi a perfezionare ognor più l’organismo tecnico della produzione.

 

 

Le Società di esportazione, si che comprino le merci per rivenderle, o si incarichino della vendita per commissione, hanno ragione ed interesse di collocare in ogni mercato il maggior numero possibile di prodotti; quindi sentono la spinta immediata a conoscere nei più minuti particolari la vita economica dei vari paesi. Ciò loro permette di apprezzare con intima conoscenza delle cose il valore della loro clientela e di adattare alle particolari esigenze dei singoli mercati quella parte di prodotti italiani che meglio vi corrisponde.

 

 

È tempo che l’Italia si metta su questa via, la quale ha innalzato a potenza così grande le industrie della Germania e dell’Inghilterra. I progressi da noi compiuti sono stati notevoli, ma sarebbero stati ben maggiori se gli industriali non si fossero lasciati guidare dalle false idee di volere direttamente esportare. Col pretesto di fare a meno degli intermediari, essi si sono sovraccaricati di lavori e di rischi, hanno subordinato il perfezionamento tecnico dell’industria ai rischi commerciali, e non sono stati capaci di acquistare intima e diretta conoscenza dei mercati esteri, perché troppo occupati a sorvegliare l’andamento delle fabbriche.

 

 

Una più perfetta divisione del lavoro si impone; gli industriali si dedichino esclusivamente alla fabbricazione, e sorgano Case le quali attendano unicamente ad esportare. Gli intermediari sono dannosi soltanto quando sono parassiti inutili, non quando adempiono a funzioni importanti. Se noi non vogliamo rimanere schiacciati nelle lotta della concorrenza internazionale, è d’uopo provvedere a rendere più perfetti gli strumenti della lotta creando delle Case le quali con un capitale proprio e con un patrimonio di cognizioni lentamente acquisite sui mercati esteri, provvedano ad esportare dall’Italia la fiumana crescente delle merci prodotte dai nostri industriali.

 

 

Con questo voto si chiude il libro del Sabbatini; e noi non possiamo fare all’Italia industriale miglior augurio di questo: che cioè la sua voce sia sentita e largamente applicata. Oramai il problema dell’organismo più adatto a favorire le esportazioni italiane è stato posto e la soluzione ne è stata indicata nelle sue linee generali; tocca agli industriali ed ai capitalisti risolverlo nella pratica, con beneficio loro e dell’Italia intera.

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